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IL GENIO DEL CAFFE'
la fortuna si vestirà in nero
diciassettesima puntata














  
 

Un mattino si presentò sulla porta della bottega una zingara che gli chiese una monetina. In cambio lei gli avrebbe letto la fortuna sulla mano. Tobia le dette qualche spicciolo e la mandò via con garbo, brontolando tra sé che se doveva sfamare mezza città tanto valeva chiudere bottega e accodarsi al corteo dei mendicanti. Gli pareva che una processione di accattoni bussasse ogni giorno alla sua porta.
I gitani praticano l’arte della profezia da tempo immemorabile, è un loro metodo per chiedere l’elemosina, una loro tradizione secolare, ma Tobia era troppo malinconico e insofferente per divertirsi con quelle ingenue astuzie. Quella mattina dunque aveva respinto con bonarietà la giovane nomade, e la predizione offertagli, ma un attimo dopo che quella gli aveva girato le spalle, dalla buia, insondabile stiva dei ricordi, era emersa una figura che assomigliava proprio alla zingara appena allontanatasi.

Era emersa una scena, dapprima sfocata, ma poi, come se prodigiosamente la proiezione fosse stata messa a fuoco, era divenuta nitida e aveva riconosciuto la sconosciuta. I particolari erano tanto precisi che avrebbe potuto descrivere il bel viso della donna, come era vestita, e dove s’era imbattuto in lei.
Quell’incontro era avvenuto a Palermo, molto tempo prima, durante una sosta della nave, in un’età in cui era felice.
Rivide una mattinata estiva, stava seduto sotto il pergolato ombroso di un caffè e sul tavolo aveva posato la tazza appena vuotata. Una zingara gli si era avvicinata e gli aveva letto la sorte sui fondi rimasti nella tazza. Aveva profetizzato che la fortuna sarebbe venuta ad aiutarlo in abito nero. Allora non dette nessun peso alla strana profezia, ma ora si stupì di non averci mai pensato e sospettò di aver trascurato un inesplicabile messaggio. Avrebbe potuto prenderlo come un ammonimento da meditare, perfino come un velato suggerimento.
Quella visione gli era apparsa anche un’altra volta, quando era nell’osteria di Berto in un momento di sconforto,. Ma allora non ne era stato consolato, mentre adesso gli aveva procurato un inspiegabile piacere, quasi fosse stato percorso da un guizzo di allegria.
Sebbene tra la precedente reale visita della zingara e l’apparizione nella mente, ci fosse solo un collegamento spontaneo irragionevole, e trovarvi un vero rapporto fosse difficile, lui avvertì quei due episodi come un unico disegno che lo riguardava, Come se in esso ci fosse un significato che necessariamente doveva comprendere.
Ripensò alla zingara che aveva esaminato il fondo della tazza per predirgli la sorte, e quel flashback gli fece tornare alla memoria un’altra circostanza che gli aveva procurato grande soddisfazione.
- Caspita! - Sbuffò sorridendo, - Ci sono fondi e fondi. Non tutti i fondi del caffè sono uguali e normali. Forse quelli scrutati dalla zingaea erano speciali. Anche i fondi hanno un loro diverso valore. Eccome! -
Se ne uscì con questa strana considerazione ricordando quanto gli era dispiaciuto buttare via i resti, oramai sfruttati, del caffè che aveva preparato per il ricevimento del capitano, I chicchi di quel caffè erano molto preziosi, all’epoca in cui li aveva adoperati erano introvabili. Ma non poteva spiegarne l’origine senza provocare disgusto in coloro che avevano tanto apprezzato quel caffè squisito.
Ebbene quel bel giorno in cui ebbe l’occasione di dimostrare la sua abilità di caffettiere, e in cui godette l’elogio del suo capitano, era felice. Al solo ricordo di quell’apprezzamento provò di nuovo la soddisfazione che aveva provato allora.
Avevano ormeggiato in un porto del Venezuela accanto a una fregata proveniente da Tolone. Il capitano della nave francese fu invitato a bordo della nave italiana e a Tobia venne chiesto di preparare un ottimo caffè, Gli piacque molto quella richiesta perciò volle adoperare la migliore miscela che possedeva, sicuro del risultato che avrebbe ottenuto. Fu quindi assai soddisfatto quando seppe che il comandante aveva fatto bella figura offrendo al francese un caffè tanto particolare. Ma se quegli ammiratori avessero saputo cosa c’era nella bevanda che avevano gustato, forse non ne sarebbero stati così soddisfatti.

Quel caffè particolarissimo Tobia l’aveva scoperto durante un viaggio a Sumatra dove andavano a caricare legname pregiato.
Il nome indigeno di quel prodotto era impronunciabile, perciò lui lo chiamò caffè zibetto (1). In effetti lo zibetto di Sumatra è un animale che si nutre anche di bacche di caffè. Le digerisce e poi restituisce i semi, ma nel frattempo li arricchisce di un particolare e intenso aroma. Perciò gli indigeni recuperavano dagli escrementi degli zibetti quei grani, li lavavano, li tostavano e li commerciavano. Tobia tempo dopo si pentì molto di averne acquistato una modestissima quantità. Se adesso avesse avuto la possibilità di procurarsene dell’altro avrebbe avuto tra le mani un caffè con cui avrebbe fatto fortuna.
Fu proprio questa spontanea, semplice considerazione che gli illuminò come un lampo il significato della predizione. Perché in qualunque modo considerasse la profezia tutto faceva pensare che la preannunciata fortuna abbigliata in nero uscisse dalla nera bevanda.
La misteriosa presenza che l’avrebbe aiutato e l’avrebbe fatto diventare ricco sarebbe venuta dunque dal caffè. A quel punto bastava dire semplicemente e realisticamente, senza tante cervellotiche bizzarrie, che il caffè tout court, sarebbe stato l’artefice della sua futura ricchezza. In parole povere doveva dedicarsi al commercio e alla diffusione della sua macchina per il caffè.
Ma a che macchina pensava?

Si sentì oppresso da un penoso rammarico e suppose di aver trascurato una buona occasione. Era ancora concepibile correggere l’errore?
Era possibile realizzare quel fantasioso progetto a cui si era dedicato, dapprima come ci si rivolge a un passatempo, poi con convinzione e serio impegno, valutandola una possibile fonte di guadagno?
Forse si.

Sebbene la materialità della vita, la realtà in cui era cresciuto, fosse stata dura e molesta. E la gente tra cui era maturato lo avesse reso concreto diffidente e pratico. Malgrado ciò in un angolo del suo io, mai lasciato libero di manifestarsi, c’era un’isola nascosta al mondo. Là, in quel suo angolo segreto, come uccelli del paradiso potevano vivere fantasie impossibili e aspirazioni incredibili.
Sebbene si rifugiasse spesso in quel giardino segreto in cui sbocciavano fantasie e follie. Tobia non si lasciava entusiasmare da progetti sconclusionati, o illudere da certe proposte di facili profitti, Le fantasie erano tenute a freno nel recinto inaccessibile e le proposte concrete erano vagliate in un altro compartimento della mente.
Nell’affrontare la nuova occorrenza e migliorare l’attività commerciale sapeva bene che il primo impegno a cui avrebbe dovuto dedicarsi era il rinnovamento del locale per farlo diventare una caffetteria.
In quel momento però più che a ristrutturare la bettola pensava alla macchina su cui aveva lavorato tanto con la fantasia.

La macchina era un grande sogno, venuto alla luce e sviluppatosi dopo aver letto “Ventimila leghe sotto i mari”.

Costruire una macchina stupefacente, una macchina modernissima per fare il caffè era diventata un’idea ostinata e quasi ossessiva. Se la rappresentava come un’opera che lo avrebbe reso celebre nello stesso modo in cui la pila elettrica aveva reso celebre Alessandro Volta che appunto aveva inventato quel generatore di elettricità.
Tobia l’aveva pensata a lungo, l’aveva progettata e disegnata precisandola fin nei dettagli.
Dunque se la fortuna intendeva aiutarlo lo avrebbe assecondato anche nel progetto e avrebbe fatto in modo che tutto andasse per il meglio compresa la macchina che avrebbe realizzato.
Quel Jules Verne era soltanto un romanziere visionario, però era geniale. Il suo Nautilus era una macchina stupefacente, un prodigioso sottomarino che custodiva nel suo interno il non-plus-ultra della tecnologia moderna. Quella macchina straordinaria era stata costruita dal capitano Nemo, protagonista del romanzo, costui aveva creato una balena d’acciaio e vetro capace di navigare a lungo nelle profondità degli oceani spinta da un potentissimo motore elettrico.
Tobia era rimasto affascinato dalla descrizione del Nautilus e si era detto: “Se vapore e elettricità avevano cambiato il mondo, perché non applicare il vapore e l’elettricità a un apparecchio da cui far scaturire il caffè bello pronto da bere, e così sbalordire i cittadini assetati di novità?” Avrebbero gustato un caffè preparato rapidamente, e di sapore più intenso del normale caffè, e sarebbe uscito da una macchina modernissima, in acciaio luccicante, illuminata elettricamente e circondata di vapore. Insomma un apparecchio davvero emozionante.
Gli era parsa una magnifica idea e mentre la disegnava e vedeva la neonata caffettiera elettrica prendere forma sulla carta, ebbe la conferma che era una buona idea e che era sulla strada giusta, perché altre stupefacenti invenzioni, meraviglie della tecnica, erano state presentate all’Esposizione Universale di Parigi del 1889.
Molte volte aveva pensato che nel suo spaccio, oltre agli alcolici, avrebbe potuto offrire il suo specialissimo caffè. Non il caffè zibetto introvabile, ma un’altra miscela ottenuta con un metodo speciale da lui inventato in cui faceva torrefare il caffè crudo insieme a schegge di un legno aromatico.
Questa invenzione sarebbe potuta diventare un’ottima fonte di guadagno, una nuova impresa, ma temeva che spendere molto per attrezzarsi e offrire una prelibatezza a una clientela formata soprattutto di campagnoli che non avrebbero saputo apprezzarla fosse un azzardo.
Ecco però che la sua macchina avrebbe avuto un forte appeal e avrebbe dato un grande contributo di attrazione. Probabilmente avrebbe richiamato una clientela migliore.
Rimase a lungo incerto rinviando il programma finché decise di realizzare un prototipo.



NOTE
(1) questo caffè oggi è noto, e commerciato col nome di Kopi Luwak

Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - settebre 2016



 
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