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IL GENIO DEL CAFFE'
"Uno sventurato approdo"
Seconda puntata














  
 

Sia che il passeggero arrivasse dal mare, o che giungesse dall'entroterra, in una bella giornata tersa e splendente, la prospettiva della città, non mancava di mettergli allegria. Il sole illuminava le case, i palazzi, le chiese, i giardini, che si adagiavano ad anfiteatro intorno al golfo e via via che la nave procedeva, scivolando sull'azzurro liquido proscenio, sembrava quasi che la città venisse incontro al viaggiatore offrendogli imprevedibili soddisfazioni e imprecisate meraviglie. E qualsiasi fossero state gli sarebbero riuscite gradite occasioni.
Anche al viaggiatore che giungeva dall'entroterra si apriva un immenso scenario, la vista spaziava sulla variegata distesa di edifici che degradavano ad arco intorno al golfo, e il cuore dava un balzo di esultanza.
Ma all'opposto di ogni piacevole prospettiva e di ogni aspettativa emozionante, una mattina del settembre 1889 il giovane marinaio pallidissimo, con la testa, il tronco e una gamba avvolti da fasciature, non provò alcun piacere nello scendere dal piroscafo Duca del Mare. Era disteso su una barella e veniva trasportato in ospedale.
Alcuni giorni prima, durante una burrascosa navigazione nel Mediterraneo, un paranco si era sganciato e lo aveva colpito violentemente spezzandogli una gamba.



quadro Bosch



Mentre dalla nave lo trasportavano a terra, si guardò attorno, ma nello stato in cui si trovava e con la febbre alta non era in grado di comprendere dove si trovasse né poteva fare domande. Per un attimo pensò di essere a Napoli, non avrebbe saputo dire perché, poi si abbandonò al destino e alla prostrazione che lo inghiottiva.
Trascorse necessariamente un periodo abbastanza lungo, nell'ospedale di quella città, e se la cavò piuttosto bene a paragone della prognosi formulata dal comandante, che prevedeva un esito fatale. ma il suo destino oramai era segnato: la gamba non sarebbe tornata più come prima, non avrebbe più riacquistato l'efficienza, l'agilità e la robustezza richieste a un marinaio. E un marinaio con una gamba offesa non avrebbe mai più avuto un imbarco, su nessuna nave.

In passato, già un paio di volte, aveva toccato terra in quella città. In ospedale, appena aveva ripreso coscienza, aveva compreso dove era stato sbarcato e dove lo avevano abbandonato. Il luogo non gli era del tutto sconosciuto avendo fatto scalo in quel porto almeno un paio di volte. Ma nelle passate circostanze, era sceso a terra con gli amici, pieno di voglia di vivere, di comportarsi da caposcarico, di spendere e di godersi la sosta della nave. E ogni volta sperava che l'ancoraggio durasse il più a lungo possibile. La città in quell'occasione gli era parsa vivace, bella, ospitale.
Invece quel martedì mattina in cui uscì dall'ospedale, claudicante, con le braccia abbandonate lungo i fianchi e una gamba senza forza, tutto l'insieme: vie e palazzi e persone, gli parve del tutto estraneo e respingente.
C'erano dei ragazzi sul lungomare che pescavano con la lenza. Lo videro venire verso di loro camminando a testa bassa, strascinando i piedi, e con un'espressione cupa, così assorto che pareva fissare il vuoto. Disse il nome di una pensione che gli pareva di ricordare, ma quelli non seppero indicargliela.
Quella mattina non riconobbe nessuna via, nessun locale dove inevitabilmente doveva essere entrato quando, nel viaggio precedente, avevano gettato l'ancora in quel porto. Varcò un grande canale in cui erano ormeggiate tante barche e notò che là dove pareva terminare si elevava un grande edificio che doveva essere una chiesa. Proseguì svogliatamente e giunse a una vastissima piazza che si apriva sul mare, vi sorgevano splendidi palazzi e caffè, ma provò un senso di stordimento indicibile e se ne allontanò incamminandosi per viuzze interne che gli parve andassero su, che salissero verso una parte della città più in alto. Ogni tanto preso da una stanchezza estrema, non soltanto fisica ma certamente morale, si sedeva su un gradino per recuperare un po' di energia. Aveva la sensazione che a ventitré anni la sua esistenza fosse distrutta. Definitivamente conclusa.
Dove era finita la fiducia, la vitalità, l'audacia che lo avevano sostenuto fin da ragazzetto? Allora con i capelli arruffati, gli occhi intensi e sfavillanti, gli zigomi del viso arrossati, quand'era infastidito mostrava propositi di battaglia e mandava segnali bellicosi come un leone che scopra le zanne. Ora le occhiaie profonde e violacee sul viso pallidissimo, la pelle livida e flaccida, le spalle curve, il passo lento, claudicante, rivelavano un povero disgraziato consunto prima del tempo. Non pareva davvero un uomo nel fiore degli anni.
Camminava senza sapere dove stava dirigendosi, disinteressandosi di ogni necessità pratica. Passando per un rione popolare sentì forti odori di lardo fritto, di cavoli, di aceto, ne provò disgusto, ma poco dopo si dovette fermare come se un incantesimo lo avesse immobilizzato. Una musica veniva dall'alto. Restò imbambolato a guardare in su verso una finestra al secondo piano di una casa popolare. Una vecchia casa dall'intonaco grigio tutto sciupato, con la grondaia rugginosa e sbilenca, ma da una finestra aperta uscivano gioiosamente le note di un valzer. Quella musica da alcuni anni aveva conquistato il mondo.
Lassù qualcuno suonava un violino, accompagnato da un violoncello e un mandolino, e Tobia immaginò che in quell'appartamento miserabile, mediocri ma allegri musicisti si esercitassero per una notte di lavoro in qualche casa borghese o in qualche caffè. Fantasticò che quella sera in qualche appartamento benestante avrebbero suonato per festeggiare un compleanno o un matrimonio, e da qualche parte ci sarebbe stato un ricevimento festoso, e della gente avrebbe ballato spensierata e felice.
Lui non aveva mai danzato un valzer, ma aveva veduto in certi saloni di ristoranti coppie felici volteggiare sul ritmo di quella musica nuova e allegra. Spesso davano feste nei migliori alberghi di Marsiglia, di Alessandria, di Rio de Janeiro, di Amburgo dove era potuto entrare, e sull'onda di quella musica vivacissima e spumeggiante aveva veduto uomini e donne danzare come angeli in cielo. Lui non avrebbe mai più avuto la possibilità di ballarlo ma per qualche minuto dimenticò i suoi guai, la stanchezza, un brivido di felicità gli corse per la schiena, sparirono le esalazioni spiacevoli e invece sentì il profumo del gelsomino che cresceva sulla parete fino al davanzale di quella finestra. Gli sembrò che una brezza leggera lo accarezzasse dandogli un sollievo straordinario.
Ma non appena cessò la musica, ripiombò nel buio come se cento candele si fossero spente tutte in un colpo solo.

Erano i primi giorni di un autunno precoce, e il caldo dell'estate cominciava ad attenuarsi. Continuò a camminare ma a un certo punto si accasciò su una panchina in un angusto giardino: quattro alberi e alcuni rinsecchiti cespugli al centro di una piazzetta. Era in vista del mare e guardò con dolore le navi grandi e piccole, i battelli da pesca e le imbarcazioni da diporto ormeggiate in prossimità dei moli.
Sedeva là da un po' di tempo quando da una bottega sul lato opposto della piazza, balzò fuori un gatto, e dietro al gatto venne correndo, urlando e inveendo un ragazzetto con i capelli rossi. Il gatto scappava in un modo insolito e Tobia notò che aveva una zampa mozzata, il ragazzetto agitava una scopa e lanciava improperi al gatto che probabilmente aveva rubato, o tentato di rubare qualcosa.



quadro Bosch



Malgrado avesse una zampa monca quello fu più svelto del ragazzetto e si rifugiò sotto un fitto cespuglio. Dopo un poco il ragazzo desistette e se ne andò con la scopa a spall'arm, e una buona mezzora più tardi anche il gatto uscì fuori e se ne stette al sole a leccarsi la zampa. Tobia ne aveva viste tante di scene brutali: furiosi pugilati, pestaggi, violente punizioni corporali che nella marineria dell'epoca erano ancora in uso, e non si stupiva più di nulla. Si era fatto insensibile, ma nella situazione in cui si ritrovava ora, quel gatto gli fece pena, lo sentì un compagno di sventura, affamato e senza più l'agilità proverbiale dei gatti perciò era costretto a rubare per sfamarsi. Tobia per giustificare il gatto e incoraggiare sé stesso gli concesse questa artificiosa attenuante: "sei invalido ed è lecito che ti arrangi".

fine seconda parte

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - febbraio 2016



 
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