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IL GENIO DEL CAFFE'
Ventiquattresima puntata














  
 

Le ore passavano con intollerabile lentezza, finché una buona volta si fece l’ora di chiusura. Non appena la pendola batté gli undici rintocchi Tobia serrò la porta del locale, e si rivolse alla cameriera, vincendo il riserbo innato e l’abitudine a non chiedere consigli: – Lucia, siediti qui, vicino a me. E’ tardi, lo capisco, ma è una questione di grande importanza e ti chiedo di ascoltarmi soltanto per breve tempo –.



balcone



La ragazza lo guardò sorpresa, non si aspettava un simile invito da parte del principale. Per quel poco che l’aveva conosciuto l’aveva stimato gentile, sebbene introverso, rigido, ma innegabilmente corretto. Tobia intuì che ne era lusingata e le porse gentilmente una sedia. Lui stesso prese una bottiglia di Porto e due bicchieri dal bancone, l’aprì e si sedette di fronte alla ragazza.
– Ieri pomeriggio mi hanno presentato un signore molto importante, molto ben avviato nel commercio. E’ assai acuto e pratico, è un importatore di coloniali –.
Si fermò per versare il vino nei bicchieri e ne porse uno a Lucia che lo guardava con gli occhi scintillanti, aspettando il seguito.
Bevve un sorso e continuò.
– Per farla breve, mi ha proposto di entrare in società con lui. Il progetto sarebbe quello di trasferire questo locale in città. Il ricavato della vendita del locale in cui siamo ora, e soprattutto la nuova macchina per fare il caffè, rappresenteranno la mia quota, a cui si aggiungeranno le mie idee di gestione come direttore e, malgrado sia ridicolo a dirsi, come “attrattiva esotica” del nuovo Boncaffè che apriremo. Perché, a quanto pare, e a quel punto gli scappò una risatina, sono diventato un personaggio “folcloristico” come Francis Drake, il corsaro. Di conseguenza sarò io stesso la réclame del nuovo Boncaffè –.
Si soffermò un attimo per una pausa pensosa.
– Ora ascoltami bene – …
Non c’era alcun bisogno di sollecitare l’attenzione di Lucia, la ragazza pendeva dalle sue labbra.
– Non ho mai chiesto consiglio a nessuno. Quando ho dovuto risolvere qualche problema ho sempre deciso con la mia testa. In tutte le questioni difficili ho agito sempre caricandomi del rischio che mi accingevo a prendere, ma questa volta ritengo saggio ascoltare il parere di una persona che stimo. Poi forse deciderò a modo mio, ma intanto avrò qualche elemento in più su cui ragionare –.
Fece una pausa per sorseggiare pensieroso il vino color ametista.
– Bada, Lucia: sono giorni che ti studio mentre svolgi il tuo lavoro e ho ragione di ritenerti una ragazza intelligente, esperta, prudente, volonterosa, senza poi aggiungere che la tua bellezza ha fatto aumentare notevolmente il numero degli avventori –.
Lucia era diventata di porpora, ma sembrava al settimo cielo, stava per protestare che il suo padrone era troppo buono e gentile, ma Tobia la fermò ancora con un cenno e riprese a dire.
– Ecco dunque perché chiedo il tuo parere e ne terrò certamente conto. In realtà ho messo tutto il mio denaro e le mie capacità, prima per acquistare questo locale e poi per trasformare la vecchia bettola nella sala da caffè attuale. Sono stato e sempre resterò un marinaio, il mare è la mia seconda natura, ma dal momento che il destino ha voluto scaricarmi sulla terraferma in condizioni tali da non poter mai più navigare, ho cercato di sopravvivere e reagire, rincorrendo una rivincita che cancellasse almeno un poco la malasorte. Così è finita che mi sono ritrovato commerciante e poi mi sono affezionato a questa bicocca –.
Sospirò, e si guardò intorno malinconicamente.
– Essere riuscito a ricavare una caffetteria da una vecchia bettola mi autorizza a considerarla una piccola vittoria, una rivincita sulla disgrazia capitatami e mi lascia credere che potrò migliorare ancora in un mestiere che mai avrei immaginato di esercitare. –
Bevvero tutti e due assorti, era evidente che Lucia stava riflettendo intensamente. Stava per dire qualcosa, aveva posato il bicchiere e sollevato vivamente il viso, ma Tobia la fermò un'altra volta.
– Lucia abbi pazienza ancora un momento. Finisco rapidamente di riferirti ciò che ho pensato e poi mi renderai noto il tuo giudizio. Senza dubbio ci sarà un progresso perché il ricco socio intende trasferire il locale in una zona centrale, in un fabbricato di sua proprietà. Ha in mente di farne un centro di attrazione e sarà così, sia per il lusso con cui arrederà il locale, sia perché il nome del nuovo esercizio resterà “Il Boncaffè”. Ne sarò il direttore e tu diventerai la mia assistente e caposala, e dovrai gestire e sorvegliare il personale che sarà numeroso. E dovrai occuparti di tutto: dagli acquisti fino all’organizzazione dei ricevimenti. –

Si fermò un momento a guardare Lucia. Non gli era chiaro se fosse talmente emozionata da non riuscire a parlare, o perché non le permetteva di dare sfogo alla sua agitazione. In ogni caso le disse brusco: – Non ho ancora finito. –
– Che cosa mi trattiene ? La paura di fare un accordo sbagliato, di spartire la mia creatura con una persona che non può averla a cuore quanto me; di dover accettare decisioni che non condivido. E c’è dell’altro ancora che senza neppure averlo ben chiaro tuttavia mi intimorisce. Vedi come ti parlo apertamente? Poi rivolgendole un sorriso incoraggiante le disse: – Ho finito e adesso rivelami il tuo pensiero schietto e senza incertezze perché sarai esausta dopo questa mia interminabile chiacchierata. –

– Signor Tobia –.
Tobia notò che non l’aveva chiamato signor Salvetti come al solito, ma Tobia. – Signor Tobia, ripeté la ragazza. Sono onoratissima delle vostre confidenze. Sono una povera donna poco istruita e però capisco bene le opportunità e le qualità necessarie perché una proposta, o una persona, sia valida. Non vi conosco ancora così approfonditamente da poter dare un giudizio su di voi, perdonatemi la confidenza, ma avete chiesto il mio parere schietto e completo, e ve lo darò. Nel poco tempo da che vi ho frequentato ho avuto modo di studiarvi anch’io e di trarre la conclusione che siete buono, corretto, e prima di tutto molto bravo a risolvere ogni caso difficile. Per questo sono sicura che voi stesso sapete bene come dovete comportarvi anche senza il mio consiglio. Questa apparente incertezza è solo momentanea, dovuta alla difficile decisione da prendere in fretta. Dall’amore che avete messo nel creare questo bel locale è facile rendersene conto, e quindi è anche facile comprendere il rammarico che sopraggiungerà quando ve ne dovrete separare. Ma l’offerta che vi è stata fatta la reputo eccezionale, avendo già sentito parlare di quel gran signore che diverrebbe vostro socio, e della sua fama. E se proprio volete sapere cosa penso, vi dico che questa possibilità la vedo come un colpo di fortuna che sarebbe sciocco e ingrato rifiutare. Quassù, sulla collina non è luogo dei migliori, e per quanto la clientela sia aumentata e voi abbiate fatto miracoli, il locale è angusto. Inoltre vi prende tutto il vostro tempo. Un locale grande, lussuoso, da gestire in città vi darebbe certamente una maggiore soddisfazione, e avreste del tempo per voi, per distrarvi un poco. Conoscerete gente importante, avrete delle possibilità maggiori. In quanto a me, non so dirvi quanto vi sono grata, compiaciuta e anche sgomentata dalla vostra proposta. Anche per me questa è una fortuna inimmaginabile e farò del mio meglio per esserne all’altezza. Quindi sinceramente debbo dirvi che vi esorto ad accettare la proposta. Un colpo di fortuna simile non capita tutti i momenti –.
Brindarono ai giorni futuri e alla migliore conclusione possibile dell’impresa e si salutarono con una propensione reciproca, che avvertirono come una dolce amicizia appena nata.
Tobia dichiarò lietamente a sé e a Lucia che mai aveva sperimentato un’emozione simile prima della sera appena trascorsa.

La ragazza era uscita da poco quando Tobia ricadde nell’infelice stato d’animo irresoluto che da qualche giorno l’esasperava. L’inquietudine che lo tormentava aveva a che fare solo in parte con la temuta società, derivava piuttosto da una strana ossessione.
Riguardava innanzitutto la forte attrazione che sentiva verso la donna di cui gli risuonavano ancora le parole nell’orecchio. Era un problema che credeva di aver rimosso ma che invece era tornato a importunarlo.
Tobia sarebbe stato felice di tenersi Lucia come amante, avrebbe sopportato e si sarebbe rassegnato anche al matrimonio, pur di tenerla accanto a sé. Ma a tormentarlo, a causargli disagio, era riemerso un preoccupante, spiacevole dissidio interiore. Non era rattristato da un pentimento responsabile, e neanche si affliggeva per un onesto rimorso, Gli era cresciuta invece una preoccupazione superstiziosa, un’idea ossessiva che temeva potesse attuarsi. Conseguentemente aveva cercato un riparo al suo ego in pericolo con una condotta scaramantica.
Ecco perché aveva sottoposto se stesso a un difficile processo. Era tormentato da un’idea di condanna, era persuaso che il suo comportamento fosse stato scorretto, che lo fosse tuttora, e perciò sarebbe stato condannato.
Se Guglielmo, il nostromo, avesse saputo cosa si agitava nel cervello di Tobia lo avrebbe obbligato a recarsi senza indugio dal dottor Weiss.
Si sentiva incalzato da un’inquietudine superstiziosa rintanata nel profondo dell’anima, e che gli provocava ansia. Quest’inverosimile apprensione lo aveva talmente allarmato da dubitare perfino delle realtà fondamentali.

Era passata la mezzanotte da un bel po’ di tempo, e rifletteva sui tanti problemi capitatigli mentre sorseggiava una tazza di caffè seduto davanti al bancone del locale ormai deserto. Se lo gustava pensoso, e si meravigliava che solo pochi giorni prima avesse previsto un futuro propizio mentre ora lo avvertiva con preoccupazione.
Tenendo tra le mani la tazza e fissando la nera bevanda mormorò:
– Cosa c’è in te, nero angelo, o diavolo che tu sia, che da quando ho cominciato ad apprezzarti mi sostieni nello spirito e nella vita fisica? Chi si cela in te? Quale tua immateriale essenza o corporea potenza mi porta fortuna ? Se almeno sapessi chi debbo ringraziare: te, generoso angelo nascosto nel caffè, oppure mia madre? –
Il fresco dell’ora tarda aveva condensato l’umidità sui vetri della finestra vicina, rendendoli lattiginosi e appannati come la sua immaginazione. Il vento che faceva scuotere le imposte delle finestre non gli portò nessuna risposta.
Ecco su quale strana idea, su quale infondata invenzione s’era incagliato. L’aveva esposta a se stesso in modo onesto, consapevole di aver costruito un mito, eppure l’assurdo ideale l’aveva irretito ugualmente.
S’era indotto a credere che un angelo, un demone, o qualche entità ultraterrena soccorritrice lo avesse guidato e protetto, e aveva pensato che quell’entità fosse sua madre, che non aveva mai conosciuta.
Non l’aveva mai abbandonato e il suo spirito l’aveva indirizzato in modo che prendesse la giusta rotta e approdasse in un porto sicuro.
Ma, che fosse stata sua madre, o forse il povero don Zucchini a originare quella serie di eventi che avevano volto al meglio la sua vita, dal momento che aveva intuito il piano soprannaturale, avrebbe dovuto comportarsi in un modo più corretto. Rettitudine e saggezza avrebbero dovuto essere le vele e il timone della sua vita, se non voleva deludere la sua protettrice.
Esponendo a se stesso quell’inverosimile disegno del destino, era come se avesse detto: “Se compirai azioni deplorevoli tutto finirà malamente”.

Su tutto questo spiccava l’incognita più recente: il prospettato trasferimento della sua caffetteria, l’oscuro esito che quest’impresa condivisa con un socio, in realtà sconosciuto, avrebbe potuto avere. Lo spaventava il rischio davvero inquietante.
Come avrebbe dovuto comportarsi con Lucia? Il contegno da assumere con la ragazza per cui sentiva un’attrazione tanto forte lo confondeva.
A creargli incertezza era riapparso un problema, un rammarico che aveva rimosso: la consapevolezza di aver ingannato Emma. Emma che gli aveva concesso la possibilità di riprendersi la vita, che gli aveva offerto il suo amore e la possibilità di superare la maledetta disgrazia, lui l’aveva allontanata per puro egoismo. Un esagerato timore di limitare la sua libertà gli aveva appannato il cervello. In realtà non l’aveva mai dimenticata, tanto era vero che lei, Emma, veniva spesso a visitarlo in sogno.
Cosa avrebbe dovuto fare? Non avendo una risposta decise che l’unica cosa saggia da fare era darsi una calmata e attendere gli eventi.

Stava dunque meditando e godendosi un caffè speciale quando sobbalzò a causa di un rumore violentissimo. Era stato uno scoppio, come se qualcuno avesse fatto esplodere un petardo, ma era solo una bottiglia che riposta malamente su uno dei ripiani più alti dello scaffale dietro al bancone, era caduta.
Quello schianto fu quanto mai opportuno e risolutivo.
Divenne liberatorio perché alla mente gli balzò un flashback. Rivide una violenta colluttazione in un’osteria di Marsiglia. Rivide il Ferrero che estratta una pistola aveva sparato un colpo in aria, e aveva minacciato i due marinai contendenti, infuriati, con i coltelli già alla mano. Disse loro che avrebbe fracassato la testa a entrambi se non avessero deciso subito di interrompere la rissa e tornare a bordo. Oppure sarebbero restati per sempre a terra.
Ecco! Borbottò Tobia. Preferisco non restare a Terra! Accetto il rischio. Non ne sono affatto convinto, ma il dado è tratto, come disse Giulio Cesare. Porterò il Boncaffè in città, e accada quel che deve accadere.


Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - novembre 2016



 
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