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JENNE D’INVERNO

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Sul banchetto di un bouquiniste di Porta Portese mi è capitato di trovare un libro d’arte con la riproduzione di un disegno di Enrico Coleman, che probabilmente il pittore aveva eseguito come studio per una composizione più grande.    continua...

Suppongo che a Subiaco l’artista fosse noto più per la parentela e per il sentiero battezzato col suo nome che per l’importante attività artistica che svolse. Coleman (1846-1911) era figlio di una modella di Subiaco e di un pittore inglese. Nel 1881 effettuò una lunga escursione sulle montagne del Lazio che adesso sono incluse nel Parco dei Monti Simbruini e quel percorso almeno in parte viene riproposto oggi come un magnifico itinerario nella natura.



Ho voluto inserire quel disegno come illustrazione perché come potete vedere ritrae una “ciociara” nel suo costume, che era l’abbigliamento femminile usuale nel Frusinate a quell’epoca. Regge sulla testa una conca per l’acqua, e di queste conche ne ho viva memoria perché nel paese dove moltissimi anni fa trascorrevo l’estate, erano di uso quotidiano. Le donne andavano a riempirle alla fontana e portavano a casa la provvista d’acqua. Il disegno di Coleman mi ha richiamato con molta nostalgia quel mondo scomparso e allo stesso tempo questa scoperta mi ha indotto a dare un seguito al mio precedente scritto su Jenne.
In realtà sono stato indotto a ricordare Jenne sia per la donna ritratta, che certamente era di Jenne o di Subiaco, sia per il sentiero Coleman che ho nominato, e sia per una terza ragione. Qualche tempo fa mi è stato rimproverato di aver scritto di Jenne senza, in sostanza, descrivere Jenne. E questi tre elementi: il sentiero, il disegno e la critica, mi hanno spinto a parlarne di nuovo.
In effetti Jenne la scorsa estate mi aveva ricordato: “Il Santo”, il romanzo che alla fine del XIX secolo, molti anni prima che io nascessi, Antonio Fogazzaro aveva ambientato in quell’angolo remoto d’Italia. E così, trovandomi in vacanza nei pressi, era naturale che fossi invogliato a ricercare l’atmosfera fin de siècle che impronta di sé il romanzo, e ancora di più a ricostruire per mio diletto l’ambiente in cui s’era sviluppata la parte fondamentale della vicenda, a tentare di riviverla calandomi idealmente proprio nel teatro su cui era stato rappresentato il dramma. Anche se da molto tempo era calato il sipario ed erano state spente le luci.
Non avevo dato una testimonianza privilegiata del paese attuale, è vero, ma se avessi parlato di Jenne, avrei concluso la descrizione in poche righe, mentre rievocando il protagonista di un libro che a suo tempo sollevò grande clamore, pensavo che avrei dato a quei luoghi un colore e un significato peculiari ben di più che se avessi accennato che là a Jenne esisteva un castello medievale, e che del castello oggi rimane soltanto la cappella di Santa Maria in Arce con gli affreschi del '200.



Infine, alle tre motivazioni che ho ricordato, si è aggiunto un quarto elemento che è stato il più convincente e mi ha trascinato a scriverne ancora.
Essendo tornato a Jenne in novembre, nel rivedere il paesaggio esuberante e verde dell’estate ora immerso nella luce dell’autunno, nell’atmosfera indistinta, caliginosa, ovattata, che prelude all’inverno, contrassegnato da colori smorzati, in tutte le gradazioni: dall’ocra chiaro al bronzo antico, dal grigio dei tronchi, al verde cinabro dei versanti spogli, tutte quelle rocce nelle più varie tonalità del grigio e del marrone, dal bistro chiaro all’ardesia, al bruno van Dyck, mi hanno portato davanti agli occhi più dei dipinti di Coleman e del suo gruppo(1) alcuni quadri di Corot e di Courbet. Soprattutto Gustave Courbet con quel suo: “Foresta in autunno” che esprime così bene la mestizia della stagione al termine.
Lo spettacolo ineguagliabile del bosco che si prepara all'inverno, le montagne che si rivestono del manto rosso dorato dei faggi che trapassano dal verde al rosso pompeiano, all’ocra, al giallo cadmio delle foglie morte, riempiono l’anima di una malinconia serena. Amo questo paesaggio a fine stagione, che non è fine ma attesa della rinascita, e una volta ancora ho sentito quel desiderio primitivo di esserne parte, di amalgamarmi ad esso.

Mi ero fermato alcuni chilometri prima del paese a contemplare il panorama, l’estensione di boschi che si dispiega da oriente a occidente, sovrastato da un cielo immenso. Da quel punto della strada si può spaziare su un paesaggio amplissimo di montagne e valli. Saranno state le tre del pomeriggio, e maestose nuvole bianche scortate da nubi grigio rosate navigavano lentamente sopra la mia testa. Mi è accaduto in modo spontaneo e irresistibile di immaginare la grandiosa “Pastorale” suonata da un’orchestra invisibile. Il vento tra i rami suscitava un fremito continuo, ondeggiante; quel rumore di fondo pareva assomigliare a un lungo vibrato che scaturiva da migliaia di violini irreali, eterei. Cinguettii e fischi di uccelli, più vicini e più lontani, pareva che eseguissero le loro parti ai clarinetti e ai flauti, un “effetto speciale” miracoloso nella storia dello spettacolo. Era impossibile non ricordare il movimento della Sesta sinfonia, quello noto come: “In riva al ruscello”. Agli effetti acustici del vento, ai versi degli uccelli, al ritmo degli zoccoli di una fila di cavalli che scendeva a valle trasportando tronchi, ho associato mentalmente il mormorio del fiume: l’Aniene, che da dov’ero in ammirazione non potevo vedere, ma di cui avevo ben presente il suono. E poi, sebbene in quel momento fosse sereno, ho aggiunto con la forza dell’immaginazione, e la predilezione del ricordo, lo scroscio intenso e dominante della pioggia sulle foglie. Quei suoni parevano fondersi nella meravigliosa sinfonia di Beethoven che trascina l’anima ad altezze immateriali.
Pareva che il paese piccolo e lontano dovesse perdersi, ma ecco ripresentarsi la potenza e la necessità della detestata civiltà tecnologica, la civiltà delle macchine che poco prima avevo respinto con tutta la forza dello spirito, lontano da quel mondo incorrotto ed essenziale.
Dovetti infilarmi di nuovo nella scatola di latta e vetro e in dieci minuti le quattro ruote mi trasportarono sulla piazza Vittorio Emanuele, davanti a Sant’Andrea, la chiesa che Fogazzaro ha reso famosa.
Jenne è al centro del Parco regionale dei Monti Simbruini, parco che costituisce una delle più estese faggete d’Europa e che ha in questo paese la sede organizzativa. In autunno i faggi diventano rosso dorati e offrono un colpo d’occhio straordinario e splendido. Contro questo sfondo il fumo azzurrino e tenue che si innalza leggero dai vecchi tetti color coccio arrochito crea una perfetta scenografia invernale e induce a ricercare l’allegria delle caldarroste.
Anche questo, come tutti i paesi d’Italia, si è innovato, e malgrado riesca a conservare un’atmosfera semplice che gli conferisce i pregi della lentezza e della tranquillità, vale a dire l’antidoto più naturale al moltiplicarsi delle nevrosi, sorprende con presenze e attività che non ci si aspetterebbe.
Di fronte alla piazza dove sorge la grande chiesa c’è una stradina che accoglie la bottega che potete vedere nell’illustrazione. È la sede della Cooperativa Simbruina e presenta oggettistica, scialli, merletti, intagli in legno, stampe, fotografie, lumi, terrecotte. Quasi tutti questi prodotti sono opera delle signore di Jenne e di Subiaco, che li creano nelle lunghe giornate invernali.
Dimenticavo che questa simpatica e attraente bottega è situata nel palazzetto dove abitò Fogazzaro quando soggiornò a Jenne per scrivere il suo libro.

A proposito dell’inverno, il momento di maggior fascino e solennità è certamente il Natale, con il suo folklore, le sue tradizioni e le sue ghiottonerie. Jenne allestisce un bel presepio vivente, e non è da meno di ogni altro paese nello sfornare prelibatezze che in questo periodo assumono l’incanto dei dolci tipici: il pangiallo, la nociata, i tozzetti, le pizze, e molte altre bontà da gustare col generoso vino rosso di queste zone.
Voglio concludere con gli strani versi quinari di Ippolito Pindemonte, da La Melanconia, e che mi sembra si prestino a commentare letterariamente e romanticamente quest’atmosfera:

Fonti e colline

chiesi agli Dei:

m'udiro alfine,

pago io vivrò.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - novembre 2011


NOTE

(1) Nei primi decenni del XX secolo a Roma 25 artisti, poeti e pittori, fondarono “la Società dei XXV“ (1904 - 1930) uniti dall'interesse per il paesaggio del Lazio e in particolare per quello della Campagna Romana. La «Società dei XXV» mise insieme gli artisti più noti dell'epoca, da Enrico Coleman a Onorato Carlandi, da Giulio Aristide Sartorio a Cesare Pascarella, a Filippo Anivitti. Ma questi cercavano i loro soggetti soprattutto nella campagna romana. In sostanza in un paesaggio “archeologico”, e non solo per i ruderi romani e gli antichi acquedotti ancora emergenti come protagonisti principali della campagna solitaria, selvaggia e incontaminata, ma anche per delle presenze oggi totalmente scomparse e, per noi del XXI sec., quasi archeologiche come le caratteristiche grandi capanne coniche dei pastori, i tipici carri per il vino, i bovi, le paludi, ecc.


 
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