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IL GENIO DEL CAFFE'
Ventitreesima puntata














  
 

Qualche tempo dopo la trasformazione della bettola in una moderna caffetteria, trasformazione che lo aveva tanto preoccupato e invece aveva finito per procurargli una gran soddisfazione, accadde un fatto sciagurato, addirittura criminoso. Fu un evento che ancora una volta ebbe una forte influenza sulla vita di Tobia.
Anni dopo, mentre meditava su quell’episodio, nel considerare successive vicende dolorose, ebbe una strana reazione emotiva che lo sgomentò. Ma può capitare che una persona provata dalle intemperie dell’esistenza possa lasciarsi andare a idee assurde anche contrarie a una razionalità sempre ostentata.
L’episodio in questione lo portò a pensare che la fortuna esigeva da lui un contributo di sofferenza. Dunque non doveva più condannare le avversità che gli erano accadute, né rattristarsene. Tutte le sciagure che gli erano capitate, e che fin dall’infanzia gli avevano imposto situazioni durissime da sopportare, erano state concessioni provvidenziali per raggiungere una condizione migliore. Insomma erano accadute per renderlo migliore.

L’incidente che cambiò ancora una volta il corso della sua vita avvenne verso le sette di sera e fu un atto malvagio, un comportamento addirittura delinquenziale.
Una giovane coppia era venuta in collina con un calessino, erano scesi davanti alla caffetteria continuando la discussione che evidentemente avevano già iniziato lungo la strada, e mostravano grande agitazione. Seguitarono la lite sorta tra loro, ma la controversia era diventata talmente esasperata, che proprio davanti alla caffetteria l’uomo si lasciò andare a un comportamento brutale. Prese a gridare rabbiosamente e percosse la giovane donna che cadde battendo la testa e rimase svenuta sul marciapiede. Spaventato dall’immobilità della poveretta, immaginando il peggio, l’uomo saltò sul calessino, frustò il cavallo e si dette alla fuga.
Intanto, attorno alla sventurata si era formato un gruppetto di curiosi che commentavano la malvagia aggressione, e allo stesso tempo consideravano quanto fosse bella la giovane svenuta.
Dei volonterosi la portarono dentro la caffetteria, le fecero fiutare dell’aceto per rianimarla, Tobia le diede da bere un poco di grappa e poi le offrì un caffè. Quando videro che la donna stava meglio e aveva ripreso i sensi, pian piano tutti se ne andarono. Passò così un’ora e Tobia si trovò in una situazione imbarazzante, non poteva chiudere bottega per riaccompagnare la giovane in città, e però non aveva modo di ospitarla. Tuttavia la ragazza, sebbene non sapesse cosa agitava Tobia, lo facilitò per un verso, complicandolo da un altro. Infatti rifiutò di tornare in città, perché aveva una gran paura che l’uomo prepotente tornasse a cercarla.
Tobia si risolse a chiedere aiuto alla buona massaia che l’aveva già aiutato per organizzare il pranzo agli amici del Winning, e quella ospitò di buon grado la giovane per quella notte.
La mattina dopo la ragazza venne a ringraziarlo; naturalmente si sentì in obbligo di spiegare la discussione avvenuta la sera precedente, e perché poi la controversia si fosse conclusa con quel comportamento tanto inopportuno.
Lei lavorava come cameriera in un ristorante, aveva conosciuto da poco tempo l’uomo che l’aveva accompagnata la sera precedente, e siccome fino a quel momento si era comportato correttamente, lei gli aveva concesso fiducia. Ma il pomeriggio, prima che facessero la passeggiata in collina, quello le aveva chiesto insistentemente un aiuto in denaro perché doveva saldare un debito. Diceva che altrimenti lo avrebbero ucciso. Da quella pretesa era nata una prima discussione. Poi lui si era mostrato di nuovo cortese, gentile, le aveva proposto una passeggiata proprio per ritrovare amicizia tra loro. Ma lungo la strada aveva ripreso a chiederle del denaro con prepotenza. Lei aveva solo dei miseri risparmi e non aveva intenzione di consegnarli a un uomo che aveva dimostrato tanta doppiezza. Lo spregevole, miserabile individuo era andato talmente in collera che avrebbe potuto ucciderla. Lei ora aveva una tremenda paura di tornare nel ristorante dove lavorava e non sapeva che fare.
Mentre parlava Tobia la guardava estatico. Fin dal primo momento era rimasto turbato dalla bellezza della ragazza. Quando la sera precedente l’avevano portata nella caffetteria e lui le aveva avvicinato il bicchiere alla bocca aveva avuto un colpo al cuore. Ora nel rivederla si sentiva profondamente emozionato.
La donna si era ripresa, non era più smorta, era di nuovo in ordine e ben pettinata e gli parve di un fascino straordinario. Un vero incanto.
Nell'intimo pensò che sarebbe stata la cameriera perfetta che lui aveva sognato; ma come chiederle di fermarsi e lavorare per lui se non poteva offrirle altro che una retribuzione così modesta ? Quando la ragazza ribadì che aveva paura di tornare in città, e gli chiese se poteva fermarsi un paio di giorni offrendosi di dargli una mano, Tobia ebbe la certezza che la fortuna ancora una volta gli stava dando un aiuto. Nell’intimo si dette una spinta, e azzardò l’offerta che valutava insufficiente. Scoprì di avere il coraggio che gli era mancato fino a quel momento e si rivolse a Lucia, (ormai sapeva il suo nome), con una tranquillità che veramente non provava affatto, avendo anzi il cuore in subbuglio. Le propose di rimanere a svolgere nel suo locale lo stesso lavoro che esercitava in città, parlò con sicurezza malgrado non si sentisse affatto sicuro e le spiegò perché nei primi tempi il salario sarebbe stato magro, ma che sarebbe cresciuto entro l’anno perché era certo che la sua macchina del caffè avrebbe attirato una clientela sempre più ampia. Le spiegò il progetto del nuovo apparecchio che aveva realizzato, e perché aveva rinnovato il locale con un grande sforzo finanziario.
Parlava con una foga, con un entusiasmo, una fiducia nuova e una capacità di persuasione che non aveva mai immaginato di avere, si sentiva esaltato, convincente, energico, intraprendente, e proprio per quell’impeto che mise nella sua esortazione dovette stupire e attrarre a sé Lucia, che lo guardava impressionata e rassicurata.
Mentre esponeva il suo programma Tobia continuava a gioire nel rimirare Lucia. La giudicava incantevole, sarebbe stata una presenza attraente e avrebbe saputo servire con un contegno perfetto, all'altezza del nuovo locale. Era evidente che il povero Tino non era più adeguato al compito che svolgeva.
La verità era che Tobia era stato colpito dal classico colpo di fulmine.

Non passò molto tempo, ormai correva il 1898 e in città si cominciava a parlare del piccolo locale in bella posizione, che si raggiungeva facendo una piacevole passeggiata in collina. Se ne parlava come di un locale diverso da ogni altro. un po’ trasgressivo, frequentato da intenditori. Era uno di quei posti che entusiasmavano i giovani scapestrati sempre a caccia di cose insolite, di realtà stravaganti mai sperimentate prima. Dicevano che si trattava di un locale per quanti frequentavano ritrovi per artisti, poeti, giornalisti e reazionari. Così s’era sparsa la voce che in collina c’era un bistrò suggestivo, gestito da un ex marinaio che sapeva preparare bibite insolite, strane, e prelibate misture esotiche, bevande che mandavano in visibilio gli epigoni della gioventù dorata del tempo, e che inoltre faceva un ottimo caffè con una strana macchina.
Molti collegarono il piccolo locale in collina con la leggendaria rissa avvenuta in città. La grottesca beffa che era stata giocata da quei diavoli di marinai inglesi e aveva esasperato i bravi cittadini. Tuttavia la storia venne messa in catalogo, e invece di suscitare risentimenti e vendette, rimase una spiritosa leggenda metropolitana. Tobia cercò di provare, sempre e in ogni modo, la sua estraneità ai fatti, ma un’ombra gli restò sospesa sulla testa.
Gli affari cominciarono a procedere bene, “a gonfie vele” avrebbe potuto dire Tobia, se per inveterata prudenza, o per scaramanzia, cioè per scongiurare un possibile capovolgimento della fortuna, non avesse continuato a dire: “non bisogna rallegrarsi, non sono guadagni tali da vantarsene ”.
La bella Lucia si era impegnata molto, con intelligenza e con orgoglio ed era stata capace di incrementare l’attività del locale. Malgrado fosse di estrazione popolare, possedeva un’istintiva eleganza, e con la stessa spontaneità manifestava una così fresca e vivace leggiadria da essere per se stessa un’attrazione. Per di più aveva una parlantina pungente e sapeva mettere al loro posto con abilità e fermezza gli habitués più intraprendenti senza rendersi spiacevole. Sebbene non desse familiarità più del consentito, il suo atteggiamento, suscitava forte attrazione su tutti i clienti maschi.
Tobia, malgrado desse l’impressione di non accorgersene, invece la controllava continuamente e nel segreto dell’anima ne era fortemente contrariato. Fino a che dovette chiarire a se stesso perché provava quell’irritazione mai sofferta prima, e comprese chiaramente di essere geloso. Era disorientato, smarrito, turbato dal fascino della donna. Ne era rimasto soggiogato, era innamorato ma non voleva cedere a quella sorta di malattia che lo aveva contagiato. Però le innalzate difese non lo protessero e finì per soggiacervi inevitabilmente.

La vita di Tobia intanto era diventata più soddisfacente. Da quando gli amici inglesi avevano impresso una svolta decisiva alla sua attività, era contento di sentirsi apprezzato. Qualche tempo dopo, gli si offrì un’ulteriore opportunità. Era entrato in confidenza con dei clienti che stimava per la loro intelligenza, cordialità, simpatia. Due di costoro erano anche amici del nostromo. Un giorno gli presentarono un signore che avendo sentito parlare delle sue vicende, e della sua macchina per fare il caffè, era molto curioso di conoscerlo. A costui il marinaio divenuto caffettiere piacque, ne fu assai bene impressionato e quel colloquio lo spinse a compiere un passo notevole: considerò conveniente per entrambi un progetto di unione commerciale, e pertanto propose a Tobia di divenire suo socio in affari. Infatti era un ricco imprenditore nel ramo dei coloniali. “Coloniali”, era una parola che si usava allora, per indicare tutta una varietà di prodotti pregiati: tè, cioccolata, spezie, e innanzi tutto il caffè.
Tobia ne fu lusingato ma sul momento non prese nessuna decisione, sebbene gli amici insistessero nel mostrargli i vantaggi che glie ne sarebbero venuti.
La sera di quel giorno indimenticabile aveva il cervello in fiamme a forza di interrogarsi su quella proposta. Non riusciva a prendere con serenità una risoluzione definitiva, perché non aveva fiducia completa nel progetto. Sapeva che non avrebbe sopportato l’idea di rinunciare al- l’esclusiva della sua macchina e temeva che l’impresa sarebbe finita male. Quindi non arrivava a decidersi e continuava a considerare rischioso quel cambiamento di sede, nonostante le lodi che il nostromo spendeva per l’imprenditore. Forse proprio per questo, avvertiva un pericolo e si diceva che occorreva procedere con molta prudenza. Non riusciva a convincersi che mettendosi in società col ricco importatore ne avrebbe avuto grandi vantaggi. Invece una sola realtà oggettiva lo tentava molto, e allo stesso tempo lo irritava, perché non arrivando subito alla conclusione non otteneva la tanto attesa e desiderata energia. Se avesse accettato senza indugio la proposta, avrebbe avuto a disposizione la corrente elettrica e allora avrebbe potuto dimostrare la perfezione e la potenzialità della sua macchina. Invece non si decideva ad accettare l’accordo e così non aveva modo di dimostrare il maggiore tra i pregi del suo apparecchio.



balcone



La notte di quel problematico giorno aveva fatto un sogno stranissimo, e ricordandolo al risveglio ne era rimasto intimorito, senza riuscire però a interpretarlo. Si interrogò a lungo insistentemente sul significato che avrebbe potuto avere, senza venirne a capo.
Nel sogno aveva visto se stesso annaspare disperatamente per salvarsi; per tirare la testa fuori dalle nere acque tempestose dell’abisso in cui era precipitato. Poi, come accade nei sogni, si accorse che non era precipitato in mare, ma in una enorme tazza di caffè in cui gli pareva di affogare. Non riusciva a comprendere come era caduto laggiù, ma ancora più allarmante di quel naufragio gli risultava lo sconforto per non riuscire a tirarsene fuori. Non sapeva dire se quel sogno gli rivelava un dilemma diverso dal problema tormentoso che lo stava agitando. E così disse a se stesso che avrebbe potuto interpretarlo persino come un monito: “Non cercare il successo. Se stai cercando di emergere, di importi all’ammirazione, potresti soccombere”.
Ma forse un’altra interpretazione era più attendibile: il sogno gli preannunciava una catastrofe, se avesse accettato di mettersi in società con il ricco industriale.
Si trascinò per tutto il giorno, scontento frustrato inquieto, cercando una risposta che gli pareva tanto difficile. Finché decise di chiedere consiglio a Lucia.


Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - novembre 2016



 
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