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IL GENIO DEL CAFFE'
Ventunesima puntata














  
 

Il Battiston desiderava molto accompagnare Tobia alla esposizione di pittura, dove avrebbero potuto ammirare quadri di argomento marinaro. Gli piaceva sia mostrare all’amico quell’importante avvenimento culturale, sia commentare con l’ex marinaio alcune storiche battaglie navali raffigurate in quella rassegna.
Si trattava di una mostra per beneficenza allestita nel palazzo del Lloid e il nostromo era impaziente di condurvelo. Perciò un giovedì pomeriggio Tobia, che ormai aveva fiducia nel suo garzone, disse a Tino che sarebbe sceso in città per un paio d’ore.
Quando entrarono nel grande salone c’era molta gente, Il Battiston salutò diverse persone e si fermò a scambiare convenevoli col Giuseppe Russi che Tobia già conosceva. Il signor Russi quel pomeriggio non era solo: lo accompagnavano la moglie e i suoi tre figli in visita all’esposizione. Aveva ritenuto utile portarli a vedere quella rassegna artistica che avrebbe accresciuto l’istruzione dei ragazzi. Il nostromo presentò l’ex marinaio alla consorte del Russi, e quando Tobia incrociò gli occhi della signora, inaspettatamente, provò un fremito indefinibile. Un sussulto inspiegabile di malinconia, un turbamento che gli veniva dal profondo del cuore. Ebbe l’improvvisa cognizione di un affetto perduto, di un rimpianto incolmabile.
No. Non perché il pensiero era andato repentinamente all’altra Emma: l’amica generosa e innamorata che lui aveva allontanato.
No. Era stato colpito da un’improvvisa commozione. Come se istintivamente in quella donna che gli stava davanti avesse identificato l’immagine di sua madre. In verità l’aveva sempre immaginata con dei lineamenti simili a quelli di questa signora, e pensava che anche la madre di sua madre avesse avuto un’uguale raffinatezza. Non avrebbe saputo dire perché, ma “sentiva” che sua nonna era esistita nel mondo con quell’aspetto, e adesso ne era più sicuro ancora.
L’Emma Russi che gli stava davanti, e che doveva essere tra i quaranta e i quarantacinque, incarnava una splendida maturità. Non alta, era di una grazia, di una eleganza semplice, naturale, e le manifestava spontaneamente mettendo chiunque a proprio agio. La sua spiccata personalità si imponeva e la faceva apparire più alta di quanto in realtà non fosse. Emanava da lei una dignità luminosa, una dolcezza quieta. Pareva che spandesse calma e serenità Anche la bambina, la più grande dei tre fratelli, pareva avere la stessa grazia, la stessa amabilità e semplicità di sua madre, ma possedeva un’indole più risoluta, più energica.
Da qualche parte del vasto mondo esisteva, ma più probabilmente era esistita, un’altra signora: la madre di sua madre, altrettanto bella, elegante, che era stata simile a questa signora. Tobia sperava, anzi esigeva, che la realtà si fosse manifestata così.
Osservò la figlia della signora Emma, graziosa, vivace, estroversa, che respingeva arditamente le provocazioni dei fratelli. Questi infatti la chiamavano “fiammifero” proprio per le sue reazioni fulminee. Apprese che si chiamava Alice e quel nome gliela rese ancora più attraente.
Chissà perché gli passò per la mente una frase priva di significato comprensibile, ma che a Tobia fece un effetto forte. Vi scorse un inesprimibile ma efficace significato; mormorò a voce bassissima: “di madre in figlia vivono in me e io per loro”.
Molti anni dopo Tobia ricordando quel giorno si chiese stupito perché gli era venuta in mente quella sfuggente misteriosa espressione. Oramai era un signore anziano, introverso, appartato. Il ricordo di quel pomeriggio lo intenerì. Rammentando quella gentile famiglia ricordò che di Alice aveva qualche notizia: si era sposata con un vedovo che aveva ben cinque figli piccoli, e lei li aveva accolti tutti con grande coraggio, proprio alla pari con la sua vera figlia Ida.
Invece, dei due ragazzetti Arrigo e Ugo, non sapeva più nulla. Si chiese se avevano preso parte alla grande guerra e chissà su quale fronte si erano trovati: dalla parte austriaca o da quella italiana? Non aveva più nessun contatto con Trieste e non avrebbe potuto saperne più nulla.

Oramai la caffetteria o bistrò era avviata, quell’esercizio prendeva una diversa qualifica, a seconda delle persone o dell’umore di Tobia. I frequentatori aumentavano, ma non si vedevano nuovi avventori distinti, signorili, come li avrebbe voluti Tobia. Era difficile ammettere che quel genere di persone si sarebbe spinto a bere un caffè a metà collina. Ma secondo lo speranzoso, un po’ strampalato commerciante, quella gente avrebbe costituito il pubblico ideale, competente, propenso a gustare un nuovo buon sapore.
Insomma sognava che persone di buon gusto si accorgessero del suo locale, e venissero ad apprezzare una tazza di vero caffè, di buon concentrato di caffè, non la nera poltiglia che, secondo lui, veniva servita in tutti i locali di quell’epoca.
Si rendeva conto che la speranza di attirare un pubblico raffinato era solo un’illusione, ma prospettarsi scenari di progresso, di arricchimento, era un passatempo che lo confortava. Si distraeva con quelle rappresentazioni sapendo bene che beffeggiava se stesso.
Sognava la sua bottega ampliarsi, ornarsi di stucchi dorati, di grandi specchi alle pareti intervallati da grandi quadri di soggetto marinaresco: battaglie navali, antichi vascelli disalberati da uragani, o tramonti sul mare nello stile di C.D. Friedrich. E poi lampadari a luce elettrica pendenti dal soffitto, e piante ornamentali. E a differenza di ogni altro caffè del mondo, nel suo splendido locale ci sarebbero stati degli scaffali con libri e bei divani su cui i clienti si sarebbero potuti accomodare per assaporare il caffè con più gusto, e leggere confortevolmente, attingendo i romanzi direttamente dai ripiani collocati tutto intorno.
Però, pur senza aspirare a così eccelsi traguardi, per il momento, si sarebbe accontentato di avere una clientela in cui si fossero visti dei tenenti di vascello, dei capitani di lungo corso. Immaginava addirittura che una sera arrivassero degli aristocratici che accompagnavano un ammiraglio.

Si era ormai sulla soglia dell’estate, ma Tobia, preso dalle sue ambizioni e da tanti problemi che gli capitavano quasi non se ne accorse.
Una mattina aprì di mala voglia la bottegaccia, (quand’era di umore nero la caffetteria veniva mortificata così), e come sempre, si affacciò al parapetto. La consuetudine di scrutare cielo e mare è un comportamento tipicamente marinaro, ma a lui giovava anche come rimedio al cattivo umore; scrutare gli elementi in cui era cresciuto: acqua e aria, lo rasserenava. Guardando il mare dall’alto, con una vena di esagerato romanticismo, gli piaceva paragonarsi ad un gabbiano mutilato, un malinconico gabbiano con un’ala rotta, che rimaneva sul limite di una rupe e non poteva più lanciarsi nel vento.
Quella mattina però, guardando in giù, il cuore gli dette un balzo. Durante la notte aveva gettato l’ancora una grande nave che al centro del porto si imponeva alla vista. A poppa sventolava la grande Union Jack, e all’occhio esperto del marinaio la sua silhouette era inconfondibile: quello era il Winning.
Nell’animo gli si mescolarono sensazioni contrastanti. La gioia di poter rivedere gli amici che sicuramente erano a bordo, una terribile nostalgia, il dolore che mai più avrebbe potuto mettere piede su una nave come quella. Però lo angosciava, soprattutto, farsi vedere ridotto a una nullità di taverniere, praticamente un rottame.



balcone



L’AIUTO DEGLI AMICI

Ad ogni buon conto si preparò a riceverli, e cominciò a pensare come allestire uno splendido pranzo. Perché conosceva bene gli amici; quelli erano dei segugi: se fossero venuti a sapere che era stato sbarcato in quel porto lo avrebbero sicuramente rintracciato. Il tam-tam degli uomini di mare funzionava eccellentemente. Prevedeva che lo avrebbero scovato e si sarebbero spinti fin lassù a cercarlo nella sua bottega.
E aveva previsto bene, perché verso mezzogiorno quelli gli si presentarono alla porta. Tanto si erano dati da fare che infine lo avevano trovato.
Sia come sia, è indubbiamente vero che tra marinai esiste uno speciale patto di solidarietà che non fu mai scritto ma che dura da secoli, fraterno, solidale, e caldo come la carne e il sangue. Fu l’occasione per un caloroso ritorno ai vecchi tempi, un esuberante e allegro momento di amicizia, di solidarietà, e d’intesa. Tobia, emozionato, si fece in quattro per offrire una festosa accoglienza. Attaccò fuori della porta un cartello che diceva “oggi chiuso”, e dentro aveva apparecchiato senza badare a spese. Aveva chiesto a una brava massaia, spiegandole la situazione, di aiutarlo in quella movimentatissima circostanza. Era così infervorato dall’eccezionale evento, che la sua ansia doveva aver commosso quella madre di marinai, che venne volentieri in suo aiuto.
Mangiarono in modo principesco, e più ancora bevvero allegramente, cantarono con entusiasmo vecchie canzoni marinare e Tobia per molte ore dimenticò ogni problema. Scherzarono e risero rammentando i bei tempi passati, le sbornie, le tempeste, le avventure trascorse con donne di ogni latitudine.
Si erano conosciuti dall’altra parte del mondo in una drammatica circostanza. Il piroscafo su cui Tobia prestava servizio era andato in avaria per un incendio. Il fuoco era stato domato, ma alcuni uomini erano rimasti intossicati, e il più grave pareva fosse il mozzo. Il Winning, che navigava a poche miglia dall’Esperia, aveva invertito la rotta per prestare soccorso. Dato che a bordo della nave inglese avevano un medico, il comandante dell’Esperia chiese che il mozzo venisse curato sul Winning. Quel vascello era una vecchia fregata convertita in nave scuola per l’addestramento di specialisti nelle nuove tecnologie moderne, e il ragazzo era rimasto con loro per tutta la traversata fino all’Australia.

A fine pranzo Tobia disse semplicemente: – Adesso vi offro un buon caffè; seguitemi e vi mostrerò la mia macchina –.
Si alzò da tavola, andò al bancone, e con un gesto un po’ teatrale tolse il panno che aveva tenuto nascosta la macchina fino a quel momento. Quelli la guardarono molto stupiti e mentre Tobia preparava i caffè, intanto ne mostrava il funzionamento. Raccontò come aveva inventato e realizzato quel prototipo. Disse con amarezza che dal marchingegno si era aspettato un trionfo e invece aveva raccolto solo una delusione.
– Una delusione? –, chiesero in coro gli amici.
– Sì. Perché il giorno dopo la trasformazione della bettola in caffetteria, i campagnoli che si fermavano ogni mattina, entrati nella nuova bottega per il solito cicchetto erano rimasti interdetti, avevano guardato stupiti lo strano aggeggio che spiccava sul bancone, avevano bevuto la loro abituale acquavite, ma si vedeva che si trovavano a disagio.
Nei giorni seguenti non erano più tornati. Invece cominciarono a vedersi militari e giovanotti che accompagnavano in collina gli amici o le loro donne a bere quel particolare, straordinario, caffè, e a godere del panorama.
Gli amici inglesi accesero i sigari e i discorsi si fecero seri. La conversazione si portò su Tobia. Non fecero nessun accenno alla disgrazia del compagno, e Tobia nell’intimo ne fu assai contento, ma si informarono dei suoi programmi per il futuro. Parlarono preoccupati dei suoi difficili progetti e cercarono di approfondire l’argomento. Gli chiesero se aveva intenzione di continuare quel mestiere e se intendeva restare abbarbicato lassù su quella collina. Tobia spiegò loro che aveva voluto trasformare la bettola bistrò in una “bottega del caffè” ma che sembrava non avesse molto successo, forse perché non aveva predisposto una adeguata réclame.br> Gli amici lo complimentarono molto. – Sapete bene quanto amo il caffè –, rispose lui modestamente A quel punto gli amici si guardarono tra loro significativamente. Fu un’intesa che sfuggì a Tobia ma con una sola occhiata quelli si capirono, e più tardi, dopo aver salutato Tobia, si dissero che dovevano dare una mano all’amico, e l’azione di soccorso dovevano metterla in azione immediatamente. Elaborarono su due piedi un piano e con allegria ne misero a punto l’esecuzione.
Nel pomeriggio si salutarono con fervore, giurando che si sarebbero rivisti presto, Tobia non poteva immaginare che quella visita avrebbe avuto un seguito clamoroso. Pensò che i suoi amici avevano gradito molto il banchetto e che forse avevano bevuto un po’ troppo, ma che comunque era stata una bellissima giornata, e si sentì contento come non gli accadeva da tanto, tantissimo tempo.
Trascorse la sera e il tempo cambiò e si fece nuvoloso, anche l’aria si era fatta umida e piuttosto fredda. Tobia si affacciò a guardare il Winning che era sempre all’ancora giù al porto e pensò agli amici. Ringraziò il Cielo che gli aveva permesso di fare amicizia con compagni così benevoli e disponibili, capaci di un’amicizia duratura nel tempo.

Il giorno dopo, di buon mattino, si avvicinò come al solito al parapetto dall’altra parte della strada, dette un’occhiata giù al porto e rimase sorpreso, il Winning non c’era più.
Si strinse nelle spalle e tornò alla bottega, che aveva aperto poco prima e incominciò a rassettare preparandosi ad accogliere i primi clienti.


Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - ottobre 2016



 
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