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GROTTAFERRATA MON AMOUR
La guerra e un sofferto innamoramento giovanile. Quasi una cronistoria tra realtà e incubi febbrili

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L’Abbazia di Grottaferrata, è un pittoresco monastero fortezza. La sua storia millenaria inizia con i santi monaci Nilo e Bartolomeo che fondarono un austero cenobio tra i ruderi di una villa romana. Il cenobio si ingrandì fino a diventare un’abbazia ricca e potente e la sua esistenza continuò di secolo in secolo segnata da episodi drammatici: fosche vicende d’assedi, saccheggi, lotte tra grandi famiglie patrizie. Fu un turbine d’episodi cruenti che l’afflissero dall’alto medioevo fin quasi all’età moderna, quando finalmente tornò ad essere un sereno, operoso centro di cultura. Per contrastare queste continue prepotenze dei vari potenti in lotta tra loro venne trasformata in una fortezza, ma nel cuore del complesso abbaziale rimase incontaminata una perla preziosa: l’antica chiesa di S. Maria, ricca d’opere d’arte, e celebre per una particolarità, vi si officia nel rito greco cattolico, sfarzoso per l’apparato liturgico, i paramenti sacri e gli inni cantati durante le celebrazioni.

Fig. 1 - L’Abbazia nel milleseicento

Infine si abbatté su Grottaferrata la più grave violenza della storia: il secondo conflitto mondiale, e da quel triste periodo riprende il filo del racconto. Leggerete una “modesta storia del ventesimo secolo” vista da un’angolatura particolare, in altre parole se per buona parte i fatti che seguono rispondono alla realtà dei fatti, per un’altra parte si mescolano a ricordi certamente non rilevanti e a flashback fantastici che poco o nulla possono attirare giovani e meno giovani, mi riferisco alle persone che nel primo dopoguerra non erano ancora nate. In ogni modo, che interessi qualcuno o no, la cronaca che segue ammetterete che sia piuttosto inconsueta. continua...

Si stava consumando l’ultima fase della seconda guerra mondiale. I militari tedeschi avevano da tempo requisito molte residenze, Nella Villa di Cicerone alla sommità del Colle delle Ginestre, che fu un lussuoso albergo, vi si era installato un comando dell’esercito germanico, così anche a Villa Rasponi e a Villa Cavalletti; e molti altri villini e ville erano state requisite per le loro truppe. Nella primavera del 1943 una banda militare ogni sera nel giardino di Villa Canali, puntualmente alle 17, suonava marcette allegre. Alla fine di luglio invece Villa Canali divenne tetra, vi si trasferì un reparto di soldatesse della Wehrmacht che allestivano il rancio per le truppe distaccate. C’erano, infatti, batterie di cannoni piazzate sulla collina di Tuscolo e sotto Rocca Priora, e i pasti agli artiglieri erano recapitati con le camionette. Dalla fine del luglio ‘43 i camerati tedeschi presero un’aria arcigna e scostante, comportamento che si sarebbe accentuato dopo l’otto di settembre, quando oltre all’armistizio firmato da Badoglio, ci fu il tragico bombardamento di Frascati, che causò centinaia di morti (1). Per tutte queste avversità e per le incursioni aeree che continuavano, la popolazione, in preda al terrore, era fuggita in aperta campagna, o si era rifugiata nell’Abbazia, e per salvarsi viveva in condizioni precarie. Tra i pochissimi coraggiosi rimasti in paese c’erano M., e l’ostetrica signora Lapo. Anche il regolare medico condotto D. era fuggito, a quel punto gli ammalati accampati in campagna, per necessità, cominciarono a fare appello a M., e lui, giovane e audace, riusciva ad arrivare in lontane località come Camposecco, o Capodacqua, dove molti paesani si erano rifugiati. A quell’epoca era al quinto anno di medicina, e come medico praticante se la cavava egregiamente, in fin dei conti la gente non aveva altra scelta. Una mattina all’alba lo mandarono a chiamare dall’Abbazia. In quel momento buio e rabbioso della storia vi erano stati accolti anche perseguitati politici ed ebrei che cercavano di salvarsi dai rastrellamenti tedeschi, la Gestapo, la polizia politica germanica, sapeva che nel monastero si nascondevano dei “banditi” come venivano chiamati gli antifascisti, comunque non entrò tra quelle mura per non irritare oltremodo il Vaticano. Il particolare anacronistico e bizzarro, direi eccezionale, che mi raccontò più tardi un amico di mio padre, fu che davanti al portone d’accesso al castello, di là dell’antico fossato, due pontificie sentinelle svizzere, nei loro costumi medievali con le alabarde al fianco, montavano rigide la guardia, mentre di qua dal ponte sul fossato, erano appostati soldati tedeschi che impedivano il transito e imbracciavano ben più micidiali mitra. I tedeschi, per ritorsione perquisivano chiunque doveva entrare, di conseguenza M. che era stato chiamato d’urgenza per un caso grave, dovette travestirsi e riporre i ferri chirurgici in una sdrucita borsa da idraulico in mezzo agli arnesi di quel mestiere. L’audace impresa, ed altre simili gesta rocambolesche, gli valsero fama di capace medico e poco meno che eroe.
L’episodio recentemente è stato messo in dubbio da un amico, e allora con pazienza ho ricostruito gli eventi bellici di quell’infernale inverno 1944 e ho concluso che quello fu un fatto vero anche se forse venne mitizzato dal vecchio signore che me lo descrisse.
Nei Castelli Romani, ad iniziare dall’autunno del 1943 e per tutto l’inverno del 1944 fino alla Liberazione, ci fu un’intensa attività partigiana che intralciò le retrovie tedesche. Il 22 gennaio 1944 gli Alleati erano sbarcati ad Anzio, Hitler era furioso ed aveva imposto al generale Kesselring di respingere il nemico in mare entro tre giorni. Un contrattacco era stato compiuto già il 3 febbraio, ma lo sforzo definitivo venne intrapreso il 16 di quello stesso mese. E proprio nella notte del 16 febbraio 1944 i partigiani mandarono a effetto un attentato contro una palazzina sequestrata e adibita a comando tedesco periferico.
Grottaferrata, si estende molto oltre l’antico abitato, in un susseguirsi di ville e villini, il comando in questione era fuori del nucleo antico. Nel paese non era rimasto pressoché nessuno, e la notte del 16 febbraio fu una delle più cruente del 1944. I raids degli aerei alleati furono incessanti, e le esplosioni delle bombe e dei colpi di cannone continui e rintronanti. In quell’inferno nessuno usciva dai rifugi e un boato a un chilometro dal centro del paese, non poteva essere notato nel pandemonio di quella notte. Ecco perchè nessuno si ricordava quel fatto, quando andai ad informarmi molto tempo dopo.
Kesselring aveva racimolato truppe dove poteva, persino negli ospedali, in vista dello sforzo estremo. Contemporaneamente i partigiani erano stati esortati a infliggere quanti più danni potevano alle retrovie tedesche per ostacolare il contrattacco. I tedeschi non comunicarono mai agli alleati italiani, di cui non si fidavano più, gli attacchi di cui furono bersaglio. Pertanto chi ha messo in dubbio l’autenticità dell’attentato non può certo pensare di reperire in Italia un documento di parte tedesca che confermi quell’azione rivendicata dalla resistenza e che ora viene indebitamente negata. E in ogni caso per quale ragione, se non per rappresaglia, i tedeschi avrebbero bloccato l’accesso all’Abbazia ?
Riprendiamo dunque il filo della storia, che ora diviene minore, anzi minima... Dopo il 1945 l’Italia faticò duramente per rimuovere le macerie e ricostruire un’esistenza normale. Si ripararono strade, ponti, ferrovie, e tra gli altri provvedimenti fu riattivata la tramvia della STEFER che collegava Roma ad Albano passando per Grottaferrata. Così si rividero i caratteristici “imperiali”: tram azzurri a due piani, col piano superiore detto belvedere (2), e si rividero i gitanti della domenica che ripresero la tradizione delle scampagnate fuori porta.

Fig. 2 - I tram “imperiali”

Ricominciò anche l’abitudine della villeggiatura estiva sui colli Albani che risaliva ai tempi dell’impero romano. Dalla fine dell’Ottocento poi, tutta la contrada era divenuta luogo di vacanze per la media borghesia che aveva costruito eleganti villini. Negli anni cinquanta del secolo scorso si videro ragazzi e ragazze sfoggiare nuove mode nel vestire, e apparvero i primi motorscooters. In questo mondo variegato M. oramai dottore a pieno titolo, sembrava trovarsi proprio a suo agio e dimenticava le frequentazioni invernali, quando pareva interpretare un personaggio descritto da Rabelais: un po’ smargiasso, cordiale e disponibile, gaudente, fragoroso, amante delle riunioni conviviali paesane, e delle battute di caccia. Il dottore era oramai celebre in tutto il circondario. Aveva una personalità sicuramente non comune e non appena il paese tornava alla solita sonnolenta realtà invernale, si poteva incontrare tanto nelle osterie, quanto in casa del sindaco o nel salotto di qualche gentildonna che rimaneva in villa. Si considerava, giustamente, un medico al di sopra dei luoghi comuni.
Fu allora, all’inizio degli anni Cinquanta, che comparve un personaggio del tutto diverso: Alessandro. Suo padre aveva affittato un villino per la stagione estiva ma da allora si rese conto che era più gradevole abitare a Grottaferrata e vi rimase. Ale era un timido, esitante adolescente e restò affascinato dalla personalità del dottore che gli appariva sicuro di sé, energico, risoluto. Aveva fascino, e perciò successo con le donne, e gli pareva esperto in tutto. M. era di vari anni, più grande di Ale ma fin da quando iniziò a frequentare la famiglia, lui e il ragazzo diventarono amici. In realtà era il più giovane a provare un’illimitata ammirazione per l’altro, e a reclamarne l’amicizia, e così Ale visse all’ombra venerata del suo “Ideale”, fino a che l’adorato amico gli procurò una cocente delusione.
Alessandro era nell’età in cui ci si accende d'amore così repentinamente e in maniera tanto intensa che il bersaglio di Cupido neanche si rende conto di come gli sia capitato quel tormento. Quell’anno era in vacanza una garbata famiglia, che sarebbe rimasta inosservata se non fosse stato per le figliole: Flavia e Olga, assai graziose entrambe, ma Olga in verità era proprio una bellezza. Ale si prese una solenne cotta senza avere il coraggio di confessare all’oggetto della sua pena i sentimenti che provava.
Nelle calde sere estive, era abitudine generale sedere in giardino chiacchierando piacevolmente e bevendo the o birra ghiacciata. M. che sapeva eccellere in quella sua speciale facoltà d’attrarre gli ascoltatori, era divenuto il centro dell’interesse di tutti. Raccontava storielle spiritose, dava consigli terapeutici, spiattellava pettegolezzi che divertivano oltremodo l’uditorio femminile. Possedeva, per sua fortuna - e bruciante invidia di Ale - una motocicletta sfavillante, una vecchia Gilera, e con quell’impareggiabile seduzione faceva breccia nelle inclinazioni femminili. Qualche tempo dopo aver conquistato la fiducia dei genitori, ottenne di portare “qualche volta” Olga a Frascati per un gelato. Partivano a sera inoltrata col suo splendido “destriero meccanico”, e tornavano tardi. Ale passò notti e notti angosciose in quell’estate interminabile, si girava e rigirava nel letto immaginando le scene più amare. Augurò a M. “il traditore”, di andare a cozzare contro un muro, e gli promise vendetta. Giacché non era in grado di farlo personalmente, fantasticò che un essere soprannaturale sarebbe stato il suo vendicatore. Idea balorda, ma il vaticinio impossibile incredibilmente si avverò.
Nell’autunno di quello stesso anno, una coppia che veniva dal nord, da qualche parte del Veneto, affittò il villino attiguo a quello di M. Lui era un impresario sempre in viaggio per lavoro, lei una bellissima donna. Bellissima è dir poco: alta, slanciata, con due splendide gambe, un seno provocante, il collo sottile e l’ovale del viso perfetto, i capelli biondo fulvo, i grandi occhi verdi, e un sorriso ironico costante sulle labbra carnose la rendevano una figura straordinariamente affascinante. In poche parole appariva una dea che emanava sensualità, come il gelsomino spande profumo. Per di più, in un’epoca in cui perduravano pregiudizi sul modo di vestire, sfoggiava tranquillamente gonne vertiginosamente corte. Poco tempo dopo la dea lasciò cadere l’inconsistente velo d’inviolabilità in cui pareva avvolgersi e mostrò un altro aspetto, non più di dea, piuttosto di sirena, o meglio, mostrò ciò che era: un’ape regina. E proprio come se un’ape regina fosse piombata in un’arnia sonnolenta, il paese cominciò a ronzarle intorno. Tutti i notabili, a vario titolo, andarono ad ossequiarla, fu un turbamento generale, che sollevò viva ostilità nella sconcertata alleanza femminile.
La splendida donna sembrò non accorgersi dell’esistenza di M., ma dopo qualche tempo, essendo suo vicino di casa, gli dedicò una tiepida attenzione. Quell’indifferenza ferì talmente M., che si intestardì in uno smodato desiderio di conquista. La bella donna per lui era divenuta un assillo, una sfida irrinunciabile. Cominciò l’assedio presentandosi come vicino premuroso, pronto a darle aiuto nel bisogno, e le offrì utili consigli medici. Adoperò tutto il fascino di cui era capace per entrare nelle grazie della donna e ci riuscì, perché per molti giorni lo si vide raramente. Si mormorava che si fosse invaghito pazzamente della signora Beatrice e che soffrisse in modo orribile perchè lei mostrò un’incrollabile attaccamento alla propria libertà e ricevette altre visite maschili. Il grande incantatore la voleva sua, soltanto sua, e si sentiva umiliato. Il dramma provocò eccitazione e si può ben capire quanto quella donna scandalizzasse Grottaferrata che negli anni cinquanta era un paese ancora all’antica.
Sopraggiunse la primavera a cui tenne dietro una calda estate. Tornarono i villeggianti, ricomparvero Olga e Flavia, e ripresero le abitudini estive, ma M., che di tanto in tanto compariva, si fermava poco, era inquieto, non raccontava più indiscrezioni divertenti e neanche dedicava attenzioni a Olga.
A metà luglio Ale fu colpito dalla varicella e rimase escluso da ogni relazione sociale. Per moltissimi giorni non ricevette notizie interessanti e non gli arrivarono maldicenze gustose. Poi accadde una cosa molto particolare. Fosse suggestione da romanzo gotico (aveva letto poco prima “Il castello d’Otranto”) (4), o fossero reminiscenze di feroci assalti notturni e altre brutalità storiche della Grottaferrata medievale, fatto sta che l’abbazia si legò a racconti del terrore e turbò l’immaginario di Ale che la sognò più volte con spavento.
Durante la malattia, sotto l’azione della febbre forte, ebbe un incredibile delirio. In quello stato d’alterazione mentale frantumò e rimescolò visioni da incubo striscianti l’una nell’altra e trasformò in un dramma personale il tradimento che aveva subito. La psiche alterata lo aiutò a costruire una lugubre vicenda tragica, gli comparvero nella testa dolorante allucinazioni che non distingueva da bagliori di folgori e rumori impetuosi come lo scrosciare di pioggia tempestosa, tonfi di tamburo, lamenti, rintocchi di campane, urla. Orribile poi gli appariva la mole tenebrosa dell’abbazia, spettrale, spaventosamente tetra, pareva che andasse a fuoco, grandi fiamme salivano al cielo, e monaci neri terrificanti lo indicavano proferendo implacabili: - colpevole, colpevole -.

Fig. 3 - Un sogno

Ma una figura, la più enigmatica e sorprendente, che si presentava e si ripresentava come protagonista era una donna che pareva Beatrice, ed era legata ad un cavalletto. Gemeva perché le torcevano le braccia, e poi c’erano degli incappucciati, e argani e arnesi che non conosceva ma che gli incutevano spavento. Quella donna torturata davvero assomigliava a Beatrice ed era proprio una scena assurda, inspiegabile, un enigmatico garbuglio.
Ale dopo la fase acuta della malattia si annoiò molto, perciò come passatempo prese a rovistare dentro quegli incubi inquietanti che lo avevano turbato, e si dedicò a quest’analisi come se fosse un problema importante. Voleva capire. Voleva assolutamente spiegarsi quella strana allucinazione. Un indizio sicuro era l’abbazia, che appariva spaventosa, e tornava e ritornava nell’incubo, di conseguenza a furia di proporsi una ragione escogitò ipotesi e analogie, e i riferimenti coincisero fino a dargli una soluzione. Ecco cos’era accaduto, nello stato d’esaltazione in cui era precipitato aveva ricostruito la storia di Rosa soprannominata Rosolaccia. Quella era una di quelle storie che affascinavano Ale, e conoscendo le predilezioni letterarie del ragazzo, il dottore gli aveva raccontato il processo per stregoneria che la Rosolaccia aveva subito nel XV secolo. Per la verità M. non aveva mai messo in relazione quel crudele episodio con l’abbazia di Grottaferrata, ed in effetti nessuna guida ne parla. Bisogna dire però che le guide turistiche descrivono le origini del monastero, le fortificazioni, i capolavori d’arte, e illustrano anche il museo, l’antica biblioteca e la scuola di restauro dei libri, ma nessuna dice niente della “stanza dell’Inquisizione”, o dei passaggi segreti, tranne la guida di L. Devoti, che accenna ad una “fogna” usata durante un assedio per introdurre proditoriamente degli armati nella fortezza (3).
Frequentando la biblioteca Ale aveva fatto amicizia col bibliotecario e una volta questo gli aveva mostrato alcuni ambiti esclusi dalle visite al monumento. Vide così la sinistra sala dell’Inquisizione, alla base del mastio, e rimase impressionato notando un’antica carrucola infissa nel soffitto. Suppose che un tempo venisse usata per tirare la corda dov’erano appesi gli indiziati perchè in quella stanza la venerabile magistratura s’intratteneva a dispensare la giustizia. In seguito cercò libri sui processi per stregoneria e infine nella sua immaginazione, letture e stampe antiche presero un loro ordine autonomo, divenendo una cronaca medievale, una vicenda che annotò diligentemente in un quaderno.

Fig. 4 - J. H. Fussli: The Nightmare

Per vari anni la Rosolaccia si era introdotta nel monastero attraverso uno degli accessi segreti che sboccano nel Vallone, voragine a sud ovest dell’abbazia. Questi passaggi erano antichi condotti romani adattati poi nell’alto medioevo a vie di fuga in caso di assedio. La Rosolaccia, povera contadina vissuta in condizioni miserabili, era un’esperta intenditrice d’erbe, abile nel preparare medicamenti e scaltra nell’usare panacee e bevande fatturate. Mescolando certi funghi con l’efedra era capace di suscitare visioni infernali o paradisiache. Oltre che astuta era molto bella, e sfruttò quelle doti appagando “attese”, non solo di contadini, ma anche del ceto elevato. In questo modo però s’era incautamente caricata della fama di strega, diceria pericolosa in quei tempi senza garbo, né senno.
Il monastero di San. Nilo in quell’epoca era al culmine della potenza, i confini dei suoi domini giungevano lontano, ed era ricco e popolato. Fuori delle mura, era cresciuto un paese, ma molti dei contadini vivevano al suo interno. Al tramonto, al suono delle campane, le mandrie tornavano nelle stalle, gli uomini alle loro case, i monaci alle loro celle, il ponte levatoio si alzava e la spessa muraglia difensiva si faceva inaccessibile. Nel pieno della notte, come gatta selvatica, la Rosolaccia si introduceva silenziosamente nella rocca, per un passaggio segreto, e arrivava in certi locali dove si incontrava con alcuni santi monaci. Aveva premurosi estimatori in molti frati, che in vari modi lei sapeva condurre all’estasi e il segreto era stato conservato a lungo. Un brutto giorno disgraziatamente s’innamorò d’un novizio, e quell’attrazione li portò entrambi alla rovina. L’Archimandrita, informato della tresca, una notte sorprese la Rosolaccia abbracciata al leggiadro, frastornato fraticello. Furono imprigionati entrambi e sottoposti a lunghi interrogatori. Ma se il novizio pagò la propensione al peccato con anni e anni d’espiazione, la Rosolaccia finì sul rogo.
Negli ultimi istanti, quando fu legata sopra le fascine per essere incenerita, si mostrò terribile. Con gli occhi dilatati e la bocca contorta, il viso sconvolto dal furore e dallo spavento, Rosa maledì tutta la gerarchia e i vigliacchi presenti allo spettacolo. Giurò che sarebbe tornata come spirito, per tormentare tanto in vita che nell’aldilà quei miserabili assassini, e un giorno si sarebbe reincarnata per vendicarsi sui discendenti e sui futuri monaci.
In autunno Ale tornò al liceo. Ogni giorno si recava a Roma con il solito tram della STEFER e durante il tragitto inevitabilmente udiva molti pettegolezzi. Sceso dal tram in genere quelle insignificanti maldicenze si dileguavano, ma una notizia raccolta un mattino lo colpì profondamente. Venne a sapere in quel modo che la signora Beatrice aveva conosciuto uno studente di cui si era invaghita pazzamente e all'improvviso aveva dato il benservito a M. La notizia non lo rallegrò per niente, nonostante “il tradimento” ammirava ancora ed era sempre affezionato all’originale dottore. Aveva abbandonato da moltissimo tempo ogni desiderio di vendetta e adesso provava solo pena per lui.
Circa tre anni dopo lo strano incubo che lo aveva tormentato, Alessandro partì per Milano. Era in atto la grande rinascita economica italiana e al Nord si prospettavano ottime opportunità di lavoro. Ale lasciò Grottaferrata con gran timore, e si avviò verso un’avventura piena d’incognite. In un primo tempo si sistemò, con molto disagio, in una stanza a pigione, due mesi dopo si era già adattato a quella nuova vita che cominciava ad offrirgli l’indipendenza tanto desiderata. Un giorno ricevette una lunga lettera triste. Sua madre lo informava che M., dopo una lunga malattia mai rivelata, era morto. Ale rimase seduto sul letto per molto tempo con la lettera tra le mani, guardando nel vuoto. Ricordò tante conversazioni incancellabili, confermò mentalmente l’amicizia che non era mai stata infranta, magnificò le lezioni di vita che l’amico dottore gli aveva impartito senza che lui se ne rendesse conto, e deplorò fortemente la gelosia folle che aveva causato quel ridicolo desiderio di vendetta. Naturalmente ricordò anche lo stravagante dramma che si era costruito. Come aveva potuto immaginare che la signora Beatrice fosse una manifestazione della Rosolaccia? Idea pazza, ma di cui non era responsabile perchè provocata dall’esaltazione febbrile.

Fig. 5 - La rosolaccia

Rosolaccia! che strano nomignolo le avevano affibbiato, faceva pensare ad un brutto fiore, mentre lei al contrario era bella, ed era stata una povera donna che aveva trascinato una vita disgraziata. Nel cuore di Ale, Rosa aveva tutta la comprensione e la compassione possibile. Mentre vagava dietro a quei pensieri, gli occhi fissarono il piccolo fornello elettrico e il bollitore. Ogni mattina lo adoperava per prepararsi il the e il vapore usciva a sbuffi dal bricco. Un raggio risplendente penetrò dalla finestra e attraversò il fiotto di vapore evidenziandolo oltremodo. Ale si accorse con sorpresa che una nuvoletta assumeva l’apparenza inconfondibile di un fiore.
Una bianca corolla arruffata che sicuramente aveva la forma di una rosa fluttuava leggermente nella stanza. Guardò quel singolare fiore rimanere fermo a mezz’altezza per un secondo o due, poi dileguò come appunto svanisce il vapore. Forse per suggestione sembrò ad Ale che quella tenue figura, prima di sparire, fosse diventata di un inequivocabile color rosa.

NOTE

(1) Vedi il blog di Achille Nobiloni: “Frascati e dintorni” Il bombardamento di Frascati, l'8 settembre 1943 all’indirizzo:
http://achillenobiloni.blogspot.com/2010/03/il-bombardamento-di-frascati-l8.html

(2) vedi i siti : La rete tramviaria dei Castelli romani a Grottaferrata, Frascati, Marino, Albano e Genzano (1903-1910) all’indirizzo:
http:/www.tramroma.com/tramroma/rete_ext/stfer/storia/caststo_02.htm
e anche: Immagini del tram ai castelli romani all’indirizzo:
http:/digilander.libero.it/stefercastelli/steferstoria/albumcastelli.htm

(3) Vedi Luigi Devoti. L’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata, pt.II, Dalla fine del medioevo al secolo XX (Itinerari della Campagna Romana). Ed. Tra 8&9; 1997, pag.9 (dell’ediz. tascabile)



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - settembre 2010


 
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