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IL GENIO DEL CAFFE'
"Una decisione sofferta"
decima puntata














  
 

Lo stesso giorno in cui Emma partì, Tobia considerò che quello era il terzo lunedì da quando era uscito dall'ospedale, e che nel frattempo aveva avuto un inimmaginabile aiuto: un sostegno dalla fortuna, o forse da un'anima buona che gli era venuta in soccorso. – Mi è stata fatta giustizia –, mormorò a denti stretti, ma lo disse con stizza, con puntiglio, quasi con dispetto, come se provocasse, o come se sfidasse, l'altra metà di se stesso con cui era venuto in conflitto. Tobia infatti non era né tranquillo né soddisfatto della maniera in cui s'era concluso il breve periodo di tempo trascorso nell'osteria di Berto.
Era vero che la sua vita era stata distrutta, che aveva subito una pesante menomazione, che si era sentito abbandonato come un rottame di cui sbarazzarsi. Era vero, o molto probabile, che senza l'improvviso insperabile finanziamento il futuro sarebbe stato buio, forse disastroso. Tuttavia era stato onesto nell'appropriarsi del denaro di Berto ? Questo dubbio, questo dilemma lo avevano messo in conflitto con sé stesso
Il provvidenziale soccorso aveva alleviato molto l'orribile periodo fin lì trascorso. Gli aveva dato una prospettiva di speranza. Ora aveva ragione di sentirsi meno scoraggiato e forse la cattiva sorte si era allontanata da lui. Però nell'arraffare una parte del denaro nascosto dal perfido oste era stato corretto? Di certo quel tesoro occultato non era a conoscenza di nessuno, ma se per qualche inimmaginabile scherzo del diavolo la sorella dell'oste un giorno ne fosse venuta a conoscenza?
Tobia rispose a se stesso – Nel prossimo futuro lo farò fruttare, e se accadesse questo dannato caso potrei restituire la somma "presa in prestito" –.

Mentre ragionava sul prodigioso, straordinario infortunio capitato a Berto gli sembrò che il detto latino: "mors tua vita mea" interpretasse e in qualche modo desse un senso all'inspiegabile caso che gli aveva cambiato l'esistenza, trasformando un possibile spaventoso finale di miseria e rovina, in una probabile rinascita della sua vita.
"Mi è stata fatta giustizia", mormorò di nuovo, rifiutando qualsiasi noioso inutile rimorso di coscienza.
Quella sentenza di risarcimento e giustizia ricevuta da un astratto tribunale immaginario, era inammissibile. Ma aveva assoluto bisogno di giustificarsi per andare avanti e reintegrarsi nel mondo, mentre era nel pieno della vita.
Gli venne in mente che sarebbe stato coscienzioso andare fino alla grande chiesa sopra la città. Lassù c'era l'antica massiccia basilica medievale, intitolata al santo patrono che aveva un nome tanto appropriato, tanto singolare, e tanto apprezzato da Tobia. Avrebbe dimostrato gratitudine salendo fin là per ringraziarlo. Se davvero era stato lui ad aver permesso allo sventurato marinaio di tornare in possesso della vita, ebbene aveva dimostrato di essere "un santo grande e giusto". Realistico e giusto. E infatti San Giusto era il suo nome.
Questo bizzarro puerile ragionamento, lo lasciò dubbioso, incerto. Infatti non poteva essere san Giusto l'ottimo spirito che aveva lasciato compiersi la sciagura. Rifletté che un santo cristiano non avrebbe permesso che Berto morisse perché si salvasse lui. Avrebbe trovato un'altra soluzione perché questa accaduta non era consona all'etica, alla carità di cui doveva ammantarsi un santo. Qualcosa in questa vicenda non pareva tanto corretto, e perciò era meglio che San Giusto rimanesse fuori dalle meschine questioni umane. Però i tortuosi percorsi del destino, o della fortuna (questa parola piaceva di più a Tobia), rimanevano impenetrabili alla misera intelligenza umana. Ora si sentiva troppo stanco e aveva solo sete, molta sete. Non era in grado di proseguire l'esame di quel caso fortemente coinvolgente e intrigante. Ci avrebbe riflettuto un'altra volta.
Sta di fatto che quella notte sognò la basilica di San Giusto che gli veniva incontro galleggiando sulle onde come fosse stata una nave che veniva in suo aiuto. Lui considerò quel messaggio onirico un segno propizio. Una bella conferma di buon auspicio



quadro Bosch



Intanto l'accidentale inimmaginabile sovvenzione che gli era venuta in soccorso l'aveva rasserenato. Tanto era stata efficace che gli insuccessi ripetutisi, non appena aveva provato a cercare un nuovo lavoro, non li aveva sofferti troppo. Sentiva di poter reagire all'afflizione confidando nell'aiuto del provvidenziale sussidio. Proprio per quell'improvviso soccorso aveva recuperato fiducia e gli era scaturita una nuova risolutezza. E proprio per tale sollievo aveva avuto anche un subitaneo miglioramento fisico. Perciò, sentendosi più energico, sviluppò una certa intraprendenza e così arrivò a prendere, temerariamente, o coraggiosamente secondo il punto di vista, la decisione di iniziare una qualche attività in proprio.

Verso mezzogiorno si sedette al tavolo di una buona osteria, sentendo la necessità di riposare più che di mangiare. Si fece portare un boccale di vino e cominciò a versarlo e a sorseggiarlo tutto assorto in ragionamenti gravi e in difficili progetti d'impresa, senza fare nessun caso a quanto accadeva attorno a lui. Ricalcolò per l'ennesima volta l'ammontare del gruzzolo su cui poteva fare conto e si stupì di quanto, la buona sorte lo avesse benignamente risarcito.
Rincuorato dalla condizione economica l'appetito cominciò a farsi sentire e Tobia ordinò del tonno con fagioli. Una graziosa cameriera gli portò sorridendo il piatto ordinato, ma invece di posarlo subito sul tavolo gli mise davanti una bottiglia di Merlot che teneva con l'altra mano, e Tobia finalmente si sentì contento e ricambiò il sorriso.

Mentre mangiava, teneva sott'occhio la sacca che aveva posato accanto a sé e l'accarezzava mentalmente, senza badare al brusio che si alzava tra i tavoli e si mescolava a un certo odoraccio di vino andato in aceto, e a zaffate di tabacco scadente. Mangiava e sorridendo lievemente fantasticava possibili progetti di commercio e di guadagno. In fin dei conti si sentiva molto riconciliato con sé stesso. Ma per quanto fosse preso dai suoi problemi, tuttavia una vivace animata conversazione a due metri da lui, non poté ignorarla. Fu spinto inevitabilmente ad ascoltare. E quasi fluttuando sul greve effluvio di sigari e pipe, gli arrivarono all'orecchio certe informazioni che lo riportarono alla realtà concreta. Perché udì opinioni, commenti, lazzi e confidenze che quattro vivaci frequentatori seduti a un tavolo poco più in là del suo si scambiavano tra loro.
Furono alcune frasi a risvegliargli un forte interesse e a focalizzare la sua attenzione verso quei buontemponi. Parlavano di affari e ne discutevano animatamente valutando una certa occasione, che secondo loro era ottima se la si afferrava al volo. La confrontavano con un imbroglio capitato a un loro conoscente, e ne deprecavano il danno che quel tale aveva subito. Mettevano in rilievo tutte le sciagure che un affare mal condotto poteva procurare.
Tobia ascoltava con grande partecipazione e improvvisa tensione.
Spostò un poco il tavolo per fare spazio a dei nuovi arrivati e in tal modo riuscì ad avvicinarsi di più ai quattro gioviali avventori, e poté udire meglio.
Parlavano di un tale che navigava in cattive acque, un commerciante che si arrabattava a tirare avanti, ridotto com'era in un pessimo stato finanziario, e per questa ragione cercava un prestito dando in garanzia il suo locale. A quanto capiva costui avrebbe ceduto la bottega a un ottimo prezzo, pur di concludere l'affare rapidamente. Tobia capì subito che quella notizia poteva rappresentare un'occasione da non lasciarsi sfuggire, che forse era proprio la buona opportunità che aveva sperato per dare inizio alla vagheggiata attività in proprio. Ma capì anche che se voleva afferrare l'occasione doveva agire immediatamente.
Si alzò, si avvicinò ai quattro del tavolo accanto, e chiese scusa per l'intromissione. Spiegò che stando a due passi di distanza non aveva potuto fare a meno di ascoltare i loro ragionamenti. Se ai suoi vicini di tavolo non dispiaceva, avrebbe offerto da bere, e così in amichevole compagnia e con soddisfazione reciproca, avrebbero potuto parlare dell'occasione di cui discutevano, giacché quell'affare gli interessava molto, e gli sarebbe piaciuto entrare nel particolare poiché desiderava saperne di più. Quelli sul primo momento lo guardarono con diffidenza, ma poi stimolati dalla prospettiva di una bevuta gratis gli fecero segno di accomodarsi, e quand'ebbero conosciuto la sua storia si resero assai più disponibili. Divennero addirittura gioviali e benevoli, perché anche loro in gioventù erano stati marinai e tra marinai resta saldo un forte spirito di solidarietà.

Il caso di cui parlavano si riferiva alla cessione di una piccola osteria, una di quelle bettole che nel linguaggio amministrativo vengono definite "rivendite di vino e acquavite". Alcune di queste bettole erano apprezzate e particolarmente frequentate, essendo sulla loro strada, dai campagnoli che venivano in città a vendere polli, uova e ortaggi. Il proprietario di una di queste rivendite non solo era in cattive condizioni economiche ma per certe accuse di contrabbando aveva avuto problemi con la legge, perciò cercava di disfarsi del suo locale al più presto e andarsene. Tobia, che era sempre molto cauto, valutò tra sé l'affare, vagliò ogni possibile intralcio che riuscì a immaginare, ma intravide anche la possibilità di assicurarsi un accettabile lavoro per iniziare la sua nuova vita, in attesa di un'occupazione più soddisfacente. Proprio perché la percepì come un'altra buona occasione capitatagli, precisò al più anziano dei quattro amici, che conosceva bene il bettoliere di cui parlavano, che se la trattativa fosse andata per il meglio ci sarebbe stato un compenso anche per i suoi buoni uffici di intermediario.
Finì che si dettero appuntamento davanti alla stessa osteria in cui si trovavano in quel momento e nel pomeriggio sarebbero andati insieme a parlare con quel tale di cui avevano discusso.
Tobia li salutò e, afferrata la sacca, se ne tornò rapidamente alla pensione. Si chiuse in camera e con la punta del coltello a serramanico, sempre in tasca ben affilato com'era d'uso a quel tempo, scucì il doppiofondo di pelle e dal suo pregiatissimo bagaglio trasse tutti i risparmi accumulati in anni di duro lavoro e ben rimpinguati dalle monete di Berto. Guardò con fiducia la sua parte di monete d'oro e sospirò: – Che l'angelo dei marinai mi protegga –.
Cercò il cambiavalute più favorevole, e finalmente con un pacchetto di banconote nella sacca, alle quattro di quel pomeriggio si recò assai preoccupato all'appuntamento. Era molto ansioso e inquieto, durante tutto il tempo dell'attesa non aveva fatto che tormentarsi, chiedendosi se il passo che aveva intenzione di concludere fosse sensato.

La bottega che forse avrebbe acquistato era a un paio di miglia dal porto all'incirca, piccola e mal tenuta. Si affacciava però su una strada che saliva verso l'alto e poi continuava per la campagna. Di fronte non c'erano case o altri ostacoli ma solo il muricciolo che faceva da parapetto alla strada e un bel panorama. In quel breve tratto la strada era quasi pianeggiante, e si allargava un poco davanti alla tavernetta. Avvicinandosi al muricciolo si vedevano le case più sotto e quei tetti parevano formare un'imponente gradinata che scendeva fino al mare. Il vasto azzurro mare come un immenso palcoscenico, e allo stesso tempo uno sfondo affascinante. Lo sfondo di un gigantesco teatro, che al marinaio azzoppato riempiva l'anima di nostalgia. Su quell'azzurro palcoscenico, nei giorni che seguirono, l'immaginazione di Tobia si scatenò in eccezionali rappresentazioni di cui fu unico interprete e spettatore.

Si fece mostrare le carte, e sia l'atto di proprietà, che la licenza di spaccio erano in regola. Tobia stava sulle braci ardenti, era agitato ma allo stesso tempo provava l'inspiegabile convinzione che l'impresa che stava per realizzare avrebbe avuto un buon esito. Era straordinariamente emozionato, e decise impulsivamente di affidarsi ancora una volta alla buona sorte. Perciò si impose di concludere la transazione nel miglior modo realizzabile, ma il più rapidamente possibile. Pensò intensamente a sua madre, che non aveva mai conosciuto, e le chiese fervidamente di proteggerlo.
Fino a quel momento era rimasto rigido e silenzioso ad ascoltare l'intermediario mentre esponeva l'affare, ma d'un tratto si rivolse in modo sbrigativo e diretto al bettoliere. Costui lo guardava chiedendosi manifestamente che strano tipo di sprovveduto gli stava d'innanzi, e probabilmente rinsaldò la sua impressione quando Tobia gli disse che era disposto a comperare il locale su due piedi perché era di suo gradimento. Lo avrebbe acquistato subito se otteneva una qualche riduzione del prezzo. Anche il bettoliere volle sapere se Tobia era in regola, studiò i documenti che gli avevano consegnato nel dimetterlo dall'ospedale e il regolare permesso di soggiorno che lo autorizzava all'acquisto di un immobile. Dopo una breve discussione si misero d'accordo perché ambedue avevano premura. Cercarono un notaio, venne stilato il rogito, e poi, concluso quel passo che gli aveva procurato tanta agitazione, il bettoliere offrì una piccola merenda e infine si salutarono.

In conclusione quando fu sera l'inquieto, marinaio si ritrovò proprietario di un irrilevante esercizio commerciale periferico, e dovette constatare che ben poco era il danaro rimastogli. Però aveva dei nuovi amici, vecchi marinai che gli offrirono un poco di sostegno e qualche consiglio. Nella città di nuova residenza per la prima volta ebbe un certo conforto proprio da loro.



quadro Bosch



Affacciato sulla porta del suo locale rimirava il cielo che andava oscurandosi e rivolse una fervida preghiera a sua madre perché lo proteggesse mentre si inoltrava in quella nuova azzardata navigazione di diversissima specie.

Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - maggio 2016



 
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