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IL GENIO DEL CAFFE'
Ottava puntata














  
 

Tobia sbalordito si rizzò a sedere sul giaciglio, e non sapendo che atteggiamento tenere, meccanicamente disse – Lo giuro –. Era contrariato, inquieto, insonnolito, e rimase seduto a scrutare Emma del tutto frastornato. Però lei sembrava perfettamente lucida, e nonostante l'ansia che Tobia provava pareva del tutto padrona di sé. Non era il caso di pensare che fosse impazzita: si mostrava risoluta, e capace, sebbene fosse molto agitata. Considerando la determinazione che manifestava, era evidente quanto fosse urgente e fondamentale il piano che aveva studiato. Tobia fu certo che conosceva un segreto.
Lei riprese a parlare e aveva la voce soffocata dall'emozione: – Tobia, conosco il posto dove Berto nascondeva il malloppo, il suo tesoro segreto. Una notte era sceso giù in sala silenziosamente, sicuro che dormissi. Mi affacciai con grande prudenza, senza fare il minimo rumore, e dall'alto lo vidi armeggiare sotto il bancone; alla luce di una candela aveva spostato qualcosa, non distinguevo bene, ma vidi luccicare dell'oro. Sono sicura che là sotto c'è una fortuna. Abbiamo il diritto di prenderne almeno una parte. A me spetta perché sono stata trattata peggio di una schiava: ha abusato di me in ogni modo. E tu ne hai diritto per come ti ha ingiuriato, per come ti ha fatto lavorare ed ha tentato di depredarti, pur sapendo che sei in una condizione miserevole –.
– Ma Emma, può essere pericoloso ! – Esclamò Tobia che ora, eccitato, nervoso, tormentato da tragici presentimenti, non aveva più un'ombra di sonno. Era preoccupatissimo del rischio, inquietissimo per l'imprudenza che stavano per compiere. E ripeté: – Può essere pericoloso, e poi appropriarci … – stava per dire: – di un patrimonio altrui è disonesto –.
Ma Emma lo anticipò: – No Tobia. Non avere perplessità. Hai diritto a ricostruirti una vita già molto difficile. Questo è un dono della Fortuna, accoglilo con gioia e non farti scrupoli. E poi non abbiamo ricevuto, né io né te, la paga che ci spettava –.
Emma continuò a spiegargli che cosa bisognava fare, e lui la avvertì – Probabilmente domani mattina ci perquisiranno, e finiremo in prigione –.
– No Tobia, ci ho pensato a lungo. Ieri sera hanno portato via la cassetta col denaro in argento e rame, e dal registro della contabilità hanno preso tutta la cartamoneta che hanno trovato. Poi hanno portato con loro anche il portafoglio che aveva Berto su di sé. Sono sicura che tutto quello che c'era di denaro contante, e documenti di qualche importanza, sanno di averlo confiscato. Se per caso ti trovassero del denaro addosso, puoi provare che è la retribuzione che ti spettava quando sei stato sbarcato ferito. Il mio non andranno a cercarlo nella gonna perché lascerò due spiccioli nella vecchia borsa malridotta – .
Era ansante per la foga, e continuò ardita e accesa.
– Se non prendiamo noi il danaro che teneva nascosto là sotto, finirà sicuramente nelle mani di qualche sconosciuto, di un nuovo oste a cui venderanno la bettola, o di qualche operaio altrettanto ignoto che sarà chiamato a ripulire e a rimettere in sesto il locale –. Fece una pausa per riprendere fiato.
– Perché questa stamberga sicuramente la venderanno e passerà ad un nuovo proprietario che vorrà rimetterla in ordine secondo un suo criterio. Certamente in quell'occasione troveranno il nascondiglio, e l'oro andrà a finire nelle tasche di chi non se lo merita –. Tobia attentissimo era pronto a cogliere ogni possibile ostacolo, ogni eventuale errore. Ma il proposito, e il ragionamento, di Emma erano perfettamente validi e non poté che darle ragione.
Emma fremente disse: – Dobbiamo sbrigarci perché dovrò cucirmi addosso la mia parte e tu dovrai cucire la tua nella sacca, come fanno tutti i marinai –.
Rientrarono nella "sala delle mescite" turbati, inquieti, timorosi, ed evitarono di guardare il morto rimasto steso sul pavimento, e coperto da un lenzuolo. Alla luce di una candela si misero al lavoro, e con molta fatica spostarono la grande cassa dove l'oste buttava gli avanzi. Era di legno massiccio, pesava molto perché Berto l'aveva resa ancora più pesante inchiodandovi lastre di piombo sul fondo per renderla inamovibile in apparenza. Dopo averla scansata si resero conto che una delle piastrelle dell'impiantito si poteva sollevare facilmente. C'era sporcizia ed escrementi di topi là sotto, ma provando a scalzarla videro, così come avevano immaginato, che potevano alzare una piastrella. Sempre con un coltello ne sollevarono un'altra e apparve ai loro occhi un piccolo vano che conteneva una borsa di pelle: era piena di monete d'oro e d'argento. Tremavano tutti e due dall'eccitazione e mentre sparpagliavano le monete su un tavolo, lontano dal cadavere, ragionavano febbrilmente ognuno in sé, e per sé.



Decisero in un primo momento di farne tre parti. Una l'avrebbe presa Emma, una Tobia, e l'altra l'avrebbero lasciata nella borsa. Poi ci ripensarono, perché anche se in seguito il nascondiglio fosse stato scoperto, nessuno avrebbe potuto dire a quale scopo era stato predisposto, e cosa aveva contenuto, perciò fecero a brandelli la borsa e la eliminarono.
Chi avrebbe potuto dire che Berto aveva nascosto dell'oro là sotto e che i due poveri inservienti lo avevano scoperto e trafugato ? Le ultime ore della notte Emma le passò a cucire nel risvolto della gonna malandata le sue monete d'oro e Tobia effettuò un'operazione simile scucendo e poi risistemando il fondo della sacca. I marinai sono abili con l'ago. Infine esausti e felici si sdraiarono vicini e una vampata di complicità e d'amore li unì.
Di nuovo Tobia sentì acuto il desiderio di un caffè e la frenesia che lo aveva acceso gli suscitò una strana idea: se avesse saputo dipingere avrebbe realizzato un quadro con il sole che usciva da una tazzina di caffè. Poi nell'assopirsi vide quel suo quadro immaginario, e vide il caffè uscire dalla tazzina come un ruscello e invadere la sala della mostra dove era esposto il suo quadro.




Alle otto, quando li svegliarono bussando violentemente alla porta dell'osteria, dormivano ancora esausti. Era il magistrato accompagnato dai gendarmi. Il funzionario li interrogò ancora a lungo, più tardi fecero entrare alcuni avventori abituali che confermarono il carattere prepotente e irascibile dell'oste deceduto, raccontarono della sua dissolutezza, come e quanto si ubriacasse a tarda sera. Due di questi abituali clienti dichiararono che la sera precedente erano usciti per ultimi e avevano visto l'oste offendere il marinaio con la gamba invalida e maltrattare la cameriera. Dissero che l'oste era completamente ubriaco e li aveva presi a botte per buttarli fuori della taverna. La testimonianza scagionò a sufficienza sia Emma che Tobia dai sospetti del funzionario. Infine il Delegato dispose che i due non se ne andassero finché non fossero giunti i parenti del morto, che nel frattempo erano stati avvertiti.
Nel pomeriggio arrivò, insieme al marito, la sorella del defunto. Una donna anziana e corpulenta, una peluria nera sul labbro superiore la rendeva più sgradevole di quanto apparisse a prima vista. Ma a renderla spiacevole soprattutto era l'espressione astiosa. Non aveva bisogno di dire alcunché per rivelare un carattere manifestamente litigioso e detestabile, e si dimostrò immediatamente dura e avida. Per Emma trattare con quella vecchia strega fu una fatica ripugnante che degenerò subito in controversia.
L'aspetto, e il comportamento prepotente e rapace della vecchia megera, non poteva essere più simile a quello del fratello defunto. Prima ancora di aver compreso bene com'era accaduta la sciagura, avanzò sospetti, e si comportò nella stessa maniera aggressiva del fratello. Recitò una messinscena di afflizione inginocchiandosi ai piedi del corpo esanime del fratello, quanto bastava per offrire ai presenti una parvenza di pietà, poi cominciò a inveire contro quella puttana di serva che era stata la causa del decesso e contro quel buono a nulla di marinaio, di certo un parassita, degno compare della sgualdrina. Sicuramente erano due furfanti che avevano depredato suo fratello. Parlò astiosamente e con insolenza. Disse che dovevano andarsene immediatamente. Ma quando Emma, assistita da Tobia, le chiese garbatamente il salario che le spettava, quella strepitò ancora più forte: se ne dovevano andare subito. Poi quando avesse controllato i conti e si fosse assicurata che tutto era in ordine, sarebbero potuti tornare. Solo allora avrebbe saputo se avevano diritto a una retribuzione.
Emma andò a prendere il suo misero bagaglio e Tobia la sua sacca. La megera volle perquisire la borsa di Emma perché era sicura che quella scellerata cameriera aveva depredato suo fratello. Nella borsa di Emma non trovò che pochi spiccioli, e nella sacca di Tobia trovò delle monete che il giovanotto aveva lasciato di proposito, e quando la strega pretese dai gendarmi che gli confiscassero il danaro, certa di avere ragione, Tobia protestò tranquillo: – Chiedete al capitano del Duca del Mare se questo non è il mio salario –.
Ambedue, mostrando apertamente il risentimento che provavano verso l'oste defunto, e la collera che cresceva verso quell'orrenda vecchia, chiesero agli avventori venuti a testimoniare di riferire come erano stati maltrattati. Poi girarono le spalle all'osteria allontanandosi con sdegno e maledicendola ad alta voce.
Quando furono un buon tratto di strada lontano dagli occhi della vecchia, dei gendarmi e di chiunque poteva conoscerli si abbracciarono e si baciarono gioiosamente. Ridendo e respirando liberi da ogni timore entrarono in un caffè e si concessero una sostanziosa merenda, quindi ritrovarono la piazzetta in cui Tobia si era accasciato quando era uscito dall'ospedale.
Quella sera il piccolo giardino accolse un marinaio ben diverso, quasi del tutto rasserenato, e la panchina che l'aveva già ospitato gli sembrò meno dura. Vi si accomodarono e presero a ragionare.

Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - aprile 2016



 
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