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IL GENIO DEL CAFFE'
Quindicesima puntata














  
 

Dal giorno in cui se ne andò, abbandonando la casa del detestato tutore, navigò per tutti i mari, e vide le terre favolose di cui aveva sentito raccontare nelle osterie da marinai ciarlieri, fanfaroni vanitosi e spesso bugiardi, che asserivano di aver visitato regioni straordinarie, incantevoli. Le descrivevano agli avventori serali come le più grandi meraviglie del mondo, e quegli ingenui terricoli, che a quell'ora della sera erano anche un po' brilli, ne restavano affascinati. Queste storie ascoltate all'osteria, quando zia Teresa lo mandava a avvertire Torquato che la cena era pronta, e lui doveva riaccompagnarlo a casa. Queste grandiose ingarbugliate narrazioni da taverna lo affascinarono talmente da indurlo alla fuga. Gli accesero definitivamente il desiderio di sottrarsi al detestato patrigno e di viaggiare alla scoperta del mondo. L'attrattiva del rischio, l'indifferenza per il pericolo che quei marinai sbruffoni vantavano, lo convinsero a tentare l'avventura, e una notte si inerpicò su un piroscafo proveniente da Brindisi per caricare canapa. Sapeva che sarebbe partito di prima mattina, e si nascose in una delle lance di salvataggio.
Aveva studiato non solo il piano di fuga ma anche il capitano di quella nave. Quel brav'uomo passava le serate all'osteria aspettando di completare il carico. Rimaneva per ore nella stessa bettola dove poltriva il suo tutore, e Tobia si era reso conto che era un uomo onesto e perbene e non lo avrebbe scaraventato fuori bordo, né sarebbe tornato indietro per consegnarlo al malvagio Torquato. Così la sera del giorno dopo la partenza, sicuro che erano ben lontani da Fano, saltò fuori dalla scialuppa e si presentò. Venne ingaggiato come mozzo e finalmente si sentì libero e felice.
Poi navigò su altri mercantili che effettuavano lunghi viaggi. Conobbe i paesi da dove giungevano le spezie, e vide le grandi foreste tropicali dove vivevano le belve che aveva ammirato nei circhi equestri. Le foreste di cui aveva sentito dire da quei grandi conferenzieri d'osteria, che raccontavano di essere scampati per un capello ai feroci selvaggi tagliatori di teste.

Per via di quella sua personalità tanto particolare era ritenuto dagli altri marinai come un soggetto anomalo. Insomma risultava diverso da ogni altra specie di "animale marittimo" imbarcato su qualsiasi nave.
Per tutti quelli che a bordo avevano compiti ordinari non era facile discutere con lui, e su ogni nave dove ebbe un ingaggio gli crebbe intorno una tendenza all'ostilità malgrado l'amicizia che si stabilisce tra marinai. Tobia non era un irregolare senza mestiere, ma pareva un tipo piuttosto strano, e non era ben visto tra gli equipaggi. Infatti una personalità tanto incomprensibile in un semplice mozzo si imponeva alla considerazione e sollevava critiche.

La fortuna lo fece incontrare con un'altra persona speciale, e gli permise di stringere amicizia con lui. Questi era il Secondo del mercantile su cui ebbe un ingaggio nel 1884. Era un italiano di Massa, di mezz'età, mazziniano e anarcoide, di nome Ferrero. Singolare individuo, a suo modo geniale e generoso, che volle prendersi cura di Tobia dopo uno scellerato episodio capitato al ragazzo.
Una sera il mozzo era stato circondato da un gruppetto di marinai nell'alloggio di prua. Avevano iniziato a scherzare, poi lo scherzo si era incattivito, era diventato pesante e tra le risate sempre più sorde ed eccitate lo avevano bloccato e gli avevano tirato giù i pantaloni, Tobia cominciò a urlare, ma quelli pensarono che il fragore del mare avrebbe coperto le sue urla. Invece le sentì il Ferrero che si precipitò sottocoperta e mollò un paio di cazzotti al marinaio che stava per sopraffare Tobia, poi punì inflessibilmente tutte quelle canaglie.
Oltre ad aver salvato il ragazzo da una miserabile violenza, che restò un'offesa incancellabile nella memoria di Tobia, Ferrero lo prese sotto la sua protezione. Forse agì per un obbligo morale che avvertiva verso le nuove generazioni, ma forse agì anche per istinto paterno. Di sicuro si mosse come soccorritore e poi agì come insegnante, anche per riempire le molte ore di noia che si consumano su una nave. Si dedicò all'educazione di quel mozzo ben disposto a imparare e gli insegnò matematica, astronomia, storia. Gli fece leggere le avventure di grandi navigatori e raccontandogli leggende marinare che piacevano molto a Tobia, gli somministrò anche nozioni di filosofia. Soprattutto gli parlò dei suoi amati Spinoza e Voltaire. Ferrero ebbe di sicuro un'influenza determinante sulla personalità del mozzo e Tobia nutrì una sconfinata ammirazione per il suo maestro.
Quello gli somministrò un'astrazione che si impresse nella testa di Tobia in modo profondo, indimenticabile: "la vita è un piano misterioso, e questo disegno, a chi fosse stato in grado di comprenderne almeno un indizio, un segno, avrebbe portato un grande dono: una costante benefica trasformazione. Sarebbe diventato un filosofo, e tale condizione gli avrebbe concesso una vita felice. Dal nulla, dalla tabula rasa della nascita, quel misterioso disegno gli avrebbe permesso una conoscenza superiore e avrebbe colto l'essenza del bene, che è la fraternità e la giustizia".
Ferrero insistette sull'importanza di amare il concetto di dignità e libertà, che vengono dalla cultura, e Tobia fece proprio quest'insolito insegnamento, vale a dire a modo suo, in forma semplice e innocente, perché finì per credere sé stesso un "philosophe.
Tanto che l'unica volta in cui rimise piede nella città della sua infanzia, dopo tre anni di navigazione, fece arrabbiare oltre misura il povero don Zucchini che non si aspettava di veder ritornare, trasformato in uno scettico miscredente, lo scolaro che aveva protetto e aiutato con affetto. Ripensandoci dopo tanto tempo, Tobia provò nostalgia e tristezza, soprattutto indignazione verso sé stesso, per aver ostentato quel comportamento infantile e provocatorio.

L'azione più lodevole di quello straordinario ufficiale di marina fu la perseveranza con cui vinse l'indifferenza di Tobia e gli fece scoprire la letteratura. Fu così che iniziò il ragazzo al piacere della lettura. E la risposta di Tobia fu lodevole perché si realizzò nella perseveranza con cui amò i libri.
Quando era ormai uomo fatto e da molto tempo non aveva più notizie del venerato Ferrero, Tobia aveva eletto la lettura quasi a culto.
In ogni città dove capitava comperava libri. Se non ne trovava in italiano, come accadeva quasi sempre, li comperava possibilmente in francese o in inglese, perché oramai leggeva abbastanza agevolmente anche quelle lingue. Se la nave, su cui era imbarcato, rimaneva all'ancora a lungo, la mole cartacea cresceva nella stanza d'albergo in cui preferiva alloggiare quando la sosta si prolungava. Poi era obbligato a fare una cernita e scegliere i libri che poteva portare con sé a bordo. Ne sceglieva tre o quattro e lasciava gli altri in deposito nella pensione o nell'albergo dove prima o poi sarebbe tornato. Così accadeva che i libri di Tobia lo attendessero a Rio de Janeiro, a New York, a Rotterdam, e in tanti altri porti. E a distanza di mesi, quando riprendeva in mano uno di quei volumi lasciati a metà, era come se avesse chiuso il libro la sera precedente, prima di addormentarsi.



Tobia legge



Gli capitò più volte di sognare che stava navigando in un mare di libri.


Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - luglio 2016



 
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