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IL GENIO DEL CAFFE'
LE UOVA
dodicesima puntata














  
 

Durante il periodo iniziale in cui visse la nuova esperienza del commercio, scoprì è il caso di dirlo, la sostanziale differenza tra il giorno e la notte.
Le giornate fino a che c'era luce scorrevano monotone, regolarmente noiose, se non altro sopportabili. Tra il riordinare la bottega e preparare le tante necessità per la sera: provviste, bicchieri, boccali, spuntini, e così via, le ore passavano. Poi veniva l'oscurità e con il finire della giornata il locale si animava, si faceva allegro. La tavernetta cominciava a scuotersi, diventava rumorosa, si sentivano risate e canzoni perché vi approdavano parecchi avventori, molti dei quali ormai erano habitué. A volte venivano così in tanti che non c'era più posto per tutti. A Tobia tornava il buonumore anche perché riscuoteva il conto delle consumazioni che crescevano.
Il brutto, la malinconia, i cattivi pensieri, l'umore nero veniva più tardi. Dopo le ventidue arrivava la tristezza, quando chiudeva la porta del locale dietro all'ultimo cliente, quando spegneva tutte le lampade e rimaneva con un unico lume a petrolio acceso sul tavolo.



Tobia legge



Chi fosse entrato dopo l'ora di chiusura, cosa difficile, perché Tobia serrava con due catenacci la massiccia porta, avrebbe visto un uomo ancora giovane ma molto cupo che teneva davanti a sé un bicchiere di acquavite e lo sorseggiava senza nessun evidente piacere, soltanto per sottrarsi allo squallore della desolazione.
Se avesse avuto qualcosa di interessante da leggere sarebbe stata tutta un'altra cosa: la tristezza, la noia si sarebbero allontanate da lui, si sarebbero dileguate, e quelle orribili serate sarebbero state meno opprimenti.
Passò molte sere nella più improduttiva, avvilente, tetra, ipocondriaca solitudine e stranamente i pensieri le fantasie, le immagini, si ritirarono dal mare. Si allontanarono e volarono lontano dal grande blu e si rifugiarono nel verde delle foreste e dei prati.
Forse erano le voci delle due grandi querce che svettavano dietro la tavernetta a influire, e a suggestionarlo. Forse l'oscurità del locale intorno alla fievole lampada a petrolio lo impressionava. Gli piacque immaginare cose a cui non aveva mai prima pensato: valli tenebrose, foreste, rovine di antichi castelli, dirupi rocciosi e ghiacciai alpini, tutto l'armamentario ricchissimo del romanticismo, patrimonio ancora tanto diffuso nel gusto dell'epoca. Le querce stormivano nel silenzio della notte e gli suscitavano quelle fantasie, gli accarezzavano la mente che la grappa contribuiva a stimolare. Ma sicuramente gli mancava il cibo vitale per lo spirito: quei suoi libri di cui non riusciva a fare a meno

Una certa sera si scosse da quella cupa depressione. Gli venne in mente che qualcosa da leggere in quella bottega, diventata se non la sua casa almeno un sicuro rifugio, c'era.
Doveva soltanto vincere una radicata quanto gratuita resistenza, un insensato rifiuto determinatosi in lui molto tempo prima. La donna che aveva fatto le pulizie della bottega gli aveva portato un mucchio di robaccia, evidentemente scartata, che aveva trovato sotto uno scaffale del magazzino. Tra una blusa sdrucita e rattoppata, e un paio di scarpe sfondate, c'era una sciarpa bucata dalle tarme che avvolgeva un libro dalla copertina nera. Era una vecchia Bibbia.
Tobia benché non ne avesse mai letto una riga, pensando di fare torto a Spinoza, non volle buttarla e la mise da parte. Così, in quella memorabile sera, si ricordò che in casa c'era qualcosa da leggere; e vincendo l'assurda ingiustificata ostilità, quell'illogica resistenza, posò il libro di fronte a sé con un vago senso di timore, e lo aprì a caso. L'aprì d'un colpo solo, e rimase sorpreso perché sotto gli occhi gli apparve il versetto "La gioia" (Eccles. 30, 15 ).
La gioia era proprio ciò che gli mancava, che desiderava con tutta la forza dell'anima.
Lesse come se stesse ascoltando la voce del vecchio don Zucchini che lo rimproverava:

"Non abbandonarti alla tristezza,
non affliggerti nei tuoi ragionamenti.
L'allegrezza del cuore è la vita dell'uomo
La contentezza prolunga il respiro dell'uomo.
Allieta la tua anima e tieni lontana l'infelicità:
perché molti ne ha uccisi la tristezza
e in essa non c'è utilità …z
"

Molti giorni dopo quelle parole gli tornarono alla memoria, come se il destino l'avesse forzato a meditarle. E molti dubbi, molte recriminazioni lo assalirono, tanto che dovette tornare a leggere il brano e rifletterci sopra intensamente.

Perché nei giorni trascorsi erano accadute molte cose, molti fatti piacevoli, che aveva gustato assai, Erano sopravvenute occasioni straordinarie che avevano dissipato le infelici lugubri ore della sera anche se poi era tornata la malinconia come può accadere all'uomo sconsiderato e irriflessivo.
Tutto era dovuto alle utilissime generose galline. O meglio la metamorfosi era principiata dalle uova.

Uno dei suoi clienti gli aveva venduto una dozzina di uova. Due le aveva mangiate a cena, le altre le aveva proposte agli habitué: spadellate su fette di pane fritto nello strutto, e accompagnate da un boccale di birra. Avevano avuto un gran successo.
Però il giorno successivo l'ortolano non si era fatto vivo e non volendo rinunciare alle sue ottime "panade" - le aveva presentate con quel nome -, cercò di procurarsi delle uova nelle vicinanze per proseguire la buona iniziativa che aveva avuto un così lusinghiero successo.
Avendo chiesto qua e là seppe che poteva chiederne a una certa signora Dorina che aveva casa con orto e pollaio proprio nelle vicinanze della sua tavernetta.
Quando la gentile massaia glie ne portò un cestino lui le offrì un magnifico caffè che suscitò subito una corrente di cordialità tra i due.
Dorina era una bella donna, di diversi anni più grande di Tobia, ma ancora molto giovanile, fresca, formosa. Aveva una carnagione piuttosto scura che si accordava meravigliosamente con i suoi capelli biondi. Gli occhi castano scuri mandavano lampi ironici e provocanti.
Era sposata con il primo motorista e meccanico del "Navarino", un mercantile greco che faceva la spola tra Trieste, il Pireo, Istanbul, talora Odessa, e Smirne, Alessandria e altri porti del Mediterraneo. A volte l'uomo stava lontano da casa per qualche mese e così la signora Dorina, che non aveva bambini ad allietarle la vita, si sentiva molto sola.
Era di Parenzo e dopo il matrimonio si erano trasferiti nella città porto franco dove suo marito aveva avuto quel buon ingaggio.
Quando Tobia le ebbe raccontato la sua storia, lei ne fu intenerita e diede a vedere di esserne commossa.
Dimostrò a Tobia molta comprensione e siccome era stata infermiera diplomata si offrì di sciogliergli i muscoli irrigiditi. Disse che con adeguati massaggi avrebbe saputo riattivargli i tessuti rattrappiti della gamba offesa.
Volle dargliene subito una prova per mostrargli la sua abilità, lo obbligò a sdraiarsi sulla branda dove dormiva e iniziò a manipolargli la gamba malandata e indebolita. Ma stando Tobia in una posizione molto scomoda e risultando difficile operare in quel ristrettissimo spazio, lo invitò a salire a casa sua dopo la chiusura della tavernetta.
Fu così che la sera successiva, in una notte temporalesca di fine novembre, dopo aver chiuso il locale Tobia attese che la gente si disperdesse e che la zona rimanesse deserta. Poi, molto emozionato, salì a casa della signora Dorina.

Dopo quattro chiacchiere e un bicchierino che sciolse il ritegno di Tobia la signora lo fece sdraiare sul grande letto matrimoniale.
Tobia balbettò che si sentiva piuttosto imbarazzato. Lei disse: - Stai tranquillo, sei un bambino ammalato e io sono la tua mutti che ti farà tornare sano -. Poi con evidente professionalità iniziò a manipolare la gamba offesa. Individuò ogni muscolo, ogni articolazione, pizzicò, tastò, strofinò, schiaffeggiò, impastando e sciogliendo ora con delicatezza, ora con grande energia e facendogli anche molto male.
Tutta presa dal suo impegno professionale la signora salì oltre il ginocchio e tutta infervorata inseguì muscoli e tendini su per la coscia, con l'abilità di una grande pianista. L'arte aveva trasfigurato il suo viso: gli occhi dilatati brillavano, la bocca pareva mormorare la melodia che sentiva nell'anima, e sorrideva a se stessa. Dorina era una grande artista che non si era ancora manifestata.

Poi Tobia fu tutto pervaso da una diversa sensazione. Fu preso da un singhiozzo silenzioso, da una tensione intensa, come fosse stato colpito da uno spasimo che gli stringeva la gola.
Le dita della signora Dorina suonavano l'arpa, scorrevano sulla tastiera del clavicembalo o del pianoforte o di qualsiasi altro strumento adatto a suscitare un rimescolamento profondo. Tobia provava un gran turbamento. Lei batteva i timpani, suonava il flauto, la tromba, l'oboe. La musica si fece infuriata incalzante, sovrumana e anche feroce e crudele e proseguì in un crescendo tale che a Tobia sembrò (molti anni dopo ricordando quella sera) di aver ascoltato il finale del Bolero di Ravel, quando l'orchestra suona al completo in un'apoteosi sonora.
La segreta appartata esecuzione musicale di Dorina si concluse in un corpo a corpo epico, grandioso, che fu un inno alla gioia.

La terapia proseguì per tutta la settimana, ma a Tobia riusciva sempre più faticoso aprire la porta della tavernetta alle 7 del mattino; e durante il giorno ciondolava più che lavorare come avrebbe dovuto. Stava seduto più del solito sul muretto della strada e si sentiva molto fiacco. Dovette chiedere alla signora di diradare le sedute di terapia. La Dorina al principio mise un po' il broncio, ma poi fu assai contenta della proposta che le fece Tobia.
Il povero marinaio finalmente aveva avuto una buona idea che lo liberò, e, al contrario, integrò e arricchì entrambi. Dorina conosceva molto bene il tedesco. Come tutti i sudditi del regno Austroungarico lo aveva studiato fin da bambina, perciò Tobia le chiese di insegnargli quella lingua che era la lingua ufficiale della città in cui adesso viveva.
Propose a Dorina di leggere con lui, in lingua originale "I dolori del giovane Werter". Questo romanzo di Goethe scritto nel secolo precedente era divenuto famoso ed era assai popolare. Quel libro aveva entusiasmato migliaia di lettori. Mentre lui non poteva chiudere bottega e scendere in città a suo piacimento lei poteva farlo, e così lui le chiese di acquistare quel libro e anche di comperargli "La conquista dell'Artide".
Da questo comportamento così semplice e confidenziale si può capire quanto fosse divenuta intima naturale la loro amicizia.

Le notizie sapide, maligne, eccitanti, ci mettono breve tempo a fermentare, a lievitare, e poi erompono, deflagrano, dilagano di bocca in bocca, da porta a porta. Così in quel ristretto ambito urbano, nel limitato spazio del piccolo borgo tra strada e collina, in quel gregge di case abbarbicate su brevi terrazzi erbosi circolarono dapprima sommesse, poi sempre più sfacciate le notizie che le babe (1) si raccontavano, divulgavano, si ripetevano con grande malignità, perfidia e compiacimento.

Intanto si avvicinava la settimana di Natale e dal forno della contrada uscivano profumi deliziosi. Le massaie preparavano dolci che Tobia non aveva mai visto e tantomeno assaggiato e che lo entusiasmavano: erano presnitz, putizze, strudel o struccoli de pomi come li chiamava Dorina, kugelhupf.
Dorina andava in giro imperterrita, sorda ai commenti e ai pettegolezzi, col mento in alto come la polena di una nave che affronta impavida le onde e non teme di farsi sommergere. Tobia ostentava un atteggiamento assente, svagato, indifferente.

Il marinaio malconcio che non aveva famiglia venne compassionevolmente invitato al pranzo di Natale. Il marito, che era arrivato proprio alla vigilia, si comportò molto urbanamente e cortesemente, ma non sorrise mai e non rivolse mai la parola per primo a Tobia. Fu un bel pranzo anche se l'atmosfera era palpabilmente pesante e la vecchia madre del primo motorista e la vecchia cugina di Dorina non aprirono bocca altro che per mangiare.

Pochi giorni dopo si videro due grandi carri ciascuno trainato da due imponenti cavalli bretoni fermi davanti alla casa della Dorina.
Caricarono tutte le mobilia, le suppellettili, le galline della signora; e Dorina salì su uno dei carri, accanto a un anziano cocchiere. Aveva un vistoso livido sulla guancia sinistra. Qualche tempo dopo si seppe che il primo motorista del Navarino aveva traslocato a Muggia, un paese sul golfo.
Tobia non osò accennare neanche un esile saluto e tornò a trascorrere una desolata cupa solitaria serata, senza osare di schiudere la Bibbia.

Il giorno dopo la partenza della signora, prima di aprire bottega si guardò nello specchio incrinato e offuscato che da gran tempo era stato fissato dietro la porta del magazzino.
Vide riflessa dal vetro opacizzato una faccia sparuta smorta e infelice. Provò a fare un sorriso ironico ma l'immagine non ricambiò la smorfia canzonatoria.
Disse, o piuttosto borbottò amaramente: - Marinaio stai andando alla deriva. Questa sagola (2) che ti scorre tra le mani è la tua vita. Al capo opposto c'è un'ancora che cerca un appiglio, una roccia sul fondo dell'abisso, a cui vuole aggrapparsi per ormeggiare la barca che se ne va con la corrente. Mentre la sagola con l'ancora fila giù nel profondo, di tanto in tanto incontri dei nodi: cosa segnano? Cosa misurano?
Sono le donne che attraversarono, e attraverseranno la tua vita? O altri intralci e problemi a venire? Occasioni passate e non colte? Questioni incognite, o complicazioni con cui dovrai confrontarti? -
Lo specchio non diede nessuna risposta.



NOTE
(1) Baba, babe: nel dialetto triestino le donne adulte.

(2) Sagola: sottile fune di canapa, corda sottile.

Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - giugno 2016



 
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