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IL GENIO DEL CAFFE'
Sedicesima puntata














  
 

Leggere era un conforto, quasi una medicina. In breve era un rimedio assolutamente necessario, che poi era diventato irrinunciabile. Era la migliore soluzione per ammazzare la noia durante le lunghe traversate oceaniche e un'eccellente esercizio.
Un altro passatempo connesso ai libri era sforzarsi di individuare (implicava un certo sacrificio di modestia) quale, tra i tanti personaggi dei romanzi che leggeva, avrebbe potuto essere lui. Ossia in quale degli eroi poteva identificarsi valutando affinità di gusti, comportamenti che avrebbe mostrato anche lui, azioni notevoli compiute da quelli. Così esaminandoli e soppesando specifiche scelte percorse da quei protagonisti, cercava di comprendere qual'era il più somigliante a lui. Si accorse presto che nessuno dei personaggi che pure ammirava o biasimava: da Barry Lindon a David Copperfield, da Gordon Pym a Billy Budd, da Jim dell'Isola del Tesoro a Edmond Dantes e tanti, tanti ancora, gli corrispondeva. Aveva dei tratti in comune con qualcuno di essi ma nessuno gli corrispondeva pienamente.
Da questo passatempo gli scaturì l'dea che se lui fosse stato creato da uno scrittore, costui non avrebbe potuto essere pienamente il suo autore. Lui certamente avrebbe avuto fobie, allergie, timori, fissazioni, desideri e reazioni strane che il suo creatore letterario non avrebbe mai conosciuto. Proprio come il migliore dei biografi non può conoscere tutti i sentimenti e le segrete sofferenze di un uomo o una donna di cui descrive la vita.
Lui era Tobia, toto modo, e il suo autore ne poteva descrivere solo una rappresentazione.

Quando durante le ore di riposo leggeva, amava bere il caffè.
Perché il caffè lo amava fin da bambino,
Lo predisponeva a un'aspettativa di godimento, gli aumentava la concentrazione e gli prolungava il piacere della lettura. Era naturale che fosse attratto, anzi stregato addirittura da quell'aroma. Soltanto sapendo come venne iniziato a quel nero filtro magico si può comprendere perché Tobia lo amasse tanto.
Era ancora un bambino quando attendeva con impazienza il momento in cui gli sarebbe stato versato il caffè. Quella pausa soccorritrice era straordinariamente confortante, soave, e lui ne era affascinato e impaziente di goderla. Il tirannico zio in estate lo svegliava alle quattro della mattina, d'inverno alle cinque, per condurlo sulla barca che salpava prima dell'alba. E con Tobia portava anche due fiaschi, ben foderati di strati di lana per tenerne caldo il contenuto, Da questi fiaschi versava il caffè agli uomini del bragozzo. Lo versava in certe tazze di ferro smaltato, e Tobia le ricordava con affetto sebbene a quel tempo non fosse davvero spensierato come gli altri bambini.
Quelle tazze calde e fumanti, tra le mani bagnate e gelate, erano una benedizione. Davano un sollievo indescrivibile, soprattutto in certe mattine fredde, buie, in cui la foschia che saliva dal mare si fondeva con la pioggia che scendeva dal cielo, e lui in quell'istante poteva dimenticare la malefica umidità che scendeva giù per il collo fin dentro gli stivali di caucciù, questa era una grande comodità entrata in uso da poco tempo. Per colmo di infelicità l'umido si cacciava anche sotto il grezzo maglione sferruzzato da zia Teresa. Allora quel caffè all'alba era stato un godimento indescrivibile, una delle pochissime cose buone di quel detestatissimo, duro, intollerabile apprendistato. L'aroma incantevole per un momento si spandeva sull'odiato bragozzo puzzolente di sudore, di tabacco, di imbecillità e di malevolenza, che impregnava tutta la barca, dalle vele ai cesti per il pescato, ai maglioni irranciditi, ma per un magico straordinario istante regalava una pausa di benessere e di conforto.
Suggestionato da quel piacevolissimo ricordo, che aveva idealizzato, molti anni dopo si era comperato un fornellino ad alcol che si portava nella pensione dove preferiva alloggiare, se la sosta si prolungava, e appena sveglio preparava il suo caffè dal gusto particolarmente intenso.
Aveva una predisposizione che si sarebbe detta naturale per il caffè, e per il caffè sviluppò un gusto davvero finissimo. Divenne esperto nell'ideare miscele esclusive, vere magie aromatiche, e provandoci gusto si dedicò a perfezionare quelle migliori fino a escogitarne di perfette. Ma le teneva nascoste a tutti come un alchimista antico difendeva una nuova preziosa scoperta. La preparazione di certe raffinate miscele in cui introduceva sostanze eterogenee, era segretissima. Perché certe speciali misture erano preparate con sostanze che per buone ragioni era meglio tenere nascoste, tanto per evitare reazioni di disgusto o di collera. Comunque quelle combinazioni, erano di un'armonia così particolare, che i caffè di Tobia risultavano delle soddisfazioni extra.
Quando si sparse la notizia che dalla sua cuccuma veniva fuori una prelibatezza, divenne noto anche nei porti più lontani.

Era ancora ragazzo quando riempiva del nero infuso ben zuccherato una borraccia, poi durante le ore di riposo si rannicchiava dietro una tuga o in un altro angolo sottovento, e finché c'era luce rimaneva a leggere e sorseggiare caffè.

Appoggiato al muretto davanti alla bottega ripensava a quei giorni irrecuperabili e rimpiangeva i libri abbandonati negli alberghi del vasto mondo. Alberghi e pensioni in cui non sarebbe mai più ritornato.

Per affrontare il tempo e la noia si fece portare da Jerusich, il fornitore di acquavite, un grosso quaderno robusto e iniziò una registrazione puntuale e attenta degli eventi interessanti che gli capitavano. Presto quel quaderno, che chiamava il "mio giornale di bordo", divenne una miscellanea di note e riflessioni. E si trasformò in un diario che raccontava la sua navigazione esistenziale.
Divenne uno sfogo e un rimedio prezioso, forse anche una cura per l'anima. Sicuramente diede la possibilità di far emergere una scrittura spontanea e libera.
Dal quaderno venimmo a conoscere molte vicende della sua vita e la genesi dell'invenzione che gli cambiò la vita


Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - agosto 2016



 
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