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IL QUADERNO BLU
















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In fondo all'armadio dove giacciono tristi le coperte, le lenzuola, gli asciugamani e altri stracci in disuso, che per qualche severa disposizione a me sconosciuta non sono stati gettati via; insomma là sotto, mia moglie ha trovato un vecchio quaderno di appunti, e non so dire come sia finito là. La copertina blu scuro ha un'etichetta bianca su cui, molto tempo fa, avevo scritto in stampatello: "Notizie curiose", e in rosso perché si vedesse bene, avevo aggiunto: "avventure di mare, di montagne e di deserti".
Molti anni fa, quando ero ancora ragazzo, m'era venuta la mania di prendere appunti di fatti insoliti, straordinari. Insomma registravo, a volte un po' più ampiamente che non la solita fugace annotazione, cronache o notizie che mi parevano interessanti e che mi capitava di leggere su giornali o riviste pubblicate anche vari anni prima. Per qualche ragione mio nonno aveva conservato delle "Cartacce", come le definiva mia nonna molto seccata da quegli accumuli indecenti "nel suo" soggiorno. E nelle cartacce trovavo notizie che mi sembravano strane, a dir poco meravigliose, e perciò quando non potevo strappare l'articolo ne prendevo un appunto per sommi capi. Se invece era possibile tagliarlo, come nel caso della breve cronaca che più oltre riproduco, lo incollavo detto fatto sul quaderno.
Era uno svago che potevo realizzare solo durante le vacanze estive, soprattutto quando il tempo era brutto. E a volte il cattivo tempo durava per giorni. Non solo era un passatempo ma anche un grande incentivo a cercare sull'atlante paesi mai sentiti e a fantasticare avventure in terre lontane e selvagge. Quella mania si protrasse per un certo tempo, quel tanto da riempire quasi completamente il quaderno di appunti ritagli e note che oggi a distanza di tanti anni fanno proprio sorridere, perché per un adulto sono davvero insulse. Altre invece si possono ancora giudicare ben fatte. Un altro quaderno lo avevo dedicato ai fatti misteriosi come le apparizioni di dischi volanti.

Questa raccolta mi faceva credere che stavo compilando una "Rassegna stampa" tutta personale. Una rassegna che consideravo credibilissima dato che erano cronache tratte da giornali e quindi "vere". Ci credevo a quei fatti che mi capitavano sotto gli occhi, e li valutavo vere conseguenze di azioni ed esperienze, insomma circostanze di vita reale anche se così strane da lasciare proprio meravigliati. Mi incantavano soprattutto gli avvistamenti degli "U.F.O.", come li chiamavano in gergo militare, frequentissimi tra gli anni cinquanta e sessanta, e i racconti degli incontri che alcune persone avevano avuto con gli alieni che costituivano gli equipaggi.
Il quaderno che mia moglie ha scoperto raccoglie principalmente "Avventure di mare", e giustamente ha la copertina blu. Purtroppo non sono riuscito a trovare gli altri e neanche ho idea di dove possano essere finiti. Dovevano essercene tre, perché oltre questo con notizie di mare e viaggi, ce n'era un altro con la copertina nera in cui avevo raccolto "casi di fantasmi e avvistamenti di alieni", e quello con la copertina marrone sul tema "Storie di castelli e di foreste".
Appena aperto, il quaderno ha emanato profumo di carta vecchia e naftalina di cui deve essersi impregnato tra le coperte. L'odore di carta vecchia oggi non capita più di sentirlo, così come non fiuterete mai l'odore della carta paglia che era una tipica carta gialla usata dalle macellerie e altre botteghe per avvolgere carne, prosciutto e formaggi o per fare cartocci in cui mettevano la pasta, il sale, lo zucchero che allora non erano in pacchetti ma si vendevano sfusi, a peso. Quell'odore dipendeva dalla fabbricazione della carta di vecchio tipo; a me risulta molto piacevole, e quel sentore un po' di muffa e un po' di dispensa mi ricorda cose buone da mangiare, qualcosa di simile al pane stagionato o ai funghi secchi.
Comunque questo quaderno blu non ha certamente puzza di aringhe eppure anche se quel tipico odore non proviene né da esso, né da un negozio nelle vicinanze, l'ho ricordato subito, perché qualche secolo fa, quando leggevo "Capitani coraggiosi" di Kipling, uno dei più bei libri di mare che siano stati scritti, quell'acuto effluvio lo sentivo eccome. Infatti mia nonna aveva la fissazione di comperare quel tremendo pesce secco e di tenerlo appeso in uno stambugio vicino alla cucina e l'odoraccio si spargeva nei pressi. Siccome leggevo su una panchina accostata al muro sotto la finestrina, e l'odoraccio si adattava benissimo alla vicenda di quei due ragazzi impegnati sui fondali di Terranova nella pesca dei merluzzi, che per me equivalevano alle aringhe. Mi pareva che l'odore di pesce fosse un allestimento scenografico appropriato.
E poi che dire ancora, e di più: il mare è un dio, una potenza primigenia radicata nell'inconscio, un gigante del fantastico, una dimensione dell'esistenza metafisica che non coincide col mondo quotidiano che giudichiamo reale. La potenza del mare è formidabile, evoca tempeste immani, naufragi, battaglie epiche, abbordaggi di pirati, e tante altre storie meravigliose, perché è un universo descritto e sofferto da una moltitudine di scrittori, guardiani di fari, marinai in pensione, pescatori, baristi di caffè sui lungomare di ogni costa del mondo, che raccontano fandonie anche se non hanno messo piede neanche una volta su una nave. È un argomento che non verrà mai esaurito e vivrà in infinite forme. Così è stato dalla più lontana antichità fino alle deludenti inchieste che devono riempire le pagine dei giornali di oggi.

Ho amato follemente il mare fantastico. Quello vero l'ho conosciuto quando ero già grande e i brevi viaggi che mi è capitato di fare su qualche nave moderna sono stati oltremodo deludenti. Non mi hanno regalato nessuna eccitazione, solo qualche debole attrattiva se guardando il mare attorno immaginavo di stare sulla tolda del Cutty Sark. Benché non abbia mai messo piede su un veliero né grande né piccolo sapevo una grande quantità di cose su questi signori degli oceani. Questo fascino iniziò con la leggenda dell'Olandese volante che mi raccontò mio nonno, procurandomi per parecchio tempo sogni spaventosi. Conoscerete certamente la storia del tremendo capitano che nel pieno di una tempesta al largo del capo di Buona Speranza, inveiva e bestemmiava mentre tutto l'equipaggio pregava Dio che salvasse la nave semidistrutta e con essa le loro vite. Il furioso capitano, ignaro della rovina che attirava su di sé, promise l'anima al diavolo purché la nave fosse arrivata a destinazione con il prezioso carico che gli avrebbe procurato molti soldi. Il diavolo accolse di buon grado la proposta e si prese l'anima del capitano insieme a quelle dei poveri marinai. Condannò tutti, capitano e ciurma, a navigare in eterno su quella nave a brandelli.
Quel racconto mi assillò, e continuai a fare domande per giorni e giorni riguardo al capitano, alla tempesta e ad ogni altro particolare della tragedia. Forse proprio per accrescere il piacere per le storie avventurose visto l'esito che aveva avuto il suo racconto, nonno mi regalò "L'Isola del tesoro" e quel libro iniziò la mia raccolta di romanzi che avevano il mare per argomento principale.
Quanti siano i romanzi e i racconti che hanno per protagonista il mare credo che non lo sappia nessuno. Ne potrei citare decine ben sapendo che sono solo una minima parte. Quelli che ricordo come MERAVIGLIOSI giustamente sono: "Tifone" di Conrad, "Capitani coraggiosi" di Kipling, "Il vecchio e il mare" di Hemingway, "La ballata del vecchio marinaio", di S. T. Coleridge, "L'isola del tesoro" di R. L. Stevenson, "Le avventure del capitano Hornblower" nei tanti diversi episodi, ognuno dei quali è un volume, "Moby Dick" di Melville; e chissà quanti ne ho dimenticati oltre ai tanti racconti di navi fantasma, di galeoni carchi d'oro inabissatisi coi loro tesori e ritrovati nel XX secolo, di animali marini intelligentissimi o mostruosi come il sagace generoso delfino del Capo Buona Speranza che guidava le navi in pericolo o dei giganteschi mitologici serpenti di mare. Questa che riporto è una storiella che allora mi divertì e che perciò la ripropongo: La breve storia, che racconterò a chiusura di queste pagine, inizialmente era apparsa su iI "Time". Poi venne pubblicata in italiano, ma da ragazzo non avevo l'abitudine di catalogare libri e articoli, e purtroppo non registrai né la data, né il giornale su cui era apparsa. Ritengo per alcune particolarità del racconto che quel fatto debba essere accaduto subito prima dell'ultima guerra mondiale e debbo averlo ritagliato da uno di quei giornali di mio nonno materno.

UNO SCHERZO DI NETTUNO


quadro
Il capitano Clendeniel



Il nostro corrispondente da Ottawa ci scrive che durante una notte di bufera sulle coste di Terranova, William Clendeniel, capitano di una nave mercantile, rivolse la prua della nave nella direzione di un altro bastimento che stava affondando. La bufera era cosi violenta che fece naufragare anche la nave del Capitano Clendeniel. Egli stesso fu immobilizzato sul ponte da una sartia staccata dall'uragano. Clendeniel aveva una gamba di legno, ed il nostromo e un marinaio riuscirono a liberarlo soltanto slacciando l'arto artificiale che andò perduto insieme con la nave. Questa affondò pochi minuti dopo che il capitano ed i suoi salvatori avevano raggiunto una zattera. I tre uomini insieme con altri naufraghi furono poi raccolti da una nave da guerra britannica e condotti in un ospedale americano a Fort Pepperell. Qui il capitano, mentre guariva dalle ferite riportate durante II naufragio, si disperava per la perdita della sua gamba di legno, specie perché alcune delle sue lesioni richiedevano che egli, per affrettare Ia guarigione ricominciasse al più presto a camminare. Né risultò possibile fabbricargli una gamba nuova coi pochi mezzi ortopedici che erano a disposizione dell'ospedale. Una bella mattina l'ospedale ricevette una telefonata da un'agenzia di navigazione; questa chiedeva se poteva far loro comodo una gamba di legno raccolta in quei giorni sulla spiaggia di Terranova. Fu chiesto con urgenza l'invio del provvidenziale relitto, e indescrivibile .fu la gioia del capitano nel verificare che la gamba di legno restituita dal mare era proprio la sua, completa. Con la sua scarpa, la calza e perfino con la giarrettiera.


Rileggendo il breve racconto ho immaginato il capitano Clendeniel triste, depresso, perché ancora non sa che tra poco avrà di nuovo il suo arto di legno, e così l'ho disegnato su una banchina mentre volge le spalle all'Oceano che gli ha inghiottito la nave e la gamba. Ma ho anche pensato a tanta altra gente che ha perduto una gamba metaforica: quelli che hanno perso un lavoro e non hanno più una sovvenzione regolare che consente una vita decorosa, quelli che hanno perso la salute, fondamento di una buona vita, quelli che hanno perso un amore e si disperano. A qualcuno di essi uno di questi beni perduti sicuramente sarà restituito. Per vivere è necessario nutrire una speranza, con la stessa assiduità con cui forniamo al corpo gli alimenti che esige. Il principio fondamentale è: "Non abbandonarsi e non volgere le spalle all'oceano dell'esistenza". Non c'è mai un termine. Neanche la morte lo è.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - aprile 2013



 
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