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IL GENIO DEL CAFFE'
Nona puntata














  
 

Fu Emma la prima a riprendere il colloquio, e disse subito: – Tobia ora potremo affittare una casetta e viverci decentemente finché ti sarai ristabilito del tutto e potrai cercare un buon lavoro. Io troverò molto presto un'occupazione come cameriera, e poi cucinerò per te e provvederò… –.
Tobia frenò quell'impetuosità, traendola a sé, e la baciò. Ma subito dopo prese un'espressione molto seria.
– Emma, ascoltami attentamente: so che mi vuoi bene, anche se mi conosci soltanto da pochi giorni, e so anche che vivresti con gioia insieme a me, ma io non posso accettare di starti vicino come un invalido. Affronterò e supererò questa menomazione, ne sono certo, ma sarà necessario qualche mese. I prossimi giorni troverò un'occupazione, e vedrai che tutto andrà per il meglio. Abbi fiducia. Per il momento però devi tornare al tuo paese, perché puoi essere sicura che ci tengono d'occhio. Il nostro comportamento potrebbe confermare i sospetti che la polizia nutre ancora nei nostri riguardi. Potrebbero convincersi che avevamo organizzato un piano per assassinare e depredare Berto e allora potrebbero sottoporci a ulteriori indagini, che diventerebbero molto incresciose –.
Fece una pausa e offrì un fazzoletto a Emma perché si soffiasse il naso.
– Quando sarà passato qualche mese e vedranno che viviamo, ognuno per proprio conto, una vita normale, e modesta, insomma un'ordinata vita proletaria, le acque agitate si calmeranno e allora verrò a cercarti.
Nel sentirlo parlare in quel modo, all'istante Emma si era allontanata da lui e tutta rabbuiata aveva messo il broncio. Se ne stava sul limite della panchina, gli occhi le si erano riempiti di lacrime e con il viso tra le mani rabbrividiva.
Tobia rattristato riprese a parlare con pazienza, cercando di farla ragionare e di essere convincente.
– Emma, so per certo che i gendarmi non ci perderanno di vista. Se tu tentassi di cambiare l'oro in moneta corrente; intendo dire che se tu volessi trasformare in danaro spendibile, anche una sola delle tue monete d'oro verrebbero a saperlo e ti arresterebbero. Sebbene Dio sa quanto diritto hai di possedere quelle monete per ora non puoi usarle. Per questa ragione ho pensato bene cosa si deve fare –. Emma lo guardava attenta: anche se imbronciata non piangeva più.
Tobia la strinse a sé e a voce bassa continuò: – Ti darò del contante perché tu possa tornare al tuo paese decorosamente. Io posso cambiare un paio di monete perché la paga ricevuta da un marinaio può essere anche in denaro straniero, in valuta estera come dicono i cambiavalute. Mi è consentito possederne ed è normale che un marinaio sceso a terra spenda il suo denaro. Invece tu dovrai comportarti in un modo diverso. Tornata al tuo paese, lontana da questa città, racconterai una storia che avrai ben meditato. Faccio un esempio: potrai dire che una vecchia signora che hai assistito amorosamente ha voluto ricompensarti con un lascito, e questo dono dovrà arrivarti presto. Tra una diecina di giorni ti manderò con la posta un pacchetto sigillato in cui ci sarà qualcosa senza valore, ma i tuoi parenti crederanno che contenga il danaro che attendevi. Insomma potrai dire che il notaio incaricato scelto dalla vecchia signora ha spedito quanto aspettavi e finalmente potrai cambiare qualcuna delle tue belle monete, ma al di là di questo territorio, possibilmente in una città italiana – .
Emma aveva seguito il ragionamento di Tobia con grande attenzione, e pur senza ammetterlo non poteva negare che parlasse con buon senso. Però aveva ripreso a contestarlo, a lamentarsi e a piangere, non voleva accettare l'idea di separarsi da Tobia, benché lui continuasse a prometterle che l'avrebbe raggiunta appena trovata una sistemazione e superato quel complicato momento della vita.
Lei insisteva nel dire che gli avrebbe medicato assai bene la gamba offesa perché senza diligenti e buone cure l'arto ancora infiammato avrebbe potuto peggiorare. Ma questo amorevole consiglio invece di confortarlo lo irritò. Non lo diede a vedere ma temeva quell'amorosa attenzione come una presa di possesso. Come l'inizio di una avventata prigionia in una comoda accogliente gabbia. E la preda di cui occuparsi sarebbe stato lui, quasi fosse divenuto un bell'uccellino ornamentale. Per chiudere serenamente la discussione propose di andare a cena. Poi l'avrebbe portata in una pensioncina dove avrebbero potuto intrattenersi assai bene fino all'indomani.



Quando, un paio di ore più tardi, varcò con passo sicuro la porta della Perla d'Oriente si trovò davanti la Titta, che faceva la maglia seduta dietro il suo banco a vetri. La padrona non gli sorrise e lui capì che quella stava per brontolare: – Non c'è posto, non c'è posto, la pensione è al completo –.
Tobia che già aveva immaginato quella reazione si era preparato al contrattacco. Posò la sacca sul pavimento con l'aria decisa di chi non intende ragioni, mentre la Titta si era alzata in piedi dietro quel curioso mobile che fungeva da reception, da tavolo da lavoro e amministrazione della ditta, da casella postale e da vetrina di cose da nulla. Aveva messo le mani sui fianchi in atteggiamento battagliero ed era pronta a cacciarlo gridando. Tobia non disse una parola. Con fare noncurante mise una mano in tasca e tirò fuori una cospicua manciata di monete d'argento, le posò sul ripiano del mobile, ne avvicinò due alla locandiera rimettendo il resto in tasca. La Titta guardò i soldi e anche lei non proferì una parola, ma mostrò un accenno di sorriso e gli dette la chiave della solita stanza. Quella notte Tobia e Emma si promisero amore eterno, giurarono che avrebbero custodito il segreto portandolo nella tomba e alla fine si addormentarono abbracciati.

Riposarono esausti fin molto dopo l'alba, quando il sole sorse puntuale e insinuandosi tra le tende illuminò il pavimento. Avanzò ancora di più salendo con delicatezza fin sul letto, così che con la sua bella luce svegliò Tobia.
Il marinaio si scosse come colpito da uno spavento che lo destò di soprassalto. Ricordò subito dov'era e non fu felice di ritrovarsi Emma al fianco. Era stato afferrato da un senso di panico: un inesplicabile timore gli si era insinuato nell'animo. Doveva aver sognato e però non riusciva a ricostruire il sogno che gli aveva provocato tanta agitazione. Si svincolò con delicatezza da Emma, che continuò a dormire sorridendo quietamente, e rimase supino con gli occhi sbarrati a guardare le travi del soffitto che gli sembrarono i pennoni di una nave travolta da una burrasca, e tanto squassata che immaginò quelle travi sul punto di precipitargli sulla testa.
Che cosa lo spaventava? Pian piano prese coscienza dei suoi oscuri timori, e infine essi assunsero un senso compiuto. Tanto compiuto che gli si rivelarono delle insidie o trappole da cui doveva subito sottrarsi, salvarsi, fuggire. Aveva già avuto la sera prima l'intuizione che ora lo terrorizzava, anche se non così precisa e spaventosa. Era impaurito da obblighi presunti che ora si mostravano precisi, anzi che si proponevano chiarissimi, preoccupanti e imminenti. Questi vincoli lo avrebbero definitivamente costretto al disarmo dopo aver attraccato a uno squallido molo. Un molo desolato che era la casa proposta da Emma in cui avrebbe trascorso una vita coniugale, con i consueti doveri di cui si sarebbe caricato, e questa conclusione lo spaventava. Essendo in un pessimo stato fisico, tutto gli appariva preoccupante, negativo, addirittura orribile. Quell'handicap gli aveva alterato la percezione della vita naturale e gli aveva dato l'impressione di essere stato accalappiato. Idea terribile che gli sollevò un'istintiva ribellione. Si immaginò accudito come un bambino. Peggio ancora: come un poveruomo malandato, inabile a camminare, pietosamente assistito da una brava moglie e infermiera che pur senza ammetterlo però lo considerava un invalido. E poi lo spaventava l'ordinaria monotonia dell'esistenza che avrebbe dovuto condurre. In tutta sincerità e onestà: l'idea di sé stesso che ogni sera rientrava a casa per la cena, diventato un modesto tradizionale marito lo opprimeva. Lo soffocava tanto da imporgli una risoluta quanto vergognosa fuga. L'angustiava il programma che Emma aveva ideato e che si disponeva ad attuare. Pur senza esporlo con chiarezza gli aveva fatto comprendere con parole prudenti, e appassionate, che voleva restargli vicino, fargli da infermiera, da cuoca, da amante, in definitiva da moglie. Questo generoso proposito per Tobia era insopportabile. Non sapeva come spiegarlo, non trovava un'espressione che dicesse bene il tormento che provava, ma due parole: "programma limitativo" formavano un modo di dire che indicava bene la repulsione per la proposta di Emma. In sostanza avvertiva quel proposito incredibilmente soffocante. Da sempre abituato alla vita libera, errabonda, affrancata dalle consuetudini dell'uomo di terra, gli risultava insopportabile la dedizione amorevole ma oppressiva di Emma. Forse un giorno a venire avrebbe acconsentito al matrimonio, ma ora, al solo pensarci, gli cresceva l'insofferenza. Avvertiva chiaramente che giorno dopo giorno, sera dopo sera, si sarebbe spento abbandonandosi pigramente alla consuetudine. Avrebbe conosciuto amici con cui si sarebbe incontrato in qualche osteria la sera, per giocare a carte e raccontare avventure vissute e sentirsi raccontare storie di mare. E sera dopo sera ogni impulso, ogni spinta a emergere, a migliorare, a studiare, ogni desiderio di formarsi una cultura si sarebbe diradato per scomparire per sempre. Avrebbe finito immancabilmente per inaridirsi. Sarebbe tornato a casa per la cena, sarebbe andato a dormire e … buona notte a ogni progetto di miglioramento.

Ci vollero ancora molte ore di discussione per far comprendere a Emma la necessità di rimanere separati fino a quando la polizia avesse smesso di controllarli. Tobia era esausto per la faticosa requisitoria che aveva richiesto tutte le sue capacità dialettiche e persuasive, e più volte aveva dovuto ripeterle il ragionamento. Ma finalmente credeva di aver convinto Emma.
Le aveva dimostrato tutti gli intralci che in quel momento particolare della loro vita avrebbero potuto avere: lui si trovava in quella città ancora come forestiero e di sicuro avrebbero dovuto affrontare molti impedimenti e contrarietà. Affermò che agiva con così grande cautela proprio per non commettere errori che avrebbero potuto distruggere i loro sogni. Insistette nel dire che si muoveva con prudenza proprio per il bene di Emma, e finalmente sicuro di averla persuasa, si sentì più disteso e tranquillo. Perciò la condusse flemmaticamente alla stazione. Ma sarebbe stato meno ipocrita se avesse taciuto quella fumosa esibizione di cautela. Aveva compiuto uno sforzo inutile, perché malgrado ogni appello alla prudenza e ogni promessa di ritrovarsi presto, lei non ne voleva sapere di lasciarlo. Non voleva assolutamente partire. Solo a mezzogiorno Emma salì sul treno tanto triste da fare pena. Fu un lungo addio dolente. Tobia le promise che sarebbe tornato da lei quanto prima possibile, appena avesse trovato un lavoro e non si fosse più sentito un peso. Emma giurò che lo avrebbe aspettato per sempre.
Per sempre! Lo ripeté più volte. Infine il treno partì e Tobia non smise di sventolare il fazzoletto finché l'ultimo vagone non rimpiccolì tanto da confondersi col paesaggio.
Venendo via dalla stazione gli venne il sospetto di essere stato un detestabile ingrato, ma sentiva di essere ancora libero di decidere per sé stesso e di sperimentare qualsiasi scelta gli si presentasse. Questa sensazione di libertà era incredibilmente soddisfacente. Era una condizione necessaria per ritrovare forza e speranza, per superare la menomazione che lo aveva distrutto, per tornare a mettersi in gioco e considerarsi un uomo valido e capace. Si disse che aveva fatto bene a parlare ad Emma nella maniera in cui si era spiegato: chiaro, corretto ed efficace. In fin dei conti le aveva detto onestamente che se lui non era in grado di guadagnarsi il pane avrebbe rappresentato un peso, e per nessuna ragione voleva essere un peso. Aveva parlato bene ? Non ne era del tutto sicuro e forse non era stato irreprensibilmente leale, ma si era tolto quel gran problema che lo tormentava. Ora il futuro prossimo gli avrebbe dato una risposta.
Pensando a cosa avrebbe potuto fare, gli tornò in mente che aveva fantasticato, spinto da oscure segrete aspirazioni di successo, di essere un pittore: un eccellente artista che avrebbe dipinto un magnifico quadro. Questo dipinto poi sarebbe stato esposto in una mostra. Gli sembrò un'idea talmente estranea, bizzarra e canzonatoria che rise tra sé e sé con un senso di ironia che da molto tempo aveva dimenticato di essere in grado di esprimere.




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Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - maggio 2016



 
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