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IL GENIO DEL CAFFE'
Settima puntata














  
 

Tobia si risvegliò di soprassalto, spaventato. Doveva essere notte fonda. Rimase fermo nel buio ad ascoltare, teso e attento: avvertiva dei leggeri rumori, come dei gemiti, che non riusciva a spiegarsi, e percepì un lieve chiarore. Si alzò con circospezione e si avvicinò alla porta che dava accesso al grande locale ingombro di tavoli dell'osteria. Emma stava in piedi, appoggiata a un tavolo e si premeva un fazzoletto bagnato su una spalla. Mormorava tra sé, e si lamentava piangendo a voce assai bassa. Alla debole luce di un mozzicone di candela infilato in una bottiglia, Tobia vide la donna che stava tamponandosi un livido. Aveva sciolto i nastri della camicia che ora restava aperta e mostrava la spalla nuda e un seno. Tobia emozionato si era appoggiato allo stipite della porta che cigolò. Emma ebbe un trasalimento e repentinamente si ricoprì, spaventata buttò il fazzoletto bagnato sul tavolo, poi guardò verso la porta del magazzino. Tobia avvicinando un dito alle labbra le fece cenno di non gridare, si avvicinò a lei e le prese una mano. Dolcemente le sussurrò: – Mia povera Emma che ti capita? Rassicurati, e stai tranquilla. Ti prego di rasserenarti … –.
Emma riprese a piangere senza dire nulla. Singhiozzi silenziosi la scuotevano così violentemente che Tobia impulsivamente le pose un braccio intorno alle spalle e la trasse a sé per calmarla. – Respira profondamente – le disse – quietati, e abbi fiducia in me. Dimmi cosa ti accade, cercherò di aiutarti per quello che posso –.
La povera ragazza sentendo la voce compassionevole e confortante di Tobia si emozionò maggiormente. Un pathos ancora più intenso la invase e non la finiva più di piangere. Tobia le fece cenno di sedere, la strinse accanto a sé e per un poco stettero abbracciati in silenzio, poi la convinse a parlare. Emma dapprima non riusciva a esprimersi, poi prese coraggio e senza descrivere compiutamente ciò che la faceva disperare fece capire a Tobia cosa accadeva ogni due o tre notti nel giaciglio là in alto.
Tobia provò una collera violenta e si sentì disgustato, ma nello stesso tempo gli sembrò di comportarsi in modo che pareva esagerato a lui stesso. Gli parve strano che si intenerisse tanto per quella donna di cui non sapeva nulla.
Per reagire a quella lacrimevole situazione mormorò: – Sai cosa penso ? che mi piacerebbe moltissimo poter bere un caffè –.
Improvvisamente ne aveva avuto di nuovo un desiderio intensissimo, ma lo disse soprattutto per distrarre Emma.
Lei lo guardò amichevolmente, – Lo desideri davvero? – Emma finalmente sorridendo un poco tra le lacrime, bisbigliò che se lo desiderava tanto poteva offrirglielo, ma poteva farlo soltanto alla turca perché in quella difficile situazione in cui si trovavano non aveva altro modo di prepararlo. Tobia affermò che gli piaceva anche in quella maniera. Emma allora fece scaldare l'acqua sulle braci del fornello dietro al bancone e gli preparò il caffè denso e ben zuccherato detto alla turca o alla greca. Tobia aspettò che si depositasse un poco poi lo centellinò con immenso piacere, Quel caffè fu davvero corroborante, gli fece un effetto quasi magico: recuperò energia e lucidità, e una condizione di benessere da cui ebbe un immediato conforto.
Mentre inghiottiva l'ultimo sorso, vide che sul fondo della tazza la polvere scura che si era depositata aveva preso una strana forma. Pareva che avesse disegnato un cuore. Tobia rimase affascinato a fissarlo, come se un incantesimo lo avesse colpito. Era rimasto sorpreso da una figura emersa dal passato, chi sa quando e dove. Gli parve di rivedere l'immagine di una giovane, bella ragazza, che subito svanì, ma che tornò ancora davanti alla mente indistinta, indefinibile, come una screziatura di luce su una superficie bagnata.
Da qualche parte del vasto mondo, in un tempo lontano, una donna gli aveva predetto la fortuna leggendola nei fondi del caffè. Aveva preso la tazza da cui lui aveva bevuto e deposto sul tavolo. Tobia quel giorno era seduto nella veranda di un caffè in qualche città del sud perché gli pareva di avvertire ancora il profumo delle zagare nel vento caldo, e ricordava che sul lungomare, davanti alla veranda del caffè, delle palme oscillavano al vento contro l'azzurro del cielo. La bella ragazza gli si era avvicinata sorridendo, aveva occhi nerissimi, la pelle scura, la bocca larga, denti bianchi lucenti, e esercitò su di lui un fascino straordinario, gli trasmise allegria e sensualità. Ma dove era accaduto quell'incontro? E quando? La visione scomparve all'istante perché degli scricchiolii infausti nell'alcova sopra di lui, lo distrassero. L'oste maledetto si agitava pesantemente nel sonno, ed era possibile che stesse svegliandosi. Tobia preferì tornare nel magazzino.

Berto si alzò tardi, quando discese era spettinato, e ancora in maglia e mutande lunghe di lana. Venne giù per la scala tossendo e sputando in un enorme fazzoletto sporco, e in quell'abbigliamento indecente andò ad aprire l'osteria. Fingeva un'aria bonaria e tollerante da brav'uomo, da onesto cittadino che compie il suo dovere. Un bravo esercente che mandava avanti l'attività commerciale e in un certo senso anche filantropica. Perché offriva un buon servizio al popolo, alleviandone la misera vita col conforto del vino e della grappa. E mentre realizzava quell'opera meritoria ne compiva un'altra, lodevole e patriottica sebbene da lui non fosse certo amata, versando le dovute imposte al governo. Ma il governo pareva non mostrargli la minima gratitudine. Lo Stato, e ancor più il Comune, gli era nemico, ignorava le sue benemerenze e invece di essergli grato lo caricava di tasse esorbitanti.
La buona stima che Berto nutriva verso sé stesso non era condivisa neanche un poco da Tobia e molto meno ancora da Emma. In cuor loro quei due sventurati lo detestavano immensamente.
Nei giorni seguenti, sabato e domenica, Tobia intuì che nella mente dell'oste cresceva una forte antipatia verso di lui, e comprese che il brigante cercava un pretesto per cacciarlo. Il miserabile infatti non smetteva di umiliarlo ricordandogli la sua menomazione e lo caricava continuamente di lavori gravosi ingiuriandolo ogni volta che se lo trovava vicino. In principio pensò che l'oste provasse gelosia perché Emma gli dimostrava amicizia, poi gli venne un altro sospetto e durante la mattina trovò il tempo per controllare la sua sacca. Comprese allora l'origine dell'antipatia di Berto. Il rancore dell'oste nasceva da ben altra causa, non certo dalla gelosia. La sacca era stata ispezionata e quel malvivente dell'oste si era reso conto che non avrebbe potuto carpirgli neanche un centesimo perché il bagaglio del marinaio era sprovvisto di moneta. La collera verso lo sventurato era scaturita da questo insuccesso e Tobia ora si aspettava di essere scaraventato sulla strada al più presto.
Accadde invece un ben diverso e funesto epilogo.

Quella domenica sera Berto sembrava più alterato del solito. Aveva bevuto più di quanto fosse tollerabile senza effetti dannosi. A mezzogiorno aveva infatti celebrato la giornata festiva ingozzandosi abbondantemente: pareva molto soddisfatto. Tanto appagato da mostrarsi quasi ilare. Prese un modo di comportarsi spensierato, davvero insolito per chi ne conosceva il carattere e così gli sembrò giusto concludere la felice giornata scolando una bottiglia d'acquavite.
Alle ventidue, come al solito, cacciò tutti dall'osteria dando allegri spintoni agli irresoluti. Poi, chiusa la porta, ordinò a Emma di salire su per la scala del soppalco davanti a lui. Oscillava alquanto, ed era indubbiamente ubriaco perché rideva e sragionava in modo sguaiato e insolente. Quando fu al culmine della scala, guardò in giù verso Tobia che era rimasto ad osservarli. Forse lo fece per dileggio, o perché voleva mostrare chi era il padrone, comunque tolse la mano sinistra dalla balaustra a cui si sorreggeva e agguantò con ambedue le mani le natiche di Emma. Lei ebbe una reazione istintiva e si contorse nervosamente, Berto, che aveva lasciato l'appiglio, si trovò in equilibrio precario, vacillò e precipitò all'indietro da un'altezza di circa quattro metri, battendo la testa violentemente, e rimanendo immobile sul pavimento. Un fiotto di sangue gli uscì dalla bocca. Emma urlò terrorizzata, Tobia rimase un attimo attonito, poi si curvò ad esaminare l'uomo inerte. Si rialzò lentamente e guardò Emma pietrificata che era scesa giù dalla scala e stava ritta a fatica, mortalmente impaurita, pallida come un cencio. Con una mano sulla bocca, articolò tremante, a voce bassa, – Tobia, Berto è morto ? –
Lui le rispose freddamente: – Si. È morto –.
Emma sbottò in un pianto isterico e si mise a urlare:
– Non è stata colpa mia, non è stata colpa mia, mi picchiava, mi obbligava a fare cose spregevoli e schifose. Tu hai veduto che non l'ho spinto di sotto, è precipitato da solo. Non l'ho ammazzato io, non ne ho colpa –.



Tremava e balbettava. Tobia la prese tra le braccia e la baciò per farla zittire. Emma gli si abbandonò sfinita e rimasero per un po' seduti avvinghiati a guardare l'uomo sul pavimento.
Tobia che intanto aveva riflettuto si scosse. – Bisogna che vada a chiamare un medico e ad avvertire i gendarmi –.
Emma urlò – Non mi lasciare qui, sola con lui, vengo con te –. Sembrava talmente disperata che Tobia dovette acconsentire.
Venne il medico, constatò il decesso, stilò il referto alla presenza degli sbirri che intanto erano sopraggiunti e se ne andò senza pronunciare dichiarazioni o commenti.
I gendarmi interrogarono a lungo i due miseri inservienti, prima separatamente e dopo congiuntamente, alla luce delle lampade a petrolio, Emma si era buttata sul capo un grande scialle nero che la copriva fino alle gambe e pareva la protagonista di una tragedia greca. Una tragedia di quelle in cui, da un momento all'altro, sarebbe crollata sul cadavere del tiranno.
I gendarmi, in quel caso, avrebbero volentieri scritto "…A espiazione del delitto". E avrebbero così risolto rapidamente un'indagine molesta nel bel mezzo della domenica notte. Una conclusione che avrebbe soddisfatto anche il giudice, semplificando tutta la procedura. Ma i gendarmi, scelsero di impersonare regolarmente la parte dei severi inquisitori. Ad Emma fecero mimare l'azione accaduta, come fosse stata una recita. Poi osservarono a lungo la posizione del cadavere, presero nota del fortissimo odore di grappa che emanava e valutarono la testimonianza di Tobia, che al momento dell'incidente si trovava a qualche metro dal piede della scala. Ascoltarono sospettosi la sua deposizione, e non parevano convinti che fosse regolare la presenza del marinaio invalido nell'osteria a quell'ora della notte. Rimasero molto diffidenti ma stesero il rapporto a norma di legge e i due poveretti lo firmarono. Completarono anche un minuzioso inventario di quanto conteneva la bottega. Perquisirono il soppalco che fungeva da stanza da letto, e il magazzino, poi requisirono le chiavi. Dissero che avrebbero ascoltato come testimoni gli ultimi avventori usciti dall'osteria e se ne andarono intimando a Emma e a Tobia di non muoversi per nessuna ragione dal locale fino a nuovo ordine.
Era l'una di notte quando li lasciarono in pace, e i due giovani si sentirono stravolti dalla fatica e dall'emozione. Emma non volle andare a dormire nel letto in alto e non ascoltò nessuna ragione. Ma non voleva neanche stare nella stanza dell'osteria dove il cadavere di Berto era rimasto per terra a disposizione della magistratura. Tobia sentì la necessità di inghiottire qualcosa di forte, stappò una bottiglia di rum e ne prese alcune sorsate. Era a digiuno da molte ore e l'alcol e la stanchezza lo prostrarono. Cedette il giaciglio a Emma e rimase seduto su una sedia appoggiando i gomiti sul tavolo. Ma Emma capì che rimanere in quella posizione sarebbe stato insopportabile per lui e lo obbligò a sdraiarsi al suo fianco. Stettero fermi nel buio, uno vicino all'altro, immobili, persi nei rispettivi angosciosi pensieri, incapaci di rappresentarsi un futuro benevolo. Poi Tobia si addormentò pesantemente lamentandosi nel sonno.
Ma subito prima di addormentarsi, mentre affondava in quello stato di commiato dalla realtà, di sospensione della coscienza che precede il sonno, gli sembrò di vedere una tazza di caffè posata su delle assi e accanto una moneta antica su cui risaltavano due delfini attorno a una rosa dei venti. Sulla superficie nera del caffè invece appariva confusa la strana frase "la fortuna si vestirà di nero".




Lo svegliò Emma scotendolo: – Tobia, Tobia, svegliati, debbo parlarti, debbo rivelarti una cosa di grande importanza –.
Tobia brontolò: – Ho un gran sonno, parlamene domani –.
– No Tobia, domani sarà troppo tardi. Torneranno i gendarmi, verranno i parenti di Berto, ci cacceranno via e non potremo fare più niente. Ascoltami, è più di un'ora che ci penso. Potremo risolvere la nostra vita, la mia e la tua. Ho fiducia in te. Debbo fidarmi per forza, ma credo di non sbagliare nel confidarmi con te. Sono certa che sei di grande bontà, sei onesto e hai dignità. Sono certa che non mi tradirai. Vero, Tobia, che non mi tradirai? –
Questo strano discorso gli aveva scacciato il sonno dalla testa e si stropicciava gli occhi infreddolito. Nel buio cercava di scorgere Emma ed era sorpreso dalla voce risoluta, insolitamente vibrante di lei. Era molto preoccupato, non capiva che cosa volesse fare la ragazza, e pensava che lo spavento sopportato e il raccapriccio verso l'uomo odiato, ora cadavere, le avessero sconvolto la mente. Emma a tentoni cercò un mozzicone di candela, lo accese e alla luce vacillante Tobia vide una donna trasfigurata: aveva un'espressione che non le aveva mai visto nei giorni precedenti. Con i capelli neri sciolti sulle spalle gli occhi scintillanti, ardimentosa come se la sciagura l'avesse esaltata, gli apparve bella. Tobia si mise a sedere sul giaciglio.
– Emma che ti prende? Sei diventata matta? –
Emma si inginocchiò vicino a lui, tremava tutta, lo baciò e rabbrividendo per l'eccitazione gli disse: – Tobia ascoltami attento, promettimi che farai come ti dico, possiamo risolvere per sempre la nostra vita. Giura che terrai il segreto per te, che lo serberai qualunque cosa potrà accadere –.

Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - aprile 2016



 
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