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IL GENIO DEL CAFFE'
Quarta puntata














  
 

Non c'è da meravigliarsi dunque se dopo quanto gli era accaduto Tobia non aveva più voglia di niente, non lo attirava neanche la birra, che in quella città era ottima. Qualche anno prima invece, nei giorni beati in cui era sceso a terra ed era andato in giro con gli amici, ne aveva bevuti boccali su boccali.
Ricordava bene che altre volte gli erano capitati dei momenti spiacevoli, dei momenti addirittura intollerabili, quando per qualche ingiustizia patita aveva dovuto affliggersi senza potersi opporre, ma aveva saputo trovare rimedio. O quando era rimasto molto avvilito per qualche punizione o per qualche delusione, allora vino, birra, acquavite, rum, tutti quegli amichevoli liquidi alcolici erano stati capaci di risollevargli l'animo. Ma ora quel conforto non funzionava più, tanto che entrando nell'osteria l'odore del vino gli diede quasi disgusto. E quando uscì dal cesso chiese se potevano fargli un caffè. Desiderava soltanto il caffè.
Questo era il peggiore dei sintomi, era come stare nella sala d'attesa e aspettare l'imbarco per l'eternità. Una nera percezione di catastrofe incombeva sul suo spirito, e aveva la convinzione di essere tanto vicino alla fine da non aver più nessun desiderio, e nessun obbligo. Sentiva soltanto una grande nausea per essere ancora nel mondo. Disgraziatamente in ospedale aveva dovuto sopportare un affronto che lo aveva esasperato, e che aveva aumentato di molto la sua infelicità. Quel caso lo portò a convincersi che il destino si stesse accanendo su di lui. Gli era capitato di essere aggredito da un malato delirante che gli aveva indirizzato una drammatica accusa, e lo aveva tanto impressionato da figurarsi l'invettiva rivoltagli come un'orribile presagio.
Alcuni giorni prima che venisse dimesso dall'ospedale, tre letti più in là del suo, nella lunga camerata che fin dal momento in cui vi era stato portato gli era parsa la stiva imbiancata di una nave spettrale, era morto un miserabile mendicante. Era un vecchio emaciato: i lunghi capelli incolti e la barba fluente lo facevano rassomigliare a un antico austero filosofo o a un tenebroso mago. La stessa sera in cui morì, in preda alla febbre cerebrale (in quell'epoca veniva diagnosticato così un presumibile ictus), si era rizzato sul letto e rivolto verso Tobia, fissandolo con due occhi allucinati, aveva gridato con voce roca: – Sei segnato, sei segnato. Le forze del male ti tormenteranno perché sei un peccatore –.
Nella semi oscurità della corsia gli era sembrato uno spaventoso profeta biblico inviatogli per ammonirlo. Il mendicante era ricaduto sul letto farfugliando parole incomprensibili e dopo poco era morto. Tobia ne era rimasto così profondamente sconvolto che per parecchio tempo lo sognò ogni notte.
Non sapeva ancora, che il destino invece aveva qualcosa di buono in serbo per lui. Come sempre nessuno di noi può sapere cosa prepara lo sceneggiatore che scrive il prossimo atto della nostra vita e quale rappresentazione daremo sul teatro dell'esistenza.
Intanto era tornato a sedersi sulla panchina del misero giardinetto. Le ore passarono, l'ombra degli stentati alberi si accorciò, poi si allungò di nuovo. Quei perdigiorno che avevano occupato le altre panchine giocando ai dadi, vociando, ridendo, alzandosi di tanto in tanto per andare a pisciare, o a bere un bicchiere all'osteria là vicino, o a sgranchirsi indolentemente, se ne erano andati. Era rimasto solo lui, immobile come una statua nel meriggio afoso, e appariva proprio come un brutto ornamento nella già squallida piazzetta. Doveva essersi addormentato perché aveva sognato il gatto monco che suonava l'organetto. E con quale abilità quello sciagurato gatto sapeva suonare melodie francesi e tristissime canzoni marinare che strappavano il cuore. E come si era riempito di monete quel cappello malandato che il gatto aveva posato per terra, davanti a lui. Si guardò intorno ma anche il gatto in carne ed ossa si era allontanato dal cespuglio sotto il quale aveva trovato riparo.





Passarono altre ore, ma dopo un incalcolabile periodo di inerzia, di noncuranza per qualsiasi cosa fosse accaduta intorno a lui, si rese conto infine che bisognava muoversi. Si sollevò con fatica dal duro sedile, e tutto indolenzito riprese a camminare senza sapere dove dirigersi. S'era fatto tardi ed era consapevole che avrebbe dovuto cercare una qualsiasi sistemazione per la notte. Un rifugio qualunque, fino a che non si fosse presentata una qualsiasi opportunità. Non importava quale occasione di lavoro poteva presentarsi, ma una maniera per sopravvivere doveva pur esserci: domani l'avrebbe cercata.
Trascinandosi dietro la sacca da marinaio che ormai gli pesava, si incamminò alla ricerca di una certa signora Giuditta di cui s'era ricordato. Gli era tornato alla mente che durante uno scalo in quel porto, una locandiera che aveva quel nome gli aveva dato alloggio nella sua pensioncina. Non rammentando dov'era situato il modesto ma economico alberghetto girò per le vie finché domandando qua e là, una buona volta arrivò davanti a una grigia casa a due piani: la pensione Perla d'Oriente, della signora Giuditta, detta Titta. La pensione si componeva di tre camerette al piano terra, oltre alla stanza più grande che fungeva da soggiorno e sala da pranzo, e di quattro stanzette al piano superiore.
La Titta lo accolse calorosamente in un primo momento, perché lo aveva riconosciuto e rammentava che quando doveva pagare era puntuale, e lasciava buone mance. Poi però resasi conto che il marinaio era divenuto invalido, era vestito male, aveva la barba lunga e manifestava un comportamento sfuggente, comprese che era senza lavoro. Allora cambiò atteggiamento, prese un'aria distaccata, e in breve tempo gli fece capire con freddezza che per la settimana successiva avrebbe dovuto cercarsi un'altra sistemazione, perché tutte le camere erano già riservate. Disse proprio: "tutte le camere erano state prenotate dall'equipaggio di una nave in arrivo", perciò non avrebbe potuto conservargli la stanza.
Era una scusa da ridere. Tobia, aveva capito bene e stava per girarle le spalle, e certamente in un altro momento se ne sarebbe andato senza indugio, ma la stanchezza lo vinse. Era troppo sfinito per protestare, lui che con il suo temperamento orgoglioso era sempre stato pronto a infiammarsi e contestare, questa volta ingoiò lo sdegno e fu prudente. Preferì pagare due notti anticipate e accomodarsi in una delle stanzette al piano terra.

Si alzò molto presto e uscì senza salutare la Titta. Si mise in cammino sprovvisto di una meta precisa e vagò per la città cercando un lavoro. Amaramente dovette riconoscere di essere ciò che era diventato, e l'espose crudamente a se stesso. Essendo oramai un invalido, a chiunque si fosse rivolto: dai piccoli armatori, ai capitani di qualsiasi nave, fino ai capobarca di pescherecci piccoli o grandi, lo avrebbero sempre e regolarmente rifiutato. Considerò che avrebbe potuto arrangiarsi con qualche espediente, tanto da procacciarsi un minimo guadagno per sopravvivere, ma ogni tentativo si rivelò fallimentare. Mentre si trascinava da una strada a un'altra, da un cantiere a un magazzino, rivedeva il pazzo dagli occhi allucinati che prima di morire, gli aveva pronosticato avversità infernali. Reagì al pensiero spregevole di farla rapidamente finita mettendosi dei grossi sassi in tasca e buttandosi giù dal molo, e invece cominciò a pensare con maggiore impegno ai possibili lavori che avrebbe potuto svolgere. Li passò in rassegna: avrebbe saputo cavarsela piuttosto bene con pentole e padelle, tanto da poter cucinare dei pasti per gente poco schizzinosa. Insomma con qualche accortezza avrebbe potuto trovare un imbarco come cuoco sui battelli da pesca; ma ogni tentativo si risolse con un insuccesso. Vagò intorno al porto proponendosi come aiuto magazziniere, come fattorino, come addetto alle pulizie, ma appena notavano che camminava zoppicando gli rispondevano con freddezza che avevano il personale al completo. Provò ancora a offrirsi come guardiano notturno, e fece altri tentativi, ma andarono tutti a vuoto.
Il lunedì lasciò la pensione della Titta dando a intendere che aveva trovato un'eccellente sistemazione come contabile. Ma non sapendo dove andare a sistemarsi e spaventato all'idea di esaurire rapidamente il suo esiguo risparmio, da ultimo si risolse a passare la notte sotto una vecchia barca che giaceva capovolta, in un'area solitaria del litorale, tra altri relitti e rottami.
Passò tristemente il pomeriggio e non appena gli parve che si fosse fatto abbastanza buio da non essere notato, e fu certo che nessuno lo avrebbe veduto, si infilò faticosamente sotto la vecchia barca. Per fortuna l'avevano sistemata sopra due rozzi sostegni che la reggevano alquanto sollevata, altrimenti con la gamba impedita gli sarebbe stato impossibile infilarsi là sotto.
Lontano, in fondo al litorale notò un bianco castello. Doveva essere quel castello che due anni prima la nave aveva doppiato prima di entrare in porto, e lui lo aveva ammirato a lungo immaginandosi una bellissima principessa che dormiva in un grande letto a baldacchino tra lenzuola di seta.
Tirò fuori dalla sacca tutti gli indumenti che aveva, pochi per la verità, e li radunò per dormirci sopra, ma quegli abiti formavano un ben misero giaciglio, non aveva nulla per coprirsi tranne un logoro vecchio sacco rotto che aveva raccolto tra i rifiuti. La gamba lesa gli faceva male e non riuscì ad addormentarsi. Erano gli ultimi giorni di ottobre e durante la notte il freddo si faceva sentire. Il poveretto non avrebbe potuto trovare una sistemazione più scomoda, davvero era troppo penoso rimanere sotto quell'infelicissimo riparo.





Non riuscendo a trovare il minimo sollievo, non sapendo come calmare la mente esasperata e come passare il tempo, si mise a ripercorrere a memoria tutti i libri che aveva letto e che ricordava. Si propose una graduatoria, dando la precedenza a quelli che lo avevano affascinato, che senza dubbio erano i più belli: i romanzi e i racconti marinari. E infine elencò quelli che gli erano piaciuti meno, come i romanzi moraleggianti sul tipo della "Lettera scarlatta".
Ne ricordò a decine, ma finì per soffermarsi su uno dei suoi preferiti: Moby Dick, libro di mare per eccellenza. Libro che nel corso di quella notte angosciosa gli parve quanto mai significativo perché nello stato in cui era ridotto gli sembrava di farne parte. Gli parve che il capitano Akab fosse un eroe, il solenne, grandissimo eroe di un'esasperata lotta contro il male che nel libro assumeva la forma di una balena bianca, un mostro odioso degli abissi marini. Tobia giudicava giustissimo e ammirevole il furioso desiderio di vendetta di Akab contro il destino crudele rappresentato dalla bestia che gli aveva strappato una gamba, e accolse quello che gli pareva il meglio del libro: un incitamento alla rivincita e all'annientamento della balena malvagia. Avrebbe lottato fino all'impossibile opponendosi alla furia ottusa del grande mostro, il lato malvagio della vita. Si disse rabbiosamente che anche lui desiderava vendicarsi del capitano che lo aveva abbandonato, e allo stesso tempo avrebbe contrastato la malasorte come Akab aveva tentato di fare. Ma ricordava molto bene la fine del libro, e nel rammentarla smorzò alquanto l'impeto di rivalsa. Quell'epica lotta era finita male e in fin dei conti lui non avrebbe potuto realizzare nessun vero proposito di vendetta. Avrebbe nutrito a lungo solo fantasie irrealizzabili, velleitari sogni di rivincita.
Dopo un tempo che gli parve eterno si sentì talmente prostrato da quei pensieri che gli parve di essere ubriaco, ma non arrivò ugualmente ad addormentarsi. Benché fosse esausto e tutto dolorante non riusciva a scivolare nel sonno. Senza neanche accorgersi di cosa stesse facendo si ritrovò a mormorare sbadatamente delle preghiere. Poi si rese conto di cosa stava mormorando e un turbamento lo prese, un senso di pena, una pietà per sé stesso che non gli accadeva di provare da moltissimi anni. Pregare era una pratica completamente dimenticata che gli ricordò l'amata nonna e don Zucchini. Meccanicamente cominciò a farfugliare le preghiere che ricordava, erano delle orazioni che gli aveva insegnato il vecchio prete. Ascoltando se stesso, e ciò che usciva dalla sua bocca, dopo un poco si biasimò e si considerò un imbroglione, un traditore dell'insegnamento volterriano che gli aveva inculcato Ferrero, l'uomo a cui doveva molto. Allora per giustificarsi disse a se stesso che gli uomini ammalati, di notte tornano bambini e si raccontano favole. Continuò a pregare senza riflettere oltre. Le sue labbra prima con difficoltà cercarono le parole dimenticate, poi come un fiotto d'acqua che zampilla dalla fessura di un barile, cominciarono a venire fuori scorrevolmente e seguitò a pregare con fervore.

Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - marzo 2016



 
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