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LA METAMORFOSI

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Mi piacerebbe che leggeste questo racconto immaginando di essere seduti dentro un ipotetico teatro, a guardare le trasformazioni che avvengono sulla scena. Perché questa storia ha gli sviluppi di una pièce.
Davanti a voi vedrete un’ampia stanza. Probabilmente un tempo era stato un grande salotto di un appartamento borghese, appariscente e di cattivo gusto, ma ora è degradato a tinello tuttofare, molti mobili non ci sono più, quelli rimasti sono in pessimo stato, e il divano è scolorito. Sulla destra della stanza ci sono due finestre con mantovane e tende scure che non lasciano passare la luce, perciò non sappiamo se sia giorno o notte, ma la lancetta piccola di una vecchia pendola indica il 9 e questo dettaglio unito ad altri indizi fa pensare che sia sera. Di contro, cioè sul lato opposto della camera, c’è una grande tenda nera che scende dal soffitto fino ad arrivare al pavimento e taglia l’ambiente in due. Certamente quel telo è stato appeso per ricavare un locale abitabile là dietro. Davanti alla tenda c’è un cane di terracotta che sembra montare la guardia.
Al centro di questo ambiente inconsueto campeggia un tavolo. Un tavolo rotondo e massiccio, collocato proprio sotto una lampada che proietta un cono di luce molto forte e sembra isolarlo dal resto dell’ambiente insieme alle quattro persone che vi stanno sedute intorno.
Le quattro persone evidentemente hanno cenato poco prima che noi iniziassimo a guardare, perché su un carrello sbilenco, più in là, si vedono piatti sporchi, bicchieri, un fiasco e altre stoviglie ammucchiate in attesa di essere riportate in cucina. I quattro subito dopo aver cenato devono aver iniziato a guardare vecchie fotografie, ma ora le foto sono sparse sul tavolo e i quattro stanno discutendo.    continua...

Un uomo massiccio sulla cinquantina, calvo, con occhiali dalla montatura antiquata e grandi baffi grigi, in camicia e gilet, ma senza cravatta, si rivolge alla signora che gli sta di fronte. Dal modo in cui si esprime con proprietà e competenza si direbbe un ragioniere o un operaio specializzato: - Teresa, io non so spiegarmi come avete fatto a sopravvivere, e a sopportarlo fino ad oggi. Sul lavoro non ne potevamo più, l’ho difeso fino all’inverosimile, per la memoria che ho di suo padre. Ma un collega giovane aveva deciso di aspettarlo in strada una sera. Ci disse che lo avrebbe tempestato di legnate. Naturalmente lo abbiamo dissuaso, lo abbiamo indotto a desistere. Ma davvero Ciro si era fatto arrogante, prepotente, violento, volgare in modo inimmaginabile … si è rivelato un infido informatore, un traditore. Tutti si erano resi conto che faceva il delatore per la direzione. Per questo lavoro lo avevano messo al centralino telefonico con il pretesto della sua menomazione -
Si interrompe e si mette una mano sulla bocca come pentito di quanto ha detto. - Accidenti, ho parlato ad alta voce senza pensare che dorme dietro la tenda. -
La signora di fronte sembra sulla quarantina, è vestita dimessamente anche se con decoro, ma ha un’aria prostrata e lo interrompe con nervosismo: - Non preoccuparti, Eugenio, gli diamo tanti di quei tranquillanti che sprofonda in un sonno di pietra. Non sente nemmeno le cannonate. Piuttosto, tu vieni a dire a me che Ciro era diventato un essere intrattabile. Lo dici a me che lo sopporto da anni, come se non sapessi cos’era diventato. Lo dici a me, che stavo diventando pazza? Ma voi tutti non potete avere idea di come si era fatto violento qui in casa. Da molto tempo avevo pensato di andarmene, di lasciarlo. Ma non ho trovato il coraggio di piantare tutto e abbandonare sola questa poveretta -. Fa un cenno verso l’altra donna e continua: - Maria soffre di cuore, sarebbe morta dopo poco. Delicata e sensibile com’è non sarebbe sopravvissuta neanche quindici giorni a quel mostro. -
Il signor Eugenio di nuovo interviene con foga: - Forse non dovrei dirlo, ma Ciro è pazzo davvero, è un malato di nervi, un energumeno, uno squilibrato pericoloso a se stesso e agli altri. -
Maria sospirando interviene: - E pensare che non era così. Assolutamente non era nel modo in cui lo avete conosciuto. Ricordo benissimo come era gentile prima che mamma si risposasse, prima che lo mandassero nel collegio dove lo hanno rovinato, trasformato, guastato. Era un ragazzo garbato, premuroso, dai modi cortesi.-
Mentre Eugenio e Maria parlano, la luce bianca e forte sul tavolo si affievolisce e cambia colore, si fa rossa. L’atmosfera dell’ambiente diventa cupa.

Teresa la interrompe: - Eh, sì. Poi mamma, credendo di salvarci dalla miseria, accettò la corte del commendator Amadei, proprietario dell’importante agenzia pubblicitaria omonima. Si risposò. Ed è da quel passo scriteriato, ma che lei ritenne indispensabile, che è cominciata la tragedia … - .

Il quarto signore, un uomo anziano, asciutto e austero interviene a sua volta nella discussione con una esclamazione di stupore. - È veramente strano quello che dite. Anzi, per me queste cose che state ripetendo sono inimmaginabili, perché in ospedale era assolutamente tranquillo, gentile, molto taciturno. Infatti le poche persone che sono venute a trovarlo si meravigliavano di vederlo così silenzioso e assente, come fosse incantato. Tutti, i medici per primi, prevedevano che la disgrazia ne avrebbe peggiorato il carattere. Si spiegavano il mutamento per effetto delle forti dosi di sedativi che gli somministravano. Invece questo mutamento continuò anche dopo, quando ridussero i farmaci del trattamento. Noi che per gli scopi della nostra missione abbiamo assistito il malato non ci siamo mai resi conto di quanto state dicendo -.
Teresa gli si rivolge con rispetto ed entusiasmo: - A lei dobbiamo moltissimo, professore, il suo gruppo di volontari della Carità è stato assolutamente provvidenziale, direi meraviglioso e a quanto pare è approdato ad un felice successo. Non so come siete riusciti a trasformarlo. Avete compiuto una magia … -
La luce sul tavolo torna ad essere forte e bianca,
- Ma no, cara signora, lo facciamo per tutti i malati che vogliono ascoltarci. Andiamo presso di loro e leggiamo dei libri, a volte dialogando sul contenuto e spiegando parti meno comprensibili. A Ciro abbiamo letto il “Conte di Montecristo”, ma vedendo come si interessava e faceva domande intelligenti e acute gli abbiamo proposto libri più impegnativi: I fratelli Karamazov, il Rosso e il nero, La peste di Camus. Poi un nostro collaboratore e amico ha pensato di leggergli La Metamorfosi di Kafka, e questo libro lo ha colpito talmente che se lo è fatto leggere due volte e ha fatto molte domande su vari passaggi del testo. Ne parlava spesso con Sergio, il nostro collaboratore con cui ha fatto amicizia, e pareva stregato da questo racconto.
Gli altri tre si uniscono nel complimentarsi col professore e nel lodare l’encomiabile iniziativa a cui ha dato vita, la creazione del Gruppo Lettori Volontari della Carità, così stimolanti e commoventi.
Il professore si sottrae alle manifestazioni di riconoscenza, si defila e modestamente cerca di ridurre il ruolo avuto nel recupero di Ciro. Poi ringrazia dell’ottima cena, saluta la signora Teresa, gli altri, ed esce dalla stanza. Anche l’Eugenio dichiara che si è fatto tardi ed è ora di tornare a casa. Le due signore dicono che sistemeranno le stoviglie e andranno subito a dormire. Escono tutti e tre e spengono la luce. La camera piomba nella penombra, rischiarata soltanto da una piccola lampada sotto la foto in cornice di un’anziana signora.

L’intervallo che segue è scandito dal ticchettio amplificato della pendola. Quel battito ritmico pare marcare e dare rilievo al tempo che passa. Nel buio adesso si sentono i rumori caratteristici di una stazione ferroviaria, e un altoparlante sbraita nervosamente che l’ultimo treno della giornata sta partendo dal binario sette: dopo non ci sarà nessun altro treno, uno sciopero improvviso bloccherà tutte le partenze.
Poi ogni rumore si affievolisce e la stanza pian piano torna ad illuminarsi di una luce azzurrina mentre sale un fruscio di fondo. È il rumore della pioggia che cade, e che va aumentando di intensità; ma infine sullo scrosciare della pioggia prevale una musica sinfonica confortante, molto rasserenante. La Primavera da Le quattro stagioni di Vivaldi sembra blandire il tempo, calmare la pioggia, disperdere la tensione.
Un lembo della tenda si solleva cautamente, lentamente, e viene avanti un uomo sui quarant’anni, magrissimo, un po’ curvo, stempiato. Con un’aria sofferente si appoggia ad un bastone bianco e procede a tentoni. Inciampa nel cane di coccio. Si capisce subito che Ciro è cieco.
Si rivolge al cane a bassa voce: - Caro Fritz, amico mio, mia moglie e mia sorella, sicure che prendo regolarmente le pasticche, credevano che dormissi. Ma non voglio farmi rimbambire dai tranquillanti, voglio restare lucido fino in fondo, e perciò li butto nel water. In buona misura sbaglio, perché l’ossessione del treno mi perseguita, ogni notte si ripete il sogno estenuante, non riesco a fare abbastanza in fretta e non riuscirò a prendere il treno, così come accade al povero Gregor Samsa, perseguitato dal procuratore e dall’impossibilità di alzarsi dal letto e correre alla stazione.
Poi, quando mi sveglio, riesco a dominare l’incubo, e sono in grado di controllarmi molto meglio di prima. Mi mantengo calmo per forza di volontà. Così ho promesso, e se tu potessi vedere sapresti che sto vincendo … -
Parlando si china lentamente e accarezza la testa del cane di terracotta.
- Sarò matto, come dice il garbato Eugenio, che se mi scorgesse accarezzare un cane di coccio vedrebbe sicuramente confermate le sue convinzioni, ma lui non sa quanto mi eri e mi sei caro, amico Fritz. Non ti vedo ma so che sei identico al vecchio Fritz che mi saltava addosso per farmi festa, l’unico vero amico che ho avuto in vita mia. Quando è morto ero ricoverato in ospedale, ho chiesto che me ne portassero una foto, ma sapendo che non avrei potuto vederla mi hanno regalato una copia in terracotta che posso toccare e questo mi consola al di là di quanto può essere immaginato dalle persone così dette normali -.
Fa una pausa, da una tasca del pigiama tira fuori un fazzoletto e si asciuga la fronte.
- Sì, sono stato pazzo e insopportabile, un energumeno malvagio e vile, orrendo anche a me stesso a ripensarci, ma non sanno quello che ho passato quando ero bambino, non sanno che mi hanno obbligato a difendermi come fanno rettili o scarafaggi: mimetizzandomi, pungendo e fuggendo. Nessuno sa, e tanto meno lo ha mai saputo mamma, le miserie e le tribolazioni che ho sopportato in quel lager che chiamavano collegio. Le botte e i soprusi di compagni e inservienti.
Nondimeno, che orribile individuo fosse l’Amadei lo deve aver capito inevitabilmente povera mamma, perché ne è morta. E dopo, quando mi ero finalmente inserito nel mondo del lavoro, è cominciato a peggiorare rapidamente il glaucoma.
Si ferma con una mano sulla fronte e si piega come se fosse dolorante.

Adesso la luce che rendeva azzurra l’atmosfera dell’ambiente gradatamente diventa bianca, e contemporaneamente diventano bianche anche la tenda nera che divide la stanza e le tende scure alle finestre.
Pian piano la porta, quella da cui erano usciti i quattro personaggi iniziali, si apre, e molto lentamente avanza Maria. È in camicia da notte e pantofole. La camicia da notte lunga fino ai piedi sporge da sotto una vestaglia vecchia, scolorita e sproporzionatamente grande per lei. Ha in mano un vassoio con un bicchiere di latte, una fetta di torta e un libro.
Si avvicina silenziosamente a Ciro e quando gli è vicina lo chiama affettuosamente col nomignolo di quando erano bambini – Cirillo, sono Maria. Ho sbirciato dalla porta, ti ho visto in piedi e ho pensato di portarti qualcosa di buono.-
Ciro ha un sobbalzo, rimane per un momento zitto, come smarrito, poi rimprovera Maria affettuosamente - Così hai anche sentito i miei piagnistei … Comunque sii la benvenuta, avevo fame e il tuo regalo inaspettato e graditissimo. -
Maria posa il vassoio sul tavolo, prende per mano Ciro e lo fa sedere.
- Ciro, ti ho portato anche un libro. E’ un libro che da bambino ti piaceva moltissimo. La nonna te lo traduceva dal tedesco: Till Eulenspiegel … -.
Ciro la interrompe con un’esclamazione di sorpresa e di commozione. - Certo che me lo ricordo Maria, eccome se lo ricordo, e la cara nonna che me lo leggeva e me lo traduceva via via, come vorrei sentirla ancora … -
- Ciro, debbo dirti una cosa, spero che non ti arrabbierai. Ti ho portato questo libro sicura di farti piacere perché più volte ti ho sentito invocare la nonna, e allora potrei leggertene qualche brano se ti va, perché conosco bene il tedesco -.
Ciro mostra la sua irritazione con un’esclamazione di insofferenza - Perdiana, ma ti pare onesto, Maria, spiarmi come stai facendo? -
- Ciro, non è colpa mia se Teresa lascia la porta socchiusa e passando là davanti ho sentito. - E Maria comincia a piangere. -Volevo solo farti piacere.-
Lui reprime con evidente sforzo uno scatto di nervi poi prende la mano di Maria, la prega di calmarsi, le esprime teneramente tutto il suo affetto: -Vieni. Siedi accanto a me. Debbo raccontarti come e perché è cambiata la mia vita. Perché ho dato una svolta definitiva alla mia esistenza e perché ben poco da oggi mi potrà turbare: - In ospedale un giorno mi hanno letto un libro che mi ha incredibilmente conquistato, anzi stregato. Forse lo hai letto anche tu: è “La metamorfosi”, un vecchio famoso libro di Franz Kafka. Se lo hai letto è inutile che te ne parli … -. Maria lo interrompe: - Sì, Ciro, è uno stranissimo libro, angoscioso. L’ho letto addirittura in tedesco. -
- Dunque, me lo sono fatto rileggere tutto e alcuni passaggi anche più volte, tanto che potrei citarteli a memoria. Ebbene, dopo alcune notti ho sognato di essere Gregor Samsa, il protagonista che diventa uno scarafaggio. Era una situazione tremendamente realistica. Sentivo il dorso e l’addome diventati durissimi e non avevo più gambe e braccia ma molte zampette che si agitavano. E non potevo voltarmi.
Smarrito, prigioniero di un’angoscia indescrivibile, soffocato dal terrore, mi sono rivolto alla persona che, unica al mondo, mi ha dato protezione e tenerezza e in cui ho riposto cieca fiducia finché ha vissuto. Ero bambino, ma la ricordo come la luce della mia vita. Lei in sogno mi è venuta vicino, mi ha detto “ Ciro, stai tranquillo, va tutto bene. Guarirai se hai fiducia, affidati alla speranza RISOLLEVATI e tutto andrà a posto.”
Mi sono svegliato in un mare di sudore, tremando come una foglia. Tutto era buio, oramai come sai bene non vedo che buio. Avevo una paura terribile. Mi sono toccato, mi sono palpato e schiena e pancia erano morbide e avevo mani e piedi come tutti gli esseri umani … e allora ho capito. Ho capito che cosa intendeva dire e ho giurato di attuare una metamorfosi personale: Un brutto e profondo cambiamento, quando ero ancora ragazzino, mi aveva reso orrendo, un vero scarafaggio disgustoso. Ora bisognava mettere in atto la metamorfosi opposta, dovevo restituire una figura umana all’obbrobrio che ero. Sapevo bene che sforzo avrei dovuto compiere per cooperare con questa nuova natura: arginare e frenare le reazioni rabbiose, mostrare gentilezza, accettazione, serenità, dominare ogni cupidigia. Giurai che avrei resistito ad ogni impulso del mio carattere orribile. Sto sottoponendomi ad uno sforzo sovrumano, ma pian piano sto trasformandomi profondamente.

La luce rapidamente si smorza e dopo poco torna a crescere bianca, ma ora tutta la stanza appare diversa, il tavolo e molti altri mobili sono scomparsi. Al centro invece è emersa una grande cesta e al disopra di questa pende un’altra tenda. L’aria entrando da una delle due finestre, che ora è aperta, l’investe e la gonfia come fosse una vela. Tutto è bianco: cesto, tende, pareti.
Maria sorridente e serena dice al fratello: - Ciro, ricordi quel gioco che facevamo da piccoli, quello della nave? Entravamo nella cesta del bucato e partivamo verso un’isola meravigliosa, tu facevi il capitano, io ero il timoniere … Ciro, c’è un cesto e una vela proprio qui ad un passo da te, vogliamo giocare ancora ?-.
Ciro la interrompe: - Ricordo benissimo quel gioco che mi piaceva tanto, anche se non sarei bravo a recuperarlo perché non sono capace di tornare bambino. Però cara Maria ti sono riconoscente per un’altra ragione: nel libro di Kafka l’unica della famiglia che, sebbene inorridita dall’orrendo insetto in cui si è trasformato Gregor, non lo abbandona, è la sorella Grete. E tu ti sei comportata nello stesso modo amorevole. Te ne sono molto grato, e se vuoi farmi ancora una cortesia, leggimi un racconto che a quanto mi è stato detto è molto bello. È in un libro che mi hanno regalato in ospedale e tengo ancora incartato sul comodino. Il titolo della novella è: Il pranzo di Babette.
Maria si alza, va dietro la tenda, diventata nera di nuovo, e torna con il libro. Si appoggia al tavolo tornato al centro della stanza e inizia a leggere le prime righe.

Intanto dal lato destro e da quello sinistro della stanza avanzano, scorrendo sul pavimento, due enormi pannelli che si congiungono a formare uno schermo. Sullo schermo iniziano a formarsi immagini di nuvole e di bianchi uccelli in volo, poi appare un paesaggio innevato e si vede un braccio di mare tra alte montagne, evidentemente è un fiordo. Dietro lo schermo la voce di Maria legge una parte della novella. Poi la luce diminuisce sempre più. Si fa buio e la voce tace.

Quando la luce riappare, lo schermo è scomparso, e la grande stanza è vuota, completamente vuota. Non c’è più neanche un mobile. La tappezzeria che rivestiva le pareti è strappata e qualche lembo della carta da parati penzola, le finestre senza più tende e mantovane sono spalancate. Al centro del locale abbandonato c’è una donna con un fazzoletto in testa e un grembiule da lavoro. Ha un’enorme scopa tra le mani con cui raduna cartacce, bottiglie rotte, barattoli, stracci, oggetti evidentemente abbandonati in seguito ad un trasloco. Parla tra sé.
Penso che qua fuori ci sia gente che mi sta guardando, e non capisce cos’è successo e che cosa ci sto a fare io, qui, in mezzo al salone, a spazzare il pavimento di un locale in rovina. - . Mentre parla, con un piede dà un gran colpo ad un barattolo per schiacciarlo e fa un dannato rumore. Raduna altri scarti e brontola - Perché debba essere io a spiegare ai lettori che cosa è accaduto è inconcepibile, per quella miseria che mi pagano .-
- Comunque: “tutto va bene quel che finisce bene” dice il proverbio e mi pare che in questo caso sia azzeccato. Quelli che abitavano quest’appartamento pare abbiano avuto fortuna. Dicono che hanno vinto una causa che si trascinava da anni e si siano messi in tasca un bel risarcimento. L’uomo cieco si è potuto pagare un’operazione d’avanguardia in America e ora ci vede. Si sono comperati un appartamento in centro, e questo lo affitteranno ... -
Stava per dire qualche cosa ancora ma inciampa e rovescia una busta d’immondizie in cui avevano ammucchiato giornali e stracci da buttare. Si china per raccoglierli e accatastarli insieme agli altri residui, ma si rialza tenendo per un lembo, come fosse un topo morto, un libro malconcio. Lo rigira tra le mani e legge il titolo pronunciando: LA METAMORFOSI. Lo butta nel mucchio dei rifiuti e dice: - Già, è stato un bel cambiamento per loro, accidenti a loro e ai loro soldi. A me certe fortune non capitano. -

I due pannelli che avevamo visto scorrere precedentemente si avvicinano di nuovo l’uno all’altro, formano il grande schermo che conosciamo e che nasconde la stanza. Sullo schermo si proiettano immagini di formiche che corrono qua e là senza scopo apparente, poi su quel caos brulicante si sovrappongono immagini di soldi. Fogli di carta moneta scendono dal cielo e svolazzano sulle formiche che ora sembrano diventate folle di uomini indistinti confusi stressati che percorrono inquieti le strade di un’immensa città, Poi compare grandissima la scritta AFFIDATEVI ALLA TEORIA DEL CAOS, VINCERETE RICCHI PREMI. Ma subito dopo si vede una mano che tiene tra le dita un pennarello e traccia un enorme NON davanti alla parola “affidatevi”.
Infine tutto dilegua nel buio


Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it



 
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