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IL DIAVOLO NEL LAGO

Piero Angelucci abarcheo@inwind.it









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Era il sessantaquattro all'incirca, in luglio ci recavamo spesso al lago di Castello, o ci andavo anche solo se gli amici non potevano. Facevo il bagno e poi restavo per qualche ora a prendere il sole, a leggere e a disegnare. Una mattina avevo cominciato ad abbozzare degli alberi che s’inclinavano sull’acqua in modo tale che le fronde la sfioravano, inoltre creavano un bellissimo effetto prospettico, perché rami e tronchi, essendo in primo piano, scuri, spiccavano sulle luminosità dell’acqua, mentre le pendici del cratere, che vedevo distanti, dietro gli alberi, sfumavano indefinite nella foschia. Ero così concentrato sul disegno che non m’ero accorto di un tale che si era avvicinato e mi osservava lavorare stando alle mie spalle. Quando percepii la sua presenza mi voltai e quel signore pressappoco disse: “ Bravo, mi piace, studi arte?” dall’accento mi resi conto che non era italiano ma non avrei saputo dire se fosse inglese o tedesco. Risposi semplicemente “Mi piace disegnare”. Forse pensò di avermi importunato con la sua intrusione perché passò al lei e mi chiese se potevo indicargli dove era il famoso emissario costruito dai romani antichi. Gli additai la direzione e gli spiegai che dal punto in cui eravamo avrebbe dovuto camminare per un poco. Mi ringraziò e poi chiese se sapevo dov’era lo “Speculum Diane”.    continua...

Fig. 1 - Lago di Castel Gandolfo
“Non è su questo lago”, risposi “Il Tempio di Diana è sull’altro, sul lago di Nemi”. Mi ringraziò, ma dallo strano modo di scrutarmi ebbi l’impressione che volesse mettermi alla prova, intendo dire che sembrava voler misurare la mia cultura. Poi indicò la grande costruzione in alto, sull’orlo del cratere e mi chiese se era quella la villa del papa. Mi parve che un bagliore ironico gli passasse nello sguardo. Risposi bruscamente “sì” e ripresi a disegnare. Lo strano tipo salutò garbatamente, e prima di allontanarsi disse guardando la villa Pontificia: “Un giorno gli antichi dei si risveglieranno”.
Più tardi, mentre pian piano salivo per la ripida via che dal livello del lago porta in alto, fino al ciglio della grande cavità, là dove passa la strada provinciale e c’è la fermata dell’autobus, ebbi tutto il tempo per riflettere su quella frase che mi aveva meravigliato e sconcertato. Cosa voleva suggerire, o quale reazione voleva stimolare in me, dicendo: “un giorno gli antichi dei si risveglieranno”? Mi ricordai che avevo notato un’espressione d’ironia sul suo volto frattanto che osservava la villa del papa, dunque la frase voleva essere una specie di presagio negativo, pressappoco una forma di malaugurio nei riguardi del Romano Pontefice? Se il sospetto era fondato l’idea che me ne veniva era semplice: quel signore era certamente inglese e anglicano, gli anglicani ce l’hanno col Romano Pontefice.
Però l’impressione che avesse guardato la villa con sarcasmo poteva esser stato un malinteso, una mia errata impressione, era possibile facilmente che quello fosse americano e del tutto privo di colpa. Poteva aver pensato per esempio a certi recenti fenomeni eruttivi, e alla leggenda di Vulcano, il dio fabbro. In effetti pochi anni prima, nel 1953, c’era stato un evento preoccupante, l’acqua era diventata nera e in superficie galleggiarono migliaia di pesci morti. Spiegarono che dal fondo era scaturito un forte getto di gas caldo, anidride carbonica e solforosa, un evento vulcanico di cui non ci si doveva preoccupare, però mica tanto accettabile, deplorai diffidente. Dopo quell’episodio mi fu facile comprendere com’era sorta la leggenda del dio fabbro; se in epoca antica questi fenomeni si erano ripetuti, e anche più intensi, era stato semplice per i nostri antichi progenitori pensare al mitico fabbro che nelle profondità della Terra menava colpi più energici del solito sull’incudine. A quella leggenda pensava l’inglese pronunciando le strane parole? e solo allora notai che aveva parlato in un ottimo italiano. Se era inglese come avevo supposto, e anche colto come pareva essere, certamente conosceva il libro del suo compatriota James Frazer: quel famoso “Ramo d’oro” che aveva tratto origine proprio dagli antichi miti e culti praticati sul lago di Nemi. Potevo presumere allora che il mio interlocutore fosse venuto qui attirato da quelle storie e da questi luoghi ricchissimi di echi mitologici, come fecero tanti altri turisti nel passato e fanno ancora oggi. Dopotutto i due laghi da secoli furono e sono tuttora, una meta tradizionale per scrittori, pittori, intellettuali e visitatori italiani e stranieri. I mutevoli colori delle acque al variare delle ore del giorno, le pendici dense di piante verdeggianti che lo circondano e la natura selvaggia del luogo, le reliquie archeologiche: il ninfeo Bergantino sul lago d’Albano, e il Santuario di Diana Aricina sulle rive del lago di Nemi, la leggenda delle due spettacolari navi di Caligola sommerse, poi effettivamente ripescate nel ventesimo secolo, questo amalgama di natura e leggenda non poteva che suscitare un’intensa suggestione, che durava dai tempi di Alba Longa.
Queste ed altre supposizioni per un po’ s’imposero all’attenzione speculativa mentre percorrevo la ripida stradaccia, ma ad un certo momento mi stancai e la figura dell’inglese sfuggì alle mie considerazioni per lasciare posto a una riflessione contemplativa. Immagini sconcertanti che pareva avessero un loro potere d’ispirazione si presentarono folte e sorprendenti. Se non fosse stato per quella strana frase lanciata in aria senza scopo apparente, probabilmente non avrei mai collegato le oscure e temibili profondità lacustri, con le serene luminose sommità del colle albano. Per spiegare più chiaramente quella connessione dico che non avrei mai immaginato un qualsiasi confronto tra la dimora dell’antica divinità pagana nella profondità delle acque e la sovrastante villa che in estate ospita il rappresentante del Dio cristiano. A quel punto mi tornarono in mente episodi lugubri e orribili. Nel 1955 c’era stato il famoso “delitto del lago”. Quel crimine aveva sconvolto la tranquilla esistenza dei paesi della zona. Da queste parti non si era mai sentito un crimine così atroce, era stato ritrovato il corpo di una donna nuda ma senza la testa, e questo misfatto esaltò l’eccitazione per il macabro del popolo di Roma e dei dintorni. Inoltre c’erano stati diversi annegamenti, tra cui quello di Gilberto mio amico. Poi un piccolo aereo da turismo era precipitato nel cratere, come se ne fosse stato risucchiato, e poi c’erano stati i già citati fenomeni vulcanici. Potevo lasciar correre la fantasia a briglia sciolta sul diavolo precipitato nel cratere, profondamente, fino al centro della Terra. L’acqua laggiù, molto al di sotto di dove mi trovavo in quel momento, mandava riflessi abbaglianti a quell’ora canicolare, e il gran riverbero invece di spazzare via orribili considerazioni riconducendomi a episodi assai più felici, per esempio alle regate olimpiche del 1960, pensai che fosse un ottimo stratagemma, un gran trucco per celare millenari misteri scellerati e chissà quali altre iniquità. Cupe ombre si mescolavano a crimini mitologici e mi ricordai, per contrapposizione, di quel passo dell’Apocalisse che non ero capace di ripetere a memoria ma che pressappoco racconta come l’angelo e il demonio combatterono e il demonio venne precipitato nell’abisso. Non il dio Vulcano dunque, ma Satana, il dio del male, stava nascosto là sotto.
Fig. 2 - Lago di Castel Gandolfo
Lo stesso pomeriggio della gita al lago avevo già spazzato via dalla testa, tutte quelle bizzarrie perché ero andato ad ascoltare del jazz a casa di un amico che aveva ricevuto in regalo dischi di B. Goodman e di O. Coleman. Quella musica era così esaltante che nessun purgante avrebbe funzionato altrettanto bene per liberare la mente da scorie e assurdità. Ma uscendo dalla casa di Marcello inaspettatamente fui riportato alle impressioni del mattino perché il padre del mio amico stava sulla veranda a parlare con degli amici venuti da non so dove, e illustrava loro le attrattive della zona. Evidentemente parlava di posti interessanti nei dintorni, luoghi panoramici particolarmente attraenti, perché colsi al volo “…da lassù sembra di volare sul lago”. Cercai di capire dov’era quel luogo così allettante, ma non ebbi il coraggio di chiedere chiarimenti e proseguii per non dare l’idea che curiosavo. Tuttavia mi parve di capire che descriveva un posto sul lago di Albano e che per arrivarci occorreva andare su per la via dei Laghi verso Nemi e Velletri. Ci pensai un momento esitando, poi tornai rapidamente indietro con la scusa di un disco dimenticato e chiesi a Marcello se sapeva quale poteva essere il sito che suo padre stava illustrando. Era tutto preso dal suo giradischi, e rispose distrattamente che non aveva idea di cosa stesse dicendo suo padre, ma dagli indizi che gli avevo fornito supponeva che descrivesse Palazzolo, perché quel posto piaceva a suo padre e conosceva qualcuno in quel convento. Non domandai altro e lì per lì decisi di fare un’esplorazione per conto mio.
Un paio di giorni dopo trovai il posto, (se volete informazioni dettagliate su Palazzolo leggete Santa Maria “Ad Nives” di Palazzolo, di Alberto Crielesi. Qui nel sito c’è una sintesi della sua guida).
Fu una faticosa escursione in bicicletta, ma ne valse la pena. Non tanto per la chiesa, o il chiostro alquanto modesti, ma per il magnifico panorama che si gode da là. Effettivamente dal giardino ben curato pareva di stare in cielo, sospesi sopra il lago. A casa avevo cercato il brano dell’Apocalisse che non sapevo ripetere a memoria, là trassi fuori dalla tasca il foglietto su cui avevo annotato i versi e recitai a bassa voce:
...E avvenne una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli guerreggiavano contro il dragone, e il dragone combatteva con i suoi angeli. Questi non prevalsero né si trovò più luogo per essi nel cielo. E fu gettato il dragone grande, il serpente antico chiamato “diavolo” e “Satana” che seduce l’intera terra abitata; fu gettato sulla terra, - “nel profondo del cratere” - aggiunsi, e i suoi angeli furono gettati con lui…
Mi pareva di vedere i santi eremiti, un po’ dietro di me, in piedi all’entrata delle loro caverne che facevano il tifo per l’arcangelo, spiccavano salti, agitavano le braccia, urlavano bravo, un vero eroe, abbattilo, distruggilo…; mentre di sotto, laggiù sulle sponde oscure del lago, avvoltoi e corvi si agitavano frenetici - ce n’erano tanti a quel tempo - e facevano il tifo per il Maligno, per l’Angelo delle tenebre, agitando le ali e gracchiando a più non posso. E poi ci fu il gran tonfo. Le acque si sollevarono di centinaia di metri, fin quassù, spumeggianti, infuriate, uno spettacolo per l’appunto apocalittico, spaventoso. Gli angeli in cielo intonarono stupendi cori alla vittoria, e le acque dopo aver accolto il diavolaccio tornarono nell’alveo del lago, ma diventarono tutte nere e puzzolenti di zolfo. Da allora Satana molte volte si agitò e ci furono terremoti e pestilenze, ma gli asceti da questa parte del lago e il Santo Padre dall’altro versante, diametralmente opposto, ogni volta seppero ridurlo alla calma.
Almeno così dicevano da queste parti guardando fiduciosi e ottimisti, la villa papale.

C’è un rapporto tra cielo e Terra? Effettivamente c’è una relazione tra forze endogene della Terra e energie provenienti dal cosmo. Questi scambi energetici esistono e tutto porta a ritenere che, più oltre nel tempo, saranno compresi in modo più approfondito e dimostrato di quanto sappiamo oggi. Nei più profondi meandri dello spirito mi chiedo ancora abbastanza irrazionalmente se esiste il Bene che si manifesta nella luce e il Male che agisce nella zona dello spettro dove l’occhio non percepisce che il buio. E ancora una volta sono del parere che la scienza malgrado quanto potrà rivelarci: aspetti nuovi e meravigliosi del creato, non riuscirà con la misura della realtà a sostituire la suggestione del mito. La forza del mito rimarrà invincibile e inalterata.



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it
 
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