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IL GENIO DEL CAFFE'
tredicesima puntata














  
 

Era iniziato l'anno nuovo e gennaio non deludeva la consuetudine, ma rispettava regolarmente la stagione, e elargiva puntualmente il grande freddo.
Tobia una mattina aprì la porta del locale come al solito alle 7, quando fuori era ancora molto scuro, ma la richiuse in tutta fretta.
Tirava un tale vento infuriato da non poter attraversare la strada e raggiungere il muricciolo che faceva da parapetto e costituiva il suo amato osservatorio.
Rientrò fregandosi le mani, guardò la bella stufa di maiolica impiantata chissà quando dal primo proprietario della bettola, e non poté fare a meno di alzare le spalle, perché malgrado la bella comodità dovette rifugiarsi dietro il bancone: purtroppo la "chioccia", come chiamava affettuosamente la vecchia stufa, poteva accenderla solo nel tardo pomeriggio, perché consumava molto combustibile. Dietro il bancone invece c'era una rientranza del muro provvista di un'efficiente cappa che assorbiva fumo e cattivi odori di cucina. Là vi era sistemato un fornello a carbone e le braci, sotto la cenere, non erano mai spente, ma duravano sempre, pronte ad essere ravvivate. Mandava un discreto tepore e Tobia vi si rannicchiò vicino, si preparò una gran tazza di caffè corretto al rum e prese a sorseggiarlo con piacere.
Il vento fischiava tra gli interstizi della porta e la scuoteva. Si alzò di nuovo e andò alla finestra da dove venivano dei colpi leggeri, che però di tanto in tanto sembravano più forti. Con la manica del camice di lavoro ripulì l'angolo di un vetro appannato e attraverso quel pertugio guardò fuori. I colpi che sentiva erano causati da foglie e rametti strappati alla vegetazione che urtavano con violenza il robusto telaio della finestra e i suoi doppi vetri, e facevano rumore. Ma spesso arrivavano anche ramoscelli più grossi che potevano essere pericolosi, e Tobia chiuse a fatica le imposte. Anche a Fano d'inverno tirava la bora ma non con quella violenza.
Prima di chiudere le imposte guardò il cielo scolorito, che si era fatto azzurro opaco striato di nubi grigie, e la sua attenzione fu attratta da qualcosa di color rosso che volteggiava in alto. Quasi sicuramente era un cencio o un indumento che il vento aveva acciuffato in qualche cortile e ora faceva svolazzare e viaggiare lassù tra le nuvole.
All'improvviso la memoria richiamata da quel modesto oggetto gli proiettò l'immagine di un'antica figura: una vignetta che costituiva l'illustrazione di un raccontino e soprattutto un tenero ricordo. Quel simpatico semplice flashback emerso dalla prima infanzia era stato evocato dall'oggetto volante.
Era una storiellina che gli aveva raccontato varie volte sua nonna. L'avventura di Roberto, imprudente e arrogante bambino che un burrascoso giorno di grande vento volle uscire di casa con l'ombrello. Ma l'ombrello che teneva stretto tra le mani venne afferrato dalle raffiche e sospinto in alto, sempre più in alto tra le nuvole. E del povero Roberto, non si seppe più nulla. Non fu mai più ritrovato.
Tobia doveva avere quattro o cinque anni, e la storiella lo impressionò e non la dimenticò più.



Tobia legge



Era uno dei tanti brevi racconti del "Struwwelpeter", forse il più antico libro scritto per l'infanzia. E Tobia sorridendo ripeté: "…ma con stupido ardimento quello sciocco di Roberto sfida l'acqua, sfida il vento con in man l'ombrello aperto … Tien l'ombrello fermo in mano quel fanciullo petulante, ma l'ombrello rigonfiato, s'alza e il bimbo è trascinato …Lo cercar dovunque invano e nessun l'ha più trovato".

Di colpo, senza alcuna ragione comprensibile, senza nessuna logica, collegò quello sciocco di Roberto al primo motorista del Navarino.
Non avrebbe saputo dire perché, ma ripensando al presuntuoso monello con il suo fatale ombrello, gli venne in mente l'arrogante, autoritario primo motorista del mercantile greco. Forse perché quell'uomo era pieno di sé e presuntuoso. Si considerava importante, e vantava esageratamente l'incomparabile potenza del motore a vapore. Soprattutto ripensava a quanto si era vantato, fastidiosamente, dell'eccellenza della sua perizia. Quella specializzazione moderna e tecnologica gli dava una tale superiorità che ogni altro incarico o funzione inerente alla navigazione, ogni altra abilità marinara, la valutava insufficiente e superata.
La dannata caldaia che azionava il motore, e aveva mortificato la tradizione dei velieri, così come la descriveva l'altezzoso motorista lo aveva irritato. Era assai probabile che quella del Duca del mare avesse ingoiato i suoi amati libri lasciati sul maledetto piroscafo. Infatti non era difficile presumere che dopo tutto quel tempo li avessero per l'appunto bruciati nella caldaia della nave.
Tobia non poteva dimenticare che aria e acqua erano le dimensioni del mondo in cui aveva cominciato a tenersi in piedi, e gli rincresceva proprio dover riconoscere la praticità dei motori. Purtroppo era vero e indiscutibile che quell'arnese aveva cambiato il mondo, e in meno di un secolo aveva reso la navigazione più veloce e sicura. Il vento era stato dominato e ora si poteva andare speditamente anche contro corrente. Però Tobia aveva imparato che questa certezza poteva essere un'illusione. Sebbene il primo motorista del Navarino si sentisse tanto importante e il suo motore fosse tanto potente, quando il vento cresceva, infuriava, e sollevava onde gigantesche, non c'era vapore che salvasse una nave, Il mare se la sarebbe acciuffata e l'avrebbe inabissata. Il mare è invincibile.

Quella mattina il vento selvaggio lo portò a recuperare ricordi e a riflettere su cose che presero formulazioni diverse. Diede sfogo a giudizi appassionati e a critiche indignate e finì per accettare con rassegnazione torti subiti e considerazioni filosofiche.
Se era cambiata in pochi decenni l'ultra millenaria tradizione della vela, come poteva lamentarsi e recriminare il mutamento della sua insignificante vita ?
Ormai avrebbe dovuto dimenticare la lunga degenza in ospedale, e invece tornava inevitabilmente sulla causa della sua afflizione. Continuava a pensare che quella città in cui ora si trovava non l'aveva scelta lui. Vi era stato abbandonato, come si getta un arnese rotto oramai inutilizzabile. Vi era stato sbarcato perché quel porto era conveniente alla navigazione del Duca del mare e perché là aveva voluto scaraventarlo la Sorte.
Durante la lunga degenza non era mai venuto nessuno al suo letto d'ospedale. E come sarebbe stato possibile se in quella città, non aveva né parenti né amici? Era stato un irragionevole desiderio di un malato. Però, appena lo avevano giudicato ristabilito e lo avevano dimesso, nessuno aveva pensato a provvedere alle sue minime necessità. Dove avrebbe potuto recarsi un povero forestiero?
Sicuro! Gli avevano consigliato di tornarsene al suo paese. Facile modo di lavarsene le mani. Che ne sapevano, quei cari signori che dirigevano l'ospedale, della sua storia, e di come aveva vissuto l'infanzia? E così, avendo sofferto la mancanza di una pur minima solidarietà umana, da parte di qualche anima caritatevole, gli era venuta un'irrazionale antipatia per tutta la città.

Strana gente quei triestini. Ai suoi occhi essi mostravano personalità assai contrastanti, sebbene queste individualità così complesse, avrebbe potute comprenderle se avesse pensato a quale eterogenea amalgama formava la popolazione. Nel territorio relativamente ristretto tra il mare e il rilievo carsico si mescolavano italiani, austriaci, greci, ungheresi, e soprattutto slavi: croati, sloveni, bosniaci, che la geografia aveva posto fisicamente gomito a gomito con gli autoctoni.
Quando era degente in ospedale Tobia si era reso conto dei contrasti e degli attriti che in quella città alimentavano tensioni tra le diverse etnie e aveva compreso quanto fossero forti le istanze nazionalistiche e irredentistiche in primo luogo degli italiani. Rivelatrice gli fu una battuta che non sapeva ripetere così come era stata espressa. Però il senso della frase, tra il sarcastico e il collerico, che un infermiere aveva rivolto a un collega era chiarissimo: "Se i sciavi (gli slavi) vo' fa' scola che i vada per Lubiana, Trieste s'è italiana e italiana resterà".
C'era dunque avversione tra un gruppo di origine slava, o proveniente dal levante, e uno italiano, e questi contrasti sociali provocavano inquietudine. Però il governo asburgico che procedeva con un controllo forte e centralizzato manteneva calma e ordinata la convivenza della comunità triestina, che prima del Novecento, turbolento e sovvertitore, procedeva regolare, produttiva, proficua.
Complessivamente Tobia ebbe l'impressione che i triestini fossero più puliti e ordinati degli abitanti di tante città italiane. Ma gli parve anche che fossero piuttosto elusivi, e reagissero ai concittadini e ai forestieri che ritenevano contrari ai loro sentimenti con una spiccata attitudine al sarcasmo, all'ironia. Certamente l'eccessiva accoglienza di genti di diversa tradizione, religione e lingua, nella città divenuta porto franco aveva generato una reazione e nel contempo un attaccamento particolarmente forte dei triestini di più generazioni alla propria famiglia. Tobia notò che erano poco propensi ad accogliere forestieri nella cerchia delle loro amicizie.
Però dovette riconoscere lealmente e onestamente che quella gente aveva una forte coscienza civica, un evidente rispetto per l'ordine, per la legalità, e per la cultura. E lo impressionò la loro libertà di pensiero che gli risultava insolita altrove, sia nelle piccole città che in quelle grandi come Napoli, Genova, Livorno, e che colpì particolarmente il marinaio infelice e infermo.

Tuttavia anche se fosse tornato a Fano, come gli avevano consigliato nel dimetterlo, chi lo avrebbe accolto? Quale sorte migliore avrebbe potuto avere laggiù un povero invalido?
Se fosse tornato a Fano, la cittadina marittima che aveva lasciato ancora adolescente, forse soltanto zia Teresa e don Zucchini lo avrebbero accolto con affetto. Ma il buon prete che in certi giorni di gran vento, a Tobia pareva un uccellaccio nero con quella sua tonaca svolazzante flagellata dalle raffiche, e i suoi grossi scarponi scuri, doveva essere passato a miglior vita.



Tobia legge



Tobia sentendo il vento percuotere porta e finestra lo rivide camminare curvo e a saltelli, come un merlo, perché il pover'uomo faticava a procedere.
Anche zia Teresa doveva essere ormai così vecchia che, se anche non era morta, certamente non abitava più in casa sua. Quel santo di don Zucchini l'aveva tante volte difeso dal manesco tutore e dai suoi violenti castighi. Era tra le pochissime persone che insieme a zia Teresa gli avevano dimostrato affetto. Il ruvido prete aveva chiaramente intuito l'intelligenza del ragazzo e insistentemente lo aveva esortato a studiare. La povera Teresa, malgrado la sua schietta ignoranza, per quanto le fosse stato possibile, gli aveva prodigato un affetto sincero quasi materno, subendo le angherie di suo marito. Lo scorbutico e irascibile Torquato sapeva solo distribuire ordini e sberle.
Costui considerava il ragazzo che si era preso in casa, soltanto come una bocca da sfamare, e perciò aveva diritto a ricavarne un minimo tornaconto. Proprio per questa maniera di ragionare lo avviò a un duro apprendistato, che si attuò in un impietoso, tirannico tirocinio. Il brutale "zio", che in realtà zio non era, considerava il ragazzo alla stregua di un garzone e secondo la sua opinione, per gratitudine naturale, il ragazzo avrebbe dovuto lavorare senza aspettarsi né delicatezze, né premure o riguardi.

Zia Teresa viceversa era stata una figura provvidenziale per l'infanzia di Tobia e malgrado i suoi limiti era riuscita a fargli provare almeno un poco la tenerezza che sa dare una madre. Zia Teresa cercava ogni occasione per dimostrarli affetto, malgrado l'esiguo spazio che le era consentito.
Tobia non aveva mai conosciuto sua madre, morta, prima che lui compisse i due anni. Anche il babbo era scomparso in mare. Per colmo di disgrazia la nonna paterna, che lo aveva allevato con infinito affetto, era mancata presto anche lei. Fu in seguito a quest'ultima sventura che il bambino era stato preso in casa dall'irascibile e insufficientemente benestante padron Torquato, cugino di suo padre.
Costui, non appena Tobia fu in grado di tenersi in piedi su una barca da pesca, lo portò con sé sul suo bragozzo e il mare si impadronì dell'anima del ragazzino sin dalla più tenera età.


Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - giugno 2016



 
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