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IL GENIO DEL CAFFE'
undicesima puntata














  
 

Tobia rimase a fantasticare sulla porta della tavernetta fino a che scese la notte. Era molto stanco, e non aveva fame. Alzò gli occhi al cielo stellato, e cercò la stella polare. Mentalmente le chiese se aveva preso la rotta giusta, se aveva indovinato la soluzione vincente. La stella polare era chiarissima nel cielo terso, brillava e pareva che dicesse: "la direzione è giusta".

Il mattino seguente abbandonò di buon ora la pensione, salutò la Titta con indifferenza, non aveva più la simpatia che nel passato aveva provato per la locandiera, e non lasciò nessuna mancia.
Per qualche tempo si sarebbe arrangiato, infatti aveva deciso di alloggiare spartanamente su una brandina ripiegabile da sistemare nell'angusto retrobottega dello spaccio. Certamente solo per un po' di tempo; soltanto fino a che avesse ricostituito i risparmi completamente esauriti.
Il mattino seguente incaricò una donna di ripulire il locale radicalmente e verso mezzogiorno aspettò con trepidazione i primi clienti pronto ad accoglierli.
Quelli che si presentarono erano ortolani e facchini che ritornando alle loro abitazioni, dopo il mercato, si fermavano, come d'abitudine, a bere un bicchiere. Entrarono discutendo tra loro, si guardarono intorno, notarono la pulizia e l'insolito ordine dello spaccio, constatarono la nuova disposizione della bottega, ma non fecero commenti. Non erano affatto incuriositi dal mutamento di gestione. Bevvero la buona birra, pagarono come se per loro nulla fosse cambiato e se ne andarono. Intanto nel riordinare il retrobottega Tobia aveva fatto una gradita scoperta: aveva trovato un macinino e un "tostino", l'arnese che serviva per tostare il caffè crudo, e che a quel tempo si bruscava in casa, perciò lo chiamavano anche "bruschino". Dato che il caffè gli piaceva tanto, si può immaginare quanto fosse felice di quegli utensili. Erano altri regali che la fortuna gli metteva a disposizione e gli avrebbero permesso di preparare il caffè ogni volta che ne avesse avuta voglia.
All'epoca in cui Tobia iniziò a esercitare il commercio quegli strumenti erano di comune uso domestico e nelle cucine di ogni famiglia si potevano vedere: la cuccuma (o la napoletana), il macinino, e il bruschino.
Quest'ultimo era un recipiente a forma di padella, con un coperchio fisso e uno sportellino per introdurvi i chicchi crudi. Si disponeva il bruschino sulla brace, perché nell'Ottocento per cucinare adoperavano il carbone, e si iniziava a ruotare il mulinello. Cioè si impugnava e si faceva ruotare un congegno che sporgeva dal coperchio e che muovendo la paletta interna mescolava i grani del caffè perché si tostassero uniformemente.

Naturalmente Tobia pensò subito di offrirne la consumazione. Provò a proporre oltre il vino la birra, la grappa, anche il caffè bell'e pronto. Tentò di offrirlo a pochi centesimi ma si rese conto che i suoi clienti non ne erano attratti.
Ne rimase deluso ma comprese nel giro di pochi giorni che le persone che costituivano la sua clientela non erano le più propense a consumarlo. Era gente che si alzava assai presto e probabilmente lo beveva all'alba in casa prima di recarsi in città.
Verso le sette del mattino, quando passavano per la sua bottega, chiedevano grappini. Qualcuno bevve anche il caffè, ma il guadagno che Tobia ne ricavava era minimo e non copriva né la spesa per provvedersi del materiale, né la sua fatica.
Appoggiato al muretto ripensava alle particolari miscele che gli avevano dato fama e ai suoi strumenti speciali lasciati sul Duca del mare.

Passava molte ore su quel muretto guardando il mare e fantasticando. Durante le ore morte, le ore del tardo mattino, quando la clientela si faceva sporadica o del tutto assente, si lasciava andare a rincorrere fantasie assurde, leggere e mutevoli come il vento. Si chiedeva se a certi geni come Verdi e Wagner piaceva il caffè, e chissà quanto ne bevevano. Si proponeva un successo eccezionale, un prodigio: se l'imperatore Francesco Giuseppe avesse conosciuto la sua miscela alla noce di cola forse ne sarebbe rimasto estasiato, e lo avrebbe premiato. Così lasciava scorrere fantasticherie, utopie sconclusionate e impossibili.

Proprio in quegli anni uno scrittore francese incantava adolescenti e adulti, giovani e meno giovani, con dei romanzi meravigliosi. Per quanto fossero fantastici erano costruiti sulle conoscenze scientifiche dell'epoca in cui venivano scritti, e si basavano sulle ultime scoperte, o sulle conquiste della tecnica. Si chiamava Jules Verne e Tobia aveva letto uno dei suoi libri che aveva a che fare col mare, anzi con le profondità degli oceani. Già il titolo era entusiasmante: "Ventimila leghe sotto i mari", ed era un fantastico romanzo di avventure, avveniristico, ma che si valeva delle più moderne e reali applicazioni della scienza. Descriveva un sottomarino che navigava nelle profondità degli oceani spinto da propulsori elettrici e che illuminava quegli abissi con potentissimi raggi di luce elettrica. Insomma proponeva le più emozionanti conoscenze scientifiche di cui si parlava sul finire del secolo diciannovesimo
Lo governava un eccezionale comandante: il capitano Nemo, e Tobia immaginava che quell'eroe ogni giorno consumasse molte tazze di caffè per poter manovrare con grande concentrazione un battello tanto complicato e potente.
Il romanzo fu molto importante per lui perché gli consolidò certe idee che da tempo aveva immaginato autonomamente, e glie le ripropose con maggiore soddisfazione. Quella lettura infine lo convinse della bontà dell'idea di combinare la potenza del vapore con l'istantanea azione dell'elettricità per realizzare la sua rivoluzionaria invenzione: la macchina per il caffè istantaneo.

Passarono diversi giorni. Tobia a seconda delle valutazioni su cui indugiava si sentiva promosso o degradato da marinaio a commerciante, e a seconda dello stato d'animo gli accadeva di giudicare l'esito a cui era approdato con ottimismo, o al contrario con crudele amaro pessimismo. Questa incertezza rimase a pesargli sull'anima, così che continuò a passare da una condizione di spirito sereno a uno stato d'animo cupo e sfiduciato, a seconda dei casi che gli capitavano a volte inaspettatamente. Accadeva che si congratulasse della decisione presa, se a fine giornata aveva realizzato un buon incasso, oppure si rattristasse e vedesse quel mestiere di oste noioso, addirittura indegno, e infruttifero. E quando a volte gli veniva recapitata una delle tante imposte comunali cadeva nella più cupa tendenza anarcoide e nella più antisociale disposizione d'animo.
Da quando si era calato nel ruolo di commerciante la sua mente stava ben attenta ai conti settimanali, ma l'anima rimaneva assai lontana da quel bancone dietro al quale esercitava il nuovo mestiere.

La monotonia del lavoro lo riportò inoltre a un malumore e a un'irrequietezza che a quel punto credeva di essersi scrollato di dosso. Lentamente, uno dietro l'altro, i giorni scorrevano ripetitivi, e di nessun conto. I polverosi giorni che macinano la vita degli uomini gli sembrava di accumularli tutti nella sua piccola bottega. Non sarebbe mai più sbarcato negli affascinanti porti di lontani paesi esotici, non avrebbe mai più veduto luoghi straordinari. Le giornate che scorrevano tutte uguali gli pareva che assomigliassero alle onde che rodono i castelli di sabbia dei bambini. Allo stesso modo sbriciolavano la sua vita dentro quella bettola.
" L'ommini de sto monno sò l'istesso / Che vaghi de caffè ner macinino: …". Mormorava quelle rime a fatica, Cercando di ricordare un sonetto che un marinaio di Civitavecchia gli aveva recitato un giorno. Erano parole in un dialetto che non sapeva ripetere; però quei versi gli erano sembrati perfetti nella loro essenzialità. Magnifici nella loro assoluta idoneità a rappresentare la vita effimera. E poi accomunavano gli uomini al caffè che gli piaceva tanto e su cui non aveva mai fatto considerazioni filosofiche. Quel sonetto, che molto tempo dopo seppe che aveva per titolo "Il caffettiere filosofo", riusciva a tratteggiare rapidamente ma incisivamente l'esistenza e diceva come, importanti o meschini che fossero, uomini e donne tutti finiscono in polvere come i chicchi del caffè. Ma non sappiamo chi muove il macinino. Quel sonetto gli si era conficcato nella mente. Gli ritornava molto spesso alla memoria mentre serviva vino, grappa e birre e gli ricordava che stava dissipando il tempo in una inutile monotona sopravvivenza. Una mattina, sul finire del novembre di quell'anno iniziato in modo orribile, gli parve di sentire una voce nel vento gelido che fischiava attraverso le fessure della porta, una voce che lo obbligava a un dovere imprescindibile. Gli sembrò che la voce irreale gli imponesse di restituire la funzione naturale alla gamba offesa.



quadro Bosch



Per assecondare questa singolare imposizione cominciò ad esercitare l'arto irrigidito piegandolo un poco per volta e un poco di più ogni giorno, resistendo al dolore, e cercando di allenare i muscoli sfibrati e indeboliti. Provò e riprovò ad esercitarsi pazientemente, senza retrocedere ma con ostinazione, e anche aumentando gradatamente la durata dell'esercizio. Dopo qualche tempo, posò anche una piccola pietra sulla punta del piede e riuscì a sollevarla per un attimo. Eseguiva questa esercitazione davanti alla bottega nelle ore solitarie del mattino, e a volte capitava che qualche bambino si fermasse ad osservarlo. Tobia imbarazzato cercava di fingere un gioco, ponendosi una pietra anche sul capo e facendo strani movimenti, ma i bambini sono acuti osservatori. Pareva che non fossero persuasi da quelle manovre intuendo che erano esibizioni di un uomo strano, e si allontanavano esitanti, girandosi a guardarlo come fosse stato un animale che poteva rivelarsi pericoloso.

Passarono altre due settimane e il marinaio divenuto bottegaio tracciò un bilancio. Poteva dire che il ricavato di quel commercio gli permetteva di sopravvivere, ma di certo non c'era da sperare di arricchirsi. Comunque sarebbe stato già un bel passo avanti se avesse potuto abbandonare quel misero retrobottega, concedersi un vero alloggio e retribuire una donna che gli cucinasse un buon pasto caldo ogni sera. Concentrato su quell'idea gli era impossibile non tornare col pensiero a Emma e finiva sempre per sentirsi un ingrato. Però era anche premiato dai piccoli progressi raggiunti esercitando la gamba lesa. Dunque si convinse che sarebbe potuto tornare da lei mostrandosi in una forma fisica certamente migliore. Passarono ancora due settimane, e quale che fosse il guadagno che ne traeva, cominciava a non poterne più di quel buco. Si sentiva prigioniero, condannato per sempre a uno squallido mestiere.

Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - maggio 2016



 
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