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MARIO ROSATI
Un pittore romano

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Tenterò di tratteggiare un ritratto di Mario. Forse, chi già lo conosce, non ci vedrà il Mario che gli è noto, ma chi non lo ha mai incontrato prima potrà farsene un’idea. Mario è pittore, e poiché nella vita riveste questo ruolo dobbiamo premettere che in Italia vivono e lavorano migliaia di pittori. Alcuni si consacrano completamente alla loro musa, ma i più si dedicano alla pittura per hobby. Sono i così detti “pittori della domenica”, anche se poi la domenica magari fanno tutt’altra cosa.
Fig. 1 - Pensieri
Lui appartiene alla prima schiera e anche se non è conosciuto a livello internazionale - giudizio che in verità ho fondato solo su ricerche condotte nella rete - ho deciso di parlarne. Vi chiederete quale ragione possa avermi mosso a tale impresa, quindi mi spiegherò. Sono molti decenni che incontro gente d’ogni tipo e mi accade, oramai istintivamente, di valutare il livello mentale e culturale delle persone con cui parlo. Quest’abitudine non mi chiede di riconoscere il laureato dall’illetterato, mi porta soltanto a intuire quanto una persona sia in sintonia con i miei valori. È un modo di osservare che anche Dostoievski confida in maniera simile in una sua lettera. Forse mi spiegherò meglio con un esempio. Conobbi un pastore abruzzese che sotto il Gran Sasso, dove stava pascolando il gregge, mi recitò a memoria dei canti della Divina Commedia. A vederlo pareva un primitivo e praticava un duro, arcaico mestiere, ma aveva un’innata sensibilità e un grandissimo senso poetico che mi lasciò stupefatto, perchè lo avevo giudicato in un modo molto diverso. continua...

Ebbene, anche nei riguardi di Mario mi sono sbagliato, e questo spiega un poco perchè ne parlerò. Lo avevo creduto una figura qualunque, invece ho scoperto che ha una personalità non comune e che era opportuno presentarlo a chi ancora non lo conosce. Non è il solito “homo nullíus” standardizzato e appiattito sul vuoto di questo nostro tempo; ha qualcosa che lo pone su un piano diverso, anche se fa di tutto per nascondere gli aspetti più profondi, più sentimentali e veri della sua individualità, atteggiamento ben comprensibile alla luce dell’ambiente da cui proviene. Ma non è solo questa la sollecitazione che mi ha portato a parlarne, c’è stato qualcos’altro, perchè dalle nebbie del passato è riemerso un luogo. La reminiscenza di quel posto e di quel tempo mi ha anche ricordato libri importanti e dimenticati. Libri e film. In particolare alcuni di Pasolini, lo scrittore artista che ha costituito l’orizzonte concettuale di Mario e qui rappresenta il soggetto principale di questo ritratto.
Sapete che nei miei lavori parlo sempre di qualcosa di ben definito da vedere in qualche località. Anche in questo caso segnalerò due lavori importanti che danno testimonianza del suo operare e sono in due luoghi diversi, sebbene vicini: uno nella chiesa più vecchia di Ostia moderna, l’altro all’Idroscalo dove Pasolini fu ucciso. Però più delle opere che ha prodotto e offrono un saggio della sua maniera di dipingere e scolpire, parlerò di Mario così come si potrebbe prendere in esame un personaggio balzato fuori da un film di Magni, di Monicelli, di Rossellini o di De Sica. Insomma lui, a mio parere, è un capitolo di neorealismo mai sceneggiato da qualcuno, e che non compare in nessun film, ma che mi risulta chiaro e preciso quasi lo avessi realmente visto. Lui, partendo da un deserto intellettuale, si è plasmato e realizzato con volontà e fatica. In ogni modo potrete farvene un giudizio diretto guardando il suo blog.
Puntuali come le rondini che in primavera tornano ai loro nidi, Mario ed io in agosto ci ritroviamo in montagna con le rispettive famiglie. Prima c’era Silvana, cara magnifica donna, ma da quando ha lasciato questa terra crudele per un mondo migliore adesso viene quassù con Agnese, sua attuale compagna. Perchè Mario, benché abbia virato la boa dei settanta, è ancora giovane e vitalissimo, energico di corpo e di testa e giustamente non può stare senza una donna a fianco.
Lo conoscevo da molto tempo. Ci salutavamo, scambiavamo le solite quattro chiacchiere come capita tra vicini di casa: commenti sulla stagione, sui lavori da fare, sui ristoranti del circondario e così via... Gli chiedevo se aveva fatto nuovi murales, e infine ognuno tornava ai fatti suoi. Insomma era il vicino che conoscevo superficialmente da quasi venti anni, uno dei tanti che ci passano vicino nel corso dell’esistenza. Poi ho scoperto che Mario è un’altra cosa, ha un modo d’essere tutto suo e mi sono detto che non sbagliavo a rappresentarmelo come un personaggio uscito da un film. Se un pomeriggio non mi avesse fatto vedere una breve autobiografia che aveva in mano scendendo dalla macchina, non avrei mai pensato di scrivere qualcosa su di lui. Molto incuriosito gli chiesi di farmela leggere e, perdiana, l’ho letta d'un fiato con gran divertimento, perchè è così vera, così spontanea e così spiritosa da chiedersi se possa essere anche scrittore, sebbene lui neghi che questa sia un’altra inclinazione.
Venendo al dunque, lui è fondamentalmente artista, vale a dire che la natura gli ha dato un’innata propensione a realizzarsi. Lo ha spinto a fare arte e così ha riversato quella tendenza nella pittura. Sicuramente non è un intellettuale, non è un pittore alla De Chirico, o alla Casorati o alla Morandi, per citarne qualcuno. E non è neanche un pittore naïf, come fu Antonio Ligabue, che aveva in sé quella speciale innocenza e, insieme, quella ferocia elementare, e usava colori violenti e aveva il tratto grossolano quanto efficace. Mario è un istintivo, la sua è una pittura d’energia, e l’incontro con Pasolini, di cui dirò appresso, dev’essere stato fondamentale, nel senso che spontaneamente deve aver compreso la rivolta anticonvenzionale di quell’altro artista.
Fig. 2 - Bambini di borgata”
La pittura di Mario è oggettiva, consistente, fatta di materia. Le sostanze che usa per dipingere sono materia, ma anche l’impatto con le sue opere causa una sensazione di materia formale, di massa. Sono forme robuste, dense, a volte dure, che caratterizzano la sua pittura. Questa oggettività e questa solidità fanno corpo unico con il concetto di tecnica, che per lui è base del lavoro ma anche mezzo d’espressione. E quest’idea coincide con una sorta di materialismo storico che ha da sempre privilegiato. Le qualità specifiche della sostanza e il loro concretizzarsi nella forma colore sono le categorie necessarie attraverso cui l’individualità dell’autore si compenetra con l’opera e appagano un bisogno di stabilità, potenza, vitalità.
Che l’incontro con Pasolini sia stato formativo nell’aprirgli la coscienza alla ricerca di una impostazione della vita più concreta, più matura, lo si capisce anche dall’impegno morale del ragazzo che diviene un adulto responsabile, per esempio se ne ha un’idea leggendo il colloquio che ha col futuro cognato.
Pasolini si ribellava culturalmente all’ipocrisia della società e questa posizione deve essere risultata congeniale a Mario che racconta con molta naturalezza ed efficacia la sua famiglia, la povertà dei primi anni di vita, e la crescita di un ragazzo di borgata che diventerà pittore.
Certamente non poteva immaginare quanto mi avrebbe coinvolto per via di un dettaglio tanto naturale quanto comune qual’è un cognome. Se avesse fatto il commerciante o il ragioniere, il collegamento non sarebbe scattato, ma lui fa il pittore. Neanche a farlo apposta il suo cognome mi ha fatto tornare alla memoria un posto, un locale, insomma un bar: il Rosati di piazza del Popolo. Rosati è il nome divenuto quasi mitico di quel Caffè, e corrisponde ad un tempo della mia adolescenza, insieme amaro e dolce. Un posto che mi solleva reminiscenze attraenti e piacevoli, addirittura grandiose, per finire poi in squallidi, mediocri ricordi di dispute, rivalità artistiche, contese politiche tra professori del liceo là vicino, molti dei quali oggi riempiono pagine e pagine di libri di storia dell’arte. Il Caffè Rosati, che durante la pausa di metà mattina quelli frequentavano quotidianamente, grandeggia nei miei ricordi come un’isola felice e al tempo stesso come il disgraziato relitto di un galeone. Altro che Scuola di Piazza del Popolo, come la chiama Bonito Oliva. Però io mi riferisco agli anni cinquanta, mentre il noto critico descrive il Rosati dopo il Novecentosessanta.
In un mondo omogeneizzato in cui tradizioni e religioni sono ridotte ad attrattive turistiche, e la frenetica industrializzazione soddisfa l’età del consumismo, l’uomo dell’età della pietra che sapeva scheggiare a regola d’arte un selcio per farne un coltello rimane il vero costruttore dell’homo sapiens. In conclusione la manualità può salvare l’uomo. In questo senso provo simpatia per Mario e per tutti quelli che ancora si dedicano al lavoro manuale. “...Odi il martel picchiare, odi la sega/ Del legnaiuol, che veglia/ Nella chiusa bottega alla lucerna,/ E s'affretta, e s'adopra/ Di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba.”, scriveva Leopardi e in pochi versi tratteggiava la tradizione che fece grande l’Italia nel bronzo, nel marmo, nei grandiosi lavori di carpenteria. Secoli di tradizioni perdute. L’etica del lavorare implicava la serietà, la severità che l’anziano usava nell’insegnare al giovane di bottega. Contava l’attenzione, l’abnegazione, il sacrificio, la dedizione, la precisione. Contava un’apparente assenza di gentilezza. Mio zio se si conficcava lo scalpello in una mano o si acciaccava un dito, si sentiva dire: “Bene. Così ti entra il mestiere nelle mani” e, attraverso questa scuola, diventava maestro a sua volta. Questa condizione morale in “Ragazzi di vita” è scomparsa perchè il trauma della guerra ha segnato una cesura da cui tutta un’umanità esce sconvolta, e gli sfollati si ammassano nelle borgate perdendo i valori delle origini. Quando, dopo gli anni cinquanta, inizia il nuovo benessere, la ripresa cambia tutto.
I ragazzi descritti nel romanzo di Pasolini sono un disastro: miseri, superficiali, analfabeti, stupidi, incapaci di un progetto di vita. Ecco perchè ripeto che Mario, venuto da quel mondo, ha le “palle” come si dice a Roma. Dimenticavo un particolare: Mario parla romano schietto. Sosterrei che è il blasone che lo rappresenta, la sua sigla distintiva.
Fig. 3 - Uso del giornale
Era inevitabile che andassi a rileggere “Ragazzi di vita”, che non ricordavo, ed è stato fondamentale tornare a scorrerlo. Il mondo delle borgate è lì descritto magistralmente, solo che risulta molto amaro constatare che tutta Roma è diventata oramai una borgata. Non sono migliorate le borgate, è peggiorata Roma.
Quel clima di precarietà, di tirare a campare, di provvisorio, senza il minimo progetto per il futuro, in sostanza l’imbecillità di questi ragazzi che si muovono intorno al Riccetto di Pasolini è avvilente. Il Riccetto è furbo quel tanto da permettergli di fare il piccolo delinquente, l’amorale che ruba i soldi dal cappello d’un povero cieco, e però non sa comprendere il gioco delle tre carte che un napoletano gli spiega infinite volte. Il livello mentale di questo giovane, verissimo nel carattere, nei desideri primitivi, nella trascuratezza del vivere, è miserevole. Attraverso questa figura lo scrittore illustra le borgate e Roma stessa com’era negli anni cinquanta, quando ancora il grande raccordo anulare, che per un certo periodo ha segnato il di qua e il di là estremo, era ancora da venire. Un’altra figura d’imbecille è quell’Amerigo fortissimo, violento, prepotente, che però vedendo dei carabinieri che si avvicinano diventa pallido e gli viene il mal di testa, che toglie i soldi al Caciotta e al Riccetto per perderli immediatamente in una bisca clandestina. Questo era l’ambiente da cui Mario è emerso: un ambiente infido, violento, in cui bisognava stare sempre in guardia. Ecco perchè lo guardo sorpreso e lo stimo.<
Ho detto che Mario per me è un capitolo di neorealismo vivente. Tra le altre vicissitudini che racconta nella sua autobiografia c’è un episodio quasi identico a quello su cui venne costruito il famoso film di De Sica: “Ladri di biciclette”. Il Neorealismo fu un orientamento culturale sviluppatosi nell’immediato dopoguerra, alimentato dalla volontà e necessità di voltare pagina. In un periodo che viveva dell’entusiasmo per la libertà ritrovata e per la ricostruzione non solo concreta ma soprattutto morale, quel movimento non fu una scuola, ma un insieme di voci, come notò Italo Calvino. Il neorealismo fu un modo di guardare il mondo sia letterariamente che cinematograficamente, e portò in primo piano la vita delle classi disagiate. Questo indirizzo culturale dovette conquistare completamente Pasolini ed è ben evidente nel primo dei suoi tre libri su quell’umanità povera, arretrata, depressa, ignorata, che si muoveva ai margini di Roma. Lo scrittore andava per borgate, perchè cercava materiale umano autentico, non ricostruito arbitrariamente, figure da trasporre nel libro che aveva in testa.
Mario descrive brevemente, con semplicità, il suo incontro con lo scrittore. Nel 1952 partecipava ad una mostra di pittura presso il centro culturale di Torpignattara. Un giorno entrò un signore che parlava in un modo insolito. Guardò i quadri si complimentò e quando se ne fu andato Mario seppe chi era quello strano signore. Lo incontrò in altre occasioni e anche se non ne nacque una vera amicizia l’apprezzamento di quello determinò certamente una forte spinta formativa su di lui. Passarono vari anni in cui Mario per così dire si fece le ossa, finché si giunse al 2 novembre del 1975. Quella notte Pasolini fu assassinato all’Idroscalo di Ostia e Mario, che da anni oramai abitava sul mare di Roma, fu tra i primi a giungere sul posto del crimine. Racconta come venne ritrovato il corpo straziato di Pasolini e descrive lucidamente l’emozione, lo sdegno. In un passo della sua autobiografia dice: “Nel punto preciso dove fu ucciso, vidi un bottone. Lo raccolsi e lo misi in tasca Non so se era suo. Ma mi piace pensare che fosse così.” Descrive i giorni che seguirono in cui tentarono di dare un minimo di decoro al luogo dell’omicidio, un posto desolato e abbandonato. Scrive: “Sul luogo dell'assassinio fu messo un paletto e un barattolo con dei fiori. Sul paletto scrissi il nome: "Pasolini". Nonostante l'impegno dei pochi che avevano cercato di restituire dignità a quei luoghi, ci si ricordò di Pasolini, della sua tragica morte e di quella misera sistemazione, solo in occasione del quinto anniversario della morte.”. Questo brano dice molto e non ha bisogno di commenti.
Fig. 3 - Stele a Pasolini
Mario ha il merito, d’essere stato il primo a ricordare lo scrittore con un segno tangibile ed è stato lui ad erigere con le sue mani un piccolo monumento sul luogo dove quello fu ucciso. Nelle sue memorie ricorda che all'interno della sezione del Partito comunista italiano di Nuova Ostia, si costituì un Comitato per la realizzazione di una stele commemorativa, e racconta come si sviluppò il progetto: “Fui contattato da Franco Friscia. Mi invitava a preparare un bozzetto per la realizzazione della stele da installare sul luogo della morte. Alla notizia avvertii un colpo alla stomaco. Sapevo che mi caricavo di una responsabilità enorme. «Io un monumento a Pasolini!». Ero allo stesso tempo esaltato e depresso. Natural¬mente accettai. Trascorsi diversi giorni a pensare. Poi, come succede a tutti gli artisti, mi si accese la lampadina. Avrei utilizzato delle forme simboliche: una stele recisa (una vita spezzata), la luna (fonte d’ispirazione di tutti i poeti), due gabbiani in volo (la libertà di pensiero). In tre elementi avevo racchiuso la figura e l'opera di Pasolini. Preparai un piccolo plastico che il comitato subito accettò con entusiasmo”.
Quel monumento fu più volte offeso, danneggiato, ma sempre venne sollecitamente e amorevolmente riparato.
Oggi il mare così vicino, con la sua perpetua esistenza, sembra ricordare e ammonire. Le onde che corrono, indietreggiano e tornano a gettarsi sulla costa simboleggiano l’eterno memento: le cose umane nel bene e nel male sono effimere. Quel loro farsi, disfarsi e riformarsi proclama che tutto è transitorio: forme, tecniche, stili, strutture. Tutto cambia e si trasforma, tranne il principio immateriale dell’arte. Quell’“inquietudine” vitale che resta inestinguibile, eterna, nel mondo delle idee.



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - ottobre 2010


 
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