Home










STORIE DELLA VIA FRANCIGENA 1
IL MANTELLO DEI PELLEGRINI
Allontanandosi dal sepolcro sconvolto, Antonio disse amaramente: "i ricchi hanno sostanze e idee; i poveri non hanno denari, ma neanche idee. Perciò i ricchi avranno ancora più ricchezze, e i poveri resteranno sempre poveri".













   English Version
 

Il mantello dei pellegrini era un rudere. A volte i viandanti chiedevano ragguagli su quella macchia scura che spiccava nel paesaggio, allora qualcuno rispondeva con voce compassionevole che era il mantello dei romei. Ma più di frequente erano poco inclini alla commiserazione, e la curiosità del viaggiatore veniva frenata bruscamente; dicevano in tono sprezzante che quel rottame era la tana dei cenciosi, il ricovero dei pezzenti. Camminando per la via Francigena, dalle parti di Viterbo, al tempo di questa storia, la sagoma del relitto di quel mausoleo antico si vedeva da molto lontano. Pareva il turacciolo d'un orcio il rudere scuro, per il fatto che stando sulla sommità di una piccola altura rotondeggiante si stagliava contro il cielo; l'altura stessa rammentava un coppo da vino, un orcio. Si capisce bene perché quel rudere lo chiamavano mantello dei pellegrini. Il nome gli veniva sia dalla forma della cupola sfondata posta alla sommità, sia e soprattutto per il servizio che forniva da secoli: esso rappresentava un riparo, giacchè in quella zona non c'era locanda, ospedale, o convento che potesse accogliere un viandante stanco e malandato. Così in mancanza di meglio i romei vi si accomodavano e trascorrevano la notte sotto la volta malridotta che si frapponeva tra il cielo e i poveretti addormentati là sotto. Quella rovina era ciò che restava di un ricco sepolcro romano, ma il continuo saccheggio dei suoi laterizi e dei marmi che lo adornavano, i terremoti e le intemperie, avevano ridotto il sontuoso edificio ad un moncone informe. Correva la fine del XVIII secolo, quando accadde la vicenda che stiamo rievocando, e come sempre quell'avanzo forniva riparo ai pellegrini che ancora numerosi percorrevano la via Francigena. Compiva, allo stremo della sua esistenza, la funzione più utile che il destino potesse riservare ad un edificio maestoso e celebrativo come quello. Il tempo da allora ha terminato l'opera di distruzione e del mausoleo oggi non rimane traccia. Invece molto vicino al luogo dove sorgeva il monumento, c'è una discarica di scaldabagni, frigoriferi e televisori guasti, mescolati ad altre immondizie. E' il segno della trasformazione dell'umana civiltà. "Sic transit gloria mundi". La sentenza non poteva essere più simbolica e definitiva, e in modo tanto evidente e impietoso.    continua...

Una sera di un marzo insolitamente freddo e nuvoloso un uomo si rintanò sotto la volta sfondata. Sarebbe stato difficile dire che ora fosse, ma di certo, se la foschia non avesse fatto da schermo, si sarebbe visto il sole tramontare da lì a poco, perciò l'uomo stimò prudente adattarsi dentro il rudere, per passare una notte al sicuro. L'uomo avrebbe desiderato avere un fuoco per scaldarsi e per asciugare gli abiti bagnati ma non c'era altro che paglia, qualcuno aveva adoperato la spelonca come ricovero per i cavalli. Dette un'occhiata fuori ma tutto era stato utilizzato dai viandanti già passati di là. Non c'era albero o cespuglio visibile, se non in lontananza. Alzò le spalle si avvoltolò nel tabarro e sedette sulla pietra a meditare. La pietra stava al centro della rovina, era una grande e spessa lastra rettangolare scalfita e annerita dai fuochi che vi erano stati accesi sopra. Presumibilmente era stata la base di un'ara, l'altare posto là sopra, però, era sparito; invece l'enorme lastra pesantissima nessuno aveva cercato di svellerla. Il pellegrino rimase meditabondo per gran tempo finché sentì un rumore di passi sulle pietre, qualcuno si avvicinava. Ed ecco un altro viandante si affacciò sull'entrata del rudere, l'ingresso era un grande squarcio nero spalancato come le orbite in un teschio. - Pace e bene - borbottò il primo. - Pace- rispose brusco e a bassa voce il nuovo venuto, e si lasciò cadere per terra. Era un uomo maturo, vecchio per quell'epoca di vita malsana, che consumava presto l'umanità. Aveva barba incolta, capelli lunghi, e portava sotto il mantello, divenuto un mosaico di rattoppi, una maglia grigia forse un tempo bianca. I calzoni consunti erano legati alle caviglie con stringhe. Calzava sandali rabberciati e calze di lana grezza, e mostrava tutti i segni dello sfinimento per fatica e per fame. Stettero sdraiati a lungo persi nei loro pensieri, poi il primo ruppe il silenzio: - Fa un freddo maledetto -. L'altro non rispose subito, emise dei sospiri catarrosi, poi si lagnò: - E non c'ò niente per fare un fuoco -. trasse di sotto il mantello una fiasca, una zucca secca e vuota, tappata col torsolo di una pannocchi Piombò di nuovo il silenzio. Dopo un pò il primo a. -Un goccio?- disse porgendo la borraccia all'altro inebetito dalla fame. Quello lo guardò stupito poi quasi glie la strappò di mano. Bevve avidamente. - è buono -, disse asciugandosi la bocca col dorso della mano. - Si, me lo ha dato una vecchia a cui ho tolto una spina difficile da estrarre, aveva una gamba gonfia che sarebbe andata in cancrena, e mi ha fatto conoscere la sua gratitudine -. Il nuovo arrivato lo scrutò attentamente. - Sei un religioso o un astrologo ? - - Nessuna delle due, sono un reprobo che va a lavare l'anima a Santiago. Ho giurato che se mi reggeranno le forze camminerò fin lì, ma Dio solo sa se arriverò mai. Se avessi una moneta per comprare un asino la fatica mi sarebbe alleviata e la mia vita ne guadagnerebbe, ma non ne ho neanche per un tozzo di pane -. - Che facevi prima di metterti in cammino? - Chiese il viandante stremato; il tono della voce esprimeva diffidenza. L'altro mostrò un'espressione cupa: - Iniziai facendo il mulattiere per un monastero situato in un luogo inaccessibile, poi lavorai liberamente, caricavo ciò che mi chiedevano di trasportare e me la passavo bene, nondimeno pensai di migliorare acquistando un carro, chiesi un prestito ad un cane di mugnaio reputandolo amico. Me lo accordò ad un interesse che il più infame degli strozzini non avrebbe osato. Per farla breve non potei restituire il denaro, persi i due muli e rimasi sulla strada, malato e miserabile. Rubai per mangiare, fui incarcerato, mi liberarono presto per i buoni uffici di un sant' uomo, nessuno però mi dette lavoro. Ho fatto voto di raggiungere Santiago. Se il santo di cui porto il nome mi farà la grazia ricomincerò da capo con modestia, sobrietà e giudizio. Ecco, t'ho detto come me la passo. Ora parla tu, maledetta miseria -. L'altro mormorò con voce bassa e roca: - Non fu molto diversa dalla tua, la mia sorte. Rimasi orfano, ancora non mi reggevo sulle gambe quando mi cedettero come servo ad un oste. Conobbi solo botte e fame, fame ed esecrabili violenze. A quindici anni ero forte come un toro, un giorno mi ribellai e colpii il furfante con una mazza, lasciandolo sciancato. Fui processato e incarcerato. Nel buio della prigione sognavo di poter correre come un cavallo selvaggio per la campagna, al sole. Quando mi liberarono fu solo per tornare nel buio della cantina del maledetto oste. Il malvagio aveva ottenuto dalla Curia che gli ripagassi l'infermità lavorando per lui. Riuscii a fuggire nel regno dei Borbone e feci il contadino. Quando m'informarono che l'oste era morto ritornai, ma tutti mi evitarono. Giurai che in qualche modo avrei fatto fortuna, sarei tornato nuovamente, e mi avrebbero accolto con rispetto e ammirazione, mi avrebbero riverito, perché sarei riapparso vestito come un principe e mi avrebbero visto passeggiare per il corso con un bastone dal pomo d'oro. Sono trascorsi molti anni ed ho sopportato molte disavventure che non racconto, la fortuna però mi ha sempre voltato le spalle, l'ultima speranza è andare a Canterbury a chiedere la grazia a San Tommaso Becket, che affermano sia prodigo di miracoli. Ed è anche vero che più dura e difficile è la prova, più sicura è la ricompensa. Però questo voto sta consumando presto la mia vita. Dio solo sa quando, e se riuscirò a raggiungere quel luogo. Arrivarono altri quattro pellegrini guidati da un prete con la tonaca stracciata, adesso erano in sette sopra il grande lastrone. I nuovi arrivati venivano dal nord e parlavano in modo incomprensibile, Giacomo, il primo ad essersi riparato sotto il rudere, conosceva qualche parola di latino e potè avere stentate informazioni dal canonico che li accompagnava. Venivano dalla Boemia e i nuovi arrivati portavano con loro una ricchezza: tre pagnotte e un caratello, offrirono pane e vino ai due affamati facendo comprendere ai miserabili che i poveri sono fratelli in ogni luogo. Passarono le ore, si fece buio, i poveretti si coprirono con la paglia ammassata sulla terra battuta del pavimento e si addormentarono.

Fig. 1 - può dare solo un'idea del rudere del racconto

Doveva essere piena notte, le due o le tre del mattino, quando udirono un rumore terrificante che li svegliò di colpo. Ed ecco dinnanzi ai loro occhi si parò una visione infernale. Uomini giganteschi avanzavano nel buio della notte reggendo delle torce e facevano risuonare le spade battendole contro le pietre ai lati della strada. Dietro di loro, a breve distanza, venivano due grandi carri su cui ardevano delle fiaccole. Ancora mezzo addormentati, incapaci di rendersi conto di ciò che stava accadendo, si sbarazzarono dalla paglia che li ricopriva e si misero a sedere strofinandosi gli occhi. Tutto di un tratto, dallo squarcio d'ingresso, entrò un soldato con la spada in pugno che li investì urlando - Fuori di qua canaglie, pezzenti schifosi, via subito altrimenti vi mozzo i piedi - Giacomo si rizzò in piedi faticosamente e tentò una protesta: - Signor gendarme, con quale diritto ci cacciate, sono secoli che questo luogo accoglie i pellegrini, è una tradizione antica e passando la notte qua dentro non facciamo del male a nessuno è -. Non potè finire il discorsetto perchè il soldato gli dette un tale spintone che lo mandò a ruzzolare due metri più in là, e urlando ripetè: - Fuori subito, non una parola di più. - I pellegrini boemi sloggiarono senza alcuna rimostranza e si dileguarono nel buio della notte. Anche Giacomo e Antonio uscirono. Tuttavia invece di andarsene si nascosero poco lontano. Gli uomini che precedevano e seguivano i carri mostravano una tale ansia, una così evidente fretta, che certamente non si curarono di loro. Giacomo e Antonio rimasero accovacciati dietro un gran cumulo di pietre e stettero a osservare. Lo squarcio nella parete del rudere era dinnanzi a loro e poterono vedere bene tutto ciò che accadde là dentro. Antonio chiese a Giacomo: - Chi pensi che siano ? -. Giacomo indicò uno dei soldati: - Dai colori delle loro giubbe penso che siano gente d'armi dei Colonna, ma potrebbero anche essere sgherri dei principi Orsini -. Non avevano notato un gentiluomo a cavallo che seguiva il corteo. Costui si drizzò sulle staffe e come un generale prima della battaglia si rivolse ad un assistente e dispensò ordini. L'assistente a sua volta impartì le disposizioni ricevute, e gli operai dettero mano ai badili. I soldati montavano la guardia ai quattro angoli, ma parevano molto più interessati e attenti a ciò che accadeva all'interno del monumento in rovina. I manovali estrassero da uno dei carri delle lunghe spranghe di ferro, entrarono e cominciarono a lavorare intorno alla pietra scavando un ampio solco. A quel punto poterono introdurre le pesanti aste sotto il lastrone e ad un comando del gentiluomo agirono tutti insieme sui pali utilizzati come leve e in questo modo rovesciarono l'enorme pietra. Giacomo e Antonio sbarrarono gli occhi quando videro alcuni uomini calarsi dentro un cavitàà che da sempre era stata coperta dalla pietra e cominciare a tirar fuori varie cose. Alcuni oggetti mandavano riflessi metallici e si sarebbero detti elmi e spade. Poi trassero fuori un grande vaso, lo fracassarono e a quel punto esplose un urlo gigantesco, perché si sparsero al suolo tanti piccoli dischi scintillanti alla luce delle torce. Erano certamente monete d'oro. I due miserabili furono presi da un tremito convulso, che non era causato dal freddo della notte. Era provocato dall'eccitazione, dal rammarico, dalla collera. Altre volte avevano dormito su quella perfida pietra insieme ad altri sfortunati viandanti, e altri disgraziati prima di loro avevano passato la notte là sopra. Generazioni e generazioni d'infelici da secoli si erano sdraiati sopra quel lastrone, senza sapere quale ricchezza stava nascosta là sotto. Aspettarono ansiosamente, fremendo e invocando una tempesta di fulmini che avrebbe mandato in cenere quegli uomini del diavolo. Verso le cinque del mattino, una mattina ostile e livida, astiosa come il loro spirito pieno di sofferenza, guardarono i carri che si allontanavano giù per la collina. E subito si buttarono dentro la buca e cominciarono a cercare, raschiare, scavare, spellandosi le mani, spezzandosi le unghie, ma non trovarono nulla. Presero poi a rovistare affannosamente nel mucchio di terra rimossa sperando che gli scavatori avessero dimenticato qualche moneta, alla fine esausti si abbandonarono allo sconforto. Andandosene Antonio vide un luccichio proprio fuori dell'ingresso, e raccolse una monetina di rame. Nella fretta di uscire evidentemente doveva essere caduta ad uno dei boemi. - Basterà per la colazione -, annunciò beffardamente. Giacomo non disse nulla, veniva dietro, lentamente, ma ad un tratto con voce triste mormorò: - I ricchi hanno denari e idee, i poveri non hanno nessuna possibilità, ma neanche le idee. Perciò i ricchi avranno sempre più ricchezze e i poveri resteranno poveri -. Possiamo giudicare valida quella logica, perché in effetti nessuno di quei poveri viandanti avrebbe mai letto un libro come quello del canonico De Jorio scritto pochi anni più tardi. Ricordiamo che già all'epoca di questa storia circolavano testi simili al "Metodo per rinvenire e frugare i sepolcri degli antichi [del già detto] Andrea De Jorio. Napoli, Società Filomatica, 1824", scritti che invece spronavano alle ricerche di tesori i nobili sempre a corto di danaro. Camminarono a lungo prima di incontrare un'osteria, la videro da lontano come un'oasi, e anelarono ad essa come superstiti di una carovana dispersa nel deserto. Quando furono vicini notarono un cavallo legato alla stanga accanto alla porta. Un cavallo dallo strano colore perlaceo. Entrarono, si accasciarono su una lurida panca e ordinarono una pagnotta e del vino. Si erano appena accomodati che un gentiluomo molto giovane si alzò da un tavolo in fondo alla taverna. Quel lato dell'ambiente era in penombra e non lo avevano notato. Il giovane pagò il conto e uscendo rasentò il loro tavolo. Si fermò un momento e con voce gentile ma autorevole, chiese - Siete pellegrini, vero? - I due risposero affermativamente. - Andate a Santiago e a Canterbury, suppongo -. Giacomo e Antonio lo guardarono stupiti, era un bel giovane biondo, aveva un' espressione dolce ma un contegno molto energico. Il giovane a sua volta li osservò sorridendo, poi continuò amabilmente: - Chi cerca la verità invece dei beni materiali non resterò mai deluso. Non ha importanza se otterrete la grazia che chiedete, o se vi sarà negata. La dura prova e il grave sacrificio che state affrontando porteranno in ogni caso un diverso ma sicuro guadagno -. Uscì senza proferire altro, nè li salutò. Balzò sul cavallo e sparì nella nuvola di polvere sollevata dall'animale. I due restarono in silenzio. Erano talmente sorpresi dall'inaspettata esortazione che non furono capaci di alcun commento. Ambedue però avvertirono un cambiamento: l'amaro che avevano dentro cominciava a sciogliersi. Si sentirono confortati, e il misero pasto sembrò loro squisito.



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it


 
English Version Home