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IL GENIO DEL CAFFE'
Diciottesima puntata














  
 

Sembrerebbe dunque che la clientela di Tobia fosse costituita da una prevalenza di agricoltori, o per dirla meglio, di rustici proletari, soprattutto sloveni. Però quest’impressione condurrebbe a un’idea sbagliata, perché di sera in quella tavernetta si incontravano persone di vario livello sociale e di diversa cultura. Vi capitavano artigiani, operai dei cantieri navali, impiegati delle assicurazioni, marinai. Tutte insieme queste persone formavano una variegata umanità che gradiva trattenersi nella tavernetta bistrot.
Tra questa gente si distingueva per la sua massiccia costituzione, per la criniera sempre irta, più bianca che grigia, per la foga che metteva nel conversare, Guglielmo Battiston, un ex nostromo ancora molto giovanile, divenuto un cliente abituale della mescita.
Era un appassionato di battaglie navali; e questa sua passione per le guerre sul mare, questa inclinazione storica lo aveva reso simpatico al marinaio divenuto oste, e così avevano fatto amicizia. Il Battiston, sull’argomento che lo entusiasmava aveva comperato molti libri. e sugli storici duelli navali di ogni tempo si era formato una rilevante cultura. Parlava con l’autorità di chi conosce bene la materia, e pareva sapere tutto dei celebri combattimenti di Lepanto, di Trafalgar, di Lissa, di Navarino, che fu l’ultima battaglia combattuta tra velieri, e di tanti altri scontri ancora. Proprio questi interessi che concernevano il mare avevano originato la reciproca stima, e Tobia e Guglielmo avevano fatto grande amicizia. Tobia ormai accettava di buon grado le critiche e i consigli dell’ex nostromo, che si mostrava esperto in molti campi, e competente in molti mestieri, Fu il Battiston a convincerlo dell’opportunità di realizzare un prototipo della macchina per il caffè, e a esortarlo a metterla in pratica, perché quel progetto lo aveva colpito e ne era rimasto entusiasta. Aveva consigliato a Tobia un bravo lattoniere-stagnino che secondo il nostromo era l’unico artigiano in grado di costruirla.
Poi capitò che il Battiston, parlando col marinaio infortunato, conobbe la vicenda che lo aveva fatto approdare nella sua città, e intuì la scarsa simpatia che l’invalido nutriva per essa. Il nocchiere ne rimase indignato, si sentì addirittura offeso, e decise di modificare l’opinione dello strambo taverniere.
Poiché Tobia desiderava tanto vedere le belle librerie che esistevano in centro, stabilirono insieme che una mattina avrebbero visitato la città come turisti, e che naturalmente si sarebbero recati soprattutto a visitare le librerie. Il Battiston avrebbe fatto da anfitrione e guida.
L’energico nostromo possedeva un vivace cavallino e un calesse leggero, perciò sarebbero potuti andare e tornare in poco tempo.
Tobia, quella mattina tanto attesa, si preparò indossando il vestito migliore che possedeva, cioè l’unico che aveva. Attese che passassero gli ortolani, dopo di che chiuse bottega, e sulla porta attaccò un sibillino cartello che diceva: “Chiuso per urgente manutenzione, riaprirà al tocco”. Poi malgrado la gamba lesa saltò sul calessino e felice scese in città col Battiston. Poiché il desiderio maggiore di Tobia era visitare le librerie, non rimaneva molto tempo disponibile per peregrinazioni turistiche e allora l’entusiasta e orgogliosa guida lo condusse innanzi tutto nella piazza grande.
Mentre si inoltravano e Tobia osservava l’ambiente con una nuova disposizione d’animo, il Battiston lo punzecchiava costringendolo a rispondere alle sue sfide: – Hai mai visto, in un’altra città, una piazza tanto grande e splendida come questa? Circondata di così prestigiosi ed eleganti palazzi e con uno sfondo tanto immenso e azzurro ? –
– No, di certo – , rispondeva, per compiacerlo, il seguace ammiratore.
– Sai cos’è il Lloyd triestino? –
– Suppongo sia una delle più grandi agenzie di viaggio e di assicurazioni navali al mondo. –
– Bravo ragazzo, e quella è la sua sede – disse indicandogli un grande palazzo. – Ma abbiamo anche grandi cantieri e industrie –
– Si, è vero, Trieste è una grande e importante città – . Tagliò corto Tobia.
Poi la guida gli fece ammirare il Tergesteo, il palazzo con la magnifica moderna galleria, (“moderno” a quell’epoca era una parola determinante. Differenziava il vecchio mondo, smorto e superato, da quello nuovo e dinamico, ricco di innovazioni, di miglioramenti e promesse di benessere) Lo portò ancora a vedere la Borsa e il teatro Verdi, infine lo lasciò davanti alla libreria Schimpff. Ma stabilirono che dopo un’ora si sarebbero ritrovati al caffè degli Specchi.
Finalmente Tobia poté visitare la bella libreria, e passò un’ora di intenso piacere esplorando con calma gli scaffali e le novità. Comperò vari libri, ripromettendosi una scelta più ponderata la settimana seguente, e molto soddisfatto andò a incontrare il nostromo.

Quando entrò nel Caffè degli Specchi con un grosso pacco sotto braccio rimase immobile, irrigidito a guardare incantato.
Conosceva già quel magnifico locale ma non lo aveva mai osservato con interesse professionale. In pochi minuti con grande attenzione esaminò tutto. Studiò l’arredamento, gli specchi che rimandavano la luce del giorno fino a tardi, le livree dei camerieri, l’illuminazione, la pasticceria. Tutto, proprio tutto lo incuriosiva, e lo attraeva interessandolo enormemente. Ammirava i tavolini e le seggiole dorate, la tappezzeria, le piante verdi ornamentali collocate qua e là. Il Battiston gli fece segno di avvicinarsi e gli presentò un signore con cui stava conversando: il signor Giuseppe Russi, agente di borsa. Tobia, colpito dalla distinzione ed eleganza di quel tale, si chiese se l’ex nostromo avesse amicizie altolocate e se avesse anche interessi finanziari. Gli parve evidente che così fosse e immaginò una intraprendente attività dell’amico. Era un aspetto che non conosceva e che aumentò l’ammirazione di Tobia per il nocchiere.

Mentre tornavano in collina fu soprattutto Tobia a parlare. Era entusiasta della libreria Schimpff e del caffè Specchi, e confidò al cocchiere e nocchiere Guglielmo il suo fantastico progetto: l’ambizione e la speranza di trasformare la sua bettola in una caffetteria.
Raccontò al nostromo che, sebbene si sentisse prigioniero di una condizione infelice, non si rassegnava. Cercava incessantemente un modo di trasformare, di migliorare o addirittura cambiare genere di lavoro. L’orgoglio lo pungolava, ma ogni cambiamento che gli veniva in mente, si rivelava impossibile. La sua vita era diventata un tirare avanti sterile, un andazzo demoralizzante, che lo costringeva, malinconicamente inattivo, a trattenersi sul muretto davanti alla bottega ad attendere clienti e a guardare il mare Desiderava reagire , ma si ribellava inutilmente, e così continuava a rammaricarsi di non poter lasciare la bottega neanche per un poco.
Se avesse potuto comperare dei libri scegliendoli con cura allora l’isolamento, dov’era naufragato, sarebbe stato meno opprimente, e quella mattina si era avverata almeno quella piccola soddisfazione.

Gli pareva strano che il Battiston, sempre molto loquace, quel giorno fosse taciturno e pensieroso.
Continuò a raccontare eccitato come gli era venuto in mente che bisognava offrire il caffè in un modo nuovo, un modo che colpisse la fantasia, che facesse effetto. E allora si era proposto di realizzare la sua macchina moderna a cui da molto tempo si era dedicato.
Gli piaceva molto pensare a come avrebbe potuto organizzarsi per trasformare la bettola in una caffetteria speciale. Forse quello era il momento stabilito dal destino per proporre la degustazione del caffè in un modo del tutto nuovo.
Il caffè, che allora veniva preparato a infusione, sarebbe uscito assai diverso dalla sua macchina. Sarebbe apparso come una vera novità. Avrebbe avuto maggiore intensità e un sapore più carico, più deciso, dal gusto nuovo e inconfondibile: sarebbe stato un nuovo sapore un “nuovo piacere moderno”, Ma sarebbe stato anche un onere finanziario non da poco e gli avrebbe chiesto un ulteriore impegno di lavoro. Perciò bisognava procedere con cautela, attrezzarsi con prudenza e accortezza, ma era certo che bisognava tentare.
Il Battiston a quel punto intervenne brusco: – Ragazzo, hai trascurato un fattore importante: il probabile accrescimento della clientela ti costringerà a un impegno raddoppiato e a quel punto ti occorrerà un aiuto: un cameriere, o quanto meno un garzone di cui avresti bisogno già ora –.
La giusta osservazione del Battiston, dal momento che gli venne esposta non lo lasciò più tranquillo. Mentre toglieva il cartello che avvisava della momentanea interruzione del servizio, e riapriva la bottega, si sentiva inquieto, preoccupato, ansioso.
Per tutto il pomeriggio ponderò i molti oneri, obblighi, e aggravi di spesa che avrebbe dovuto affrontare per trasformare la bettola in una caffetteria.
Si angustiò talmente che dormì molto male ed ebbe un incubo angoscioso.



piazza



Sognò che si trovava in mezzo alla piazza grande, che gli appariva assai strana e dissomigliante dal reale, perché, dietro i palazzi che la circondavano sui tre lati, vedeva innalzarsi obelischi, piramidi, moschee, ziggurat, scalinate immense e abbaglianti.
Ma ad un tratto il mare tempestoso irrompeva infuriato e sommergeva tutto; e lui si salvava a malapena, avvinghiato a una caffettiera che galleggiava su quello sconvolgimento.


Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - settembre 2016



 
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