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IL GENIO DEL CAFFE'
Quinta puntata














  
 

Sempre mormorando preghiere era sgusciato fuori dalla barca, e totalmente stralunato, si avvicinò alla battigia. La risacca veniva a morire ai suoi piedi con un monotono lento respiro. Ma quella notte il mare nonostante l'oscurità gli parve sporco, indifferente, perfino ostile. Sulla superficie dell'acqua, appena mossa, galleggiavano residui nauseanti: alghe putride, granchi morti, e schiuma rappresa che si incollava qua e là sulla riva.
I buoni spiriti che aveva invocato non vennero, li cercò scrutando con ansia il buio, ma non avvertì nulla. Non gli accadde di rivedere le strane creature che erano salite a bordo e gli si erano avvicinate, in una lontana notte molto diversa da questa, ma terribile anch'essa. Quelle anime di antichi marinai periti in dimenticati naufragi, gli si erano impresse per sempre nella memoria. Però in quella stessa notte di catastrofe aveva udito, ne fu sicuro, una voce più forte e serena dei lamenti degli spiriti, e quella voce lo aveva meravigliosamente consolato e rinsavito.
In quest'attuale penosa notte invece vedeva solo un baluginare leggero sull'acqua. Forse era prodotto da una lieve fosforescenza, ma non erano di certo gli sconcertanti spiriti di allora. Sicuramente non erano quegli spiriti del mare che erano venuti a consolarlo. Nella notte che gli si era incisa nel ricordo, l'altra terribile notte che ricordava ogni volta che si era trovato in difficoltà. In quella spaventosa notte di tempesta, tutto era accaduto molto diversamente.
Facevano rotta per Genova e navigavano al largo del Golfo del Leone, ma la nave su cui Tobia era imbarcato non aveva la stazza e la potenza del Duca del Mare. Era un preesistente brigantino su cui avevano installato una macchina a vapore e faticava a mantenere la rotta. Il mare ingrossò e verso le sei del pomeriggio si scatenò la peggior tempesta che Tobia avesse veduto nella sua breve vita. Il cielo che sin dalla mattina era striato da veli di nuvole livide e giallognole, verso sera si era fatto un coperchio di piombo cinereo, pesante, opprimente. Mostruose nuvole incollerite, biliose, sempre più verdastre e scure, correvano sulla testa dei marinai inquieti. Nebbie che apparivano fluttuanti cenci sul pelo delle onde presero a innalzarsi dalla superficie del mare, e velami che parevano addobbi funebri si incollarono alle fiancate della nave salendo dall'acqua scura. Correnti marine avverse contrastavano la navigazione del brigantino malgrado il motore andasse a tutta forza, poi al calare della sera l'oscurità piombò all'improvviso e le tenebre avvilupparono la nave. Onde gigantesche si sollevarono rovesciandosi sul ponte e spazzandolo furiosamente. Un urlo infernale pareva salire dal Mediterraneo impazzito, una massa di pietre, non di liquida acqua, sembrava colpire incessantemente le fiancate della nave. E malgrado avanzasse con la sola forza del motore, faticava a mantenere la rotta. Onde enormi sovrastavano la prua, il vento investiva gli alberi con estrema violenza e in un maledetto fulmineo istante accadde la catastrofe. Le vele erano state ammainate all'approssimarsi del cataclisma ma un velaccio si sbrogliò offrì presa al vento, e una raffica violentissima spezzò l'albero di maestra che cadde in una confusione di pennoni fracassati, di manovre distrutte, in un groviglio di stragli e sartie. Il comandante dette l'ordine di sgombrare il ponte, e mentre gli uomini erano impegnati nelle necessarie manovre Tobia fu imbracato e assicurato al piede dell'albero spezzato perché potesse dare una mano senza essere inghiottito dalle onde.
Aveva una grande paura il giovane mozzo. Gli avevano raccontato di tempeste spaventose che avevano portato via navi nello stesso modo in cui un ragazzo agguanta una noce e la frantuma sbattendola in terra con violenza. Aveva sentito raccontare da marinai scampati a naufragi di onde smisurate, e di creature mostruose uscite dalle profondità dell'oceano. Per fortuna lui non aveva mai assistito a eventi tanto tremendi, né aveva visto creature degli abissi, fino al momento in cui se li trovò di fronte in quella notte orribile. Ad un certo momento fu sicuro di essere rimasto solo sul ponte in mezzo all'oscurità, al frastuono del vento e del mare impazzito che generava uno strepito assordante. Era infradiciato fino al midollo e terribilmente spaventato, urlò ma in quel baccano tremendo nessuno poteva udirlo. E fu a quel punto che percepì gli spiriti del mare salire dal profondo e muoversi intorno a lui nel buio. Sibilavano come il vento, ma non erano il vento, e parlavano da ogni parte: dietro di lui, attorno a lui, e dentro di lui. Uscivano dalla schiuma e dai vapori che le onde sollevavano. Tobia non capiva nulla di quello che dicevano, ma gli parve che bisbigliassero parole, e gli parve che le parole diventassero più distinguibili. Gli sembrò che dicessero: – Noi siamo e non siamo. Veniamo e andiamo, ma non come voi lenti e pesanti, noi siamo qui e laggiù, ora, ieri e domani, incorporei e lievi. Vieni con noi Tobia, vieni nel mare, nel mare profondo, avrai una splendida casa di coralli, e arpe e violini suoneranno musiche meravigliose per te – .





Tobia chiese – Siete venuti a prendermi? Devo morire adesso? – Ma una voce forte, come una potente tromba marina, gridò all'orecchio di Tobia. Disse: – No. Non credere a queste desolate anime che non hanno pace. Sono anime di marinai morti in antichi naufragi che espiano i giorni che dissiparono in vita. Scontano le loro vite male impiegate. Tu vivrai e condurrai una vita migliore – .

La tempesta era sempre più forte, un'ondata enorme colpì Tobia togliendogli il respiro ma fortunatamente non lo strappò dalla fune che lo assicurava alla nave. Finalmente, sul finire della notte, i marinai lo sciolsero e lo portarono sottocoperta, lui non si accorse di nulla e non udì più nulla.
Fattosi giorno il tempo migliorò, la violenza delle onde andò attenuandosi e quando poterono occuparsi di Tobia lo trovarono addormentato sebbene fosse fradicio. Lo rivestirono con abiti asciutti, e gli dettero del caffè bollente e forte che Tobia trangugiò, assimilandolo come un liquido prodigioso che restituisce la vita. Poi dormì di nuovo per dodici ore filate e non dimenticò mai più quella notte spaventosa.

Si allontanò dalla riva e tornò sotto la barca, cercando di coprirsi con il sacco logoro e un pezzo di vela che essendo bianca aveva potuto raccogliere nel buio. Mentre si accomodava quei cenci sulle gambe, e copriva il torace con la sacca che aveva svuotato, gli premette sul petto una cosa dura. Infilò la mano nella borsa e ne trasse qualcosa: era l'oggetto più amato che possedeva. Era l'unica cosa che poteva dirgli qualcosa di suo padre, una piccola tabacchiera d'argento che sua nonna aveva conservato. La strinse forte tenendola vicino al viso e dopo un poco, del tutto esausto, si addormentò. Quella notte l'immagine bianca che spesso arrivava quando era molto infelice non comparve; invece venne fuori dalla tabacchiera una densa voluta, come una spirale di vapore che uscisse da una pentola in cui bolle del brodo. Una sbuffata di fumo giallognolo lo raggiunse, ma emanava uno strano odore sgradevole, non come avrebbe dovuto essere un buon profumo di bollito mentre cuoce in pentola, e quello strano aeriforme brontolava lamentandosi. Rapidamente si addensò, infittì come una matassa stranamente pelosa e ancora una volta a Tobia penosamente addormentato comparve il gatto monco che si presentò con una piroetta su una delle tre gambe. Saltava qua e là cercando di acchiappare una salsiccia appesa al soffitto, ma interruppe i maldestri tentativi per rivolgersi a Tobia con un tono confidenziale. Miagolò parole insolenti e Tobia fu certo che gli rivolgesse rimproveri, che lo biasimasse trattandolo come uno scansafatiche, come uno smidollato marinaio senza carattere, incapace di prendere un'iniziativa. Quell'ingrato, malvagio animale che lui aveva giustificato e commiserato, invece di mostrarglisi amico lo accusava, ed egli ne avvertiva ancora di più l'amaro insulto.
Il gatto per stimolarlo prese un remo che era là in terra e lo puntò contro un fianco del povero addormentato per convincerlo che doveva darsi da fare. Tobia si svegliò incollerito, ma si rese conto che il remo che il gatto gli premeva contro, era soltanto una detestabile pietra sotto l'arrangiato giaciglio, e mentre dormiva gli aveva martoriato un fianco.
Gli venne da pensare a Calibano maltrattato da Prospero nella Tempesta, la commedia di Shakespeare che prediligeva. A Tobia sarebbe piaciuto raffigurarsi in Prospero, non in Calibano, miserabile spregevole schiavo. Ma perché avesse pensato proprio Calibano, era semplice: Prospero lo aveva minacciato di un terribile dolore al fianco e fitte e crampi, se lo schiavo avesse disubbidito. Certamente gli sarebbe piaciuto molto di più impersonare Prospero. Se avesse avuto i poteri e i mezzi del potente mago avrebbe spedito Ariel a scatenare una terribile tempesta e avrebbe fatto ballare la quintana al Duca del Mare. Allora i sopravvissuti atterriti, aggrappati alla carcassa della nave avrebbero chiesto indulgenza, implorato il suo perdono.
– Ariel vieni. Almeno vieni tu in mio soccorso – , comandò all'elfo con un borbottio simile a un belato, poi cadde di nuovo in un sonno di sfinimento.



Ariel scatena la tempesta



IN CERCA DI LAVORO


Svegliato dai primi raggi del sole che lo raggiunsero fin sotto la barca, riprese a vagare sempre più avvilito, con la barba ispida e i calzoni e la blusa orribilmente gualciti. Per lui che aveva sempre tenuto molto al decoro e si era sempre vestito nel miglior modo possibile quella trasandatezza era un'ulteriore sofferenza. Verso mezzogiorno si accasciò sulla panca di una grande ma scadente osteria sotto una pergola sbilenca. Subito una giovane donna venne a chiedergli cosa desiderava e Tobia senza guardarla ordinò svogliatamente una bottiglia di vino; in quel momento gli era parso l'unico rimedio, anche se non ne aveva voglia. Aveva la testa vuota, i crampi allo stomaco lo tormentavano ma non desiderava mangiare, gli sembrava che se avesse ingoiato una qualsiasi cosa subito dopo l'avrebbe vomitata.
Versò il vino nel bicchiere ma lo lasciò a lungo sul tavolo senza toccarlo, poi distrattamente cominciò a sorseggiarlo lentamente. Passarono forse ore, più volte la ragazza uscì a chiedergli se desiderava qualcosa da mangiare, e lui senza guardarla ogni volta scuoteva la testa. Ad un certo punto venne fuori il padrone. Era un uomo che si sarebbe detto sui cinquanta, ma assai mal portati. Era di bassa statura, tarchiato e con una espressione dura e collerica. La faccia squadrata dagli spinosi scopettoni e dalle nere folte sopracciglia, assomigliava a quella di un mastino e la barba, non rasata da qualche giorno, gli copriva ispida le gote flaccide. Aveva un grembiule blu, sporco di chiazze d'unto che gli stringeva il ventre prominente e l'alito gli puzzava di alcool a un metro di distanza. Si avvicinò a Tobia e lo apostrofò con veemenza – Marinaio ti sei incagliato a quel tavolo ? Solleva l'ancora e spiega la vela, perché qui o si consuma o dopo un poco bisogna lasciare il posto agli altri avventori –.
Mentre parlava faceva la scena di ripulire i tavoli attorno con un lurido straccio.
Tobia si guardò in giro con un'espressione così eloquente che era come se dicesse ad alta voce: " Non vedo neanche un avventore ". Al tempo stesso si alzò faticosamente con un comportamento così triste e stanco che l'oste rimase un attimo indeciso, ma ci ripensò in fretta e lo guardò con espressione torva.
– Marinaio mi dispiace per te ma questo non è un ospizio, paga, e togliti dai piedi –.
Tobia cacciò la mano nella tasca dei pantaloni, tirò fuori una moneta che bastava a pagare il doppio della consumazione, la gettò sul tavolo e fece per andarsene.
Qualcosa passò per la testa dell'oste adocchiando il gesto di Tobia, perché si fermò accanto al tavolo pensieroso mentre l'altro si allontanava. All'improvviso come incalzato da un'idea repentina decise di cambiare registro. Assunse un tono di voce cameratesco e chiamò indietro il marinaio.
– Perdinci marinaio, se hai qualche problema possiamo vedere cosa si può fare. Ho aiutato altre volte uomini di mare in cattive acque e se vuoi possiamo sederci ancora un momento e ne parliamo –.
Fece una pausa osservandolo con gli occhi socchiusi. – Però spicciamoci –, insistette impaziente, – Che poi debbo travasare il vino e riempire le bottiglie per questa sera –.
Continuava a guardare Tobia con gli occhi socchiusi, pareva un cacciatore che avesse piazzato una trappola e stesse a guardare se un animale ci cascava dentro.

Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - marzo 2016



 
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