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IL GENIO DEL CAFFE'
Venticinquesima puntata














  
 

Quando infine accolse la proposta che lo aveva tanto preoccupato si era alla fine dell’estate 1899. Acconsentì dunque a trasferirsi in città, e si mise in società con l’Optiz. Il socio possedeva un immobile vicinissimo alla piazza Lipsia con un grande ambiente al piano terreno, che fece ristrutturare proprio per accogliere la nuova caffetteria. In tal modo Tobia, prima di ogni altra cosa desiderabile, ebbe la corrente elettrica tanto a lungo cercata. L’elettricità era fondamentale per mostrare la praticità della macchina, e per dimostrare che scaldare l’acqua era molto facile. Aboliti carbone o petrolio che insudiciavano, bastava spingere un bottone e dalla macchina scaturiva un estratto di caffè squisito.
Finalmente Tobia poté sfoggiare al meglio la funzionalità del suo apparecchio, e ne migliorò anche l’estetica perché poté illuminarlo magnificamente.
Da quando la macchina era stata messa in mostra sul bancone, il nuovo locale era sempre molto affollato, tutti venivano a curiosare e volevano assaporare quel caffè speciale. Quella maestosa macchina non si era vista mai, in nessun luogo, ed era ammirata come un dispositivo moderno, una conquista del progresso. Molte persone però storcevano il naso e dicevano che si trattava di un bluff, di un imbroglio della réclame.
Comunque la si pensasse, la caffetteria era diventata un’attrattiva straordinaria. Nessun altro bar del tempo aveva un richiamo simile, e la macchina contribuì anche a creare un’insolita impressione: come se entrando in quella caffetteria ci si addentrasse nel futuro.

Quest’effetto era suscitato da tante fotografie abilmente illuminate: foto di giganteschi dirigibili, di modernissimi areoplani eccezionalmente aereodinamici, e però già sperimentati, di transatlantici poderosi, di audaci automobili avveniristiche, di enormi carrormati e di divi del cinema di cui si discuteva tanto.
Meraviglioso, o preoccupante, a seconda del pensiero ottimista o pessimista dei clienti, là era esposto il futuro.

La progettazione della nuova caffetteria, che il socio anziano volle assolutamente moderna, era stata affidata ad un noto architetto. Costui, acceso ammiratore di certe audaci tendenze dell’architettura e entusiasmato della nuova macchina per il caffè, volle realizzare un bar che a suo dire sarebbe stato alla pari con quelli di New York, e cioè un capolavoro di modernità e di eleganza. Curò ogni particolare con passione e fantasia, e il nuovo Boncaffè riuscì modernissimo in tutto: dall’arredamento all’illuminazione, che beneficiava di un impianto di lampade elettriche. Aveva una sala maggiore che comprendeva la pasticceria, e tre salette complementari. La sala maggiore aveva un soffitto a lastre di vetro traslucido, e questo plafond, bello di giorno, lo era ancora di più la sera, perché da lassù pioveva una luce diffusa, ora rosata ora azzurrina, un vero spettacolo. Quella caffetteria risultò una magnifica realizzazione che fondeva le due tendenze estetiche dell’epoca: lo Jugendstil e il Biedermeier.

Erano trascorsi pochi mesi da quando il nuovo Boncaffè era stato trasferito in città. Eppure durante quel periodo, che non si poteva dire lungo, era accaduto un mutamento che aveva lasciato Tobia stupito, addirittura disorientato. Era avvenuta una metamorfosi misteriosa. Sembrava che Lucia si fosse inspiegabilmente trasformata in un’altra donna, pur rimanendo del tutto somigliante a quella signorina che lui conosceva bene.
L’attuale Lucia non pareva la cameriera che aveva assunto qualche tempo prima, quando il Boncaffè era ancora in collina. La giovane donna, divenuta soprintendente della caffetteria, pareva ancora più bella, aveva sistemato i capelli in un’acconciatura diversa, adesso li portava raccolti sul capo in una sorta di avvolgimento ricercato che faceva pensare a una dea greca, e gli occhi sembravano che fossero più grandi. Aveva assunto un portamento che la rendeva affascinante. Usava indossare calze nere che le esaltavano le gambe ben tornite e aveva scelto per sé e per le altre tre cameriere una divisa blu scura con guarnizioni grigio azzurre che la faceva sembrare più alta e slanciata. Tobia era meravigliato soprattutto dal suo comportamento. Aveva assunto dei modi composti, ma piuttosto sdegnosi. A Tobia diede l’impressione di una regina opportunamente regnante sul suo dominio. Mantenendosi sempre calma e cortese, pur senza essere arrogante, alzare la voce, o usare espressioni perentorie, aveva uno stile perfetto nel guidare il personale. Era disponibile ma sicura di sé, così che dai pasticceri alle cameriere, dal servizio ai tavoli, al buffet; tutta l’organizzazione funzionava come un orologio, senza che il personale mostrasse malumori.
Tobia prese atto che Lucia era molto più intelligente di quanto aveva stimato, ma si rese conto anche che l’abilità della giovane gli procurava un certo inaspettato disagio.
Passato qualche tempo, Tobia notò che dei giovani signori ronzavano assiduamente attorno alla ragazza. Lei, pur restando se stessa, e manifestando sempre lo stesso atteggiamento arguto ma discreto, sembrava gradire la corte di quei giovani ammiratori. Questa innegabile trasformazione le veniva certamente dalla promozione conferitale e dalla necessità di adeguarvisi, ma era evidente quanto ne fosse compiaciuta e soddisfatta. Lui, senza darlo a vedere, la sorvegliava di continuo



balcone



Per qualche tempo sopportò quel conflitto interiore quanto mai incoerente e corrosivo. Provava un’istintiva irritazione per l’efficienza e le capacità della ragazza, che gli parve addirittura troppo intraprendente.
Ma in realtà non era l’organizzazione così ben condotta da Lucia che lo infastidiva. Si era convinto che lei si facesse corteggiare da quei damerini per provocarlo. Aveva meditato persino di licenziarla, ma poi si era detto che il socio non avrebbe accettato un danno tale. Anzi si era convinto che anche il socio, malgrado fosse un uomo più che maturo, ammirasse, e lodasse anche troppo Lucia, e con discrezione e ripetutamente, avesse cercato di farsela amica.
Quest’ultima idea lo aveva afflitto più di ogni altra fantasia.
Una sera non potendone più di quell’assillo che lo rodeva, facendo violenza a se stesso, chiamò la giovane donna nel suo piccolo ufficio e le disse chiaro e tondo cosa pensava di lei. Che lei insomma stava esagerando e che faceva di tutto per sfidarlo e irritarlo.
Malgrado Lucia assumesse un atteggiamento molto compunto e dignitoso, addirittura di esagerata rigidezza, gli sembrò che mostrasse uno strano bagliore ironico negli occhi grigi che gli sembrarono molto più scuri d’ogni altra volta che lo avesse guardato. Tobia si sentì fremere dai capelli fin giù all’estremità dei piedi, e dovette combattere una sconosciuta battaglia con se stesso. Con un tono di voce che a lui sembrò ponderato e fermo, chiese alla ragazza di non dare confidenza ai clienti più del necessario. Seppe molto tempo dopo che a Lucia la sua voce era apparsa agitata e balbettante, cosa che non era davvero da lui.
Lucia rispose offesa e risentita, usando al meglio la sua lingua pungente, e manifestò a chiare lettere lo sdegno che aveva provocato in lei. Precisò: – Forse l’aveva giudicata una donna leggera e vanitosa, forse anche smorfiosa, ma si era sbagliato di grosso e lei si sentiva così profondamente offesa, che non lasciava il locale su due piedi solo per rispetto al socio anziano. E che non si sarebbe mai aspettata un rimprovero del genere da lui, il direttore che aveva sempre considerato un uomo gentile e riservato, intelligente e colto, e che ora scopriva essere assai meno signore e ben più mediocre di come l’aveva valutato –.
Se ne andò volgendogli le spalle e dandogli l’impressione che gli avesse dato uno schiaffo. Lo lasciò in preda ad un senso di smarrimento penoso e di esagerato disappunto.
Una sera, poco tempo dopo, Tobia vide una carrozza ferma davanti al locale. Erano le ventitré, ed ebbe l’insopportabile sospetto che la vettura attendesse Lucia. Non resistette più e si piantò dinnanzi alla ragazza che in quel momento stava uscendo. Lucia si era tolta la divisa e si era avvolta in un mantello che la rendeva bellissima. Tobia aveva gli occhi stralunati, era sanguigno come un ubriaco, e non si curò dei camerieri e delle cameriere che stavano andando via e lo guardavano stupiti. Bloccò la ragazza proprio sulla porta e le disse dandole del tu: – Dove vai? –
– Direttore, ma come vi permettete ? – Rispose lei.
Tobia stava per scoppiare, gli sembrava che gli mancasse l’aria, era talmente sopraffatto dalla rabbia che parlò senza neanche riflettere. Mezzo soffocato farfugliò: – Mi permetto… Mi permetto sì! Perché ti amo, ti amo pazzamente, Lucia, e non desidero altro che sposarti –.
Lucia restò immobilizzata come la biblica moglie di Lot trasformata nella famosa statua di sale. Guardò Tobia a bocca aperta perché stavano per scapparle parole taglienti come lame nei riguardi di quello sfrontato, arrogante direttore, che si era permesso un tale sopruso.
Evidentemente presa dall’irritazione non aveva neanche prestato bene orecchio alle parole di Tobia, ma fu un attimo di smarrimento da cui si riprese immediatamente. Gli occhi scintillanti di indignazione si riempirono di lacrime e la bocca che aveva assunto una piega aspra si allargò in un sorriso radioso.
– Tobia. Tobia caro, anche io ti amo, ti amo fin dal primo giorno che ti ho conosciuto, e ho fatto di tutto perché ti accorgessi di me. Ma tu facevi il rigido, facevi il direttore distaccato e freddo, e ho dovuto tenerti sulla graticola per un poco per farti sciogliere –.

Si sposarono l’anno successivo e Tobia per un certo tempo si sentì contento: gli affari andavano per il meglio, ed anche finanziariamente si sentiva appagato.
Lucia aveva voluto acquistare un piccolo appartamento, lo avevano arredato sobriamente, ma avevano saputo renderlo elegante e confortevole. Tobia si vedeva accettato e apprezzato, si sentiva integrato nella buona società triestina, frequentava, un entourage ragguardevole e di conseguenza era soddisfatto. La bella moglie che aveva al fianco rafforzava questa felice condizione a cui era giunto.
La sua origine italiana non gli creava ancora preoccupazioni e lui non permetteva che pretese di amor patrio lo turbassero. La sua richiesta di cittadinanza era stata accettata, la fedeltà espressa all’imperatore gli pareva dovuta e leale, dato che in quella città era stato accolto e gli avevano permesso di lavorare. Si guardava attorno e confrontava il paese in cui viveva con le città grandi e meno grandi del sud. L’impressione provata già anni prima, che laggiù ci fosse molto disordine, che la gente che vi dimorava fosse trasandata, non poteva modificarla. In questa sua nuova patria l’attività commerciale e imprenditoriale era intensa, una borghesia operosa improntava la città di un comportamento ordinato, anche se teso, ma che almeno sui principi si integrava. Finalmente poteva dire di essere contento dell’approdo che aveva tanto biasimato. Immaginava che in questa città avrebbe terminato i suoi giorni serenamente.

Lucia dopo poco si accorse di essere incinta, perciò dovette ridurre il lavoro e chiedere a Tobia di impegnarsi di più nella conduzione del locale, perché la gravidanza l’affaticava molto.
Lui aveva acconsentito subito, e con buona volontà, anche se non poteva più dedicare qualche ora ai suoi interessi prediletti. Però continuava a sentirsi appagato.
Questo periodo, felice per entrambi, durò fin quando giunse inaspettato il giorno del dolore. Il giorno in cui la fortuna, che ha due facce, si girò su se stessa e invece del viso gentile mostrò un volto orrendo.
Lucia e Tobia ne rimasero annientati.
Il bambino che era nato era una creaturina gracile, ma per loro era il bambino più bello del mondo e non facevano altro che parlarne e vezzeggiarlo. Aveva poco più di un mese quando Lucia una sera lo prese dalla culla per allattarlo e si rese conto che il bambino era cianotico. Disperata, chiamò un medico. Ma quando quello arrivò il bambino era già morto per un rigurgito che lo aveva soffocato.
Tobia cercava di non pensarci, ma gli pareva di sentire ancora le urla di disperazione di Lucia. Rivedeva la piccola bara bianca che avevano accompagnato al cimitero e un’orribile gelida stretta lo prendeva alla gola.
Lucia ne fu talmente sconvolta che Tobia credette che si fosse ammalata, che fosse precipitata in una forma di pazzia. Non mangiava più, non parlava più, di notte la sentiva singhiozzare sommessamente.
Solo dopo qualche tempo, avendo ripreso a svolgere il suo lavoro, sembrò calmarsi un poco. Ma pareva che in lei fosse scomparso ogni interesse, che in lei si fosse dileguata la sollecitudine, la verve. Sembrava prostrata, era chiusa in sé, e però, stranamente, sembrava più bella, anche se di una bellezza fredda, statuaria.
All'opposto Tobia si era gettato in una frenetica dedizione al lavoro, nella speranza di liberarsi da quell’intimo tormento. Ma oltre l’impegno eccessivo che lo stremava, oltre al dolore per il figlio perduto, pian piano cominciò a penetrare nella sua testa estenuata un’altra ossessione. Come un tarlo subdolo e inavvertibile che inizia a scavare nel legno avvertì un sospetto che si allargava in lui. E sospetto e odio si insinuarono ostinati.
Ebbe la precisa sensazione che il socio anziano, l’Optiz, corteggiasse sua moglie e che essa non fosse insensibile a quella corte. Forse Lucia aveva bisogno di una scossa, di un’emozione che le restituisse il piacere di vivere, ma Tobia non sopportava il tormento di un’inaccettabile infedeltà.

Poi, un detestabile, orribile pomeriggio, l’inferno precipitò su di lui. Accadde un disastroso incidente, che ancora una volta ebbe conseguenze imprevedibili.


Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - dicembre 2016



 
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