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IL GENIO DEL CAFFE'
"Una condizione precaria"
Terza puntata














  
 

Tobia se ne stava, afflitto e intorpidito, sulla panchina del giardinetto pubblico dove si era fermato a riposare. Ripiegato sullo schienale con la testa tra le mani pareva un personaggio di una tragedia greca.
Dopo lo sventurato incidente accadutogli era stato preso dallo sconforto: una reazione prevedibile e normale. Ma adesso era peggiorata, perché uscendo dall'ospedale senza un lavoro, senza una dimora, senza un minimo di conforto, si era ridotto fatalmente alla disperazione. Per colmo di sventura gli era piombata addosso, - e peggiore avversità non poteva accadergli - una prostrazione ottusa che gli aveva annebbiato la mente. Il volto cupo, contratto, tormentato, rivelava chiaramente la sofferenza morale del giovanotto.



quadro Bosch



Chiunque si sarebbe chiesto: perché quel pover'uomo non torna al suo paese ? avrà pure dei parenti da qualche parte.
Era una domanda ragionevole che poteva venire in mente a chiunque. Ma chi avesse pensato di rispedirlo al suo paese avrebbe dovuto conoscere il passato di quel poveretto prima di mettere in pratica il rimedio. Se avesse saputo dove Tobia era nato, dov'era cresciuto, da dove veniva, avrebbe capito che per il marinaio invalido sarebbe stato inutile tornare nel luogo da cui era fuggito giovanissimo. E così, dopo averci riflettuto, avrebbe cambiato idea e avrebbe detto che in conclusione tanto valeva che rimanesse dove si trovava. Dunque non c'era da meravigliarsi, né bisognava biasimarlo, se non era entusiasta di ritrovarsi in quella bella città, con tanto di duomo celebre e santo patrono dal nome rassicurante, era comprensibile che non fosse felice di soggiornarvi. Nella condizione in cui si trovava tutto gli pareva inutile, e tutto gli era indifferente. Si sentiva stremato, incapace di reagire e persino di orientarsi per quelle strade. L'ambiente che gli era intorno per tutte le avversità che gli erano accadute gli rimaneva confuso, come se avesse osservato senza interesse una fotografia sfocata.

Sebbene la fortuna gli concederà poi un felice recupero non si può dire che Tobia fosse un uomo eccezionale, ma è innegabile che la sua vita fu degna di ammirazione. In fin dei conti condusse un'esistenza meritevole di essere ricordata. È questa efficiente ripresa che il romanzo racconta. La sua vita non fu avventurosa come quella di certi esploratori, navigatori, o uomini di scienza, ma lo fu nella specie degli artefici pazienti e degli ideatori che dettero nuovi strumenti e nuovi metodi, o nuove comodità e occasioni di guadagno ai loro contemporanei.
Anche Tobia osò l'azzardo, seppe superare molte avversità, e come altri iniziatori che faticarono per farsi apprezzare, riuscì ad affermarsi perseverando, e godette poi i frutti del suo ingegno.
Il nostro marinaio nella sua navigazione esistenziale non incontrò sirene, mostri o prodigi come Ulisse, ma realizzò in sé la trasformazione di un uomo menomato che con costanza vinse la malasorte perché seppe lottare. Per di più riuscì a crescere intellettualmente e ad arricchirsi culturalmente.

Circa un secolo e mezzo fa, all'epoca in cui Tobia dovette cercare un espediente per dormire sotto un tetto e per sfamarsi, la vita per certi aspetti poteva sembrare più semplice. Leggendo le cronache del tempo ci pare che i ritmi frenetici imposti oggi dalla produzione industriale, dai mezzi di trasporto di massa, dalla tormentosa ricerca del successo in ogni campo di attività, non assillassero la gente. O almeno non quanto ci intralciano e infastidiscono oggi. La competizione continua che ai giorni nostri rende l'esistenza inquieta, a volte addirittura una contesa micidiale - penso alla politica, ma anche a tante altre occupazioni -, al tempo in cui viveva Tobia l'ansia di successo era limitata. Per contropartita, a rendere povero e difficile il tirare avanti, non esisteva l'abbondanza di beni e servizi che abbiamo oggi: l'assistenza sanitaria pubblica, tanto per fare un esempio, non esisteva. Non esisteva neanche un'organizzazione scolastica diffusa, di buon livello, in grado di cambiare la condizione sociale di un individuo. Chi nasceva contadino, pastore o pescatore, generalmente, per tutta la vita continuava a vivere nella condizione in cui era nato.
Tutto ciò era deprecabile, ma per chi se la passava discretamente, quell'esistenza era molto rassicurante. Crescere e invecchiare non imponeva una continua sfida come accade oggi.
A quel tempo navigavano ancora navi a vela su cui erano stati installate macchine a vapore. La macchina, o motore a vapore, consentiva maggiore velocità, e in assenza di vento, oppure con mare grosso, permetteva una migliore manovrabilità. Ma l'antica consuetudine, la provata millenaria affidabilità delle vele garantiva sicurezza: con quelle si sarebbe potuto procedere anche se il motore andava in avaria, e per questa ragione i viaggiatori dell'epoca preferivano vedere le vele anche sui piroscafi.
Tanto in città quanto in campagna, erano in uso carrozze a cavalli e carretti tirati da asini. In quanto all'elettricità, quella poi aveva fatto da poco la sua comparsa.
Era naturale per quanto si è detto che l'afflitto giovanotto possedesse soltanto una sacca da marinaio, e si aggirasse per la città frastornato, senza nessun interesse, tranne quello di procurarsi un modo qualsiasi per sopravvivere. A Tobia, anni dopo, tutto ciò che gli accadde in quel triste periodo sembrò inverosimile. Anni dopo ricordò quell'epoca come se non l'avesse vissuta, gli sembrò di aver attraversato il tempo nel modo in cui accade quando si sogna.
Le sfortunate circostanze in cui venne a trovarsi gli fecero perdere aderenza con la realtà, così che ciò che gli accadde nel primo tempo della nuova vita, molto tempo dopo, gli sembrò un crampo dell'immaginazione.
L'ospedale, dove il comandante del vapore Duca del Mare lo abbandonò fu il peggior luogo, a suo parere, in cui lo potevano scaricare, (non diceva dove lo avevano sbarcato come sarebbe stato corretto). Tobia si sentì rifiutato, inutile, ridotto ormai a un relitto, e il marinaio avvilito valutò quell'azione un tradimento infame. Sarebbe stato meglio, molto meglio, se il comandante lo avesse lasciato morire, sarebbe stato semplice e onesto. Invece lo aveva esiliato a logorarsi pian pano per rendergli lunga e tristissima la fine. Così ragionando, e arrovellandosi sui suoi guai, il mondo attorno gli rimase tetro e sfavorevole. Nulla gli sembrava importante tranne quell'azione perversa, che gli pareva un'offesa incancellabile, una condotta malvagia, sempre presente a rianimargli il rancore lancinante.
Tobia dunque si ritrovò in quella città dove era stato sbarcato contro ogni suo desiderio. Avrebbe dovuto persuadersi che il capitano aveva agito correttamente, attenendosi alle norme per necessità, e aveva seguito regolarmente le disposizioni della marineria. Tuttavia per la comune tendenza alla recriminazione il marinaio si afflisse e biasimò il contegno del comandante, incolpandolo di una condotta disumana. Condannò il cinismo, l'indifferenza, la mancanza di solidarietà di quell'uomo. Tobia si considerò vittima di un sopruso, e per molto tempo odiò la nave e il suo capitano.

Adesso si ritrovava solo, privo di qualsiasi aiuto e di un qualche possibile rifugio. Non aveva più né lavoro, né amici. Per di più era un forestiero: un "senzapatria". Uscì dall'ospedale con la consapevolezza di essere ormai sciancato e che difficilmente avrebbe trovato un lavoro. A quel punto del corso degli eventi l'unico sostegno rimastogli era la paga lasciatagli dal capitano presso la direzione dell'ospedale e, nascosto nella sacca da marinaio, un misero gruzzoletto, il poco che era riuscito a risparmiare.
Chiunque nelle sue condizioni avrebbe provato poco gusto ad ammirare palazzi e giardini, chiese e monumenti, teatri e ristoranti. Tobia non riusciva a pensare ad altro che ai suoi guai, e ogni altra cosa che vedeva all'intorno gli pareva ostile o gli risultava inaccessibile. Per lui quello era un luogo qualsiasi dove cercare di sopravvivere, e certamente non vi avrebbe trovato neanche il minimo conforto. Non sapeva immaginare dove e come continuare a vivere.
Probabilmente in quella città esisteva una Mutua di soccorso per marinai invalidi a cui forse si sarebbe potuto rivolgere per un aiuto, ma non sapeva a chi chiedere. In ospedale nessuno glie ne aveva parlato, e ora non era in grado di obbligarsi a nessuno sforzo.
Guardò in basso verso il porto. Le banchine erano affollate di carri, carretti, botti, barilotti, cataste di casse di merci scaricate dai piroscafi, o in attesa di essere imbarcate. Le vie intorno al porto erano animate di popolo affaccendato, e le botteghe illuminate anche di giorno. Tutto quel mondo che pareva una baraonda frenetica e variegata, gli avrebbe procurato, se fosse stato in un altra disposizione d'animo, un vero entusiasmo e un'ansia di partecipazione. Convinto che il migliore dei modi di vivere consistesse nel procurarsi l'opportunità più vantaggiosa, avrebbe cercato di cogliere ogni occasione per godersi la sosta a terra, sia con il corpo sia con l'immaginazione. Perciò i bordelli, i ristoranti, gli spettacoli di varietà, i biliardi, le bettole, i bagni pubblici, il passeggio serale con l'ostentazione delle novità della moda, questi, e tutti gli altri piaceri che via via avrebbe scoperto, avrebbero rappresentato dopo giorni e giorni di navigazione, un angolo di Eden. perché Tobia l'Eden se lo immaginava come qualcosa di analogo a un luogo dove riposare e abbandonarsi a tutti i piaceri possibili.

Nella condizione fisica precedente al maledetto infortunio, il vigore e la prestanza del corpo, l'indole esuberante e la foga del carattere avrebbero trovato sfogo a terra, e dopo giorni e giorni di mare vissuti entro uno spazio di pochi metri, avrebbe frequentato le case di tolleranza, i teatri, le librerie, sembrerà strano ma avrebbe cercato soprattutto le librerie. Così vagabondando per le strade avrebbe trascorso mattinate a rovistare negli empori straripanti di tutte quelle cianfrusaglie che ai marinai piacciono molto. Sarebbe rimasto per ore a guardare le eleganti signore e signorine che nel tardo pomeriggio si facevano vedere al passeggio rendendo corporei gli splendidi sogni di un irrequieto lussurioso navigante.
Tante volte aveva immaginato di fare scalo in una città orientale, di un Oriente indeterminato a sud di un'isola non identificabile, in cui sarebbe stato ospite di un maragià che gli avrebbe mostrato il suo harem, e queste immaginazioni avevano una precisa origine. Nelle solitarie notti di guardia nella buia immensità dell'oceano ricordava nitidamente certe riproduzioni di famosi quadri di Ingres che gli causavano spasimi di lussuria.



quadro Bosch



Ma anche le consuete illustrazioni delle riviste di moda che mostravano signore e signorine a passeggio, sebbene non si mostrassero nude, erano ugualmente seducenti. Ed ecco che quei sogni, una volta toccata terra si sarebbero trasformati in realtà e avrebbe visto vere donne passargli davanti in eleganti abbigliamenti, in calze di seta e cappellini ornati di fiori. Avrebbe contemplato fianchi floridi, gambe slanciate, e capelli biondi o bruni raccolti in chignon o sciolti sulle spalle. La sosta in quella città sarebbe stata stupenda se la sofferenza non gli avesse seppellito l'anima e non gli avesse spento il sentimento ardente; ora i sogni erano diventati rimpianti rabbiosi. Solo un mese prima il mondo gli sarebbe apparso meraviglioso, invece quel maledetto incidente aveva fatto svanire la gioia di vivere e aveva spento ogni desiderio. Restò inerte su quella panchina, disinteressato a tutto finché la più impellente delle esigenze non lo richiamò alla corporeità e lo spinse ad alzarsi tutto indolenzito per entrare nella vicina osteria.

fine terza parte

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - marzo 2016



 
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