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IL GENIO DEL CAFFE'
Diciannovesima puntata














  
 

Tobia afferrò l’avvertimento che gli aveva dato il Battiston e gli fu chiaro che da quel momento non avrebbe potuto fare a meno di un garzone. Il nostromo aveva pienamente ragione, già adesso il lavoro a sera era intenso, e quando poi avesse rinnovato la mescita trasformandola in una caffetteria non avrebbe potuto fare a meno di un bravo cameriere. Meglio di tutto sarebbe stata una cameriera ma come poteva assumerla, se l’introito era ancora così modesto?
Per avviare una nuova attività, che prometteva ai clienti una sorpresa e una prelibatezza, sicuramente sarebbe stata più adatta una giovane donna attraente. Avrebbe servito con grazia; e ogni cosa: vassoi, tazze, bicchieri, sarebbero stati puliti e lucenti. Sarebbe stata una piacevole presenza e vedendola servire con garbo gli avventori sarebbero tornati. Ma come trovarla?
Ovviamente pensò subito a Emma. Com’era possibile non considerarla? Infatti il pensiero corse immediatamente alla sua munifica e innamorata amica. Emma gli aveva permesso di assicurarsi uno straordinario contributo senza il quale non avrebbe potuto comperare la bettola, e così provvedere alla sua salvezza. Ma pur sapendo di essere un ingrato, e pur biasimando l’azione sleale che compiva, temette ancora una volta di legarsi a lei.
Non era però il timore di doverla sposare a fargli respingere la donna, quel timore era un pretesto. C’era dell’altro nelle profondità del suo desolato spirito, e lo confessò all’immagine riflessa nello specchio del magazzino, un’immagine che gli parve innegabilmente grigia e inquieta. Lo confessò mentalmente, mutamente, all’opaca figura che lo rimproverava. In realtà l’ostacolo era questo: temeva che se l’avesse chiamata a collaborare, avrebbe dovuto associarla all’iniziativa, e se il lavoro non procedeva come lui sperava non avrebbe più potuto allontanarla dall’impresa.
Decise risolutamente che per qualche tempo, fintanto che gli affari non avessero preso un buon andamento e avessero dato un apprezzabile profitto, si sarebbe accontentato di un garzone. Ma anche questo era un problema di non facile soluzione.

Incominciò a osservare i suoi clienti, che non aveva mai tenuto in considerazione, e cominciò a studiarli con un nuovo interessamento, così vide non soltanto fisionomie mutevoli che entravano, consumavano, pagavano e uscivano, ma persone con una loro individualità, e una loro storia.
Uno dei contadini che passavano la mattina presto si faceva accompagnare dal figlio, un ragazzo sui sedici o forse diciassette anni, che lo aiutava nel lavoro. Il padre si appressava al bancone, scambiava due parole con Tobia e con gli altri avventori, mandava giù un grappino, pagava e usciva. Il ragazzo si sedeva da una parte e guardava silenzioso. Sebbene Tobia avesse supposto che fosse alquanto limitato, dopo un po’ si rese conto che era riflessivo e di buon carattere, e non era né scarso né indolente, e perciò prese in considerazione il genitore: un brav’uomo. Studiandolo ancora meglio confermò quest’impressione e decise di rivolgersi a costui.
Pensò che una ragionevole retribuzione sarebbe stata invitante, perciò decise che non avrebbe tirato troppo sul salario da corrispondere al ragazzo, giacché la vita del contadino è povera e dura.
Espose al brav’uomo la necessità di un garzone, quindi prospettò un modico compenso. Il contadino acconsentì e arrivarono a un accordo: avrebbe concesso il ragazzo in prova, ogni martedì, giovedì e sabato.

Tobia, nella settimana in cui il ragazzo prese servizio, si dedicò a istruirlo con cura. Alberto, detto Tino, si dimostrò un garzone bravo e attento, e siccome gli parve affidabile, un giovedì mattina lo lasciò dietro al bancone con la raccomandazione di tenere gli occhi ben aperti per tutto il tempo che lui sarebbe stato assente. Finalmente libero per qualche ora, ma con grande apprensione, Tobia scese in città.

Da qualche tempo un vecchio dai capelli lunghi, spioventi ai lati del viso ossuto, dalla barba bianca lunghissima, dalle guance infossate e gli occhi spiritati, sedeva fino a tardi a un tavolo in fondo alla taverna. Pareva un gentiluomo decaduto, ridotto in pessimo stato, e chiedeva solo un litro di Prosecco. Poi con cautela, riparando le mani sotto il bordo del tavolo, per coprire l’operazione, tirava fuori dal logoro soprabito un pezzo di pane e lo sbocconcellava, sorseggiando lentamente il vino, a piccoli sorsi, e a lungo.
Sembrava controllare tutto ciò che accadeva all’intorno ed esaminare ogni persona che entrava. Ogni tanto gli occhi di quell’uomo si posavano sul taverniere affaccendato e a Tobia pareva di essere trafitto dallo sguardo fosforescente di quel vecchio vagabondo, malinconico e inquieto.
Una sera l’uomo chiese una salsiccia. La frenesia, la voracità, con cui la mangiò, confermò a Tobia che il vecchio, che pareva un antico filosofo o un nobile decaduto, era un indigente, un povero diavolo inconsueto. L’uomo, evidentemente in miseria, quando gli capitava di guadagnare o ricevere qualche scellino festeggiava.
Notò anche che Tino il garzone aveva un particolare e inusuale riguardo per quell’uomo. Era molto rispettoso col vecchio e quando gli serviva il vino gli sorrideva. Il modo in cui lo salutava quando quello si rizzava per incamminarsi e andarsene, pareva reverente.
Una sera Tobia chiese a Tino se sapeva qualcosa di quell’uomo, e quello gli spiegò che era un esule russo, fuggito da Pietroburgo e ricercato dalla polizia zarista.
Stupito Tobia chiese perché era fuggito. – Perché è un nichilista –, rispose asciutto e conciso Tino.
Poi si spiegò meglio: – È dovuto fuggire da Pietroburgo. Era necessario, per poter continuare la costruzione di una nuova coscienza nel popolo –.
– Ma tu parli il russo ? – Mormorò Tobia assai meravigliato.
– Un poco –. Rispose Tino.
Poi sollevando il mento con una mossa d’orgoglio, o forse di sfida, fissò Tobia negli occhi e gli spiegò con voce risoluta: – Noi sloveni siamo più attratti dalla grande madre Russia che dal vostro mondo occidentale. La Russia sarà la futura guida dei popoli. Da lei verrà la nuova luce di civiltà che illuminerà il mondo. –
Tobia rimase sorpreso e turbato, e pensò: “se il padre è un ruvido agricoltore questo figlio è di ben altra natura, è intessuto di ben altra stoffa”.
Mentre tagliava fette di salame, confezionava panini e spillava birra, nella testa di Tobia si affollavano i pensieri più inquietanti, i dubbi più sinistri; cercava di conciliare le contrastanti cupe considerazioni, che gli attraversavano la testa, sforzandosi di appianarle. Guardava la gente che quella sera affollava la tavernetta più del solito, e dagli accenti che gli arrivavano poteva intuire chi fosse tedesco, sloveno, croato, greco; ovviamente era facile riconoscere gli italiani.
Quest’aspetto della città multietnica era simpatico, ma se pensava ai contrasti tra le rappresentanze delle varie nazionalità; contrasti che si acuivano aggravandosi proprio in quegli anni, ne traeva previsioni amare, esiti inquietanti, pericolosi, e conseguenze funeste.
La città pareva rispecchiare le tensioni di ben altra dimensione, che coinvolgevano Inghilterra, Prussia, Russia, Francia, tutte impegnate nell’affrontarsi per conseguire la supremazia nel vecchio continente e l’egemonia sul resto del mondo, che a quell’epoca era ancora molto arretrato.
La città pareva un laboratorio che riproduceva nel suo breve ambito le grandi contese sulla scena del mondo.
Recentemente il governo centrale aveva dato indicazioni per cui nella conduzione degli incarichi di governo, agli italiani ancora soggetti all’impero, si dovessero preferire genti di lingua tedesca e slovena. Francesco Giuseppe, l’imperatore, considerava sloveni e tedeschi popolazioni più affidabili, più fedeli, meno ribelli degli italiani. Questa decisione aveva peggiorato molto la convivenza, però su un punto i Triestini erano tutti d’accordo: sul commercio. Il commercio portava benessere, e poi i triestini erano in sintonia anche su altri benefici, su altre opportunità. Per esempio amavano i loro bei caffè cittadini, luoghi di incontro piacevoli, briosi; e sui teatri, luoghi che regalavano godimento, allegria, serenità.
Tobia si chiese se Tino era un ammiratore del vecchio rivoluzionario solo per entusiasmo, cioè per l’impetuosità dei suoi diciasette anni, o se era un giovane esaltato, capace di meditare un assassinio. Però escluse questa grave ipotesi.
Riguardo al Battiston, immaginò come dovesse pensarla. Il nostromo nella battaglia navale di Lissa aveva combattuto su una nave austriaca, quindi dalla parte dell’impero, Ma non volle toccare l’argomento per non guastare la loro amicizia.
Rimpianse con tutta l’anima le lunghe traversate oceaniche quando si riparava dietro una tuga e leggeva a sazietà nella pace del mare e del vento, e mai avrebbe immaginato tra quali contrasti si sarebbe trovato coinvolto dopo pochi anni.



piazza



Intanto la prodigiosa macchina per fare il caffè stava prendendo forma nell’officina dell’abile lattoniere, e si preannunciava sorprendente, stupefacente, affascinante. Ormai assorbiva tutto l’impegno e tutto l’interesse di Tobia.


Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - ottobre 2016



 
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