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IL GENIO DEL CAFFE'
Ventesima puntata














  
 

Intanto la strana macchina, originale, sorprendente, stava prendendo forma nell’officina dell’esperto lattoniere, e assorbiva tutto l’interesse di Tobia che ne studiava il decoro. Voleva coprire la parte meccanica con un bel rivestimento per darle una forma piacevole e moderna, adatta a conferirle dignità artistica.

Fu il nostromo a metterlo ancora una volta sull’avviso, perché disapprovava le distrazioni e la negligenza dell’ex marinaio. Stando al suo saggio parere l’oste estemporaneo non era abbastanza attento al mestiere e all’utile, un comportamento ingiustificabile per il nostromo. Guglielmo non comprendeva la trascuratezza, e la sbadataggine di Tobia. Gli prospettò quale sarebbe stato il catastrofico risultato se non avesse messo più impegno nel seguire la sua bottega e non si fosse dedicato con più energia al commercio. Gli chiarì la disorganizzazione che vedeva nel lavoro, lo fece ragionare sulla concretezza degli affari, gli contestò l’allontanamento dal vero obiettivo, e gli smorzò le fantasie. Con poche ma efficaci parole, gli fece capire che avrebbe originato un’incompatibilità, un contrasto stridente, se avesse installato la nuova bella macchina in un ambiente mediocre e disadorno, ormai logoro, così come ora si presentava la tavernetta.
Se avesse esposto la macchina sul bancone di quel vecchio locale l’avrebbe svalutata.

A quel punto, ragionando sconsolatamente su giudizi e critiche, Tobia ebbe ragione di lamentarsi. Sebbene fossero giuste erano spiacevoli, perché non tenevano conto di tante difficoltà in cui si dibatteva. Innanzitutto la sua problematica situazione finanziaria, Però era chiaro che la decisione da prendere si faceva pressante e, suo malgrado, dovette riconoscere che l’obiettivo non era l’estetica dell’attrezzo, ma la ristrutturazione del locale, se voleva migliorare anche la sua vita. Era evidente che il modo giusto di iniziare non era quello di dedicare tutta l’attenzione alla macchina, ma all’ambiente che avrebbe dovuto ospitarla.
Comunque, irritato dalle critiche, che gli parevano pure offensive, Tobia spiegò al nocchiere perché era tanto distratto, e perché era sempre immerso in sconfortanti riflessioni su un problema di difficilissima soluzione. Non solo doveva ancora versare una notevole somma al lattoniere, che stava per finire il congegno, ma aveva un’altra tremenda contrarietà.
Era esasperato da un impedimento che risultava insolubile: quando la macchina rifinita e lucente gli fosse stata consegnata, lui non avrebbe avuto l’energia essenziale per farla funzionare.
E così da molti giorni si rompeva la testa cercando un modo di procurarsi la corrente elettrica. Voleva ad ogni costo ottenere l’energia che in città era già in uso. Quest’errore, a cui non aveva pensato, era diventato un’ossessione, perché la benedetta fondamentale elettricità, che lo aveva spinto a inventare la macchina per il caffè, nel momento tanto atteso dell’inaugurazione gli sarebbe mancata. E lui era precipitato in una crisi nera.
Se la novità e la potenza del suo apparecchio consisteva nell’impiego dell’energia elettrica, che avrebbe scaldato l’acqua molto rapidamente, che avrebbe estratto velocemente la fragranza del caffè, e che avrebbe illuminato la sua macchina, insomma se fosse mancata, tutto sarebbe stato privo di senso e senza scopo. Purtroppo la corrente elettrica non arrivava ancora nell’hinterland, e non era possibile sperare di agganciarsi a quell’erogazione.

Il Battiston si rese conto della difficoltà e insieme ripresero a studiare il problema, cercando di escogitare qualche rimedio. Ma una dinamo, che sarebbe stata la soluzione migliore, non sapevano come azionarla: non avevano un motore a vapore per metterla in moto e produrre la corrente. Pensarono anche a una pila di Volta, ma sarebbe stato un generatore di breve durata e di scarsa utilità: costoso, ingombrante, degradabile, avrebbero potuto utilizzarlo solo per breve tempo, e soltanto per illuminare la macchina.
Il Battiston diede un gran pugno sul tavolo accanto al quale erano seduti e disse – Ascolta, e intendi bene ragazzo: Al diavolo l’elettricità –.
Era passata la mezzanotte e ne avevano discusso fino a quel momento, sfiorando l’esaurimento.
Il Battiston riprese a dire: – Perdiana, dico al diavolo l’elettricità perché al momento non è raggiungibile. L’otterremo tra non molto, in qualche altro modo, ne sono sicuro, ma intanto sperimenteremo la macchina per quello che è, per la sua novità e originalità, per la bontà che promette, per l’efficacia che assicura nella sua funzione. Non avrà lampade elettriche idonee a esaltarla e modernizzarla, ma escogiteremo una diavoleria per indirizzare su di lei un fascio di luce che farà risplendere il suo lucido metallo e il suo disegno jugendstill decisamente moderno. E useremo il gas di petrolio per riscaldare l’acqua. Farà ugualmente un grande effetto –.

Tobia ascoltava perplesso, dubbioso, ansioso, ma dovette riconoscere che non c’era altra scelta e che il nostromo forse aveva ragione.
Il Battiston tornò a parlare della ristrutturazione del locale. Ripeté che installare la macchina moderna in quell’ambiente oramai vecchio avrebbe prodotto un contrasto stridente. Era assolutamente necessario restaurare la bettola, trasformarla, portarla a nuova vita, provocare un mutamento che le desse dignità e bellezza.
La nuova caffetteria, oltre la spesa dell’impianto, avrebbe certamente richiesto un ulteriore impegno di lavoro: perciò bisognava attrezzarsi, e affrontare un onere finanziario non da poco, ma tentare era necessario.
Tobia angosciato dovette riconoscere l’esattezza, la validità del consiglio. Il nostromo comprese l’ansia del taverniere, quanto lo preoccupasse il sovraccarico finanziario a cui andava incontro. Perciò gli offrì un piccolo, ragionevole prestito, chiarendo che avrebbe potuto restituirlo con tutta tranquillità.
Quel progetto di miglioramento lo aveva meditato tante volte, ora appariva chiaro a Tobia quanto fosse importante. Era uno sforzo necessario per fondare una vera impresa, il primo gradino da cui partire per promuovere la sua invenzione.
Due giorni dopo il Battiston venne a trovarlo molto contento, alle otto del mattino, era quasi brioso addirittura, aveva un modo di fare che Tobia non gli aveva mai visto.
Esordì: – Ragazzo, il problema è risolto, hai la vittoria in pugno. Da un rigattiere ho trovato quello che ti serve. Spendendo un decimo di quello che sborseresti, se fosse nuovo di fabbrica, avrai a disposizione uno splendore di arredamento –.
Era proprio soddisfatto: – Ho trovato un fondo di magazzino in giacenza, uno stock, in attesa di un acquirente da un rigattiere che conosco. Mobilia di prima scelta, ciò che rimane del grande salotto di una residenza nobile dei dintorni. Metterai la mobilia più elegante in avanti e i tavoli meno eleganti, ma ben ripuliti, più indietro –.
L’offerta di aiuto e quell’occasione tranquillizzarono Tobia. Tutto il progetto gli sembrò il migliore che avesse potuto immaginare e dunque ancora una volta decise di affidarsi alla fortuna che pareva assisterlo. Malgrado fosse molto inquieto, ancora una volta prese una risoluzione pesante, che giudicava azzardata. Imbarcarsi in quell’impresa significava spendere tutte le riserve, i magri risparmi faticosamente raccolti e serbati durante i lunghi mesi di eremitaggio sulla collina, comunque bisognava rischiare.
Decise dunque di portare avanti il programma, comperò dal rigattiere indicato dal Battiston alcuni mobili che conservavano l’antico decoro, suppose che fossero stati tolti da qualche villa nobile dei dintorni come aveva detto il nostromo. Trovò degli operai che avrebbero lavorato fino a tarda ora e che gli assicurarono un rapido restauro, tenne chiuso il locale per due giorni: un lunedì e un martedì, e riuscì a trasformare la bettola in una nuova elegante bottega del caffè.
Era rimasto senza un soldo ma era molto soddisfatto del sacrificio compiuto perché adesso la sua caffetteria appariva splendida.
Il martedì sera tardi era insieme al nostromo. Si guardò intorno proprio contento: la luce delle lampade Carcel plus era intensa e allegra, la luminosità era riflessa dai vetri della porta rimodernata a vetri, e dagli specchi alle pareti. Le finestre erano state laccate in bianco e guarnite da tende. Una delle finestre, chiusa da tempo immemorabile, e utilizzata come scaffale, era stata restituita alla sua funzione, perciò di giorno la sala sarebbe stata molto più luminosa. Tutto il locale aveva assunto un aspetto ben diverso. Le pareti erano state dipinte in azzurro chiaro con decori giallo oro che inquadravano le lampade in ottone. Graziose cornici in gesso rallegravano il soffitto mentre i tavoli erano sempre quelli, ma erano stati riportati a nuovo. Tobia non poteva permettersi di più e sebbene tavoli e sedie fossero inevitabilmente in contrasto con le elegantissime poltroncine che aveva messo all’ingresso, attorno a quattro piccoli tavoli dorati, l’impressione generale era molto gradevole.
Aveva ottenuto una trasformazione quasi magica nel brevissimo tempo che aveva destinato al restauro.
Su tutto si imponeva la macchina che troneggiava sul banco delle mescite anche questo rinnovato e rivestito parte in zinco e parte in rame.
Il risultato che la macchina rendeva si sarebbe potuto descrivere come l’effetto di un imponente monumento alla modernità, infatti appariva come un’opera d’arte della contemporanea Jugendstill, inoltre era una valida realizzazione della tecnologia moderna.



piazza



La sera del martedì a restauro terminato, Tobia e Guglielmo brindarono alla realizzazione della caffetteria. Forse Tobia bevve più del sostenibile, si sentiva stanco morto e si lasciò prendere dall’entusiasmo. Era in uno stato d’animo eccitato: un po’ gioioso, un po’ inquieto. Si lasciò andare a confidenze, e senza rendersi bene conto di cosa parlava, raccontò al nostromo il sogno che aveva fatto poche notti prima.
Disse che era scampato a un maremoto, un uragano aveva sommerso la piazza grande, ma lui aggrappandosi a una caffettiera che galleggiava sulle onde mostruose si era salvato. Disse che era rimasto molto colpito, non tanto dalla caffettiera che lo aveva salvato, ma dalle stravaganti, estranee, e bellissime costruzioni che si vedevano dietro i palazzi intorno alla piazza. Gli era apparsa un’altra bizzarra città, che si elevava dietro i veri edifici della piazza grande, e quella città gli apparve affascinante meravigliosa.
Non riusciva a darsene una spiegazione ma gli sembrava naturale che dietro le costruzioni esistenti sorgessero piramidi, e scalinate, e meravigliose moschee.
Il Battiston aveva mostrato un’espressione accigliata e Tobia, per quanto fosse un po’ alticcio, credette di capire che il nostromo non gradiva quella strana alterazione della sua città, come se Tobia gli avesse fatto uno sgarbo.
Pertanto Tobia si sentì in dovere di spiegare che aveva ragionato a lungo su quell’oscura invenzione onirica, e pensava di doverla interpretare come una prova del suo rapporto con la realtà. Disse: – Potrei sintetizzare quel sogno così: “il marinaio invisibile rigetta la realtà e fugge in un’altra città dell’immaginazione” –.
Continuò – C’è un libro di cui ricordo solo il nome e non ho mai letto, Però mi è bastato per trascinarmi in interminabili fantasticherie: il titolo è “La vita è sogno” , e … –.
Il nostromo lo interruppe: – Ragazzo, dovresti farti visitare dal dottor Weiss, a detta di tutti è un bravissimo psichiatra. È uno di quei medici che frugano nei cervelli, e mettono ordine in quelli scombinati o esauriti. Pare che tu ne abbia bisogno –.
A quel tempo c’era molta curiosità per la psicanalisi ancora agli albori. A Trieste, dove aveva soggiornato anche Freud, se ne parlava molto nei salotti dei ceti benestanti.


Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - ottobre 2016



 
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