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IL MERAVIGLIOSO DEI COSMATI
un passaggio virtuale, per un mondo differente

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Avevamo l’appuntamento davanti a Santa Maria Maggiore di Tuscania, ma lo trovammo già dentro la chiesa, in fondo alla navata, che guardava il Giudizio universale sorridendo. Disse che “Cacanime”(1) gli piaceva proprio per l’efficacia della sua punizione. Era rimasto infastidito da un tale che guidava una comitiva di turisti in visita alla chiesa, perciò apprezzava Cacanime, supremo ministro della giustizia e della cultura.    continua...

G. era arrivato poco prima di noi e aveva seguito a distanza il gruppo fino al termine dalla lezione che quello aveva propinato ai visitatori che erano con lui. Gli chiesi se si trattava di una guida locale; non ne era sicuro, gli era sembrato piuttosto un professore venuto insieme ai turisti. Era particolarmente seccato perché quel tale mostrava una perfetta conoscenza del monumento, ma non aveva saputo spiegare in cosa consistesse la potenza dell’arte racchiusa tra quelle mura. Aveva somministrato con grande autorevolezza le notizie che si possono leggere in tanti testi di storia dell’arte ma senza mai proporre una nota entusiasmante. Cominciò a prendersela col declino della scuola, con l’assoluta insufficienza di una valida preparazione degli insegnanti. I futuri educatori non potranno comunicare alcun che dello spirito dell’arte. L’arte è l’unica vera ricchezza di questo paese e sta dissolvendosi insieme alla cultura. Tutto sta andando in rovina.
Per interrompere quella contestazione che la stancava, Teresa richiamò la mia attenzione: - Guarda, Angelino: - Ecco un’altra botola. Forse quella che immaginavi potrebbe essere questa – . E mi indicò un disegno nel pavimento.
- Che botola ? -, chiese G.
- Non ci badare, è uno scherzo – dissi, cercando di sottrarmi alla domanda. Ma sapevo che lui non avrebbe lasciato cadere quella curiosa frase e avrebbe insistito come sua abitudine. Avevo previsto bene, perciò borbottai - È un’idea piuttosto bizzarra, avevo pensato di contrabbandare idee nuove in forma paradossale.
Sarei stato libero di dire cose che considero rilevanti senza turbare i seriosi custodi dell’ortodossia archeologica, lo avrei potuto fare adoperando una scrittura inverosimile e fantastica.
- Beh, allora raccontami questa idea -.
- No. Non qui, semmai dopo pranzo -.
Speravo che G. avesse dimenticato quell’accenno. Invece a fine pranzo, mentre stavamo prendendo il caffè, si rivolse a mia moglie: - Teresa, cos’era quella storia della botola?-.
Sbuffai contrariato. - Ma no -, protestai, – assolutamente non vale la pena di parlarne, è un’idea confusa, disorganica, che avevo inventato per gioco immaginando che fosse un mezzo per introdurre delle ipotesi -.
Additandomi a Teresa lui insistette dicendo che la mia propensione a sviare il discorso era diventata un metodo, ero sempre sul punto di cambiare soggetto e non concludevo mai il ragionamento, e lo facevo intenzionalmente.
Teresa, che non è capace di troncare una conversazione, disse: - Pensava a Lewis Carroll e ad Alice. Alla maniera geniale con cui quell’originale inglese seppe prendere in giro molta gente presuntuosa dell’epoca, infilando nel suo racconto fantastico battute argute, proverbi e nonsense, introducendo invenzioni e velate verità.
A quel punto, fui costretto ad esprimermi e, per semplificare la spiegazione di Teresa, cercai di ridurre l’argomento. Controvoglia spiegai:
- Ti dirò che due opere d’arte agli antipodi l’una dall’altra mi hanno fatto venire in mente i passaggi segreti o meglio “i varchi impossibili”. Una è la composizione a cui Pino Pascali diede come titolo: “botole”, un esempio di arte povera.

(fig.1) Pino Pascali “botole”


L’altra è quel dipinto di Bosch conosciuto come “Ascesa all’Empireo”. Tutt’e due quegli artisti di epoche ben diverse intendevano proporre qualcosa che sta al di là dell’opera d’arte. Bosch esplicita quell’ “al di là”, Pascali lo suggerisce soltanto. Ma in ogni caso il concetto di botola, che potrebbe anche essere una porticina come quella che introduce Alice nel mondo magico del “Paese delle Meraviglie”, è un passaggio che non è accessibile a tutti. Il problema sta nell’ottenere il lasciapassare, l’autorizzazione, che corrisponde ad una valida interpretazione dell’opera, ovvero il “nulla osta” per essere ammesso.

(fig. 2) Hieronymus Bosch Empireo


Tuttavia, amico mio, ci stiamo soffermando su un’idea che ho appena intravisto e che non ho approfondito. Una fantasia su cui è inutile proseguire perché rimane un prologo senza seguito, quando invece vorrei parlarti di tutt’altra cosa o meglio dell’arte dei Cosmati, quell’applicazione decorativa, quell’invenzione medievale che sai quanto mi interessa. La gita di oggi e quella che facemmo a Sant’Elia e al duomo di Civita Castellana due mesi fa ci aveva dato tanti argomenti, ma di uno soprattutto volevo parlarti e darti un’idea di quanto mi sembri importante.

Guardai Teresa, lei mi conosce molto bene e sapeva che mi sarei lanciato in una prolissa noiosa dimostrazione. Anch’io la conosco bene, perciò ero certo che i suoi piedi sotto la tavola stavano agitandosi, anche se al di sopra della tovaglia il suo comportamento conservava lo stile elegantemente affabile che le è abituale.
Perciò proposi: - Accompagniamo Teresa in albergo; lei potrà riposarsi e noi potremo sederci al bar sull’angolo e chiacchierare un poco. Quando ripartirai per Capalbio, raggiungerò Teresa e andrò con lei a visitare il museo etrusco -.
A quell’ora del pomeriggio non c’era quasi nessuno. Ci sedemmo fuori del bar e G. davanti al suo amato caffè pareva sentirsi perfettamente comodo. Io invece ero a disagio, avevo la digestione difficile e una gran voglia di andarmene in albergo a leggere in santa pace.
Mi guardò e avvertii l’ironia e l’insistenza provocatoria nella sua espressione quando disse: - Ora me la vuoi raccontare, la storia della botola? Questa strana fantasia è divertente: vorrei capire come la metteresti in relazione con l’arte dei Cosmati - .
Ero annoiato e cercai di spiegarmi rapidamente: - L’idea della porticina attraverso cui si entra solo conoscendo il segreto per aprirla ti ho già detto com’è nata -. Poi incline a colpirlo mi fermai un attimo per una rapida riflessione e, sebbene mi rimproverassi, continuai risoluto:
- Hai voluto che ti spiegassi l’idea della botola? E allora ho deciso di raccontarti qualcosa, indirizzandoti ad un fine. Vediamo se intuisci dove intendo arrivare -.

Una mattina mi ero messo in piedi su un intarsio marmoreo: un cerchio di marmo bianco che racchiude esagoni neri. Chiesi mentalmente, con energia eccezionale: “Voglio entrare !”. Chiusi gli occhi e trattenni il respiro; quanto tempo rimasi su quel cerchio non so, forse un istante, ma ecco che subito dopo mi ritrovai in un ambiente enorme. Un luogo che poteva essere un’antica grandiosa sala di antiche terme romane, o forse una caverna buia. Poi mi avvidi che era un’immensa cattedrale romanica nuda, perché lasciata incompiuta. Le nervature si erigevano come ossa di dinosauro scarnite, sebbene proprio quella nudità, quella essenzialità, fosse incredibilmente mistica.
Nella penombra vidi Bianconiglio accovacciato sul pavimento. Guardai meglio e compresi che non era l’essere fantastico di Lewis Carroll, ma un monaco con la tonaca bianca, inginocchiato in raccoglimento. Era sprofondato in meditazione su uno strano tappeto, e quel tappeto decisamente richiamava qualcosa che conoscevo. Era certamente un tappeto di preghiera ma il disegno geometrico intessuto nella trama lo distingueva da ogni altro tappeto, ricordava qualcosa che non poteva stare in una cattedrale romanica dell’ XI secolo. Quel disegno piazzato nel tessuto era straordinario, era lo schema di un circuito elettronico, riproduceva a grandi linee una piastra su cui molti transistori erano collegati simmetricamente. Quel monaco pregava sopra la raffigurazione di un componente elettronico, un dispositivo che veniva dal passato e racchiudeva milioni di congetture, pensieri e teorie fondamentali per l’umanità.

(fig. 3) il “ tappeto”


Restai in silenzio mentre G. aspettava il seguito. Vedendo che non continuavo disse: - E allora ? -
- Allora, mio caro, mi pare che tu non abbia capito dove voglio arrivare con la mia idea della botola che si apre su un altro mondo -.
A quel punto dovevo forzatamente chiarire. Ma ero stanco e continuai svogliatamente cercando di restringere per quanto possibile.
- Il brano di fiction che ti ho appena raccontato è l’introduzione a un racconto che ho in mente. Ovviamente è soltanto una traccia, una prima stesura, con cui vorrei dar conto del “meraviglioso” nell’epoca presente. La nostra fantasia è colpita da un immaginario condizionato dal progresso della scienza, vale a dire che l’accelerazione del progresso scientifico e tecnologico ha sollecitato aspettative a tal punto incredibili, straordinarie, che oggi possiamo attenderci di tutto senza stupirci., Ogni nuova realizzazione della tecnologia, della medicina, ogni scoperta della fisica, dell’astronomia, persino dell’archeologia ci sembra possibile. Ma essendo noi tanto progrediti e smaliziati non accettiamo più il meraviglioso nella rappresentazione che se ne facevano loro, gli uomini del medioevo.
Quando nel medioevo costruirono la cattedrale di S. M. Maggiore, che abbiamo appena visitato qui a Tuscania, si aveva un’altra idea del meraviglioso. Un meraviglioso che certamente non poteva fondarsi sul “quasi razionale”, sul “quasi possibile”, come avviene per noi, e mentre ti parlo ricordo il film “2001 Odissea nello spazio”, del 1968, che tanto mi piacque. Invece per avere un’idea del meraviglioso medievale devi pensare ai mosaici e agli ornamenti in pietra: capitelli, amboni, sculture mirabilmente fantasiosi di tante chiese romaniche del sud e del nord Italia.
Le Goff, il grande storico francese dice: “… Ogni società si nutre di un meraviglioso anteriore, cioè di vecchie meraviglie, elementi che ogni società riceve in eredità e sono molto importanti … ho tentato di individuare un meraviglioso cristiano … ma nel cristianesimo esso non rappresenta nulla di essenziale … c’era questa presenza e questa pressione di un meraviglioso anteriore di fronte al quale il cristianesimo non poteva fare a meno di pronunciarsi …”(2)
In ultima analisi agli occhi del cristiano medievale tutto ciò che accadeva, o poteva accadere, avveniva per volontà di Dio. Perciò se all’uomo medievale fosse apparso un drago che sputava fuoco si sarebbe spaventato, ma non meravigliato, perché avrebbe recepito il drago come un segno, e infatti San Giorgio che ucciderà il drago compirà un miracolo. L’agiografia (vedi la Leggenda aurea) narra: “ … rassicurò gli abitanti esortandoli a scacciare la paura e disse : Dio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago. Se abbraccerete la fede in Cristo e riceverete il battesimo io ucciderò il mostro ”. Conclusione il drago era il “meraviglioso” di antichissima origine, e S. Giorgio l’ “antidoto”, il rimedio cristiano .
La curiosità dell’uomo semplice veniva tacitata perché qualunque cosa conosciuta con i sensi esisteva per volontà di Dio, e qualsiasi altra si fosse formata nella sua immaginazione, ma contraria alla Dottrina, era opera del Maligno.
G., che pareva soddisfatto dai riferimenti, mi interruppe: - Va bene, Angelino, le citazioni sono interessanti e mi piace l’idea con cui introdurresti il concetto di meraviglioso per mezzo di una bizzarria letteraria. Effettivamente la rappresentazione del meraviglioso che si facevano era assai diversa dalla nostra. Ma nel caso specifico dei pavimenti Cosmateschi, dove starebbe il meraviglioso ?
Temevo che la chiacchierata non avrebbe avuto fine, avevo la digestione faticosa, ero intorpidito. Dissi:
- Aspetta un momento, Giuliano : prometto che scriverò tutto ciò che può interessarti, ti spedirò al più presto un’e-mail; ma adesso sono stanco. Parla tu, raccontami del viaggio che avete fatto in Messico -.
Rimanemmo ancora un poco, si rese conto che non lo ascoltavo, anche lui era stufo. Ci salutammo, G. tornò a Capalbio dove trascorreva l’estate e io mi diressi all’Hotel .
Fedele alla promessa, due giorni dopo scrissi questo pezzo che in seguito ho pensato di pubblicare come uno studio sui Cosmati.

I COSMATI E L’INSPIEGABILE



L’arte dei Cosmati, riguardo all’aspetto che intendo mettere in evidenza, è un caso unico perché non mi pare si presenti un esempio simile in nessun altro periodo della storia dell’arte, dal punto di vista specifico che intendo mettere in evidenza .
Forse dirai che nella successiva età del gotico i richiami al fantastico, allo sbalorditivo furono più eclatanti che nel periodo precedente, ma ti dimostrerò che no, che la propensione al meraviglioso non fu tanto nutrita quanto al tempo dei Cosmati. Anche altrove, nel nord e nel sud d’Italia ove operarono altre maestranze, venne espresso il meraviglioso con lo stesso interesse, ma con esiti diversi.
In seguito questo “meraviglioso” non fu più contrabbandato, in quanto oramai non era più sconsigliabile e temerario, e lo si esplicitò in forme riconducibili ad allusioni eccezionali, per esempio alchemiche (3)
Cercherò di essere esplicito e chiaro malgrado la necessaria concisione di queste mie note. Il punto che desidero far notare è questo: i mosaici realizzati dai marmorari romani, pur essendo molto belli, molto caratteristici, non hanno una così grande rilevanza dal punto di vista della pura invenzione al confronto di altri splendidi mosaici romani che li precedettero di secoli e che i Cosmati poterono certamente vedere. Se vai a ben guardare quei marmorari migliorarono, perfezionarono, e certamente anche inventarono soluzioni geometriche nuove, ma le loro creazioni partirono da idee e disegni già molto elaborati. Le ragioni che rendono invece eccezionali i loro mosaici sono due. Primo: il fatto che siano stati realizzati in un momento particolare della storia del Cristianesimo e proprio in chiese cristiane. Secondo: che non hanno nulla di apparentemente “meraviglioso”, sono delle composizioni geometriche, prive di qualsiasi riferimento al figurativo fantastico. Sono completamente diversi, per esempio, dai pavimenti che decorano le cattedrali di Pesaro, di Otranto e di tante altre chiese e che sono coevi o non molto precedenti alle opere dei Cosmati (4). È proprio questo aspetto apparentemente semplice e schematico che conferisce loro un significato particolare.
Se consideri che le chiese erano un compendio di simboli, e in esse ogni figura aveva un significato sovrapposto all’immediata identificazione dell’oggetto raffigurato: per esempio una nave, che il pagano associava soltanto al mare, al cristiano significava la chiesa, e ancora il tralcio di vite, la colomba, la chimera, l’aquila ecc. mediavano un diverso significato (5), i Cosmati invece non vollero rappresentare niente di figurativo, né questa assenza di simboli ha intralciato la dottrina. Come si può vedere, nelle loro opere non c’è nessun significato evidente, a meno che non si voglia forzare a tutti i costi l’interpretazione della quinconce e della guilloche, che erano elementi costantemente ripetuti. Considero questo un aspetto straordinario del loro lavoro, sembrerebbe che volessero applicare alla lettera i versetti 2, 3, 4 e 5 del ventesimo capitolo del Libro dell’Esodo: “Non farai idolo né immagine alcuna ...”
In ultima analisi nelle chiese dove loro operarono apparivano due mondi: quello sopra il pavimento, sulle pareti: comprensibile, spiegato dai ministri del culto che illustravano le sacre raffigurazioni a coloro che non sapevano leggere e scrivere, perché vedessero e capissero qual’era la strada per il Paradiso.
E poi sul pavimento era suggerita una diversa e più astratta contemplazione religiosa, dove nessuna figura indicava che quel magnifico litostroto custodiva un linguaggio in cui non erano le parole o le immagini a indicare il percorso, ma delle rappresentazioni mentali che solo una minima parte del popolo poteva comprendere. Quello era un altro genere di meraviglioso.
Le Goff scrive ancora: “… Il meraviglioso di epoca cristiana, dunque, mi sembra sostanzialmente racchiuso dentro eredità antecedenti … nella letteratura quasi sempre si incontra un meraviglioso le cui radici sono precristiane … Poiché queste eredità sono proseguite il cristianesimo se le è trovate davanti in tutto il corso della sua esistenza … “.
Sappiamo che S.Agostino (354-430), il più grande pensatore cristiano del primo millennio, ammirava Pitagora e Platone, e questi stessi filosofi furono ammirati anche dal suo tardo discepolo S. Bonaventura (1217ca.–1274). Dunque possiamo dire che il pitagorismo fosse un’eredità culturale diffusa tra i dotti dell’epoca dei Cosmati. E la santità dei numeri una meraviglia da coltivare come un’essenza preziosa.
Marcus Du Sautoy in un agile e assai accessibile libro (6) chiarisce che cos’è la famosa congettura di Riemann, e come quel genio di Riemann arrivò all’intuizione del problema che da qualche tempo è conosciuto universalmente. Du Sautoy semplificando la spiegazione dice che Riemann guardò in maniera diversa il paesaggio della matematica. Il segreto di molte grandi scoperte nel campo della scienza e dell’arte è consistito proprio nel guardare il mondo in maniera diversa da come lo vedono tutti.
È molto simpatico il modo in cui du Satoy descrive il paesaggio matematico intravisto da Reimann in cui i numeri sono associati ad un’oscillazione che solitamente rappresenta un’onda sonora, cioè un suono. Du Sautoy infatti ne parla come di musica matematica e si serve di questa rappresentazione per introdurci nel mondo dei numeri primi e dell’ipotesi di Riemann.
Proprio la chiara esposizione di Du Sautoy mi ha spinto a riconsiderare il magico quadro di Hans Holbein il Giovane: “Gli ambasciatori” a cui già accennai in un altro lavoro.

(fig. 4) H. Holbein “Gli ambasciatori”


Quel dipinto è magico sia per l’incredibile abilità del pittore nel riprodurre il visibile, sia per il recondito significato a cui allude il quadro. Tutti quegli oggetti raccolti sullo scaffale rinviano all’astrologia, alla massoneria, alla mistica dei numeri. Ma c’è qualcosa di più sorprendente, che sta in primo piano nella parte bassa del quadro: è una macchia informe che si allunga inclinata trasversalmente ed è del tutto incomprensibile. La strana chiazza però si riconosce per quello che è osservandola da un determinato punto di vista, e risulta essere un teschio dipinto con una tecnica detta anamorfosi. Mi sono chiesto se Holbein abbia voluto soltanto fare sfoggio di abilità tecnica o abbia usato l’anamorfosi per uno scopo preciso. Come gli oggetti sullo scaffale alludono ad un altro enigma con il contributo dell’astronomia, dell’astrologia, dell’alchimia, la chiazza obliqua, riconoscibile solo se guardata da una certa angolazione, pare una freccia che voglia indicare all’attenzione il pavimento. Come a dire: se guardate questa macchia come deve essere guardata riconoscerete cosa raffigura; allo stesso modo se guarderete il pavimento nel modo appropriato saprete cosa rappresenta. E il pavimento in questione è la raffigurazione di una quinconce cosmatesca. Non una specifica quinconce esistente da qualche parte, ma una quinconce modello. Dunque se Holbein pone una quinconce in un quadro di tale complessità sapeva bene che quella figura simboleggiava qualcosa di molto complesso e che in estrema sintesi rappresentava, come scrive John North, la “divina armonia universale “. Per questa interpretazione rinvio a North e al suo libro: “Il segreto degli ambasciatori”. (7)
Avrei ancora molto da dire, ma essendomi imposto il limite di otto cartelle, riprenderò in un altro scritto l’analisi del quadro di Holbein e altre possibili ipotesi sulla quinconce e anche la sottile ironia che pervade il dipinto.
Debbo dunque chiudere, e in conclusione accennerò allora alla trama concettuale che si può intravedere nel disegno semplice e complesso di una pavimentazione cosmatesca.
Il pavimento dell’antica chiesa di S. Maria in Cosmedin a Roma per prima cosa ha sollevato due osservazioni. La prima è che questa chiesa nell’XI sec. era al centro della comunità greca di Roma, e quindi quello stile, che secoli dopo fu definito cosmatesco, in questa zona di Roma doveva essere particolarmente apprezzato dai greci, sensibili agli influssi della madrepatria (8). Seconda osservazione: il pavimento nell’area della “schola cantorum” è originale, mentre la parte antistante, che qui esamino, è stata più volte ricomposta.
Ai fini della congettura che avanzo prendo atto della situazione in essere, e dico che guardando questo pavimento si nota a prima vista una grande quinconce posta al centro. Questa quinconce divide a metà una guilloche, si vedono cioè sei dischi in fila: tre davanti alla quinconce e tre dall’altra parte (fig. 5). Dunque i cinque dischi dalla quinconce separano i sei dischi della guilloche, il 6 è diviso dal 5.

(fig.5) Pavimento di S. Maria in Cosmedin


Inevitabilmente si evidenziano altri numeri manifestati dai dischi (o “rotae”) del tappeto marmoreo. Vengono così in evidenza il 6 , il 5, il 4 ( ai vertici del quadrato della quinconce) , il 3 e l’1 (la grande rota centrale).
Mettendo in rapporto tra loro questi numeri con un procedimento semplice, che gli eruditi dell’XI-XII secolo potevano conoscere, si è manifestata la presenza virtuale di un solido platonico. Come se la quinconce rappresentasse la faccia superiore di un cubo sottostante. Per visualizzare l’astrazione, ho reso graficamente la struttura nella figura 6 che tenta di rendere il concetto e di comunicare visivamente l’invisibile.

(fig. 6) il virtuale cubo “quinconce”


Un passo del Timeo può rendere bene le suggestione che suscitava nella mentalità degli uomini dei secoli XI - XII la geometria platonica : “… Assegniamo alla Terra la forma cubica, infatti tra i quattro generi la terra è il più immobile e il più plastico dei corpi, ed è assolutamente necessario che sia riuscito così quello che ha ricevuto le basi più solide ...”
Figure fondamentali erano il cubo, simbolo della materia, del finito, dell’uomo, e la sfera, simbolo dell’infinito e di Dio. Ma il cubo rappresentava anche la solidità, la resistenza, l’immutabilità, al contrario della sfera che esprimeva il moto ( il mutamento). l’instabilità, il tempo.
I solidi platonici, nell’immaginario della cultura occidentale e per gli uomini di quell’età storica, furono di grande importanza. Dal loro punto di vista gli eruditi ritenevano di poter penetrare i segreti della creazione studiando le forme euclidee e platoniche nell’arte, nella filosofia e nella scienza, dove le vedevano combinate con la natura. Se i cristalli ci affascinano ancora oggi, immaginate quale effetto poteva produrre un minerale quasi perfetto, quando nessun altro poliedro del tutto simmetrico era visibile in natura, perciò un cristallo cubico di calcite o di pirite doveva essere un magnifico oggetto della creazione, conforme alla concezione platonica.
Il “meraviglioso” dei Cosmati non sta nel materiale prezioso o semiprezioso usato, non sta nella partizione virtuale dello spazio architettonico, non sta nella scansione ritmica delle loro complesse e suggestive simmetrie. Sta in una dimensione che non è né sopra né sotto ma oltre il pavimento, intervallo tra realtà presente e realtà futura, e per evocare questa dimensione si avvale di tutti gli elementi: forme ideali e numeri, di cui questa si compone e si anima.
Naturalmente un archeologo che scavasse sotto il pavimento di S. M. in Cosmedin non troverebbe nessun genere di cubo, e allora qual è il senso dell’astrazione che si è manifestata?
Godfrey H. Hardy famoso matematico, scienziato vero e non un visionario, conosciuto anche ai non addetti ai lavori per il suo libro “Apologia di un matematico”(9), nel 1940 benché fosse ateo affermò che la scienza dei numeri è ultraterrena ribadendo il pensiero che già Pitagora aveva sostenuto oltre duemila anni prima. Hardy si riferiva al mistero dei numeri primi ma non c’è bisogno di addentrarci in questo complicato enigma per dire che se la matematica applicata è necessaria al progetto di un ponte che superi un grande baratro terrestre, è la matematica pura che può offrire un ponte su un abisso ben più sconfinato degli incommensurabili spazi interstellari. Un ponte verso un luogo in cui potremo forse accedere dopo la morte.
Andrew Hodges nel suo “Il curioso dei numeri” (10) a pag. 4 scrive: “Quando Dante ebbe bisogno di qualcosa che i beati del Paradiso potessero fare nella loro condizione di vita eterna ricorse alla contemplazione della verità matematica secondo la tradizione platonica”. Secondo Hodges, Dante per descrivere esperienze sovraumane e per suggerire quello che non poteva esprimere con le parole si servì della matematica.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - gennaio 2012


NOTE



(1) “Cacanime”: diavolo raffigurato nella chiesa di S. Maria Maggiore a Tuscania sulla parete sopra l'abside. In un grande affresco che rappresenta il Giudizio Universale, e che viene attribuito ai pittori del Trecento: Gregorio e Donato D'Arezzo, sulla destra guardando la scena, si vede un grande diavolo che divora i dannati e poi li defeca nelle fauci spalancate di un drago. A quella figura l’arguzia popolare diede il nome di Cacanime.

(2) Jacques Le Goff. “Il meraviglioso e il quotidiano nell’Occidente medievale”. Laterza, 1999

(3) Fulcanelli è l’autore di un libro molto noto: “Il mistero delle cattedrali”. Opera citata da moltissimi altri autori in tutti i libri che parlano di alchimia, ma la vera identità di Fulcanelli non è nota. Questo studioso dedicò l’attenzione soprattutto alla cattedrale gotica di Notre Dame de Paris, facendone una minuziosa analisi e dimostrò che in essa venne espressa una rappresentazione allegorica della grande Opera Alchemica. Fulcanelli vide in quella costruzione del XII secolo un codice occulto che riepilogava le conoscenze millenarie dell’arte spargirica. Vedi: “Il mistero delle cattedrali”, Roma, Edizioni Mediterranee, 1972

(4) Le cattedrali di Pesaro, di Otranto, di Bitonto e di molte altre chiese del meridione d’Italia sono ornate oltre che di figure nei pavimenti, anche di numerosissime decorazioni in pietra. Sculture, altorilievi, capitelli, amboni presentano accanto a simboli esplicitamente cristiani anche figurazioni fantastiche tratte da miti e saghe tradizionali. Sono immagini assimilabili al “meraviglioso” millenario preesistente al cristianesimo e poi dal cristianesimo adottate per veicolare significati adeguati. Così nella cattedrale di Pesaro nell’antico litostroto della seconda metà del sesto secolo compaiono raffigurazioni di animali inverosimili e spaventosi, come le Lamie, donne-uccello malvagie rapitrici di bambini a cui succhiavano il sangue. Vi sono poi raffigurate le sirene, i centauri, il grifone che assale il cinghiale, l'uomo pesce, il ratto di Elena, ecc. Sono echi di testi letterari, come i Bestiari, l’Odissea, ecc. A Otranto si può vedere un fantastico albero che racchiude numerosissime figure favolose tra cui re Artù che cavalca un caprone. Nella cattedrale di Bitonto si può ammirare un bellissimo grifone con il corpo di leone, e la testa e le ali d’aquila e tanti altri animali leggendari mitici immaginari sono ornate le chiese pugliesi e siciliane.

(5) Tuscania. Chiesa di San Pietro. Sulla facciata agli angoli del quadrato che include il rosone vi sono quattro altorilievi in marmo: Aquila, Angelo, Leone e toro alati, che rappresentano i quattro evangelisti Giovanni, Matteo, Luca e Marco. Sono posti attorno al rosone, la “via della luce”, con la stessa disposizione di una quinconce, e per un preciso intento simbolico. Nell’Apocalisse i 4 esseri viventi che sorreggono il trono di Dio sono il tetramorfo: uomo, aquila, toro e leone, che rappresentano quanto di più nobile, forte, sapiente ed intenso vi sia nell’universo. Rappresentano anche i "quattro pilastri del cielo", i punti cardinali necessari agli uomini per orientarsi.

(6) Marcus Du Sautoy, L’ipotesi dei numeri primi. Milano, RCS libri, 2009. pag. 116. Trad.Carlo Capararo

(7) John North, Il Segreto degli ambasciatori. Milano, Rizzoli, 2005 pag. 496

(8) Il primo pavimento, che fu prototipo per i successivi conosciuti oggi con la denominazione comune di pavimenti in stile cosmatesco, venne realizzato a Montecassino. Dalla Chronica Monasterii Casinensis sappiamo che l'abate Desiderio ricostruì la chiesa abbaziale distrutta dai saraceni, in soli cinque anni dal 1066 al 1071, utilizzando marmi fatti venire da Roma e chiamando da Bisanzio mosaicisti perché a Roma si era perduta la pratica dell’arte musiva.

(9) G. H. Hardy. “Apologia di un matematico”, Milano, Garzanti, 2002, pag.110

(10) Andrew Hodges, “Il curioso dei numeri”, Oscar Mondadori , 2010, pag.292

 
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