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IL GENIO DEL CAFFE'
Ventiseiesima puntata














  
 

Per il resto della vita ricordò nitidamente quel pomeriggio in cui gli fu elargita la peggiore delle sciagure, un’orribile catastrofe foriera di incalcolabili strascichi. Pareva che non bastassero le avversità che aveva sopportato fino a quel momento, quella capitatagli ora poteva privarlo di tutto: lavoro, matrimonio, casa. Quel disastro lo sprofondò in un’angoscia peggiore di quella sofferta per la morte del bambino.
La conseguenza più drammatica, e immediata, fu che dovette lasciare la direzione dal Boncaffè rinnovato, una separazione improvvisa, inevitabile, inimmaginabile un momento prima. Scivolò su un pasticcino spiaccicato sul pavimento, dunque fu un’insidia non una sbadataggine, tuttavia non riusciva a perdonarsi quel disastro. Non voleva giustificarsi accusando la pesante situazione familiare che lo aveva estenuato, frastornato. Quel pomeriggio malaugurato si avverò l’eventualità funesta che aveva temuto negli ultimi anni. Cadde, e per amara sfortuna si procurò una dolorosissima lussazione alla gamba già malandata. Fuori di senno per il dolore e per la rabbia, prese a inveire come un indemoniato lasciando attoniti camerieri e spaventatissime cameriere. Lucia era sconvolta, non sapeva che fare, come comportarsi con quel pazzo. Lui non si rendeva conto del contegno orribile che mostrava, maledisse in italiano e in dialetto romagnolo, mescolandovi trivialità in inglese, il destino, il funesto tutore Torquato, il maledetto piroscafo “Duca del Mare”, il capitano di quella nave, e persino il caffè.
Arrivò un medico chiamato d’urgenza che gli praticò un’iniezione di morfina. Attesero che si calmasse, poi presero una sedia con lo schienale molto alto e inclinandola e accomodandoci il furibondo direttore la usarono come barella e lo trasportarono nel suo appartamento.
Rimase inebetito, praticamente assente, catalettico, per un paio di giorni. Inghiottiva il cibo senza sapere cosa mangiava né chi glie lo porgeva, era estraneo al mondo. Poi finalmente si accorse che la persona che lo assisteva, che lo lavava e gli faceva la barba, era Tino.
Tino, quel bravo ragazzo gli si era affezionato. Dopo la morte del padre aveva acquistato un’osteria con cucina che gestiva aiutato dalla madre e dalla sua ragazza. Quando aveva saputo della sciagura capitata a Tobia si era offerto di accudirlo e Lucia ne era stata ben contenta.
Amici e clienti affezionati, quando seppero della disgrazia capitatagli, regalarono dei libri a Tobia, e Tino si offrì di leggergliene qualcuno a alta voce. Nel corso di quelle giornate di lettura Tobia scoprì che Tino aveva una notevole cultura, mai notata prima. Capì che Tino era una persona specialissima, un intellettuale in nuce, e poté scambiare idee e opinioni con lui con grande piacere.
Intanto i giorni passavano lenti, terribilmente opprimenti anche perché non poteva modificare la posizione, e l’epidermide della schiena incominciava a soffrirne. Si confortò pensando che mai come in quella circostanza aveva avuto tanto tempo per meditare e per leggere. Durante l’inevitabile vacanza gravata dal tormento dell’immobilità, peggio ancora dall’impossibilità di verificare cosa accadeva durante la sua assenza, dovette obbligarsi a pensare con tolleranza. Cercando un conforto, disse a se stesso che ogni cosa avrebbe preso la giusta misura, perché nell’universo tutto trova un equilibrio.
Sebbene si trovasse in una posizione assai scomoda per scrivere, si era fatto portare da Tino un lapis morbido e un quaderno e aveva ripreso il suo “giornale di bordo” interrotto da molto tempo. Aveva iniziato scarabocchiando: “Non voglio arrendermi, non voglio lasciarmi precipitare nell’inerzia. Voglio riflettere, comprendere per quanto è possibile il senso dell’esistenza che mi è stata elargita, o che dovrei forse dire “affidatami”.
Nessuno sapeva che si stava costringendo a un riesame critico del passato, ma proprio in quel momento accadde qualcosa di strano, come se qualcuno fosse a conoscenza dei suoi pensieri, e si fosse premurosamente adoperato per aiutarlo nella tormentata riflessione. Gli parve che qualcuno sapesse dello scontro con “l’altro se stesso”, e fosse intervenuto proponendogli dei celebri testi per indurlo a imprecisati pentimenti.
Una mattina suonarono. Tino che era presente, andò alla porta e tornò da Tobia con un pacco tra le mani. Tobia chiese chi lo mandava. Tino, che aveva già domandato chiarimenti al fattorino, rispose che il portalettere non sapeva nulla, gli avevano ordinato di recapitare il pacco senza dargli altre spiegazioni.
Conteneva due libri: “Le Confessioni di Sant’Agostino” e “Le confessioni di un italiano”. Erano due libri non freschi di stampa, evidentemente erano già stati usati, ma erano rilegati con cura. Rappresentavano un dono che Tobia giudicò come invadente la sua intimità, sottilmente inquietante, sicuramente interessante, coinvolgente.
Innanzitutto notò che ambedue i libri contenevano nel titolo la parola confessione. Erano stati abbinati per provocare l’effetto che produssero in lui? Di certo quel dono era ambiguo e villano, infatti non era accompagnato da nessun biglietto di presentazione. Uno era un classico del cristianesimo, una biografia: la rinascita della coscienza in un uomo che diverrà santo. L’altro era un famoso racconto che suscitava emozioni patriottiche negli italiani. Quel dono voleva sollecitare Tobia e proporgli un’autocritica?
Dall’istante in cui i due libri giunsero nelle sue mani gli crearono un problema. L’identificazione del misterioso donatore diventò un pensiero fisso, un tormento che gli occupò la mente per molto tempo. Chi e perché li aveva mandati? Lo comprese più tardi, dopo essere tornato alla direzione del Boncaffè.

Nello stesso periodo in cui Tobia era infermo, e si macerava in angosciosi dubbi, l’Optiz aveva mostrato la macchina a un ingegnere meccanico suo amico. Costui era rimasto molto colpito dall’apparecchio e, spinto dall’emulazione o dalla vocazione al perfezionamento, volle mostrare la sua abilità. Indicò una modifica che secondo lui era opportuna, anzi necessaria, e consisteva in un pistone regolato da una molla che avrebbe reso più facile, rapido, e vantaggioso l’impiego della macchina.
Il socio lo incaricò di costruire subito un altro apparecchio, un modello su cui applicare la variazione che ne migliorava il funzionamento, ma non avvertì Tobia di quella modifica. L’ingegnere realizzò il secondo modello e venne ben retribuito, poi si seppe che l’Optiz aveva brevettato a nome di Tobia Salvetti l’originale, ma a suo nome la nuova macchina modificata che risultava migliore nell’uso e perciò assai più commerciabile. L’ingegnere scrisse che era stato pagato per realizzare una miglioria ideata dal signor Optiz.
Né Lucia né il Battiston ebbero il coraggio di informarlo della trasformazione del suo strumento, e non tentarono neanche di spiegargli che quel perfezionamento rendeva la macchina più pratica. Lo venne a sapere da un cliente amico che era andato a trovarlo.
Ne rimase sbalordito, sconvolto, ma i lunghi anni di dura disciplina trascorsa sulle navi avevano insegnato a Tobia a trattenere le emozioni, innanzitutto gl’impeti di furore. Stringendo i denti disse soltanto: - Maledizione! Non avevo abbastanza danaro per ottenere il brevetto. Se invece di rinnovare la vecchia bettola avessi utilizzato il poco risparmio messo insieme per brevettare la mia macchina, ora non sarei rovinato -.
Quando il recente amico se ne fu andato ebbe un’altra violenta crisi di nervi. Preso dalla disperazione urlò tutta la sua ira al soffitto, al trumeau, alle poltroncine, al ritratto dell’imperatore Francesco Giuseppe che Lucia aveva voluto appendere per sincera fedeltà, o forse per furba politica. Il furore impotente lo prostrò fino alla nausea.
Lo stesso amico che lo aveva informato della modifica, tornato a trovarlo, gli spiegò perché non aveva patito un violento sopruso come lui pensava. Accadeva spesso che una scoperta venisse perfezionata, migliorata, e poi venisse brevettata a nome di chi aveva ideato la trasformazione. Anzi suggerì che doveva senz'altro ringraziare il socio perché aveva brevettato la macchina di base a nome di Tobia, e a suo nome soltanto la modifica attuata. Tobia fece buon viso al chiarimento ma nell’intimo mandò al diavolo l’amico benevolo, e inviò maledizioni al socio.
Tra gli innumerevoli esasperanti pensieri che gli inasprivano la degenza, il più insopportabile era l’idea che il rapporto con la moglie stesse guastandosi. Aveva il sospetto che l’amore di Lucia si stesse smorzando. Quando la sera tornava a casa e gli si avvicinava per accarezzarlo e baciarlo, Tobia che aveva i sensi esasperati, provava una percezione angosciosa, ripugnante, acuita dalla nevrastenia che gli era cresciuta dentro giorno dopo giorno. Aveva l’impressione che poco per volta l’affetto della donna stesse affievolendosi. Percepiva effusioni menzognere e dimostrazioni affettive false.
Frattanto i giorni passavano pesanti, tristi, interminabili, e Tobia era sempre più insofferente. Quella forzata immobilità gli faceva perdere la ragione. Cominciò a pensare varie assurdità e si spinse a credere che stessero complottando alle sue spalle.
“Non so cosa combinano l’Optiz e Lucia”, disse una mattina a Tino “Ma al momento non posso fare nulla. Poi potrò comperarmi un revolver, sparare a entrambi, e rovinarmi la vita definitivamente, come vuole il demonio che mi perseguita”.
Tino lo guardò stupefatto, poi molto inquieto ne parlò col medico, che però non se ne preoccupò. Evidentemente pensava che una volta guarito e tornato alle sue funzioni si sarebbe calmato.

Il ventunesimo giorno dopo l’incidente il dottor Spitzer permise a Tobia di assumere la posizione eretta. Si mise in piedi e mosse qualche passo gemendo. Appoggiato alla spalla del dottore e a quella di Tino arrivò lentamente fino al bagno, e finalmente si sedette con immensa soddisfazione sul water.
Nei giorni seguenti aiutato da Tino iniziò a esercitare la gamba ormai doppiamente malandata, e stringendo i denti si sottopose a quell’impegno con regolarità. Dieci giorni dopo riusciva a percorrere il corridoio avanti e indietro appoggiandosi a due bastoni, senza bisogno dell’aiuto di Tino; il dottor Spitzer stupito dall’insolito miglioramento, si complimentò con lui per quel progresso straordinario.
Dopo l’eccezionale recupero, Lucia una sera gli disse che doveva fare un ulteriore sforzo: il lunedì seguente, alle 22, doveva presentarsi al Boncaffé, per un’importante compimento.
- Compimento? Che significava quell’espressione? - Nonostante gli insistenti chiarimenti richiesti la moglie, innervosita, non seppe rispondergli. Disse: - Non so spiegarti altro, tranne che così desidera il tuo socio -.
Tobia non si oppose all’oscura, strana pretesa. Arcistufo di rimanere chiuso in casa, il lunedì seguente, appoggiandosi a Tino, uscì elegantemente vestito in marsina, ghette e cilindro. Sebbene il percorso da casa sua alla caffetteria fosse breve chiamò un fiacre e si fece accompagnare a destinazione.
Entrò emozionato nel Boncaffè abbagliante di luci, e fu accolto da un fragoroso applauso. Al soffitto erano appesi grandi nastri colorati con espressioni di calorosa accoglienza: “Bentornato direttore”; “Auguri” ; “Siamo felici di riaverla con noi”.
L’Optiz gli venne incontro sorridente, con un calice in mano. L’offrì a Tobia e ne prese un altro dal cameriere che glie lo porgeva, poi rivolto agli invitati, e al personale, pronunciò un breve saluto.
- Signori e signore, clienti affezionati, personale di servizio, siamo qui riuniti per festeggiare il ritorno del nostro caro direttore. Soltanto la tempra di un vecchio lupo di mare, qual’egli è, poteva aiutarlo a recuperare tanto rapidamente la salute compromessa da uno spiacevolissimo incidente.
Siete tutti a conoscenza della realizzazione del nostro amico che a coronamento di una vita dedicata al caffè ha creato una macchina innovativa per la preparazione dell’amata bevanda. Un compimento davvero esemplare. Questo dispositivo, che in più sembra ben rappresentare l’impetuoso progresso verificatosi in questa fine di secolo, fornisce un caffè concentrato e vigoroso, dall’aroma così intenso che non ne troverete altrove. Il signor Tobia è stato un inventore geniale a cui va dato un grande riconoscimento -.
A quel punto ci fu un fragoroso applauso. L’Optiz attese un momento, poi riprese a parlare.
- A questa eccellente, encomiabile realizzazione si è aggiunto un mio modesto contributo: una semplice miglioria che rende la macchina più pratica, più conveniente nella preparazione del caffè, e più commerciabile. Questa piccola modifica io la chiamo “compimento dell’opera del Salvetti” e perciò vi invito a brindare al ritorno del direttore e al completamento della sua opera -.
Tutti alzarono i calici esclamando “urrà, evviva, congratulazioni”, si complimentarono per la rapida guarigione, e fecero festa brindando più volte alla sua salute.
L’Optiz riprese a parlare: - Ma di un altro compimento vorrei dire qualcosa. Il signor Tobia era un marinaio regnicolo, cresciuto nel centro dell’Italia. Alcuni anni addietro venne sbarcato nella nostra città in seguito a un grave infortunio occorsogli durante la navigazione. Riacquistò la salute, ma uscito dall’ospedale si trovò in una condizione miserevole. Ebbene, qui da noi è stato generosamente accolto, autorizzato a intraprendere un’attività commerciale, e qui da noi ha preso cittadinanza e ha saputo usufruire molto bene di questa accoglienza, accrescendo e consolidando la sua impresa con molte migliorie. Il signor Salvetti non avrebbe potuto avere una sorte preferibile se il nostro amato imperatore non avesse aperto le braccia a tutti i regnicoli onesti e quieti, che rifuggono da congiure, tumulti e sovvertimenti della tranquilla convivenza tra i popoli. Il signor Salvetti ha dimostrato di aver condotto a compimento un’integrale transizione, e con lealtà è divenuto cittadino a pieno titolo della nostra Trieste, e suddito del grande impero a cui apparteniamo. A questo ulteriore compimento dunque brindiamo ancora con gioia -.
Si udirono di nuovo clamori di giubilo. Tobia guardò la moglie in piedi in prima fila tra i partecipanti festosi e rimase sconcertato. Non sorrideva, aveva un’espressione fredda e dura. Lo sorprese anche il Battiston, pure lui non sorrideva, semmai era piuttosto accigliato. Un comportamento davvero incomprensibile.
Rientrarono a notte fonda e Tobia non si sentì felice come avrebbe dovuto. Accusando un malessere immaginario dichiarò che doveva riposare sul solito divano rigido, ma per trovare davvero conforto ricorse al laudano che da molti giorni non prendeva più. Salutò con distacco Lucia e si chiuse nel salotto trasformato in una specie d’infermeria fin dal primo giorno di degenza.



balcone



Al mattino, fingendo di non sapere quale ne fosse stata la causa: se l’effetto del laudano o la tensione causatagli dal discorso del socio, descrisse nel diario lo strano sogno che aveva fatto quella notte.
Non lo ricordava molto bene, ma gli era parso bello malgrado gli avesse causato inquietudine e malinconia. La scena era piacevole, i colori tenui e sfumati gli davano sollievo, quasi gioia. Lodevole gli sembrava la fantastica missione che si accingeva a compiere. Ma il senso del sogno, che colse subito, gli parve davvero molto amaro.
Malgrado la gamba sconquassata, stava inoltrandosi, con un sacco sulla spalla, in una regione agreste. Faceva un cenno di saluto agli amici e si avviava verso una catena di lontane colline azzurre per diffondere la cultura del caffè tra la gente selvaggia che viveva al di là di quelle alture.
Comprese che in lui stava maturando un desiderio di fuga. Il significato, o il suggerimento, che trasse dal sogno era chiaro: “lasciare tutto alle spalle e ricominciare altrove una nuova vita”.
Si sentiva ancora giovane, aveva acquistato esperienza, avrebbe potuto affrontare il mondo con una grinta che solo pochi anni prima non possedeva. Riprendere il mare … che folle, magnifica idea.

Rimase seduto a lungo sul bordo del divano a cullare quella speranza. Intanto il sole che saliva nel cielo, affacciatosi tra le tende della finestra, gli illuminò la gamba sofferente. Gli sembrò un buon annuncio, un segno di buon augurio, e improvvisamente si sentì più tranquillo, quasi sereno.


FINE

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - dicembre 2016



 
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