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IL GENIO DEL CAFFE'
Quattordicesima puntata














  
 

Quel mattino di gennaio tirava una bora tremenda. Fuori della tavernetta il vento freddo che veniva dall'est infuriava con violenza, scuoteva porta e finestra e gemeva nella cappa. Le navi ai moli avevano rinforzato gli ormeggi e Tobia dispiaciuto indirizzò mentalmente un saluto a chi si trovava in mare e doveva procedere in quella brutta situazione. Lui stava accanto al fornello che faceva da cucina, godendo il tepore della brace sorseggiando tranquillo una grande tazza di caffè al rum. Un po' intorpidito ripensava al passato e così ebbe modo di scorgere in una luce diversa tanti episodi accadutigli nel corso degli anni e valutarli più adeguatamente nel bene e nel male. Quella mattina nessun avventore era ancora entrato nel suo locale e Tobia non ne era dispiaciuto, gli piaceva poter riflettere tranquillamente.
Sorseggiava, pensava, e così, ricordando e riflettendo, si rafforzò in lui la convinzione più volte affacciatasi alla coscienza. Si persuase che pur avendo trascorso altri giorni decisivi per la sua vita, il giorno della fuga da Fano era stato tra tutti il più importante.
Chissà quanto si era preoccupata la zia e come s'era rattristata. Certamente la povera donna aveva avuto una grande delusione, aveva provato un grande dolore, e ancora, a così grande distanza di tempo, lo amareggiava averle causato quell'offesa. Invece la collera che certamente aveva provato lo zio, l'ira per non averlo saputo fermare prima che lui gli sfuggisse, lo rallegrava. Doveva essere stata tremenda la rabbia di Torquato. Era contento di essere riuscito a fargli pagare la sua meschinità, la sua grettezza, e cattiveria con quella fuga, e lo divertiva molto immaginare come doveva essere andato in bestia il suo tremendo custode.

Zia Teresa, che egli chiamò zia sin dal primo momento in cui entrò in quella casa, era la moglie dello scorbutico Torquato, una povera donna molto semplice, consumata dalla fatica e dalle infermità. Aveva messo al mondo sei figli di cui ne erano sopravvissuti quattro: tre femmine e un maschio. Due s'erano fatte suore, un'altra si era maritata, il maschio da molto tempo era in mare, lontano da casa. Teresa si era affezionata a Tobia ma il marito aveva fatto di tutto per tenerli lontani uno dall'altra. Pensava che avrebbe commesso un grave errore se avesse fatto credere a quel suo lontano parente di essere parte della famiglia. Il ragazzo doveva lavorare e ringraziarlo, doveva essergli grato perché Torquato, lo aveva allevato e gli aveva evitato l'orfanotrofio. Questa buona azione era stata più che sufficiente a tranquillizzargli la coscienza, a farlo sentire generoso. In quanto al ragazzo, se non avesse voluto proseguire nel mestiere di pescatore, un giorno avrebbe preso un'altra strada, lui non poteva offrirgli niente di meglio e gli pareva di aver già fatto tanto.

Tobia molte volte aveva chiesto informazioni su sua madre, ma zia Teresa davvero non ne sapeva nulla, e il detestato zio, a suo dire, non ne sapeva niente neanche lui, o per qualche oscuro motivo non volle mai parlargliene. Tobia capì presto che era inutile insistere; quel poco che apprese sul conto di sua madre lo venne a sapere da don Zucchini. Il buon prete gli raccontò che suo padre un bel giorno era tornato a Fano; vi era arrivato improvvisamente, con un fagotto che si agitava e che era lui. Questo ritorno questa ricomparsa era avvenuta quando Tobia aveva all'incirca un anno.
Il burbero ministro di Dio gli aveva detto: – Tua madre si era spenta dandoti alla luce e Rodolfo, tuo padre, appena fosti svezzato era venuto per lasciarti a sua madre, cioè a tua nonna –.
Perché fosse tornato a Fano nessuno lo sapeva o poteva dirlo, ma era facile immaginare che il padre di Tobia doveva aver considerato l'affidamento del bambino a sua madre come la soluzione migliore, Però non lasciò nessun documento o atto di matrimonio e così non si seppe con certezza se la madre del bambino fosse stata proprio moglie regolare e legale, e nei fanesi quel vago dubbio rimase, perché dopo non molto tempo anche Rodolfo perì in un naufragio.
Tobia dunque non era nato a Fano ma in qualche città lontana, certamente qualche città marittima, ma di preciso non si sapeva dove, perché suo padre una volta aveva detto Smirne, e un'altra volta Atene. Poi Rodolfo era scomparso e la precisa origine di Tobia non si seppe mai.
Secondo il parere di don Zucchini, la madre doveva essere di famiglia italiana trapiantata in terra straniera. Don Zucchini, nel caso che suo padre non avesse già provveduto, per scongiurare la rovina dell'anima di Tobia aveva voluto battezzarlo nuovamente. E così Tobia si vide confermare due volte il nome biblico che portava, e questo intervento gli parve una cosa giusta. Molto tempo dopo lo considerò come una vaccinazione, quasi un rimedio contro la sventura.
Non avendo dunque nessuna informazione su sua madre, se ne era fatta un'idea eccezionale: eroica, nobile, celestiale, e l'aveva eletta a sua guida. Se la immaginava in cielo, elevata al grado di angelo protettore, e in momenti di sconforto o di necessità si rivolgeva a lei con la convinzione che essa lo ascoltasse e lo aiutasse.
Aveva giurato a se stesso che un giorno avrebbe rintracciato la sua tomba e le avrebbe portato un enorme fascio di fiori rari, bellissimi. Rintracciare la propria origine, raccogliere notizie su sua madre, conoscere probabili parenti era diventata una specie di mania e un giorno avrebbe realizzato questo grande desiderio divenuto un ideale solenne.
Fu verso i dieci anni che rivelò quel suo carattere ribelle, ma poi crescendo lo ammorbidì, perché comprese che bisognava tenere a bada l'indole ostinata, e in certe situazioni occorreva imparare ad essere arrendevole, mentre in certi altri casi e momenti era meglio essere concilianti, perché solo in questo modo avrebbe raggiunto un certo obiettivo conveniente. Aveva imparato a sue spese che bisognava essere garbati anche quando si era fortemente inaspriti, e poiché non era stupido quasi sempre seppe scegliere l'atteggiamento adatto alla circostanza.

La domenica si recava all'oratorio di don Zucchini, dove le riunioni di catechismo finivano sempre in risse tumultuose. Il povero prete faticava a dividere quei ragazzacci maneschi, ma con Tobia doveva impegnarsi di più perché l'ostinato ragazzo non si lasciava prendere in giro dai coetanei, neanche da quelli più grandi e robusti. Era capace di gettarsi come un gallo da combattimento nella mischia a costo di uscirne con lividi e ammaccature.



Tobia legge



Quel carattere indomabile lo manifestò malgrado i violenti castighi che Torquato gli infliggeva. Una volta accadde che infuriato oltre misura per una ingiusta punizione gettò in mare una pila di ceste utili per riporvi il pescato, e gli uomini del bragozzo faticarono molto per recuperarle. Torquato lo picchiò selvaggiamente e per un paio di giorni lo privò del pasto di mezzogiorno. Tobia non se ne dette per inteso e mesi dopo ripeté il crimine, subendo una punizione peggiore. Ma nel profondo del suo problematico carattere, nell'intimo,nascondeva un'anima tenera e compassionevole. Quando una sera il collerico patrigno bastonò il cane, a cui Tobia era immensamente affezionato, ferendolo sulla groppa, per due notti dormì in cortile abbracciato al povero Stocco.



Tobia legge



Questi accenni al carattere di Tobia farebbero pensare che fosse identico a tutti gli altri ragazzi nello stadio adolescenziale. Quando sfogano l'irrequietezza, la sovrabbondante energia, i primi turbamenti del sesso, e la necessità di affermarsi, attraverso dei comportamenti irrefrenabili, aggressivi e avventati. Invece possedeva qualche misteriosa dote che lo distingueva dagli altri.
Per sua fortuna aveva una mente assai vivace, che si sarebbe detta felina, o prensile, per la velocità con cui acquisiva nozioni, e per la capacità di memorizzare i capisaldi della cultura classica e scientifica. Questa sua capacità lasciava stupiti gli adulti che avevano avuto l'occasione di esaminarlo. In conclusione gli piaceva studiare e gli riusciva assai bene. Inoltre frequentare la scuola serale era un espediente per stare insieme agli altri ragazzi dopo le lunghe ore passate in mare, entro lo spazio ristrettissimo di una barca, in compagnia di adulti scontrosi e maneschi.

Come riuscì questo ragazzo che viveva la maggior parte dei suoi giorni sul mare, e il poco tempo libero nel cortile della parrocchia e oratorio di don Zucchini, a mettere insieme tante notizie di storia contemporanea, è strano. Aveva evidentemente un'inclinazione particolare. Il suo maestro alla fin fine non desiderava fargli conoscere quello che accadeva in Italia e in Europa. Questo fu un aspetto inesplicabile della formazione culturale di Tobia perché della storia riuscì a farsene un'idea tutta personale e particolare.
Don Zucchini non ammirava neanche un poco il grande Napoleone, che per grazia di Dio era finito a Sant'Elena, e accomunava in questa antipatia anche Mazzini e Garibaldi. Per lui la civiltà si era fermata al tempo in cui regnava Pio IX. Come fece Tobia ad essere informato sui fatti che accaddero in Italia tra la terza guerra di indipendenza e il 1882, anno in cui fuggì da Fano fu davvero un'acquisizione notevole.

Sebbene avesse frequentato la scuola serale in sostanza aveva seguito un corso di studi irregolare e carente. Sapeva leggere e scrivere, conosceva un poco di latino e abbastanza di matematica e geografia, perché quest'ultima lo appassionava, ma in storia era fermo quasi alla storia romana. Don Zucchini considerava l'età dei lumi come l'ingresso trionfale del Demonio sulla scena del mondo. L'Italia era stata salvata, fino alla proclamazione del Regno d'Italia, dalle personalità di papi come pio IX e ogni riferimento alle guerre di indipendenza lo faceva arrabbiare o lo rattristava. Andando poi al passato di Fano la storia di quella città era stata buona fino alla reggenza dei pontefici romani; dopo era diventata esecrabile e non intendeva parlarne.
Andare a scuola per Tobia era anche uno stratagemma per rimanere per alcune ore lontano dall'autoritario e duro padrone.

Le barche per la pesca uscivano all'alba e rientravano nel primo pomeriggio. Pertanto avrebbe avuto tutto il tempo necessario per andare alla scuola serale, ma il patrigno pretendeva che scaricasse le ceste di pesce e riassettasse le reti insieme agli altri uomini del bragozzo.
Si era a fine ottocento e persistevano abitudini arcaiche. il marito poteva disporre della dote e dei beni della sposa come più gli piaceva, ed era padrone della moglie e dei figli nel senso più elementare del termine. Le donne non avevano alcun diritto, tanto che il codice civile del 1861 non ammetteva la testimonianza femminile nei processi, perché ritenuta inaffidabile. A Fano quel codice si era ben conservato nell'uso.
Tobia però insistette, protestò che voleva andare a scuola e don Zucchini prese le sue difese energicamente. Ebbe così l'autorizzazione ad iscriversi alla scuola serale che frequentò fino ad un certo grado perché un bel giorno riuscì ad ottenere un imbarco come mozzo e partì clandestinamente senza salutare l'orribile Torquato.
Era il 1882, e aveva sedici anni.


Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - luglio 2016



 
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