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Amici lettori, sono pienamente d’accordo con voi. Il lungo racconto: “Il Genio del caffè” non può, non deve terminare troncato dalla parola fine, senza lasciare al malinconico eroe un’ultima indispensabile dichiarazione d’intenti.
Potrei dire che il narratore non ha più sopportato quel protagonista tanto desolante. C’è stata, in verità, una reazione di fastidio a quell’ultimo infortunio capitato al disgraziato eroe, e il narratore si è sentito incline a concludere. Difatti andava bene mettere la parola fine alla ventiseiesima puntata, a dicembre, a fine anno.
Senonché, assecondato da valide critiche, ho considerato che quella raccontata fin qui era solo la prima parte della vita dell’eroe. Perciò ci sarà un seguito. Verrà ricordata la seconda vita di Tobia Salvetti, e questa continuazione (non mi piace chiamarla “appendice”) sarà un altro racconto che, quasi certamente, avrà come titolo: “Il volo del gabbiano zoppo”.
Ricordate che nei tristi giorni in cui si sentiva abbandonato, solo al mondo, Tobia si paragonava a un gabbiano che non può più volare e sta a guardare il mare dall’alto di una rupe col terribile desiderio di lanciarsi nel vento?
Riprendendo in mano un fascio di appunti, su fogli sparsi e su notes, mi sono reso conto che esisteva già la seconda parte della vita del protagonista. Esisteva come traccia, ma emergeva bella nitida e già programmata. Si trattava soltanto di metterla in ordine, e correggere quegli appunti. Cosa che sto facendo.
Mi piace però chiarire qualcosa.
La seconda parte della vita di Tobia sarà drammatica, non per sciagure fisiche o necessità finanziarie, ché anzi per quell’aspetto il corso degli eventi prosegue benevolo. Sarà invece investito da un problema morale che lo affliggerà, lo esaspererà addirittura, fino a imporgli una scelta esistenziale definitiva.
Questa seconda parte della sua vita a me pare più bella, se valuto la pienezza della conclusione. L’ultima parte dell’esistenza di Tobia mi pare che guadagni in valore e compiutezza. Una metamorfosi bruco-farfalla per colui che l’ha vissuta.
Se è possibile paragonare la vita di una persona a un campo, diremmo che è stata bella la vita, cioè il campo, della persona che ha saputo trarne un buon raccolto. Chiunque ne sia stato il proprietario: un giudice, un operaio, un artista, un commerciante, uno scienziato, un marinaio, giudicheremo dal raccolto se ha fatto un buon lavoro. Così, tornando a Tobia, mi pare di poter dire che ha saputo lavorare bene il suo podere.
A me, che sono stato il semplice narratore di quella vita, fa piacere raccontare la fine della vicenda.
Non importa se il racconto in certi momenti prende il tono del feuilleton. D’altra parte ricorderete che la storia si svolge tra fine Ottocento e primi Novecento. È permeata naturalmente da quello spirito. Quello che importa veramente è che la vita di Tobia non si esaurisce in una velleitaria ricerca della fama (credeva che inventando la macchina elettrica per il caffè sarebbe stato paragonato a Alessandro Volta). Capisce che i valori a cui mirare sono altri; torna indietro sulla strada sbagliata, intuisce la giusta direzione da prendere, e prosegue in una ricostruzione che non teme di abbandonare alle spalle benefici faticosamente realizzati.
A presto.
P.A.


Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - gennaio 2017



 
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