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Jenne e lo Spirito del "Santo"

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Jenne è un pittoresco cumulo di case sopra uno sperone che domina la gola dell’Aniene. Non è lontano da Roma, ci si arriva in un paio d’ore prendendo l’autostrada per l’Aquila o la statale Tiburtina, poi una breve diramazione conduce a Subiaco. Da qui si possono scegliere due strade entrambe altamente panoramiche. La più vecchia, che risale al primo dopoguerra, agli anni 20 del Novecento, fu un’impresa titanica perché le gallerie che bucano in molti punti la montagna vennero scavate con le mine e poi livellate a forza di braccia, con picconi, mazze e scalpelli. La strada rasenta i famosi monasteri di San Benedetto e di Santa Scolastica e raggiunge il paese procedendo in alto lungo la gola dell’Aniene con scorci panoramici bellissimi.    continua...

L’altra strada, molto più recente, da Subiaco sale a Monte Livata, raggiunge i millecinquecento metri sul livello del mare, poi ridiscende offrendo panorami stupendi e arriva a Jenne dalla montagna.



Sono andato là molte volte per gustarne il lato paesaggistico, arcadico, agreste. Insomma quell’atmosfera simpatica che spinge il turista e il villeggiante a fare una gita. Ci andavo per godere di quello scenario, però sinceramente, anche per scegliere e poi assaporare una delle torte che la signora Cecilia Conti espone nel suo grazioso bar e per acquistare la ricotta e le caciotte genuine che la signora Quinta faceva con le sue mani. Certamente negli anni passati non avevo desiderato niente di più importante. Soltanto ultimamente sono andato a cercarci l’invisibile.
Perché un’anima forte, eroica, si aggira immateriale e inavvertibile per la valle dell’Aniene e per il paese che l’ospitò. Pare lontana, ingiallita tra le pagine della letteratura del primo Novecento, ma al contrario è attualissima.

Jenne è un tipico paese del centro-sud, arroccato in una zona che fino agli inizi del secolo passato era impervia, raggiungibile soltanto a piedi, a cavallo o a dorso d’asino per una mulattiera difficoltosa detta “la Costa” che rasentava il fiume. Poi bisognava affrontare una impervia salita per arrivare al paese.

Sarà un’idea bizzarra, ma a me pare che Jenne sia stato messo là, nell’alta valle dell’Aniene, proprio per un proposito del Creatore. “Lui”, che conosce i pensieri degli umani e sa quanto il modo di ragionare di queste creature sia lento a modificarsi, forse voleva un posto appropriato per una storia eccellente. Forse voleva che avesse tutte le prerogative per accogliere un capolavoro, e Jenne soddisfece l’aspettativa, prendendo forma nel corso dei secoli sopra quel colle, e poi accogliendo il personaggio che a partire dal 1905 fece conoscere il paese al mondo intero. Chiaramente sto parlando di Fogazzaro e di “Benedetto: il santo di Jenne”.



Da quando ho riletto il romanzo di Fogazzaro, quel libro che molti anni fa avevo ben poco compreso ora mi ha conquistato. Ho cercato perciò di ritrovare l’atmosfera caratteristica del romanzo. Ma in passato, non avendo compreso il valore del libro, non avevo percepito l’inquietudine, il tormento del protagonista che oggi invece ho capito bene, e anche quanto questa tensione sia fondamentale per la composizione del romanzo; così come in altri momenti è confortevole la grandiosa pace, l’armonia e la serenità che trasfonde dal paesaggio descritto con grande maestria.
In realtà allora lo avevo considerato soltanto un libro piuttosto noioso, scritto con un linguaggio vecchio e arzigogolato, un libro pesante. Perciò lo avevo dimenticato. Rileggendolo con ben altra maturità e prescindendo dallo stile, mi è parso invece molto attuale. Così sono andato alla ricerca di quel Piero Maironi, il Santo di Jenne (1). E sia lui che il suo autore mi sono venuti incontro nel modo più inaspettato.
Impercettibile, incorporea come può esserlo solo un’ombra, una folata di vento, un riflesso sul vetro di una finestra, immaginavo che lo spirito del personaggio avrebbe potuto rivelarsi in un’emozione potente, e lo cercavo per gli aspri pendii, nelle ombre della valle, per le stradine del paese, senza che mai si manifestasse. Perché confondevo letteratura con artificiosità, perché mi ero adagiato in una posizione mentale sterile, e non andavo cercando l’essenziale. Infatti l’incontro è avvenuto inatteso, quando era più inaspettato.

A Jenne ero capitato sempre di mattina, percorrendo la bella strada che scende dalla montagna e c’ero andato nell’ora antimeridiana per cogliere la luminosità del giorno che esalta i rilievi, la valle, i boschi, i prati. Fino a quando, per acquistare un medicinale, dovetti andarci in un pomeriggio nuvoloso. Era una giornata che non invitava a una passeggiata, e alle prime gocce di pioggia mi rifugiai in Sant’Andrea, il duomo più volte nominato da Fogazzaro. La grande chiesa che si direbbe sproporzionata per un paese così piccolo è stata recentemente restaurata e non ha più quell’aspetto pericolante che nel romanzo fece dire alla moglie dell’oste: “… il gran chiesone rovinoso una domenica o l’altra ce schiaccia tutti come topi …”
Mi guardai attorno indifferente. Dentro non c’è nessun’opera d’arte tanto notevole da catturare l’attenzione, eppure dopo un attimo qualcosa mi attrasse irresistibilmente. Prima ancora che me ne rendessi conto a livello cosciente, il grande crocifisso nell’abside, alto sopra l’altare maggiore, mi aveva acceso la memoria e la fantasia, aveva richiamato qualcosa di trascurabile e di umile, ma allo stesso tempo ricchissimo di suggestioni, un vero scoppio dell’immaginazione.
Tanto spontanea era stata quell’emozione improvvisa che sorpresi me stesso dicendo impulsivamente: - Sei quasi uguale. Ma tu non parli … -
- E chi te lo ha detto che non parla ? - Disse una voce dietro di me, e soggiunse: - Non girarti perché non vedresti nessuno, ma posso dirti che a me ha parlato molto e profondamente, e in modo ben diverso dall’altro a cui hai pensato -.



Rimasi ammutolito, quasi spaventato dalla mia sortita e dalla risposta istantanea. In effetti il crocifisso di Jenne assomiglia molto a quello di Brescello, quello che si vede nei famosi film di don Camillo. E la risposta era arrivata subitanea.
Chiesi mentalmente: - È Benedetto o Fogazzaro colui che mi ha risposto? –
- Che sciocca domanda ! Dovrebbe esserti evidente che l’autore e il personaggio che lo scrittore ha creato sono una cosa sola. –
- Va bene, era una domanda sciocca. Allora adesso chiedo all’autore: davvero ti ha parlato come il crocifisso che parla nei film ? –
- Perdona la mia sincerità: ma ti credevo più intelligente. Per scrivere un libro rivoluzionario come fu il mio romanzo, che all’epoca ha rappresentato una pietra d’inciampo, che mi ha richiesto un impegno sfibrante, che mi ha causato una fatica enorme e ha comportato un forte trauma morale, è evidente che ho parlato a lungo con “Lui”, prima ancora di affrontare il tormento della scrittura. Spero che almeno questo lo avrai capito. –
Poi con tono più conciliante ha soggiunto: - Certo, quando sono venuto qui a Jenne mi sono rivolto molto spesso a “Lui”, proprio quello là raffigurato nell’effige che stai guardando e che, se non sei orbo, ti renderai conto quanto sia più scultoreo e armonico di quell’imitazione per lo spettacolo che oggi attira a Brescello centinaia di sciocchi in cerca di un San Camillo inesistente. Anche se non è un capolavoro, questo crocifisso qui è del Seicento, ed è bello, così come Piero, il mio personaggio, “il santo di Jenne”, che intanto aveva preso il nome di Benedetto, ed è ben più mistico e ascetico di don Camillo. –
- Come mai hai scelto lo scenario di Subiaco e Jenne per ambientarci il tuo romanzo? E ti dirò che Benedetto, il Santo, ogni tanto mi sta pure un po’ antipatico per quei suoi atteggiamenti troppo austeri, troppo solenni, esageratamente dimessi. Vuoi mettere al confronto don Camillo, cordialone, impulsivo, che non si tira indietro davanti a niente, ed è pronto a menare le mani per affermare le sue idee … –
La voce di Fogazzaro si fece alquanto irritata : - È mai possibile che dell’uomo Piero Maironi, non un frate o un prete ma soltanto un laico che vuole tentare una riforma della Chiesa, ne facessi un personaggio divertente, scherzoso, per non dire comico, come è stato don Camillo? Come avrebbe potuto proporre una seria tesi rivoluzionaria? Ma come ragioni, ragazzo mio ? Piero è un eroe intenso, commovente, che si è dato ad una missione assoluta, rifiutando ogni seduzione della vita … -
- Perdonami se ho osato, innocentemente, criticare il grande Fogazzaro, che doveva anche avere dei grossi problemi quando diede forma alla figura di Benedetto … Comunque nel mio piccolo so quanta fatica costi costruire un personaggio che stia in piedi, che parli e agisca con verità e naturalezza … -
Non potei avere risposta: dei giovani erano entrati in chiesa vociando e il mio etereo colloquio si dissolse. Uscii stizzito. Non pioveva più, andai dalla Giovanna, bella jennese dagli occhi verdi che gestisce un negozio di alimentari. Mi preparò una saporita merenda con del buon pane casereccio e della mortadella, dopo di che girellai per le vie esterne cercando la spelonca descritta nel romanzo e gustandomi la pagnottella squisita, e in perfetto accordo letterario con il rustico tugurio in cui sarebbe vissuto il Santo, che però mangiava solo pane e fave. Della casupola non c’era traccia, ma un po’ sotto il paese vidi delle vecchie stalle abbandonate e mi accontentai di adattare mentalmente la più decrepita ad abitazione del Santo.
Due giorni dopo pensai che era necessario avere una immagine nitida del crocifisso, e tornai a Jenne per fotografarlo.
In chiesa non c’era nessuno, andai a sedermi nel banco più vicino all’altare provando a concentrarmi intensamente, e cercando di recuperare l’impressione primitiva. Presi a fissarlo, ma subito dissi tra me preoccupato : – Se mi farai sentire la tua voce cadrò svenuto, quindi sarà meglio che stiamo zitti. Però Guareschi ha avuto una formidabile trovata. È stata una bella invenzione quella di far parlare don Camillo con “Te”. Don Camillo è molto più efficace ed emozionante di quel mite asceta rivoluzionario o restauratore della Chiesa che forzando se stesso esortava i paesani a ripulire le coscienze. Insomma la gente con don Camillo si è divertita molto, mentre il Piero, che da quando era a Subiaco si faceva chiamare Benedetto, e voleva riportare la Chiesa all’originaria povertà, semplicità e purezza, non ha divertito nessuno, e oggi quasi nessuno legge più il romanzo di Fogazzaro -.
Non ci fu nessuna reazione. Avevo sperato di irritare l’autore e far riapparire la voce, ma non si manifestò. Invece stupefatto sentii me stesso che, soprapensiero, sbadatamente canterellavo. Canticchiavo pianissimo strofe mai più sentite da tempo immemorabile, litanie che mia nonna paterna cantava quando mi trascinava a messa o alla benedizione serale per contrariare l’altro nonno materno, socialista irremovibile. Se ripetevo bene quelle strofe mi dava delle caramelle dai sapori di frutta sconosciute, come le banane, allora introvabili, o il ribes. Vere delizie irresistibili.
Aprii il romanzo cercando il punto in cui avevo messo un segno, ma il libro lo avevo riempito di segni, e ora non trovavo quello che avrei voluto puntigliosamente dibattere, se la voce fosse ricomparsa.
Avevo la testa piena di quesiti e un riflusso di idee. Mi sarebbe piaciuto sapere qualcosa di autentico sull’arciprete di allora. Fogazzaro non poteva esserselo inventato di sana pianta, la chiesa con il suo titolare era la stessa che si vede anche oggi sulla piazza. I monti, le strade, i monasteri, e le altre realtà topografiche del romanzo le descrive con una precisione quasi maniacale. Allora il povero parroco descritto nel romanzo, che da una parte era pressato dai tradizionalisti malevoli, e dall’altra tirato dagli innovatori modernisti in qualche misura coincideva con la realtà? Forse sull’argomento avrebbe potuto dirmi qualcosa il parroco attuale, ma il parroco non era in sacrestia perciò rimandai ad altra occasione la sua conoscenza.
Entrò un vecchio che pareva Matusalemme, tanto era incanutito, e malfermo sulle gambe. Vacillando andò ad accendere una candela a un santo in un angolo, non so se fosse San Rocco o sant’Antonio. Poi con evidente fatica si inginocchiò.
- Quella è fede, e a quello là il Crocifisso probabilmente parla. E se non gli parla adesso gli parlerà tra poco - , pensai cinicamente. Comunque aveva acceso un cero, e io non potevo andare a chiedergli se con lui parlava, perché dubitavo che mi avrebbe capito.
Mentre uscivo dissi a me stesso: - Sarà proprio perché non lo legge più nessuno che il romanzo oggi comincia ad essere rivalutato. E finirà che faranno profeta e santo questo scrittore che ha precorso i tempi. Perché il Concilio in buona misura gli ha dato ragione –.

Andai a bermi un buon cappuccino caldo e comperai il Messaggero, che spesso dà notizie interessanti sui paesi della zona. Leggendo non mi accorsi del tempo che passava e quando ripresi l’auto per tornarmene a casa si era fatto buio. All’altezza della chiesetta di San Michele Arcangelo mi fermai perché da quel punto il panorama è impressionante, si intravvede la gola dell’Aniene tenebrosa e ripidissima. Certamente un romantico come Friedrich l’avrebbe dipinta con grande piacere. Anticamente chi veniva da Subiaco camminava lungo la costa e arrivato sotto Jenne per raggiungere il paese doveva risalire l’erta scoscesa. Figuriamoci quanto doveva essere piacevole la salita al buio!
– Caro amico - , dissi tra me, - sarai pure stato un santo e perciò non avevi interesse per l’economia, ma venivi dal nord, accidenti, e a quanto pare eri colto e intelligente. Sapevi che dalle tue parti la gente viveva meglio e questa qualità superiore dell’esistenza in buona misura era dovuta alle strade efficienti. Invece di farti passare per un santo, anche se onestamente non lo volevi, non sarebbe stato più proficuo batterti per una iniziativa santa veramente, e attuare un vero miracolo? Non avresti potuto lottare per dare una strada al paese e combattere fino al successo? Così che quelli di Jenne avrebbero potuto faticare un po’ meno, commerciare meglio e raggiungere facilmente un ospedale al momento del bisogno? -
Finalmente nel buio ottenni una risposta stringata: - Rimani una notte in preghiera sul monte, come feci io. All’alba guarda la valle. E capirai!
Naturalmente andai a casa, cenai, e feci una bella tranquilla dormita, fino a che, alle sei del mattino, mi svegliai all'improvviso con la certezza che dovevo andare a vedere la valle.
Faceva freddo, presi la macchina e andai nel posto più vicino, un punto della strada che guarda verso Subiaco. Non si vedeva un accidenti perché una coltre di nebbia densa copriva tutta la vallata.
Di colpo compresi cosa intendeva dire Piero alias Benedetto: Là, sotto la nebbia, c’erano le strade, i treni, le auto, gli uffici, le fabbriche, i ristoranti, le discoteche. Tutto il mondo frenetico, transitorio, precario, effimero. Al di sopra della nebbia il sole illuminava le cime delle montagne, e c’era la luce, la pace vera.
- Va bene -, dissi. - Il concetto è chiaro. Però bisogna pur vivere prima di raggiungere la pace eterna. Il “santo” deve ammettere che il pane quotidiano l’umanità se lo guadagna in tanti modi diversi, e purtroppo strade e fabbriche e ospedali e uffici, stanno sempre nel grigiore materiale e nel grigiore morale. Una vita, per santa che sia, sta nella parte in ombra del mondo.
Girai la macchina e tornando verso casa i primi raggi del sole che sfioravano le cime degli alberi, mi offrirono uno spettacolo meraviglioso. Dissi tra me: - Molti animali acquatici, come foche e balene per esempio, per procurarsi il cibo debbono immergersi nelle buie profondità marine, e poi, di tanto in tanto, risalgono e mettono la testa fuori per respirare. Caro Benedetto, anche io ora sto facendo la stessa cosa. –
E per il momento salutai Piero-Benedetto convinto e rasserenato.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - ottobre 2011


NOTE

(1) Piero Maironi lo si incontra già in “Piccolo mondo antico” dove è il figlio di Franco e Luisa. In “Piccolo mondo moderno” lo ritroviamo sposato ad una schizofrenica e nella sua infelicità è irresistibilmente attratto dallo charme sensuale di una donna affascinante: Jeanne Dessalle. La sua esistenza letteraria continua poi nel “Il Santo” di cui ci occupiamo. In questo romanzo decide di opporsi al fascino della Dessalle dandosi ad una vita ascetica, e impegnandosi in un’azione di riforma della Chiesa.


 
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