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(prima parte)














  
 

Mi chiamo Gennaro, mi diedero questo nome barocco in omaggio a mio nonno, e l'ho accettato anche se non me ne rallegro. La storia che racconto invece mi è cara, perché fin da quand'ero ragazzino l'ho vissuta come un romanzo giallo che mi apparteneva, e ho sempre avuto voglia di scriverla, senza mai esserne stato capace. Adesso che le ho dedicato qualche giorno di vacanza, qualche fatica per capire quanto fosse attendibile quella birbanteria di cui mi avevano parlato, e chi fu la mente machiavellica che la ideò, sono tentato di raccontarla.
Ho vinto la titubanza e così ho deciso di tirare fuori questa storia che avevo tenuto da parte per tanto tempo. Per voi sarà una storia come tante altre, per me fu romanzesca quanto una di quelle di Sherlock Holmes.

* * *

La trappola scattò in un primo pomeriggio di fine luglio, nell'ora in cui il meridione dorme. Quando tutto è immobilità, silenzio, stanchezza, e uomini e animali, indugiano nella siesta, torpidi e afflosciati. Mentre in ogni luogo regna la quiete imposta dalla pesantezza dell'afa, quando l'atmosfera fosca, tremolante per la calura, confonde i lineamenti del paesaggio. Ebbene, proprio nel culmine del giorno in cui tutto è pace, tranne il gran frastuono delle cicale, e qualche raglio d'asino, che al tempo degli avvenimenti erano numerosi, insomma proprio in quell'ora pacifica, una terribile agitazione sconvolse la tranquillità di Montegrifone.
Non andate a cercarlo sull'atlante perché nella realtà quel paese ha un altro nome.
Approfittando dunque di quella spossatezza languida, di quello stato soave di piacevole abbandono, una mente diabolica diresse l'operazione attuando il piano senza difficoltà, senza violenza, senza chiasso. L'ingegnosa operazione andò liscia come l'olio. Però una macchina dei carabinieri che segue un camion e che insieme a questo piomba in un paese sperduto del meridione, dove a quell'epoca si poteva vedere un veicolo a motore si e no una volta a settimana, non potevano passare inosservati. E sebbene vi fossero arrivati nell'infuocata ora canicolare, attorno ai veicoli si formò subito uno stuolo di ragazzini e di uomini che si grattavano la testa, quasi fosse capitato un evento soprannaturale.
Era il 1924, e quell'anno per l'Italia fu di tremenda agitazione; perciò l'impresa banditesca rimase trascurabile, marginale, il pubblico non ne avvertì la gravità, e fu presto dimenticata.

Mio nonno, Gennaro Capece, suppongo che lesse il misfatto sul giornale, o ne venne a conoscenza in qualche altro modo, ma per la nobile ragione che era nato a Napoli ne rimase sconcertato, offeso, e ne restò indignato per qualche tempo. Eppure, eppure … o che fosse portato a considerare quel delitto con una certa indulgenza, o che fosse eccitato da una segreta, inconfessabile ammirazione per la scaltrezza e per la novità dell'impresa attuata con mezzi moderni, le veloci automobili, non fece che parlarne. A quei tempi un crimine che oggi non ci meraviglierebbe neanche un poco, allora alla gente semplice e inesperta parve diabolico, per la sua raffinata astuzia sembrò uno stratagemma scellerato, e sollevò molta riprovazione. Nella nostra famiglia produsse perduranti discussioni.
Ero sui dieci anni, afferrai la vicenda come un'eccitante storia di pirati e la feci mia. Trasformai l'impresa in un emozionante intrigo internazionale e provai anche a raccontarla scrivendola, ma non riuscii a infonderle l'intensa suggestione che cercavo di darle, quel fascino, quell'appassionante incalzare che, tanto per fare un esempio, Stevenson aveva sparso nell'Isola del Tesoro, romanzo magnifico, che entusiasmò me e tutti i miei amici. Non riuscii allora, quando provai a raccontarla, a introdurvi quell'inquietudine avvincente e sfortunatamente non sono riuscito neanche adesso a presentarla proprio come avrei voluto.
Feci leggere il tentativo alla mia insegnante, di cui non avevo soggezione perché mi voleva bene. Mi disse: – Gennarì sei bravo, ma riesci meglio in matematica, sarai piuttosto un valido ingegnere –.

Quasi cinquant'anni dopo, nel 1972, andai a curiosare a Montegrifone, insieme a mia moglie a cui avevo raccontato la storia. Anche lei trovò divertente quell'indagine, e insieme cercammo di approfondire gli avvenimenti di allora. Ci attraeva l'idea di chiarire quel caso che da bambino mi aveva tanto impressionato. Volevamo svolgere un'inchiesta privata, per una soddisfazione personalissima. Ci fermammo nel paese per una settimana di vacanza.

I diretti implicati come era prevedibile erano quasi tutti scomparsi dopo tanto tempo; ma dal dottor Ignazio, figlio del farmacista di allora, e che ora gestisce l'immutata farmacia, ottenemmo molte interessanti notizie. Altri riscontri li scoprimmo parlando con anziani del paese che ricordavano bene i fatti. Riuscimmo a farceli raccontare usando molta pazienza e savoir-faire.
Quantunque non potessimo fare la conoscenza di don Gaetano in persona, sembrava che lui aleggiasse intorno a noi.

* * *

Certamente chi conobbe meglio don Tano fu il reverendo che allora era stato parroco del paese. Aveva raggiunto i novant'anni, ormai, ma ricordava benissimo il Mollica, l'eccentrico ebanista e intarsiatore Gaetano detto don Tano, soprannominato Mollica. E non pensiate che fosse un prete, perché nel Meridione "don" è un appropriato omaggio concesso a una persona per cui si ha riguardo.
Anche il farmacista, il segretario comunale, il tabaccaio e il barbiere erano stati suoi amici, e conoscevano molte cose di quell'uomo, anche se stranamente contrastanti. Da quanto potemmo capire pareva che a qualcuno raccontasse un certo fatto in un modo, e lo stesso caso lo raccontasse, ma diversamente, a un altro.
Infine, a tante domande senza risposta decidemmo di supplire con l'intuito e ricostruimmo il corso degli eventi affidandoci più tardi ai pochi articoli di cronaca, che leggemmo ne "Il Mattino" dell'epoca, e alle molte voci raccolte e selezionate.

* * *

All'indulgente, bonario ebanista Don Tano avevano dato il soprannome di Mollica, nomignolo che riassumeva in sintesi l'opinione che in paese s'erano fatta di lui. Quel diminutivo alludeva alla spugnosa interiorità del pane che non è consistente, compatto come la crosta, ma soffice, cedevole. Anni dopo si disse che il nomignolo poteva anche rimarcare un certo lato oscuro di quell'uomo. Un'indole che sotto la quieta, dignitosa, gentile apparenza, poteva rivelarsi astuta, subdola, vendicativa. Insomma pareva indicare qualcosa di vagamente ambiguo. In conclusione aveva uno sfumato significato dispregiativo, perché ai bravi paesani l'abile artigiano-artista era stato ed era rimasto incomprensibile. Il suo mestiere, di sicura e lodata qualità, lo aveva arricchito abbastanza da consentirgli l'acquisto di una bella casa con giardino, ma era rimasto scapolo, non aveva figli, e queste inadeguatezze per i paesani erano difetti sicuri. Per tutto questo avevano concluso che il Mollica era un "diverso".
Per di più l'ebanista parlava bene, si capiva subito che era istruito, pareva che avesse un po' di presunzione, un po' di puzza sotto il naso, e non aveva nessuna ragione di averla, dato che era un artigiano come il fabbro, come il capomastro.
Non dava confidenza, e questa marcata individualità lo aveva allontanato definitivamente dal popolo rurale, ma anche dai maggiorenti, che lo consideravano con sufficienza. Anzi quando capitava l'occasione, lo punzecchiavano, facevano insinuazioni, lo deridevano con accorti sottili accenni che lui non poteva né contestare, né denunciare come vere offese, ma che lo ferivano. Gli esponenti, i notabili del paese, gli facevano pesare la loro superiorità.
Il vecchio governo borbonico era scomparso da non così tanto tempo da essere dimenticato e i maggiorenti di Montegrifone erano interamente immersi ancora in quel maestoso nobile passato, tanto che quando nel millenovecento ci fu l'omicidio del re Sabaudo Umberto I, brindarono e sperarono nella restaurazione.

Il curato e il farmacista, che lo conoscevano bene, invece ne avevano stima, sapevano che benché autodidatta l'intarsiatore si era fatto una solida cultura.
L'inizio della sua erudizione, e dell'ulteriore formazione culturale, ebbe principio dal mestiere che praticava, e dalle commissioni che riceveva. Infatti la fortuna volle che lo chiamassero le più ricche e illustri famiglie della città per restaurare antichi arredi. Era infatti uno specialista degli intarsi in madreperla e corallo su mobili in legno pregiato, e a lungo andare questo rapporto con gli aristocratici lo aveva spinto a imitarne certi atteggiamenti. Il risultato che ne ottenne fu un sorriso di derisione da parte dei superbi committenti, e un giudizio assai malevolo da parte del popolo basso. Per ripicca, o per disperazione, studiò sempre più caparbiamente, e inoltre arrivò a suonare egregiamente l'organo nella chiesa grande, dove la domenica si esibiva alla messa delle undici. Rimase per tutta la vita uno spostato, bravo, anzi eccellente artigiano, ma né carne né pesce come persona.

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pranzo
pranzo degli indizi

Pensammo di offrire un pranzo al farmacista perché ci raccontasse i ricordi di quand'era ragazzo, e lui suggerì di invitare anche un tale che faceva il falegname e che conosceva bene i fatti accaduti allora. Disse che saremmo stati contenti di conoscerlo. Lui intanto avrebbe cercato di convincerlo a partecipare al simposio, sebbene prevedesse un rifiuto da quell'uomo introverso e scontroso. Era anche possibile che non volesse raccontare niente e non parlasse del tutto.
Il martedì andava bene a tutti pertanto organizzammo il miglior pranzo possibile nell'unico ristorante del paese e invitammo anche il vecchio prete che al tempo degli avvenimenti era parroco. Dopo lunghe spiegazioni e assicurazioni per convincerlo dell'onestà e della discrezione della nostra inchiesta, accettò, e fu un'ottima decisione perché il falegname si sentì rassicurato dalla sua presenza.
Attaccammo con un rustico antipasto, e il vino cominciò a scendere nelle gole sollecitate da quel saporito prologo. Il prete parlava poco, ma l'uomo invitato dal farmacista pareva addirittura privo della parola, evitava i nostri sguardi ed era straordinariamente imbarazzato.
Alle tagliatelle, a cui facemmo festosa accoglienza, il prete disse qualcosa sulla bontà della gente e della cucina del tempo passato, e l'uomo silenzioso ringraziò e mi sorrise quando gli riempii il bicchiere.
Parlando del più e del meno: della guerra passata, dei cambiamenti avvenuti in quegli anni, del turismo che ora arrivava anche in paesi quasi inaccessibili, il farmacista avviò molto bene la conversazione. Spiegò agli altri invitati che eravamo venuti a Montegrifone per compiere una ricerca alla buona, quasi familiare. Disse più volte che non eravamo giornalisti millantatori in cerca di fatti indecenti da carpire ipocritamente, ma persone che volevano ricostruire una storia che aveva attraversato la loro infanzia.
Guardai sorridendo l'uomo silenzioso, ma quello si era rabbuiato.
Arrivati all'arrosto la riunione conviviale si era armonizzata e procedeva cordialmente, in parte per opera dell'ottimo Falerno che ci era stato servito con prodigalità, ma soprattutto per la simpatia e l'eloquenza del farmacista e dell'affabile moglie. L'uomo silenzioso cominciò a dire qualcosa di come adesso il paese avesse questo buon ristorante e come il suo amico farmacista fosse esperto in tutto. Il vino e il nostro comportamento pacato e cordiale dovevano averlo tranquillizzato e gli avevano sciolto un poco la lingua.
Improvvisamente il farmacista si rivolse al falegname: - Carmelo, raccontaci come andò quella volta che il barone malmenò la baronessa e ti minacciò di morte. -
Il falegname sembrò strozzarsi, strabuzzò gli occhi e si voltò verso il prete con aria terribilmente sgomenta. Il reverendo gli versò un bicchiere di vino, lo tranquillizzò, e lo esortò a raccontare.
Carmelo cominciò con voce così bassa che facevamo fatica a capire.
- Ancora non avevano trovato la statua e il cassone di marmo, e il Mollica era stato chiamato da Napoli per restaurare un mobile di gran valore. Da qualche tempo lavorava nel salone grande e la baronessa veniva di tanto in tanto a vedere come procedeva il restauro. Come sanno tutti gli anziani del paese il barone era sempre in giro, o alla scuderia dai cavalli, o a caccia; o ispezionava i poderi, ma a palazzo non c'era mai. Io sono il figlio della guardarobiera di allora. Avevo undici anni, e avevo il compito di annaffiare i vasi, soprattutto quelli del patio. Quella mattina ero nel patio, le tende della grande porta che era aperta, pur essendo allacciate mi coprivano così che dall'esterno potetti vedere la scenata senza essere visto, finché non scoppiai a piangere.
Certamente tra il Mollica e la baronessa doveva essere sbocciato del tenero: il Mollica da giovane era un bell'uomo e la baronessa era sempre chiusa nel palazzo. Vidi che il restauratore le aveva donato un bel cofanetto che aveva intarsiato con le sue mani, e la baronessa era commossa. Maledizione volle che il barone proprio quella mattina entrasse nel salone. Vide il cofanetto, capì in un lampo la situazione, lo prese, lo scaraventò in terra riducendolo in pezzi, mollò un formidabile pugno al Mollica facendolo cadere, dopo di che il barone lo prese per un braccio, lo strascinò e lo buttò fuori della porta, sul corridoio. Poi chiuse a chiave e cominciò a picchiare selvaggiamente la baronessa che urlava. Io terrorizzato mi misi a piangere, lui si accorse di me, mi afferrò e anche a me assestò due ceffoni formidabili, poi mi minacciò. Disse che se avessi raccontato, a chiunque fosse, quello che avevo visto mi avrebbe ammazzato. Per mesi e mesi non riuscii più a dormire, avevo degli incubi e rivedevo sempre la faccia stravolta del barone che mi picchiava, e mi minacciava.
Mia madre, vedendomi sconvolto, per molti giorni mi tormentò di domande. Dovetti raccontarle l'accaduto e, poveretta, nelle settimane seguenti si tormentò anche lei. Riuscì a mandarmi lontano dal paese, in un collegio in cui imparai il mestiere del falegname, ma da allora ho sempre vissuto con quella scena davanti agli occhi. -
Carmelo aveva gli occhi velati e gli tremavano le mani. Per superare quell'atmosfera penosa in cui ci aveva trascinati ordinai molti dolci e vino passito. Con fatica ritrovammo un cordiale affiatamento, calma e armonia, ma non più allegrezza.

Il racconto del falegname ci permise di ipotizzare quale fu l'obiettivo a cui mirò l'astuta mente che concepì l'azione. Se fosse d'uomo o di donna non importava capirlo subito, l'importante era che ora avevamo degli elementi su cui fare illazioni con qualche attendibilità. Insomma potevamo ragionare su dei validi elementi per inquadrare il movente. La domanda che mi posi fu: la rapina venne ideata come vendetta o fu soltanto l'appropriazione di un oggetto molto prezioso?

Continua.


Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - novembre 2015

 
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