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IL GENIO DEL CAFFE'
"la fortuna si vestirà di nero"
PREMESSA














  
 

Ci fu un tempo, tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX, in cui l'Europa dette ai posteri un'immagine di sé straordinaria. I nipoti di coloro che vissero quegli anni se ne fecero un'idea seducente perché fu davvero un'epoca traboccante di fermenti creativi, un intermezzo della storia ispiratore di grandi trasformazioni. E così decenni dopo sembrò che fosse esistita un'Europa eccezionalmente prospera, geniale e vivace.
Fu una percezione indubbiamente deformata, perché la quotidianità di quel tempo era diversa. L'indigenza dei ceti proletari, le drammatiche turbolenze sociali, le tante rivendicazioni nazionalistiche, dopo pochi anni deflagrarono nella prima grande guerra mondiale. Ma l'Europa di cui abbiamo nostalgia e rimpianto, di cui ci siamo dati una rappresentazione affascinante, conobbe effettivamente in quel periodo un'esuberante stagione delle arti, della musica, della letteratura, e della scienza.
Nel 1913 quando iniziò la prima guerra mondiale Charles Peguy, poeta e scrittore, che in quella guerra morì a 41 anni nella battaglia della Marna, scriveva: "dopo la nascita di Cristo il mondo non aveva mai conosciuto tanti mutamenti come quelli accaduti nei tredici anni appena trascorsi". Si riferiva ai progressi della scienza e della tecnica, trasformazioni che avevano portato a una modernità senza precedenti, e che effettivamente erano avvenute in un periodo di pace e di relativo benessere. Basterà ricordare due date: l'Esposizione universale di Parigi del 1889, con la Tour Eiffel tutta di ferro, e la Teoria della relatività di Einstein del 1905. Ma dietro l'esibizione delle grandi conquiste, l'inquietudine aumentava e si estendeva. Tutti pensavano che la modernità crescente avrebbe portato solo benessere, nessuno percepiva l'imminente catastrofe, tranne pochi intellettuali, tra i quali il citato Peguy.

In quegli anni due capitali: Parigi e Vienna costituirono, si potrebbe dire, due fantastici alambicchi in cui si condensarono, e si produssero spumeggianti fermenti creativi e una straordinaria frenesia per il bel vivere. A Parigi quel periodo fu definito la Belle Epoque, e il Can-can ne fu uno dei simboli più allegri, seducenti e popolari. A Vienna, che era il centro della Mittleuropa, trionfò il valzer.



quadro Bosch
Europa in festa, collage



Queste due magnifiche città, una a ponente, l'altra a levante, provate a rappresentarvele su una carta geografica, e mentalmente ponetele sui vertici di un ipotetico triangolo. Sui due vertici settentrionali vedrete Parigi e Vienna, mentre sul terzo vertice meridionale noterete il nome di una città affacciata sul mare.
Questa città, che al momento non nomino, a quell'epoca aveva caratteristiche particolari che la rendevano cosmopolita, e assai attiva, prospera, vivace, briosa; benché fosse in posizione periferica, era permeata dallo spirito vivace delle due grandi capitali settentrionali Inoltre rappresentava una porta da cui passavano merci pregiate: spezie, caffè, tè, sete, damaschi, ecc. provenienti dal Levante e che poi proseguivano verso il grande impero Asburgico che si estendeva a settentrione e a oriente.

Da qui in avanti il lettore, che ha una buona conoscenza della città di cui parliamo rimarrà perplesso, perché non riuscirà a raccapezzarsi o dovrà faticare per inoltrarsi nei luoghi descritti dal romanzo. Quelle località che il racconto tratteggia, o piuttosto distorce, non gli risulteranno esistenti, dirà che la descrizione che sta leggendo non è identificabile con le zone che ben conosce, e si chiederà dove si vuole arrivare descrivendo dei luoghi che sembrano immaginari. Perché borghi e vie non risultano rispettati nella mappa delineata nel racconto, il lettore penserà di trovarsi davanti a una topografia del tutto inventata, o distorta come accade nei sogni. Chiese, piazze, strade, palazzi, monumenti che sono solidi punti di riferimento, qui sembra che siano stati intenzionalmente dislocati fuori posto, o modificati. Allora diremo che bisognerà pure ricordare come il tempo agisce drasticamente sul paesaggio modificando e consumando gli edifici, a volte in peggio, a volte in meglio.
In fin dei conti il romanzo cerca di mostrare la città come la vide Tobia, il protagonista, nel periodo tra fine Ottocento e primi anni del Novecento quando il tempo non aveva trasformato e sostituito le costruzioni, i mezzi di trasporto, le mode, e il nostro modo di vedere. Del resto qualunque città, nel corso del tempo subisce demolizioni e modifiche che alterano l'ambiente, perciò prima di affermare che è stata fatta una gran confusione bisognerà accertare come stavano le cose oltre un secolo fa. E infine potreste accogliere una visione fantastica, come nelle illustrazioni delle Mirabilia Urbis, - guide turistiche ante litteram - dove bastava accostare Castel Sant'Angelo al Colosseo per rappresentare Roma.

Tornando alla storia che si svolse in quella città, è raccontata con il proposito di restituire le emozioni del protagonista: un forestiero, capitatovi per tirannia del destino in seguito a un infortunio. Di certo nelle condizioni drammatiche in cui si trovava non poteva cogliere le bellezze ella città e i benefici che avrebbe potuto riceverne e per un certo periodo rimase confuso, estraneo all'ambiente, finché riemerse da quello stato di abbattimento e di inerzia, e pian piano prese confidenza con il luogo e vi si integrò Esiste la Fortuna? nel corso dell'avventura di Tobia, sembrerebbe che lo abbia aiutato molto. Sin dal difficile inizio, il protagonista fu costretto ad un continuo adattamento, e dovette accettare inevitabilmente le circostanze. Comunque non avrebbe raggiunto la prosperità e l'eccellente posizione che raggiunse senza l'aiuto della fortuna. Questa gli era stata rivelata molto tempo prima della disgrazia che cambiò completamente la sua vita. Gli fu preannunciata, al tempo in cui Tobia navigava ancora, da una zingara che gli aveva predetto la sorte, con oscure parole.
Soltanto molto tempo dopo comprese quell'oscuro vaticinio e rifletté sul dono che posseggono alcuni di cogliere i segni indecifrabili del futuro. Questa considerazione lo portò a concludere che neanche uno straordinario sforzo di lavoro può essere sufficiente ad affermarsi, senza altre opportunità quali, appunto, la fortuna.

Ogni lettore, giunto al termine del racconto, darà inevitabilmente un giudizio sul protagonista e sul romanzo nella sua completezza. Si chiederà se si avvicina ai suoi gusti, se gli piace o no, se rientra nel suo modello letterario, e se rappresenta il mondo secondo il suo punto di vista.
Bene! Perché come disse qualcuno che non ricordo, ma di cui apprezzo l'opinione: "il libro non è opera soltanto dell'autore, ma anche del lettore, in quanto nel leggerlo ognuno lo vive a modo suo ".

fine prima parte

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - febbraio 2016



 
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