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IL GENIO DEL CAFFE'
Ventiduesima puntata














  
 

Erano appena passate le sette, Tobia aveva aperto da pochi minuti e stava passando lo strofinaccio per asciugare il piano del bancone quando entrarono due clienti molto eccitati, Parlavano tra loro animatamente di una catastrofica rissa accaduta in città durante la notte.
Poco dopo entrò un signore con un foglio tra le mani. Il giornale cittadino riferiva puntualmente gli avvenimenti importanti del giorno precedente; e se un evento si imponeva per la rilevanza dell’azione criminale, o per qualche altra impresa insolita, riservava alla notizia molto spazio e anche un titolo vistoso.
Poiché questa volta il crimine avvenuto pareva che fosse straordinario, ingigantito ad arte, e intollerabile, era stata dedicata all’articolo di cronaca quasi un’intera pagina. Si sospettava addirittura un oscuro complotto all’origine del gran disastro.
Il cliente che aveva il giornale tra le mani chiese a Tobia se era al corrente del tumulto accaduto in città.
Il versatile uomo di mare, divenuto taverniere, inventore, caffettiere, e promettente imprenditore, deluse il proprietario del giornale, poiché non ne sapeva nulla.
L’avventore allora si mise a leggere l’articolo ad alta voce e Tobia, li per lì, ascoltò alquanto disattento. Però, via via che quello leggeva, venne afferrato da un interesse crescente e da un’inquieta partecipazione. Alla fine chiese, molto preoccupato, di vedere l’articolo. L’agitazione per quel fatto catastrofico lo aveva colpito in pieno.
Intanto il lettore dell’articolo si era messo a commentare la zuffa con un tono di voce così enfatico e deprecatorio e traboccante di condanna che, per quanto la rissa fosse stata devastante, a Tobia sembrò ridicolmente solenne.
A quell’epoca non erano abituati di sicuro ai disordini continui dei nostri giorni, e quel disastro sembrò un sovvertimento dell’ordine di una gravità intollerabile. Apparve un episodio di enorme malcostume, una tremenda trasgressione che veniva a dimostrare il disfacimento dei valori portato dai nuovi tempi.
Il cronista aveva ricostruito i fatti raccogliendo le notizie dai testimoni oculari presenti, intervistati subito dopo il disastro. L’inchiesta includeva il rapporto dei gendarmi accorsi sul luogo del crimine.
Dopo un superfluo prologo moralistico, il cronista riferiva: “ … Emerge dalle testimonianze di coloro che furono presenti alla rissa, e alla conseguente distruzione del locale, la premeditazione della condotta delittuosa e la scaltrezza del piano criminale. Testimoni oculari affermano che verso le venti di ieri sera una brigata di marinai inglesi era entrata in uno dei più eleganti caffè della città: il Tommaseo. Questi furfanti erano già ubriachi, perché schiamazzando, e sbraitando in un grottesco italiano, chiesero del caffè. Allorché venne servito loro dell’ottimo caffè fecero l’atto di berlo, ma subito lo rovesciarono sul tavolo dichiarando ad alta voce che volevano quello vero e non quel “liquido disgustoso”. Secondo loro la bevanda, che gli era stata servita era “nera pioggerella disgustosa”.

A quel punto della cronaca Tobia, che aveva intuito la trovata, dovette fare uno sforzo per non scoppiare a ridere. Con fatica si mantenne serio e atteggiò il viso a sdegno e riprovazione. L’avventore non osservava Tobia e continuò a leggere con voce enfatica, carica di biasimo.
“…Cercarono di calmarli offrendo loro eccellenti liquori, ma quelli insistevano che volevano del caffè come quello che avevano bevuto in una tavernetta sulla collina. Allora portarono loro dell’altro caffè ma quelli strepitarono ancora più forte e se la presero con gli avventori presenti affermando che non capivano un bel niente di caffè. Il locale dove adesso erano entrati, veniva indicato “falsamente” come uno dei migliori della città. Per bere un delizioso caffè bisognava andare in un piccolo locale in collina.
Clienti affezionati e indignatissimi vollero intervenire per dar manforte ai camerieri che non riuscivano ad avere ragione dei forsennati marinai; e in tale modo l’incredibile confusione si trasformò in una rissa furibonda che poco dopo divenne gigantesca perché coinvolse altri marinai venuti a dar soccorso, e parecchi cittadini richiamati dallo spettacolo. Volarono bicchieri e bottiglie, spintoni e pugni, Furono rovesciati tavoli e sedie, furono divelte tende e specchiere e sempre più forte montò un gigantesco tumulto. In un infernale parossismo di urla e bestemmie si scatenò una tempesta umana. Nel giro di pochi minuti il locale rimase semidistrutto. Quando arrivarono i gendarmi trovarono camerieri e clienti in pessimo stato, alcuni sanguinanti e con gli occhi pesti mentre altri si chiedevano dove fosse situato questo locale detto “Al Buoncaffè”, situato in collina.
Dei marinai inglesi com’era da prevedersi non c’era più traccia. Certamente ad un segnale prestabilito si erano dileguati rapidamente, e con tutta evidenza avevano raggiunto velocemente il Winning, che salpò nella notte
”.

Tobia domandò pensieroso: – Il giornale dice proprio:Al Buoncaffe’ ? – E tra sé si chiese: “Chi può avere escogitato un nome di questa sorta? Non è certamente venuto in mente a John, o agli altri, perché questo è un nome di sapore squisitamente italiano. Quindi se l’è inventato il giornalista, O qualche bello spirito ha dato a intendere di essere ben informato sullo sconosciuto locale. Chiunque sia stato, in questo modo ha risolto un problema: ha dato un felice titolo al mio locale”.
Era del tutto assorto in questa considerazione e non aveva più guardato il cliente che aveva letto l’articolo. Quello, dopo aver ripiegato il giornale con gesti teatrali, aveva preso a fissarlo. Era evidente cosa stava pensando mentre studiava Tobia con un’espressione niente affatto benigna. Tobia riprese in mano il panno, diede le spalle all’avventore e prese a strofinare con grande energia un bricco dì rame già lucido.
Quando tornò a girarsi, non sentendo più una parola, il cliente se n’era andato senza salutare. Entrarono altri habitué ma chiesero grappa e vino, non caffè, Tobia fu contento che non facessero accenni agli avvenimenti della notte passata, era gente che non leggeva il giornale: parlavano dei prezzi delle rape e dei cavoli.
Invece poco dopo entrarono dei poliziotti che gli intimarono di recarsi in città con loro. Lo portarono alla gendarmeria dove alcuni funzionari lo interrogarono lungamente, ma non trovando alcun addebito da muovergli, lo lasciarono andare, ma lo diffidarono dall’intrattenersi ancora con i marinai del Winning .

Tobia era capace di valutare un suggerimento con prontezza, e se un consiglio gli sembrava valido era pronto ad accoglierlo. A volte si applicava con impegno e realizzava rapidamente l’idea che gli era stata proposta, se gli pareva efficace.
Qualche ora dopo, sopra la porta del suo locale, si vedeva una grande insegna, vi risaltava una scritta certamente poco curata ma molto visibile, perché rossa su fondo bianco. Diceva: «DA TOBIA AL BUONCAFFE’».
Sorridendo e studiando l’insegna mormorò rivolto alla porta, come se fosse un essere vivente con cui dialogare: – In seguito te ne farò una molto più bella, con una cornice verde, il fondo nero, e la scritta in oro, tutta ornata di arabeschi in stile turco –.
A metà mattina si fermarono davanti al locale due eleganti fiacre e ne scesero dei giovani gentlemen che si guardarono attorno con un bizzarro atteggiamento sospettoso. Irresoluti studiarono l’insegna, infine si decisero a entrare. Chiesero del caffè, lo bevvero mostrando espressioni attente, più o meno perplesse, che però sembravano di apprezzamento. Pagarono lasciando una mancia mai vista prima, risalirono sui loro veicoli senza fare commenti e tornarono in città.
I clienti abituali non avevano mai lasciato mance, quel gesto valeva più di un complimento: dimostrava un giudizio decisamente favorevole.

Nel pomeriggio dello stesso giorno si videro sostare davanti alla bottega tre o quattro carrozze.
Nei giorni successivi le carrozze aumentarono e Tobia ne contò fino a sette, e, cosa inaudita, una sera arrivò un’automobile. Questo era un evento straordinario perché chiunque potrebbe testimoniare che a quell’epoca, un’automobile ferma davanti ad un negozio, o a un ristorante, dimostrava che quel locale aveva un buon credito.
Nelle successive tiepide serate di primavera il numero delle carrozze aumentò ancora, anche perché una passeggiata in collina offriva un piacevole svago.
In conclusione l’intervento dei ragazzi del Winning aveva reso un buon servizio al suo locale, facendolo conoscere. Persino chi non ne aveva mai sentito parlare ora ne diffondeva la fama.

Tobia naturalmente pensava spesso ai suoi amici, e come capita a chiunque, gli veniva naturale fare dei raffronti. Quelli del Winning erano scapestrati, allegri, generosi, pronti a menar le mani, insomma erano molto simpatici.
Anche il Battiston era un amico, un amico che, a modo suo, era anche generoso. Innegabilmente era disposto a dare una mano, però era sempre attento a non lasciarsi sfuggire un errore compiuto dall’ex marinaio.
Critico, intollerante, intransigente, bloccato su verità per lui indiscutibili, e su certi principi soggettivi che potevano essere opinabili, Guglielmo non era tipo con cui fosse facile intendersi e dialogare.
Il nostromo non riusciva a capire che Tobia, diventato commerciante per disgrazia, non accettava proprio con piacere la condizione impostagli dall’invalidità.
Tobia si sentiva Ulisse, Sinbad il marinaio, l’Olandese volante, a volte anche “Cuore di tenebra”. Si considerava un giramondo, un nomade del mare, un filosofo, un ispirato avventuriero che aveva fatto naufragio sul ciglio dell’impero austroungarico e vi era rimasto intrappolato.
Il Battiston pragmatico realista, positivo com’era, sempre orientato alla concretezza, all’efficacia, alla precisione, non poteva capire che la città di cui era fiero, quella Trieste di cui vantava la buona educazione, la civiltà asburgica, la vivacità, l’industriosità, il dinamismo, da Tobia invece era vissuta in un modo a metà reale e a metà fantastico.
Eppure il Battiston ammirava molto E.T.A. Hoffman. Lo considerava un prodigioso creatore del fantastico, un grande scrittore. Ma non sapeva, o non pensava, che Hoffmann era assolutamente realistico e autorevole quando era preso dalle responsabilità di magistrato, mentre nel ruolo di musicista e narratore era un incantatore geniale che viveva nel fantastico.
L’ex marinaio durante l’arco della giornata era immerso nella realtà, era rivolto al lavoro, responsabilmente e diligentemente. Ma raggiunta la sera, quando una buona volta si considerava libero, volava nella fantasia.
Si era formato attraverso una dura disciplina e una disordinata educazione, ma la tendenza alla poesia era innata e tante letture diversissime l’avevano esaltata, e tanti autori l’avevano accresciuta. Da quando si era ritrovato nella problematica condizione attuale, così diversa dalla vita a cui era abituato, gli pareva di guardare il mondo attraverso occhi strabici. Obbligato dal mestiere di commerciante stava con i piedi in terra, e viveva la città reale. Di notte invece gli si mostrava una città inesistente, che gli veniva rivelata da una percezione irrazionale. Come se Trieste gli venisse svelata poco a poco, nel modo in cui uno spettatore nel teatro dell’astruseria guarda lo spettacolo dell’impossibile. Il poeta nascosto in lui gli proponeva una rappresentazione metafisica della città.
Anche se si fosse sforzato di spiegare per ore e ore, a Guglielmo quel suo modo di vivere, il nostromo non lo avrebbe mai potuto comprendere.



balcone



Approdato alle 23 della sera, dopo aver sprangata la porta, essersi levato il camice, contato e registrato nel libro mastro l’incasso giornaliero, si sedeva traendo un sospiro di liberazione. Posava su un tavolo un piatto con qualche biscotto accanto a un bicchiere di Recioto o di Marsala, e finalmente apriva l’ultimo romanzo acquistato. Così, tranquillo, ritrovava sé stesso, si regalava qualche ora di beatitudine fino a che lo coglieva il sonno, sempre molto dopo la mezzanotte e si trasferiva nel letto.
Spesso, molto spesso, indugiava, con un dito inserito tra le pagine, a ricordare fantasie che lo avevano meravigliato e si perdeva a contemplare immagini inesistenti che vedeva apparire sul soffitto. Immagini eccezionali, bellissime, invisibili a chiunque.
L’ultima fantasia fu una visita a Miramare; e la rivisse al mattino quando si svegliò sorridendo, ricordando l’invenzione notturna.
Sì. Era stato proprio là a Miramare. Aveva immaginato, forse sognato, di aver noleggiato una barca. Era notte e lui era vestito all’inglese, davvero molto elegantemente, portava un alto cappello a cilindro, arrivava dal mare e bussava alla porta del castello. Da quando Massimiliano d’Asburgo era stato ucciso in Messico, non sapeva chi abitava a Miramare, ma questo particolare marginale non gli impediva di procedere nella funzione che si era dato. Era sicuro che gli avrebbe aperto una bella signora. Allora si sarebbe inchinato e avrebbe dichiarato che non c’era al mondo nessun altro trovatore moderno che sapesse raccontare quanto lui magnifiche leggende e storie e avventure di mare. Ed era venuto per allietare gli ospiti che la bella dama avrebbe chiamato ad ascoltare.
Sul più bello però, quando l’accoglienza si era dimostrata entusiastica, e lui stava per entrare nel castello, il sonno lo aveva fermato.


Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - novembre 2016



 
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