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IL GENIO DEL CAFFE'
Sesta puntata














  
 

Tobia, che si era allontanato di pochi passi, tornò indietro lentamente, ad ascoltare cosa aveva da dirgli l'oste. Era infinitamente debole, demoralizzato.



Se non fosse stato così infelice non avrebbe ascoltato quella voce che, simulando un falso interessamento, era riuscita a suggestionarlo e attirarlo. Non ebbe la fermezza di allontanarsi definitivamente da quel furfante, come avrebbe fatto in un altro momento, e invece di proseguire, tornò ad accasciarsi sulla panca. Pareva una marionetta che stramazza quando la mano che la muove abbandona i fili che la reggono.
L'oste chiamò la donna con un fischio, come avrebbe chiamato il cane, e l'infelice venne strascicando i piedi. Per la prima volta Tobia la guardò con attenzione. Quella ragazza aveva davvero l'atteggiamento di una cagna che si accosta al padrone con timore, perché sa di essere sottoposta a maltrattamenti. Era una donna magra, non brutta, ma talmente malmessa da sembrare più in là degli anni che realmente doveva avere. Forse era poco più grande di Tobia, ma forse neppure. Osservandola bene avrebbe potuto dire che era sui ventitré o venticinque anni. Aveva i capelli neri raccolti a chignon e legati con un pezzo di fettuccia rossa, portava una gonna lunga fino ai piedi tutta sfilacciata dato che la lasciava strusciare in terra. Una camicia e un corpetto rammendati le coprivano il busto; al di sotto si intravedevano due seni piccoli ma che parevano sodi malgrado la miseria della donna. Quella creatura comunicava una sensazione di squallore e infelicità. Si fermò a due passi dal tavolo e l'oste le disse: – Emma, portaci pane, prosciutto e dell'altro vino: il mio amico marinaio ha una fame da lupo –.
Tobia fece un gesto di protesta ma quello insistette:
– Sta tranquillo, offro io –.
Dopo un poco Emma ricomparve con un vassoio su cui aveva posato un piatto sbreccato colmo di fette di prosciutto e salame, un cestino di fette di pane e una bottiglia di vino rosso. Posò tutto sul tavolo e se ne andò.
L'oste, riempì i bicchieri, mise due o tre fette di salumi tra le fette di pane e costrinse Tobia a mangiare. Tobia dapprima si oppose, poi cominciò a inghiottire e a provarne tanto piacere che prese a bere e a divorare una porzione dietro l'altra. Presto cominciò a sentirsi meglio e con la testa leggera.
L'oste lo guardava, immobile e concentrato. – Marinaio, hai già trovato un posto dove dormire? – Tobia scosse la testa, si sentiva un poco tra le nuvole e aveva abbandonato la necessaria cautela. Quella diffidenza che gli era diventata una difesa indispensabile, assimilata attraverso anni di brutali esperienze di mare e di terra, e che per lui era divenuta una protezione istintiva.
– Non sarà facile trovare un lavoro con una gamba ridotta a quel modo –, proseguì l'oste strascicando le parole e guardando Tobia che teneva l'arto pendente dalla panca. – – Come ti è capitato? –
– Un paranco. Un maledetto paranco che si è sganciato durante una tempesta e mi ha colpito. – ringhiò Tobia. L'oste volle saperne di più e Tobia raccontò malvolentieri e rapidamente la disgrazia, poi brontolando amaro concluse: – Ecco come mi ritrovo dopo dieci anni di duro lavoro, buttato a terra come un bugliolo rotto. –
– Già. Sono disgrazie che possono capitare, ma che portano alla perdizione un'esistenza. E la gente non bada alle sventure altrui. Sono tempi duri, e se non è facile trovare lavoro per uomini sani, figuriamoci per uno ridotto come te. Se una persona non ha qualche risparmio da parte finisce per chiedere l'elemosina sulla porta delle chiese. –
Tobia percepì una vibrazione particolare nella voce dell'oste e di colpo recuperò la sua salutare diffidenza.
– No. Non ho risparmi da parte. Mi sono sempre goduto quello che ho guadagnato. Ma non mi lamento, troverò ancora qualcosa da fare. – Rispose bruscamente.
Così dicendo fece per alzarsi e andarsene, L'oste lo guardava sempre con gli occhi socchiusi.
– Marinaio dove hai la tua sacca? va a prenderla, questa notte dormirai qui, ho un lavoro per te. –
Tobia si girò sorpreso: – Che lavoro? –
– Devi badare al magazzino. Qualche tempo fa hanno divelto l'inferriata della finestrina. Evidentemente poi ci hanno fatto passare un bambino che una volta dentro ha lanciato salami e prosciutti a quei delinquenti in attesa di fuori. – Fece una pausa irritata – Formaggi e prosciutti, così mi hanno depredato di un bel gruzzolo sotto forma di provviste. Ma non dovrà accadere mai più. Per il momento ti offro da mangiare e da dormire in cambio del lavoro di guardiano. Se in seguito potrai dare una mano, vedremo. – Tobia che si sentiva molto meglio rifletté velocemente.
– Mi sta bene –, disse, – vado alla pensione a recuperare la sacca e torno. Sarò qui tra meno di un'ora –.
Fece un giro lungo, perché l'Oste non potesse comprendere la direzione che aveva preso, e si recò alla barca abbandonata sotto la quale aveva passato la notte. Là accanto c'erano delle vecchie tavole logore e altro ciarpame, rifiuti abbandonati o trascinati dal mare su quella parte del litorale. Sollevò delle pesanti assi corrose dall'acqua salmastra, spostò con fatica delle grosse pietre, e sotto un brandello di tela di vele, con cui aveva coperto la sacca per ripararla il meglio possibile, la recuperò dal nascondiglio.
Mentre si affaticava a spostare i pesanti massi gli era capitato di provare un intensissimo desiderio di caffè. Avrebbe pagato tre volte il prezzo di una consumazione pur di poterlo bere caldo e zuccherato, ma là intorno non c'era nessuna osteria o bottega in cui avrebbe potuto procurarselo. Quel desiderio acuto gli richiamò alla mente gli eleganti caffè che aveva visto nella grandissima piazza sul lungomare. Promise a sé stesso che un giorno, se avesse avuto molti soldi, si sarebbe seduto a un tavolo di quei caffè e da un fotografo o da un pittore si sarebbe fatto ritrarre davanti al palazzo di città. Avrebbe appeso quel quadro in salotto perché gli avrebbe sempre rammentato i vecchi brutti tempi che certamente sarebbero stati solo un brutto ricordo.




Frugò nell'umile bagaglio, ne trasse un pacchettino, lo strinse nella mano guardandosi intorno furtivamente e per un poco stette a pensare. Era calata la sera e non c'era nessuno sulla strada, tantomeno lungo la riva. Si spostò di qualche metro, sollevò altre pietre avvoltolò il pacchetto in un brandello di tela, e lo depose sotto i massi imprimendosi molto bene nella mente il punto dove lo aveva seppellito. Contentandosi di quell'espediente temporaneo si avviò verso l'osteria e mentre camminava sogghignava tra sé: – Tutti sanno che i marinai nascondono i loro risparmi nel doppiofondo di pelle delle sacche, perciò mio ragguardevole furfante di padrone se tenterai di derubarmi rimarrai beffato –.
Tornò all'osteria che era quasi notte, lo stanzone affumicato e scuro aveva un soffitto molto alto dal quale pendevano lampade a petrolio che diffondevano una luce bassa e giallastra. Il lato più stretto, sul fondo, aveva delle travi che sostenevano un soppalco.
Il "salone delle mescite", come lo chiamava l'oste, si era riempito di operai e marinai vocianti, certi giocavano a carte, altri discutevano animatamente, altri ancora sedevano con aria stolida sulle sedie sgangherate. Alcuni, già ubriachi stavano quasi ciondolando dagli sgabelli accanto alle pareti, o dormivano con la testa appoggiata al muro, altri borbottavano ridendo tra sé e sé. Dietro al bancone Berto il taverniere aveva un'espressione molto più dura e irascibile del mattino. Con le maniche rimboccate muoveva le mani tra grossi barattoli di sottaceti, di alici, di mostarda, di burro. Tagliava fette di pane, di salame, di pancetta, e preparava panini a burro e alici. Emma non faceva a tempo a sciacquare bicchieri e a fare su e giù dal bancone ai tavoli. Ogni tanto mentre lei passava tra gli avventori qualche sciocco, allungava una mano e le dava una pacca sul magro sedere. Lei mostrava di darsi un contegno ridendo e reagendo fiaccamente, ma si vedeva che non era capace di risposte accortamente sprezzanti, né di rispondere con frizzi pungenti o espressioni adeguate. Le sue repliche non avevano né slancio né sarcasmo, e non facevano nessuna impressione.
L'acciottolio delle stoviglie, il frastuono delle voci alterate dall'alcool, l'odore forte del vino e del tabacco da pipa, dettero a Tobia un senso di nausea benché avesse frequentato assai presto le osterie. D'un tratto ebbe una nostalgia inesprimibile per le lunghe notti sul ponte della nave quando il rumore regolare del motore era una rassicurante compagnia e poteva ascoltare il fragore delle onde che schiaffeggiando la fiancata del piroscafo rompevano il silenzio della notte. Se il tempo era sereno, l'immensa volta del cielo stellato sopra la testa lo incantava e la salubre brezza dell'oceano entrando nei polmoni gli dava energia e serenità. Quello era il regno dell'indipendenza; adesso osservando lo schifo che aveva intorno, ne aveva la conferma e provò una dolorosa nostalgia per il paradiso perduto: "Devi avere fame per gustare il sapore semplice del pane", disse a se stesso.

Berto lo notò subito e gli urlò rabbiosamente: – Marinaio della malora, hai impiegato un secolo a tornare, vieni qua e sbrigati. Aiuta Emma a servire, vai ai tavoli a prendere gli ordini, e muoviti –, così ringhiando gli porse un vassoio pieno di bicchieri e due bottiglie, mentre indicava con un cenno della testa il tavolo che doveva servire. Tobia pur zoppicando cominciò a darsi da fare e malgrado l'avversione che provava verso l'oste, sentì un sentimento di sollievo nel fondo di sé stesso. Andò avanti e indietro ininterrottamente fin verso le dieci, quando la clientela cominciò a diradarsi. Poco prima delle ventitré erano rimasti solo quattro o cinque ubriachi e un gruppo di marinai alticci, allegri, e infervorati in una stupida discussione sui mostri marini che in un'altra occasione avrebbe suscitato l'ilarità di Tobia.
Andando su e giù dal bancone ai tavoli aveva notato che il comportamento di Berto col passare delle ore si inaspriva e aveva notato che Emma aveva preso un'aria assai più manifestamente spaurita di quanto gli fosse apparsa al mattino. L'oste lanciava imprecazioni contro quei miserabili marinai scansafatiche che stavano ore seduti ai tavoli ubriacandosi. Poi cominciò a inveire violentemente bestemmiando, battendo il pugno sul bancone e prendendosela con quei furfanti dei fornitori disonesti e con gli avidi esattori delle tasse. Ad un certo punto prese a imprecare verso Tobia.
– Ehi, marinaio datti da fare o ti spacco anche l'altra gamba – . Tobia quando ebbe occasione di incrociare Emma le chiese: – Ma cos'ha quel diavolo di oste? –.
– A quest'ora si riduce sempre così: tiene una bottiglia di acquavite sotto il bancone, si ubriaca e dà in escandescenze. Non ci badare –.

Alle ventitré cacciò fuori urlando come uno spiritato i marinai rimasti a vociare e prese a spingere rabbiosamente quei quattro ubriachi che non volevano uscire, finché li buttò sulla strada malamente, poi chiuse strepitando l'uscio dell'osteria.
Rivolgendosi collericamente a Tobia: – Prendi la tua sacca e vieni di qua – .
Spingendolo malamente nel magazzino dietro lo stanzone dell'osteria gli mostrò una specie di pedana di legno su cui erano appoggiate delle damigiane che Emma e Tobia dovettero scansare quel tanto per ottenere uno spazio sufficiente a ricavarne un giaciglio.
– Ecco, dormirai là sopra, Emma ti aiuterà a ripulire quell'ottimo lettuccio. Ci sono un paio di coperte là dietro. Sta attento che se osi rubare qualcosa ti rompo tutte le ossa, hai capito? Voi marinai siete tutti dei malandrini, ma io vi tengo d'occhio –.
Mentre parlava ritto sulla soglia ondeggiava leggermente sulle gambe e non sembrava del tutto lucido. Girò le spalle, tornò in quello che chiamava maestosamente "salone delle mescite" e cominciò a salire faticosamente sulla ripida scala di legno per raggiungere l'ammezzato che gli serviva da stanza da letto.
Il grande locale dell'osteria in un altro tempo doveva essere stato una manifattura di vele, o di cordami, e a quello scopo gli ambienti erano stati costruiti vasti e alti. Per la stessa ragione in origine doveva essere altrettanto lungo, ma in seguito per trarne miglior profitto era stato suddiviso in diversi locali per ricavarne botteghe e magazzini.
Nell'osteria la zona sul fondo dello stanzone, al di sopra del banco di servizio, era stata arrangiata a solaio mediante robuste travi e quel soppalco costituiva una specie di piccola stanza, una rozza, sudicia alcova dove Berto dormiva e poteva raggiungere per mezzo di una ripida scala.
Emma aiutò Tobia e, dopo aver spostato alcune damigiane, vi collocò certe stuoie di paglia per ammorbidire un poco la durezza del tavolato. Infine sistemò meglio che poté due pesanti coperte, alquanto infeltrite, e nient'affatto morbide, perché Tobia potesse dormire in una sembianza di letto.
Mentre lavorava organizzando il giaciglio non proferì una parola. Infine si appoggiò allo stipite e rimase a guardare il giovanotto con aria sgomenta, senza manifestare il timore e il disgusto che Tobia avvertì chiaramente, ma che sul momento non comprese. Evidentemente quell'avversione per l'osteria e per l'oste consumava la ragazza.
Tobia non capiva perché Emma se ne stesse là inebetita quasi che si aspettasse una sciagura, ma quando sentì la voce irosa di Berto urlare – Emma! Allora ti vuoi muovere si o no? – comprese cosa la preoccupava
Tobia la vide rabbrividire e poi salire lentamente la scala come se andasse al patibolo.
Si sdraiò su quel malagevole giaciglio, quasi la cuccia di un cane, pensando che in ogni caso era meglio del miserabile ricovero della notte precedente. Piuttosto che stare sulla nuda terra sotto la barca rovesciata, era meglio dormire tra le damigiane e le ragnatele ma con un tetto sulla testa. Malgrado la stanchezza non riuscì ad addormentarsi subito, l'espressione spaventata di Emma l'aveva turbato. Dopo poco, quando finalmente stava per scivolare nel sonno sentì la voce della donna supplicare: – No, no. Così mi fai male, non stringermi, mi soffochi, lasciami stare –. E poi ancora le esclamazioni dolorose di Emma che singhiozzava come una bambina. Dopo un attimo ecco ancora la voce eccitata e roca di Berto che esigeva qualcosa dalla donna. L'ansimare dell'uomo che stava abusando di lei e godendo impetuosamente, il gemere della donna che subiva la presa selvaggia del brutale padrone lo esasperarono, facendogli esplodere un odio impotente.
Tobia sentì salire il sangue alle tempie, una rabbia incontenibile l'afferrò e mai come in quel momento maledisse la disgrazia che lo aveva privato della sua agilità e della forza. Sentì una compassione dolorosa per la povera donna, ma si obbligò a stare calmo perché non avrebbe potuto intervenire. Non ne aveva alcun diritto.

Dopo un po' finalmente scese il silenzio e Tobia scivolò nel sonno. Ed ecco che si presentò di nuovo il gatto monco che nel sogno gli venne incontro dalla pensione della signora Titta. Sogghignava offrendogli del caffè. Si presentò come Herrprinz, fece un inchino grottesco e gli porse la tazzina. Tobia la prese incerto e al primo sorso sputò per terra quella indecenza di caffè.
– Cosa c'è ? Non le va bene il caffè marinaio? – Chiese il gatto, – non piace al signore ? E' un ottimo caffè fatto con pura acqua marina come esige un bongustaio, è un caffè delizioso. Forse preferisce che le canti una canzone? una vecchia canzone marinara? – E attaccò un'orribile nenia variata da miagolii che laceravano le budella.
Tobia lo pregò di tacere per amor di Dio, e quello per tutta risposta gli chiese improvvisamente: – Marinaio dove hai messo la paga che ti ha sborsato il capitano? – E quel dannato gatto assunse la faccia cattiva di Berto, tuttavia sembrava sempre un gatto, un gatto terribile perché dalle gattesche zampe vennero fuori degli artigli enormi che sembravano lame d'acciaio e con quelle zampe spaventose si avvicinò al viso di Tobia.

Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - aprile 2016



 
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