Home














ITALIA PATRIA NOSTRA
L'autore espone un'idea sulla natura e forza spirituale dell'Italia come accumulo di tradizioni e di elaborazioni culturali in arte, letteratura, religione, che hanno generato il carattere del tutto originale del nostro paese.















   English Version
 

"Hic manebimus optime." (1)

Non è facile descrivere in poche righe le caratteristiche di un intero popolo, tanto più se si tratta di un popolo così particolare, così ricco di storia, di arte e di spiritualità come quello italiano: un popolo le cui origini si confondono con quelle della civiltà europea, e la cui storia ricalca simbolicamente la storia stessa dell'Occidente, con le sue luci e le sue ombre, le sue vette ed i suoi abissi. L'Italia di oggi è piuttosto lontana dai fasti del passato, da quegli ideali eroici, artistici e religiosi che l'hanno resa famosa in tutto il mondo, ed ha perso molto del lustro, della forza e della bellezza di un tempo: ma la nostra Tradizione ci ha insegnato ad amare la nostra Patria sempre e comunque, anche di fronte a momenti di crisi e di decadenza come quello che stiamo attraversando, e questo è propriamente ciò che faremo. Quella che dunque presenteremo a voi in queste pagine è l'immagine gloriosa, eterna e immortale dell'Italia, scritta per sempre negli annali del tempo, dai quali ridiscende periodicamente nella storia ogniqualvolta vi sia una generazione capace di evocarne la grandezza ed incarnarne il valore: questa è dunque l'Italia, l'Italia senza tempo, l'Italia, Patria nostra!    continua...

1.Il mito di Roma

"Tu regere imperio populus, Romane, memento. Hae tibi erunt artes: pacisque imponere morem, parcere subiectis et debellare superbos." (2)

In Italia, in epoche precedenti alle migrazioni celtiche e al ciclo etrusco, molto probabilmente apparvero popoli di origine boreale occidentale (le cui tracce sono presenti ad esempio nelle pitture rupestri della Val Camonica), i quali, di fronte alle popolazioni aborigene autoctone, ebbero lo stesso significato della comparsa degli Achei e dei Dori in Grecia, o degli Arii in India; è probabile che i Latini fossero una vena superstite ed una riemergenza di tali nuclei, mescolatisi in vario modo con altre popolazioni italiche, e fu proprio fra di essi che nel 753 a.C. sorse, come un fulmine a ciel sereno, Roma, la città nella quale per secoli si riassunsero le sorti dell'intero mondo occidentale. In un'Italia abitata da una grande varietà di popolazioni diverse, qual'era la penisola alla vigilia della fondazione dell'Urbe, appare all'improvviso un gruppo nuovo, che si leva solo contro tutti, che non si adegua a nessun culto, a nessuna consuetudine, a nessun diritto precedentemente stabilito: sembra che abbia una "sua" propria legge da affermare, un nuovo principio che ha in sè la forza di sottomettere ogni cosa, espandendosi con quell'energia e determinazione con cui agiscono solo le grandi forze della storia. In Roma s'incarna dunque l'idea della "virilità solare", nella quale si esprime il mistero della "regalità sacra", intesa come forza mistica di comando, strettamente connessa col simbolismo indoeuropeo del fuoco: ad essa è connessa l'etica romana dell'onore e della fedeltà, che contraddistingue il popolo romano fra tutti gli altri popoli, che nel seguire invece passivamente i dettami del "fato" si caratterizzano come "barbari", ossia incivili. I Romani erano attivi, concreti, realizzatori, spregiatori della retorica e delle mollezze superflue; si può dire che "pregassero in piedi", impassibili di fronte agli dei, in una chiarezza di relazioni umane che escludeva ogni servile dedizione: quella romana ci appare dunque come una "stirpe solare", ricca di doti di carattere, attenta alla virtus, al valore, alla lealtà, al coraggio, alla fedeltà, alla parola data, tutti valori questi che confluirono, trasformandosi, nella nascente Chiesa cristiana. Dallo sfacelo che seguì il crollo dell'Impero romano e le invasioni barbariche sorsero dunque nuovi valori, o meglio vennero ripresi e trasformati quelli antichi, tanto faticosamente sopravvissuti alla dissoluzione di un' intera epoca: benchè sorta in opposizione al mondo aristocratico della Roma dei Cesari, la Chiesa divenne così l'erede della cultura classica, occidentalizzandosi e "romanizzandosi", per meglio radicarsi nella sua nuova sede. Centro politico e amministrativo, prima ancora che spirituale, dell'intera società alto-medievale, la Chiesa di Roma fu capace di tenere unita la Cristianità occidentale sotto la dominazione barbara, riuscendo addirittura a convertire e assimilare i conquistatori, e compiendo in tal modo una poderosa opera di unificazione delle popolazioni europee. La civiltà europea ha dunque un debito incalcolabile verso l'opera di conservazione della cultura classica, eseguita in centinaia di chiostri e monasteri dalla Chiesa romana nel corso dei secoli, un'opera di cui l'Italia può a ben diritto considerarsi mater et magistra: si deve infatti a san Benedetto da Norcia, il padre del monachesimo europeo, la fondazione dei primi centri monastici di Subiaco e Montecassino, dai quali la missione civilizzatrice benedettina si irradiò in tutto il continente. Dopo essere stata anticamente terra di eroi e di conquistatori, l'Italia medievale diventa ora terra di santi e di eremiti, e si ricopre di abbazie e monasteri, dove l'eredità classica viene conservata, studiata e tramandata: E' la natura stessa di "costruttori e colonizzatori" della stirpe romana a rinascere ora nel monachesimo, dando vita ad immani opere di bonifica, disboscamento e canalizzazione, a beneficio delle popolazioni locali e dell' intera civiltà europea. In tal modo, il mito di Roma si tramanda nei secoli, e la sua missione civilizzatrice si perpetua nel tempo.

2. La civiltà comunale

"Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza." (3)

Accanto alla tradizione ininterrotta della civiltà romana, incarnata dalla Roma pagana e rinata nella Roma cristiana, si viene a creare nell'Italia basso- medievale un'altra importante civiltà, tesa ad affermare i principi di libertà, autonomia e indipendenza della borghesia cittadina di fronte al potere feudale ed ecclesiastico: la civiltà comunale, la cui importanza per l'arte, la letteratura e la spiritualità italiane è a tutt'oggi insuperata. Preceduta dalla fondamentale esperienza di Federico II, l'imperatore-iniziato che aveva fondato nella sua corte siciliana una scuola artistica, letteraria e religiosa di prim'ordine, dove studiosi ebrei, islamici e cristiani lavoravano fianco a fianco in un'atmosfera di profondo rispetto ed armonia, la grande stagione comunale prende il via nell'Umbria e nella Toscana del Duecento, per propagarsi a tutto il secolo successivo attraverso la poesia stilnovistica di Dante, la scuola pittorica di Giotto e l'insegnamento spirituale di san Francesco. Come riassumere in poche parole la portata di questi tre personaggi nella storia d'Italia? Sarebbe un'impresa impossibile, se non ci limitassimo, come faremo, ad un rapido sguardo d'insieme su ciò che li accomuna, in quanto espressioni diverse di una medesima spiritualità, sorta anticamente in terra d' Umbria e di Toscana: e nel far ciò seguiremo le orme del "Divino Poeta", che ci condurrà di persona a conoscere, per suo tramite, gli altri due giganti di quest'epoca luminosa. Figura centrale di questo periodo, e dell'intera civiltà italiana, di cui riassume i principali caratteri artistici e religiosi, sublimandoli nella sua immortale Commedia, è certamente Dante Alighieri, la cui opera, espressione della corrente poetica, esoterica e spirituale stilnovistica dei Fedeli d' Amore, riassume in sè i maggiori caratteri dell'arte e della spiritualità dell' Italia medievale, quali l'amor cortese, la nobiltà d'animo, il culto della dama e l'ideale politico-religioso di Imperium. Simbolo di questa nuova spiritualità è la figura di Beatrice, la donna cantata da Dante in gioventù secondo lo stile della lirica cortese, che eleva e ingentilisce l'animo del poeta e di chiunque la incontri; essa trionfa nel Paradiso come simbolo della vera Teologia, intesa come Sofia, la sorgente di Conoscenza e Amore che guida il poeta verso Dio, e, tramite lui, l'intera umanità. A tale concezione è strettamente collegata anche la visione politica dantesca, che vede nell'unione fra la Croce e l'Aquila, fra il potere spirituale e quello temporale, la sola garanzia per un vivere felice e prospero nella società: spiritualità e regalità, dunque, e sopra di tutte l'arte, a testimonianza di un filo ininterrotto che lega Dante alla romanità, attraverso le figure di Virgilio e di Enea, rispettivamente cantore e capostipite della Tradizione dei Padri. L'artista che meglio ha saputo raffigurare lo spirito di questa età nuova, nella quale la realtà terrena appare trasfigurata in una luce trascendente ed incorporea, simbolo e testimonianza delle realtà celesti, è stato senza dubbio Giotto, il pittore della realtà e della verità: fra l'arte di Dante, che nel Paradiso crea figure dal corpo di luce, e quella di Giotto, espressa nel disegno e nel colore, si viene a creare infatti una spontanea affinità, nella quale gli accordi di colori che il primo disegna con le sue figure trascendentali possiedono il medesimo gesto e la stessa tenerezza delle figure del secondo, con le sue raffigurazioni al contempo reali e spirituali. Dante e Giotto, dunque: due personalità geniali, che hanno avuto il merito di portare, uno nella letteratura, l'altro nella pittura, la verità della realtà - ed un'uguale, profonda affinità spirituale traspare dal rapporto di Dante con Francesco, "lo santo jullare di Dio", senza il quale l'Italia e l'Europa stessa non sarebbero quelle che sono. Diversi sono i passi della Commedia dove è testimoniata l'ammirazione del Poeta per il Santo di Assisi, parlando del quale egli si sofferma soprattutto sull'elogio della povertà, intesa come distacco e libertà dalle cose terrene: il Poeta infatti ritiene che la decadenza morale del suo tempo derivi soprattutto dalla cupidigia e dalla sete di guadagno portata innanzi dalla nuova classe sociale dei mercanti, che avevano abbandonato i valori cavallereschi e cortesi della liberalità e dell'onore, tipici invece della nobiltà feudale, della quale Dante stesso faceva ancora parte. Proporre in questo modo Francesco, significava dunque per Dante indicare un esempio preciso da seguire, per ritrovare la purezza originaria del Vangelo: purezza ed innocenza originarie che il poeta e i suoi contemporanei identificavano nel francescanesimo "spirituale", nel quale confluivano le più profonde istanze di quella fede, di matrice templare e gioachimita, che attendeva l'avvento della "terza Età dello Spirito Santo", durante la quale la Chiesa si sarebbe definitivamente spiritualizzata e il mondo intero avrebbe conosciuto una pace perenne di verità e d'amore. Dante, Giotto, Francesco: tre espressioni diverse di un'unica, irripetibile stagione di arte e di spiritualità, emersa anticamente dalle pieghe della storia, a testimonianza della grandezza della civiltà italiana. Ma essa non fu l'ultima, e dalla sua evoluzione e trasformazione prese vita il terzo, grande periodo di cui vogliamo parlare, nel quale fu principalmente l'arte a fiorire e a splendere di una grandezza senza pari: ci riferiamo al Rinascimento, l'età d' oro della cultura italiana.

3. Il Rinascimento

"Le grandi nazioni scrivono la loro autobiografia su tre manoscritti: il libro delle loro gesta, il libro della loro lingua, il libro della loro arte. Nessuno di questi può essere capito senza che siano stati letti gli altri due, ma dei tre l'unico degno di fede è l'ultimo." (John Ruskin)

Coniato per la prima volta nel Quattrocento dagli Umanisti fiorentini, che con esso volevano indicare innanzitutto la rinascita in terra d'Italia dell' antica cultura classica greco-romana, il termine "Rinascimento" è da sempre sinonimo di arte, figurativa, architettonica, poetica o letteraria che sia: ed è nel contempo sinonimo di Italia, poiché la nostra penisola è stata il vero e proprio centro propulsore di questa cultura in tutta l'Europa, diffondendosi da essa al mondo intero. La civiltà italiana rinascimentale è innanzitutto "civiltà del bello", dove per bello s'intende anche "buono", secondo l'antico concetto greco di "Kalòs kai Agathòs" (Identità di Bello e di Buono), nel quale queste due qualità si identificano, fino a scomparire l'una nell'altra: non può infatti esservi bellezza senza bontà, né bontà senza bellezza, poiché ciò che è bello è anche buono, e viceversa. Ciò era ben noto agli artisti e pensatori rinascimentali, che nell'edificare la "città dell'Uomo" avevano sempre in mente la "città di Dio", quale matrice spirituale all'origine di ogni realizzazione umana; artisti come Donatello, Botticelli, Brunelleschi, Michelangelo e il grande Leonardo (solo per citarne alcuni) non testimoniano infatti solo la grandezza dell'arte italiana, ma anche e soprattutto l'importanza che l'esperienza estetica ha sempre avuto per lo sviluppo armonioso della personalità umana. Quando sentiamo parlare di Rinascimento tutti pensiamo infatti ad un'epoca di straordinaria ed eccezionale vitalità artistica: oltre alla pittura, alla scultura, alla musica, all'architettura e alle lettere, anche le arti minori del tessuto, del mobilio, dei gioielli, del ferro battuto conobbero una fioritura senza pari, cui è difficile trovare un parallelo nei secoli precedenti o successivi. Questa fioritura investì tutte le maggiori città italiane, da Firenze a Bologna, da Padova a Milano, da Napoli a Roma, passando per Ferrara, Mantova), Urbino, e così via, senza tralasciare nessuno dei grandi Comuni della penisola: sebbene infatti il Rinascimento non fu un fenomeno esclusivamente italiano, in Italia esso ebbe origine e si sviluppò più che altrove. Gli Italiani ne furono i pionieri, solo successivamente seguiti da Francesi, Spagnoli, Inglesi e Olandesi, che ne svilupparono e ramificarono le conquiste in modo più esteso e duraturo, ponendo il Rinascimento alla base di quella che sarà in seguito la Modernità europea. Dal Rinascimento ebbe dunque origine l'età moderna, quell'età della coscienza che ha anteposto la libertà a tutti gli altri principi e virtù, dando così inizio al cammino tortuoso ma inarrestabile di emancipazione dell'umanità da tutte le credenze e le certezze precostituite, al di là di ogni dogma e di ogni autorità religiosa: con questo periodo infatti l'uomo ha iniziato ad allontanarsi dalla Tradizione, allentando il contatto con le più profonde verità del passato e avventurandosi spesso in un angusto labirinto mentale, dove la ragione umana è stata deificata ed il "costume dei Padri", l'antico mos maiorum romano, irrimediabilmente perduto. Ma nello stesso tempo, con il Rinascimento, l'umanità ha iniziato un cammino di ricerca, di sperimentazione e di verifica di ogni realizzazione, di ogni insegnamento, di ogni verità alla luce dell'esperienza personale, diretta e individuale: una ricerca, questa, compiuta all'insegna di quel principio di libertà spirituale che ci porterà un giorno alla scoperta, all'interno di noi stessi, degli immortali Valori Umani che perennemente risiedono nel cuore di ogni uomo, al di là di ogni principio metafisico trascendente, di origine culturale, religiosa o filosofica che sia. Possa dunque questa riscoperta del principio d'immanenza avere presto successo, e condurre finalmente l'età contemporanea al riconoscimento profondo del Divino dell'Uomo e ad un mondo veramente unito, nella Fratellanza Umana e sotto la Paternità Divina: tutto questo è iniziato nell'Italia di un tempo, ed è questa Italia, antica e sempre nuova, che abbiamo voluto celebrare in queste poche pagine è la vera Italia, l'Italia senza tempo, l'Italia, Patria nostra!

"Nova erigere, vetera servare; utrique inter se convenientibus." (4)

- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -

(1) "Qui staremo benissimo", frase di un centurione romano ai suoi soldati, passata alla storia come simbolo di attaccamento e di fedeltà al suolo patrio.

(2) "Ricordati, o romano, che tu dovrai governare i popoli. Per te queste saranno le arti: imporre le leggi della pace, perdonare chi si sottomette e debellare i superbi". (Virgilio, Eneide, VI)

(3) Dante Alighieri, Divina Commedia (Inferno, XXVI, 118-120)

(4) "Costruire il nuovo, conservare l'antico, sapendo armonizzare quello con questo.". Non possiamo, per prendere il nuovo, trascurare il vecchio; dobbiamo invece impadronirci di entrambi, e saperli armonizzare fra di loro.



Pier Luigi Gallo - abarcheo@inwind.it


 
English Version Home