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S. MARIA AD NIVES
DI PALAZZOLO

Riduzione dalla guida S. Maria
"ad Nives" di Palazzolo,
di Alberto Crielesi (Ed Tra 8&9, 1997)









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Il complesso di S. Maria di Palazzolo, ex convento francescano alle falde di Monte Cavo, occupa uno degli angoli più incantevoli e suggestivi dei Castelli: il nitore della sua sagoma si staglia sul verde cupo che invade le scogliere grigiastre di peperino a strapiombo sul lago Albano regalandoci una di quelle visioni tanto care ai paesaggisti dei secoli passati. S. Maria di Palazzolo è uno di quei luoghi che, con la loro storia ultramillenaria, creano un alone di fascino e di mistero. Il Complesso, come dirò in seguito, raggiunse il suo massimo splendore nel sec. XVIII quando fu rinnovato dal francescano Fra Giuseppe M. de Fonseca da Evora, Vescovo di Oporto, detto il Portoghesino.
Secondo una opinione molto diffusa il sito di Palazzolo fu la sede della mitica Alba Longa, così il Gonzaga, già dal 1587, cui seguirono altri studiosi tra cui il Riccy, il Nibby, il Giorni, il Guidi, l'Abbate, lo Iozzi, il Momnsen, sino al Mastrigli. L'opinione di Alba Longa a Palazzolo contrasta con altre ipotesi avanzate da altri illustri personaggi che la volevano chi ad Albano (Flavio Biondo, Raffaele Volterano, Cluverius); chi a Castel Gandolfo (Philipp Winge, Holstenio, Tomassetti, Ashby, Lugli, Gierow, Colonna ecc.), chi presso Marino, chi a Prato Fabio, sotto la vetta di Monte Cavo e chi in altri luoghi ancora. Ma tornando a Palazzolo, il toponimo deriva da Palatiolus, un'antica costruzione romana, sulle cui rovine è sorto il complesso, probabile villa di alto rango, in cui si voleva riconoscere un fantomatico palazzo dei Consoli, sosta obbligatoria, per le allora alte cariche dello Stato, in procinto di affrontare la Via Sacra che conduceva al tempio di Giove Laziale, sulla vetta del Monte Cavo, per celebrare i trionfi minori (ovationes) o le Feriae Latinae.    continua...

Dopo il silenzio del periodo altomedievale, le prime notizie sicure della località, oltre a quella del 1050 riportata dal Monasticon Italiae che cita un gruppo di eremiti residenti da tempo a Palazzolo, sono quelle in cui si menziona un terreno denominato "Grotule" di proprietà del Monastero di S. Maria di Campo Marzio, confinante con S. Maria di Palazzolo (...Sancta Maria De Palazzo...). Altri documenti, oltre a quello del 1227 (...Ecclesia et fratibus de Palazzolo...) menzionano la nostra località. Così già al tempo di Innocenzo III (1198-1216) la "Ecclesia S. Mariae de Palatiolis" apparteneva con tutti i suoi beni al monastero cluniacense dei SS. Andrea e Saba sull'Aventino. In seguito il Cardinale Stefano de' Normanni, indusse gli eremiti a sottomettersi all'Abate delle Tre Fontane alle Acque Salvie Così Palazzolo divenne tutt'uno con l'abbazia cistercense romana che provvide a mandarvi uno "sciame" di 12 monaci per riformarla e, come sottolinea la Bolla di Gregorio IX (1227-1241), per farvi soggiornare nei periodi estivi i monaci assillati dalla malaria e dalla calura che imperversavano sul complesso abbaziale delle Tre Fontane.
Il trasferimento della Sede apostolica ad Avignone e gli sconcerti che ne seguirono, lo scisma e l'istituzione della commenda le furono tanto fatali che, alla fine del secolo decimoquarto, Bonifacio IX (1389-1404) con una Bolla datata 21 ottobre 1391, cedette il solo monastero, disabitato ed invaso da rovi e spine ai Certosini di S. Croce in Gerusalemme a Roma, che lo destinarono, a residenza nei periodi estivi. Nel 1449, per sopraggiunte difficoltà economiche, i Certosini donavano chiesa e monastero agli Osservanti riservandosi la proprietà dei beni mobili (calici, paramenti ecc.), immobili (vigna, campi, castagneto) e l'uso del monastero nei periodi estivi, ospiti dei francescaniche li avrebbero accolti.
Nel maggio del 1463, Papa Pio II, in procinto di ascendere a Rocca di Papa ed a Monte Cavo, non mancò di visitare S. Maria di Palazzolo lasciandocene una limpida descrizione nei suoi "Commentarii": "...la chiesa è di costruzione antica e non grande, poiché ha una sola navata il cui atrio si appoggia su colonne. All'interno vi sono le celle dei monaci e le officine necessarie, benché siano poco belle e rovinate dagli anni. Il luogo sovrasta il lago di Albano. La roccia è stata tagliata giusto lo spazio necessario per il monastero e l'orto.(...) un tempo, vi abitarono i certosini che sfuggivano al clima estivo di Roma ; vi sono ora i frati di S. Francesco che hanno preso il nome dell'Osservanza della Regola (Osservanti, N.d.A.)...". Ed il Piccolomini, dopo aver citato la grotta-ninfeo delizia del cardinal Ruteno da illustre umanista qual’era, non trascurò di descrivere il misterioso sepolcro rupestre decorato di fasci littori e bisellium posto a fianco del convento ordinando di pulirlo dall'edera che lo soffocava.
Nel 1626 il Convento di Palazzolo passò ai Frati Minori Riformati per ritornare nel 1640 agli Osservanti. Ed è in questo lasso di tempo che Urbano VIII con un beneplacito apostolico del 7/8/1629 concesse al Cardinale Girolamo Colonna, la proprietà "...di sei rubbie di terreno ad esso convento attiguo...", per costruirvi, su un preesistente "Casino" iniziato dal Pierleoni, la splendida villa che lo sovrasta, comunicante con S. Maria di Palazzolo tramite una scaletta a chiocciola coperta.
Nel 1662 per volere di Alessandro VII Chigi, venne ricostruita la strada che, costeggiando il lago a sud, collegava Palazzolo alla residenza estiva papale di Castel Gandolfo. L'architetto incaricato di quest’opera fu Fra Giorgio Marziale (+1672) frate Minore Osservante, in quanto già soprintendente o direttore dei lavori delle fabbriche berniniane come la “…nuova Chiesa di Castel Gandolfo, eretta da fondamenti con la suntuosa cuppola e altra chiesa della Riccia eretta similmente da fondamenti con cuppola e alla Madonna detta di Galloro in detta terra (ove) fece la facciata da fondamenti e piazza avanti con le due sontuose cappelle di dentro perfettamente ristorata".
Fra Giorgio Marziali da Fermo, fece anche la strada di Castel Gandolfo sino al Convento di Palazzola per commodità di carrozze e "...per maggior commodità fece fare li sedili di piperino mezzo miglio discosti l'uno all'altro, mediante le quali commodità ottimamente si gode l'amenità della Campagna: colline, mare, legni e vele che solcano il mare e barchette per il Lago...” .
L'attività, a Palazzolo, del frate architetto non si limitò alla costruzione della strada ma, prosegue la Memoria, "...sono dal medesimo stati fatti due pozzi per riporre la neve e di già hanno servito per il Palazzo della Santità Sua in occasione di andare a villeggiare in Castel Gandolfo et inoltre restaurata la Chiesa avanti la quale ha innalzato un grosso muro per far piazza alle carrozze et nel convento restaurato in commodi et ha ereto (sic) nuove stanze et appartamenti, per fare dette opere, con industria di macchine, scisse e franti grossissimi piperini, con gusto grande della Santità Sua, eh 'alle volte si dava fuoco alle mine in quei sassi de quali fa menzione Pio Secondo nel libro undecìmo delle sue Storie... " .
Com’era il complesso di S. Maria di Palazzolo prima dei grandi restauri settecenteschi del Fonseca? Alcuni documenti ci permettono una ricostruzione attendibile.
L'esterno della chiesa aveva il portico a colonne con capitelli stile cistercense e di riuso - tuttora presenti - alla maniera di S. Giorgio al Velabro, della chiesa delle Tre Fontane e di altre chiese coeve della prima metà del sec XIII; soltanto la rosa polilobata in marmo bianco si apriva sulla facciata mentre nei fianchi laterali, scanditi da contrafforti, vi erano bifore e monofore. Alcuni vani, a sinistra sostenevano una torre campanaria in opus rectum: veste muraria tuttora visibile nella parte posteriore della chiesa. Nell'interno, a navata unica con volta ogivale cinghiata, molto simile alla chiesa di Trisulti, vi è un altare maggiore con una bella tavola a fondo oro rappresentante la Vergine, il Bambino con ai lati i Santi Francesco ed Antonio da Padova, quest'ultimo riecheggiante un analogo dipinto di Benozzo Gozzoli alla cappella Paluzzi all'Aracoeli. La tempera, opera di Antoniazzo Romano e della sua stretta cerchia (fine sec. XV- inizio sec. XVI), il cui gruppo centrale ricalca un dipinto del pittore romano del 1487, sostituì un affresco del sec. XIII, posto sull'abside, con la Vergine e il Bambino, affiancata da due santi di difficile identificazione. Ai lati di quest’ultima pittura due "Pietà " con il Cristo sorretto da Angeli e nello sfondo un padiglione con tende aperte; pitture, ricavate dallo stesso cartone, e sempre di matrice antoniazzesca analoghe al Cristo in Pietà che Guido Penseri, seguace di Antoniazzo, dipinse nel 1527 per S. Francesco a Rieti.
Il Convento era tutto sul fianco destro della chiesa, sopraele-vato di un piano verso il lago durante i vari interventi di rias-setto, con un chiostro a colonnine binate parzialmente coper-to a tetto e sul cui deambulatorio si affacciavano locali coperti a volta ogivale (refettorio, cucine, sala capitolare ecc.), e di cui rimangono alcune testimonianze.
Nel 1733 iniziarono i lavori di restauro e ampliamento di Palazzolo. Promotore fu l'insigne francescano P. Giuseppe M. de Fonseca da Evora, una delle personalità più importanti in quel periodo nella vita romana artistica e culturale. Il Fonseca, al secolo José Ribeiro da Fonseca Figuiredo o Sousa, ritenuto secondo voci comuni un figlio naturale di Giovanni V del Portogallo, era nato a Evora il 10 dicembre 1690. Venuto in Italia al seguito del Marchese de Fontes, divenne professo nel Convento di S. Bernardino di Orte e sino al 1740, fu presso l'Aracoeli a Roma. Rivestì molte cariche importanti in seno alla Chiesa e presso potenti del tempo, e fu membro di varie Società letterarie e scientifiche d'Europa, dell'Arcadia (1726), con il nome di Garaste; dell'Accademia Etrusca di Cortona (1736), di cui fu nominato Lucumone; dell'Accademia Reale Portoghese, ecc. Il Fonseca (1739), su pressione del Re del Portogallo, grato per avergli risolto delicati problemi diplomatici, fu da Papa Corsini elevato a Vescovo di Oporto. Fu il fondatore della Biblioteca dell'Aracoeli (1732), che, indemaniata poi dallo Stato Italiano (1883), formò il nucleo della Biblioteca Nazionale (Fondo Eborense). A questo eminente personaggio sono dovuti parecchi lavori nell'ambito del suo Ordine e della Provincia Romana. Ma chi più beneficiò della munificenza dell'Evora fu il convento di S. Maria della Neve a Palazzolo. L'illustre prelato lo ampliò e ricostruì per creare un ameno e degno alloggio alla diplomazia portoghese presso la corte papale di Castel Gandolfo; per ospitare la Curia Generalizia dell'Ordine e per celebrarvi i Capitoli Generali.
I restauri incominciarono, come ricorda una lapide del 1735, con la erezione di un grande muraglione sostruttivo e la costruzione di un giardino pensile, con la fontana, l'orto e frutteto, e di un relativo impianto per la captazione e distribuzione delle acque sorgive: il tutto progettato, come compare in un contenzioso apertosi con i confinanti Barberini, da Gian Domenico Navona già presente nel 1728 a Genzano per il completamento del Palazzo Cesarini-Sforza. L'artista venne coadiuvato da altri due architetti romani, Lorenzo Santinovi e Francesco Fiori. Quindi toccò al convento ove vennero, oltre i locali per i frati, ricavati due "appartamenti" per il Fonseca, con una grande sala detta di S. Diego, la stanza del bigliardo ecc. e con una magnifica raccolta di azulejos (maioliche N.d.A.). Il chiostro medievale, malridotto e fatiscente, venne ricostruito di sana pianta secondo una tipologia già sperimentata negli altri conventi dei Minori: le vecchie colonnine marmoree vennero in parte depositate (sino al 1810) presso il giardino o utilizzate come supporti per i tavoli del refettorio o per abbellire la vera del pozzo. Un grande refettorio, con scanni di noce ed una tela delle Nozze di Cana, si apriva sul corridoio, mentre una biblioteca, al primo piano, presso le celle dei frati, ospitava una discreta raccolta di libri. Nel 1739 venne terminato, come riporta la lapide già nella contraffacciata, il rifacimento della chiesa ove era stato rinnovato il pavimento e ricostruito l'altare maggiore. Nel coro nella parete di fondo fu posto un altro altare e sopra questo una cornice a stucco con cimosa sagomata e contornata da teste di angeli e da due angeli su nuvole in atto di preghiera..." in cui venne incassata una bella tavola antoniazzesca. Una tela con la Crocifissione venne posta sull'abside coprendo così il già citato affresco medioevale. Nella navata furono eretti altri due altari con dipinti di Agostino Masucci (1691-1768). All'esterno, nella facciata, decorata con gli stemmi di Giovanni V e del Fonseca, fu elevato un piano sopra il portico per ospitarvi il coretto, la cantoria e l'organo, eliminando così la rosa gotica che venne depositata in giardino; quindi al prospetto furono affiancati due campanili gemelli, uno con tre campane, l'altro con l'orologio. Questi campanili culminavano, come si può notare in una incisione del Piranesi del 1762 - prima, quindi, dei rifacimenti dovuti ai danni del terremoto del 1806 ed alla razzia delle coperture di piombo da parte delle truppe francesi - con cuspidi arzigogolate che denunciano la cultura di matrice borrominiana dell'architetto Navone che con grande probabilità, oltre il giardino, restaurò la chiesa e ammodernò il convento.
Con l'avvento della Rivoluzione Francese e l'instaurazione della Repubblica Romana del 1798 il convento ebbe molto a soffrire. Il 22 giugno del 1810 subì la soppressione napoleonica con la confisca di tutti i beni che inventariati vennero dati in custodia dal Maire del Comune di Rocca di Papa, Gentilini, all'allora Guardiano del convento P. Giuseppe da Cavrago. E fu in quel periodo che dal Demanio vennero vendute persino le campane e l'orologio posto sui campanili; le prime alla Comune di Marino, il secondo a quella di Rocca di Papa.
Anche l'organo, fatto costruire dal Fonseca e decorato con lo stemma del Re del Portogallo e costatogli 1.000 scudi, "...venne sacrilegamente venduto dal così detto Demanio di Albano a certi Ebrei per il vile prezzo di scudi 80 quale poi gli ebrei dettero alla comunità di Genzano per scudi 84... " destinato ad ornare la "Chiesa nova” (SS. Trinità N.d.A.). Con la Restaurazione del Governo Pontificio furono inutili le suppliche della Comunità Francescana di Palazzolo per riavere l'organo a costo di "...reintegrare la medesima Communità di Genzano delli scudi quaranta quattro che diconsi sborzati agli primi acquirenti Ebrei...". Ma più della napoleonica sarà "la presa di Roma" italica, ad esserle fatale: i Frati Minori, allo scopo e nella lusinga di evitare le conseguenze del decreto di confisca del 29 giugno 1873, ricorsero ad uno strattagemma -come afferma il P. Andrea Basili da Rocca di Papa in proposito - e così "...per non perdere questo convento s'implorò la protezione del Portogallo. Ma che? Questi cedendo all'Italia la celebre Biblioteca dell' Aracoeli opera del mede¬simo Portoghesino ottenne da questa il Convento di Palazzola e se ne appropriò unitamente al bosco ricono¬scendo a noi, per somma grazia, il solo uso gratuito del convento e dell'orto....
Difatti il 7 giugno 1880 il complesso di S. Maria di Palazzolo, escluse "...alcune grotte e caverne che si suppon¬gono essere stati Ninfei, la Tomba Consolare attribuita a Gneo Cornelio Scipione Ispano, i grandi tagli verticali nel sasso vivo che si credono eseguiti per la maggior difesa dell'Arce Albano, le latomie, ridotte a conserve d'acqua, la strada scalpellata nel peperino venne ceduto dalla Direzione Generale del Fondo per il Culto al Governo Portoghese, come risulta da una convenzione tra l'Incaricato d'Affari del Portogallo, ed il Direttore del suddetto Fondo, Vittorio Grimaldi
Nel 1929 iniziarono i lavori di restauro della chiesa nella pretesa di riportarla alla sua struttura originale gotico-cistercense: furono abbattuti i due campanili, la facciata demolita e ricostruita a ricorsi di marmo bianco e peperino (così estranea alla architettura gotico-cistercense!), aggiungendovi due monofore ai lati del ripristinato rosone cistercense; nell'interno vennero eliminati gli altari laterali, l'altare maggiore con i suoi stucchi, quello addossato all'abside, la balaustra marmorea, insomma tutte le modanature e manufatti del periodo del Fonseca.



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it


 
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