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IL LEIBOWITZ RITROVATO

Il tempo scorre eppure è immobile là dove tutto è scritto. (da le Upaniṣad)
















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Walter sapeva tutto, o per lo meno sapeva molto sui fili elettrici, ma non sapeva niente del filo conduttore che avrebbe legato la sua vita e la sua opera al Santo di Norcia. E quando, più o meno inconsciamente, chiese il contatto, lo ebbe ad un voltaggio così alto da rimanerne segnato per sempre. Forse questa fu la ragione per cui concluse la sua vita tanto tragicamente.
Il tempo a noi esseri mortali sembra senza fine, un'estensione immensa, mentre dall'altra dimensione, o dalle altre dimensioni, la prospettiva si accorcia moltissimo e gli eventi si susseguono con la stessa progressione con cui si girano le pagine di un libro. Dunque si ha tutto il libro in mano. Così è per il tempo che là è conosciuto in forma diversa e con proprietà differenti. È stata questa impenetrabile condizione a suggerire l'dea di un lunghissimo filo che lega gli eventi.
Questo filo inesprimibile, sfuggente, collega tra loro uomini e donne di eventi lontani a uomini e donne di avvenimenti più recenti, che non hanno nulla in comune e che ad una più attenta considerazione mostrano una concatenazione paradossale. Sembrerebbe che quei nessi di cui diciamo si siano verificati per cause imprevedibili e irrazionali, e se la ragione rifiuta di accettare una diversa spiegazione che sfugge ad ogni logica essi, gli eventi, sono tuttavia registrati nella memoria dei testimoni e nei libri, perché effettivamente accaduti. Essi ci obbligano a riflettere.

Una grande figura d'uomo è all'origine dei fatti che racconto, e si staglia sullo sfondo del primo medioevo. Nasce in Umbria, a Norcia cittadina al centro dell'Italia, si chiama Benedetto e verrà venerato nei secoli a venire come santo. Sarà San Benedetto.
Benedetto spinto da un anelito di purezza e di ripugnanza per la meschinità e violenza del mondo, si impegna nel testimoniare la luce, la via del bene, la buona vita, e per attuare questo progetto si apparta in solitudine.
La grande civiltà romana sta scomparendo, la barbarie avanza e Benedetto in un primo tempo si isola dal mondo, va a nascondersi in un rudere romano, praticamente una grotta, nella valle dell'Aniene vicino a Subiaco. Vive al modo di un asceta, ma la sua fama si diffonde presto, e si uniscono a lui seguaci entusiasti della regola di vita che egli propone e diffonde. Benedetto l'eremita fonda nella valle ben dodici comunità monastiche e inizia a scuotere il mondo.
Poi, per una serie di azioni prodigiose che i chierici locali già attivi nella valle non gradirono, venne osteggiato violentemente. Il successo della sua condotta può essere considerato in modo diverso a seconda delle idee degli uomini che giudicano. I non credenti vedono quella vicenda come puramente umana e spiegabile alla luce della psicologia. Considerando che ad ogni azione corrisponde una reazione si intuisce perché i nativi si opposero. Probabilmente i preti della zona temettero il potere dell'asceta, provarono invidia per la sua fama crescente, o più semplicemente sospettarono che i loro interessi consolidati fossero messi in pericolo e quindi lo osteggiarono in tutti i modi. I credenti invece ravvisano nella vita di Benedetto una spinta soprannaturale che lo impegnò in un conflitto con Satana. Vedono la reazione crudele e feroce del Male che tentò di ostacolare e annientare Benedetto.
Il mio amico G. a cui avevo accennato l'idea che poi ho scritto mi fece notare una svista o forse una scorrettezza. Disse fin troppo ironicamente: - Hai parlato di un tenue filo ma sembra che tu abbia perso di vista tutta la tela -
- Ho capito cosa disapprovi, e cosa vuoi ricordarmi – Risposi – Tu vuoi dire che dopo Benedetto ci furono molti altri abati e tantissimi monaci benedettini che continuarono l'opera pregando, lavorando, raccogliendo nelle biblioteche dei conventi sparsi per l'Europa i testi che sarebbero scomparsi e così difesero e trasmisero la cultura. Certo, tutti i fili rappresentati da ogni monaco hanno tessuto la grande tela del "Benedettismo", e chissà quali drammi sconosciuti turbarono le vite di molti monaci. Comunque la promessa di sviluppare l'opera si è realizzata e non vale la pena discuterne. Ho voluto evidenziare solo un filo che si è inserito nella trama, e che ha un colore diverso. Se leggerai il mio breve esercizio di immaginazione capirai la digressione sul tema "Un cantico per Leibowitz"-
Benedetto, dunque, malgrado si fosse isolato nel suo romitorio, venne talmente osteggiato dal clero locale che dovette andarsene dalla valle e andò a fondare l'abbazia di Montecassino.
Presto l'abbazia si affermò come un importantissimo centro di preghiera e di cultura e suscitò grande attrazione. Tempo dopo Paolo Diacono vi diede origine allo scriptorium, dove furono copiate molte opere antiche preservandole dall'oblio e dalla scomparsa. Benedetto come già detto morì in santità e nei secoli a venire verrà onorato come patrono d'Italia e d'Europa.
Morto Benedetto, non potendo più accanirsi sulla sua persona, gli eventi ( semplicemente eventi dunque, né metafisici né razionali ) si accanirono sulla sua opera.
L'abbazia venne attaccata e distrutta dai Longobardi prima, dai Saraceni poi. Ma essa risorse sempre e venne ricostruita ogni volta più bella. Passò il tempo, passarono oltre mille anni dalla sua fondazione e una terribile guerra moderna si abbatté sul mondo, infuriando in Europa e in Italia. E in Italia si accanì in particolare su Montecassino, che rappresentava un grande ostacolo all'avanzata degli eserciti alleati. Perciò in due anni di guerra gli strumenti di distruzione infierirono da terra e dal cielo, e così dopo 1414 anni dalla fondazione l'abbazia fu ridotta ad un enorme mucchio di rovine. Terminata la guerra, ancora una volta essa fu riedificata. Il filo incorporeo di cui dicevamo a quel punto sembrò che non fosse più ravvisabile. Invece assunse un'altra presenza. Si dipanò tra le dita di uno scrittore che aveva una particolare storia alle spalle.
Walter Miller aveva fatto la guerra in Europa come mitragliere di coda su quei grandi aerei detti fortezze volanti. La mattina del 15 febbraio del 1944 quando cominciò la seconda fase della storica battaglia di Montecassino oltre duecentocinquanta bombardieri iniziarono un attacco gigantesco che rase al suolo l'abbazia. Lui era su uno degli aerei e non dimenticò mai quella missione di guerra. Quando comprese di essere stato complice nella distruzione del monumento che era stato un centro, se non "il luogo", della rinascita dell'Occidente, quell'azione bellica gli sembrò esecrabile. Ne soffrì tanto da subirne un trauma e volle scrivere una storia che trasfigurasse la consapevolezza acquisita e l'angoscia che lo divorava. Concepì un romanzo visionario e il libro che diede alla luce racconta la distruzione dell'umanità a causa di una disastrosa guerra nucleare, e con essa la sparizione della civiltà.
Miller riunì tre precedenti racconti "Fiat Homo", "Fiat Lux" et "Fiat Voluntas Tua" e così diede unità al romanzo, che intitolò "Un cantico per Leibowitz" . La trama si sviluppa a lungo, dal XXVI° secolo fino all'anno 3781, ed è suddivisa in intervalli di 600 anni. Scrivendolo egli rese omaggio all'opera di San Benedetto, glorificandolo a modo suo.
Miller racconta di un mondo in rovina, inquinato mortalmente dalla radioattività. Le genti di quell'umanità sopravvissuta, precipitata nella rozzezza della preistoria che già aveva conosciuto un milione di anni prima, si affrontano di nuovo ferocemente per rapinarsi a vicenda e sopravvivere. Poi pian piano, grazie al contributo dei monaci dell'ordine di san Leibowitz (santo mai esistito, ma di cui Miller racconta la genesi), la civiltà prende a risorgere. Nel loro monastero i monaci avevano messo in salvo il sapere recuperato e nello stesso viene riscoperta la tecnologia, con la speranza di riconsegnare all'umanità ravveduta le conoscenze scientifiche già possedute un tempo. Il monastero in breve rappresenta una roccaforte della cultura, come lo era stato realmente Montecassino nel medioevo storico.
Ma poi, dopo Walter Miller, come potrebbe continuare il filo?
Quale o quali modi diversi potrebbe scegliere il tempo? Non possiamo averne un'idea sostenibile, perché la realtà si concretizza con una fantasia intensa che nessuno scrittore possiede. Potrebbe continuare su un altro pianeta, o in enormi serre nel nostro stesso vecchio mondo. O più semplicemente l'umanità a prezzo di terribili esperienze riuscirà a trovare un equilibrio politico globale e una religione sincretista universale imparando a convivere con giustizia. Il filo dunque potrebbe coinvolgere persone diverse, magari un grande agronomo genetista o il genio di una forma nuova di informatica. Nessuno può ipotecare il futuro.
Tuttavia è lecito, dato che un mondo immaginario ne vale un altro, figurarsi uno scenario che potrebbe presentarsi tra qualche tempo, e per un destino diverso da quello anticipato da Miller. Il mondo non dovrebbe essere spento inevitabilmente da una catastrofe nucleare. Anche se non possiamo immaginare un futuro certo, si può supporre una variante al romanzo di Miller, che potrebbe essere quella che qui delineo.

Una mattina del febbraio 3144 un grande pellegrinaggio sale lungo il dorso della montagna di Montecassino. L'ambiente è estremamente spoglio, e fin dove può spaziare la vista non si vedono case o alberi, l'arido paesaggio ha il colore dell'ocra polverosa, e i dirupi intorno sono segnati da profonde spaccature. Un vento incessante solleva nuvole di polvere rossastra e strema chi già stanco si inerpica a fatica. Si notano tracce di antiche strade franate.
Tutte le persone che risalgono la montagna hanno un aspetto grigio. Grigia è la loro epidermide e grigie sono le brutte tute che vestono. L'attenzione è richiamata da un particolare inquietante: uomini e donne non hanno capelli, sono tutti completamente calvi. Non potendo prolungarmi in una descrizione accurata, basterà accennare agli eventi indimenticabili accaduti nei mille e cento anni precedenti il giorno memorabile di questo "incontro di ringraziamento". Mille e cento anni sono trascorsi dal ventunesimo secolo, quando iniziarono le catastrofi responsabili della drastica diminuzione del genere umano sul pianeta.
Possiamo pensare che non sia stata un'apocalisse nucleare come quella descritta nel "Cantico per Leibowitz" a causare la fine del genere umano. Fu l'incapacità di fronteggiare con uno sforzo collettivo e coordinato i tragici mutamenti climatici: l'inizio della fine. Questi mutamenti portarono alla desertificazione di vaste aree del pianeta e a incendi vastissimi che compirono l'opera di distruzione.
Aumentò la richiesta di acqua potabile sempre più scarsa e nelle sterminate megalopoli fu proprio l'acqua a causare sanguinose battaglie urbane. Il problema dei rifiuti e dei fertilizzanti sempre più tossici fu un altra terribile calamità che provocò atroci patologie.
Iniziò così la catena dei disastri. Le centrali atomiche che deflagrarono provocarono un maggiore inquinamento dell'aria e delle acque, e contribuirono a peggiorare le affezioni letali. In quelle condizioni di generale degrado le epidemie incontenibili portarono a termine la distruzione, coadiuvate da fanatismi criminali e dal terrorismo universalizzato che portò a guerre feroci tra i sopravvissuti.


arca
L'Arca di Matheus



Proprio l'abbazia di Montecassino verso cui stavano convergendo le processioni che risalivano la montagna era stato l'obiettivo di un disastroso attentato terroristico nel 2066. Ancora una volta essa venne distrutta, ma per quasi millesettantotto anni essa poi fu dimenticata e restò un rudere. A quel punto l'umanità sopravvissuta era assorbita da tremendi problemi di sopravvivenza. Essendo oppressa da difficoltà incessanti rifuggiva dagli elevati impegni morali, e rifiutava la cultura. Era propensa a dimenticare piuttosto che a recuperare, ed era sempre più lontana dal patrimonio di conoscenze di cui aveva goduto sino al fatidico XXI secolo.
Nel disinteresse per la cultura, biblioteche, università, centri di ricerca, musei, tutti gli antichi luoghi dove era conservata la memoria della civiltà, deperirono, vennero distrutti da guerre insensate e scomparvero. Conventi e chiese divennero ruderi del passato. La civiltà della comunicazione, il World Wide Web, si prosciugò e scomparve.
Passarono altri cinque secoli e alla fine del XXVI° la civiltà pian piano riprese a fiorire. Questo risveglio avvenne soprattutto ad opera di un uomo che si rivelò uno scrittore mistico.
Matheus, questo era il suo nome, fino ad allora era vissuto in una piccola e infossata valle delle Alpi orientali dove sgorgava un'esigua sorgente. Vi si era nascosto e campava al limite della sopravvivenza con la vegetazione che in quello stretto solco delle Alpi era tornata a crescere. Come Francis (il novizio che apre il romanzo di Miller), aveva scoperto il bunker che dette origine alla leggenda del beato Leibowitz, Matheus esplorando i dintorni aveva rinvenuto sotto le rovine di un antico villaggio del XX secolo i resti di una biblioteca che in un tempo remoto era stata una piccola sede del Servizio Bibliotecario Continentale. Questo servizio era stato avviato nel breve tempo in cui l'Europa aveva avuto un governo unico. Fu quando l'Europa brillò di luce intensa prima di sprofondare nel buio della catastrofe planetaria.
Matheus divorò i non molti libri in inglese che vi trovò, e che era l'unica lingua antica che poteva comprendere. Assorbì voracemente tante notizie di cui nessun contemporaneo aveva mai sentito parlare. Due furono i libri che l'affascinarono: il "Cantico per Leibowitz" e il "Robinson Crusoé". Ma in maniera straordinaria, e con una passione da cui ebbe il massimo aiuto, lesse i venti volumi dell'Enciclopedia Britannica e per il resto della sua vita rimase avvinto ad essi.
In uno di quei volumi scoprì la vita di San Benedetto e la sua regola. Comprese che Benedetto era stato una persona vera e capì che anche lui avrebbe potuto agire e ripetere l'opera che quell'uomo ispirato aveva saputo intraprendere nell'arcaico primo Medio Evo. I monaci benedettini avevano preservato la cultura e con ciò la civiltà perché erano uomini di fede. Raccolti nei loro conventi lavoravano e pregavano rivolti ad un ideale che non era il prestigio personale. Ciascuno di essi non cercava la fama individuale o il denaro o la popolarità. Impegnarsi nella missione era la loro professione di fede.
Matheus si disse che si può avere fede in una religione, così come nella scienza, o nella giustizia. Il Mahatma Gandhi per esempio dedicò tutta la vita alla giustizia, Darwin ebbe fiducia nella scienza e formulò la teoria dell'evoluzione opponendosi ai preconcetti che l'ostacolarono. Gli uomini di fede che hanno vissuto e sono morti per un'ideale religioso sono tanto numerosi che sarebbe impossibile farne un elenco, ed è bene ricordare che i santi non furono solo cristiani, ma ci sono santi induisti, islamici, ebrei.
Nell'Enciclopedia egli lesse la storia del Diluvio biblico e dell'Arca e ne fu affascinato. Considerò la biblioteca ritrovata la sua Arca. Un'arca distrutta ma feconda di semi di cultura e sentì entro di sé Noè e Benedetto uniti che lo spronavano. Matheus fondò una comunità che chiamò Monastero dell'Ordine di Benedetto Leibowitz e questa comunità ne generò altre e diede inizio alla rinascita.
Anche Matheus morì in odore di santità. E le processioni che risalivano il colle di Montecassino cantavano lodi a san Benedetto, al Beato Leibowitz, e al Beato Matheus.
Ed ecco come mi piace immaginare che il filo potrebbe proseguire.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - settembre 2013



 
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