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LA SOLITUDINE DI GALILEI
Uno scritto di Luigi Guerrini - che molto efficacemente descrive la solitudine in cui venne a trovarsi Galilei dopo la morte del principe Cesi - ci fa comprendere bene l’angoscia in cui precipitò il grande scienziato in un momento della sua travagliata esistenza.












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Qualche tempo fa ho accennato fuggevolmente a Galileo Galilei nel raccontare il viaggio di due naturalisti del 1600 verso un castello della Sabina. Uno dei protagonisti del racconto, contemporaneo dello scienziato, esprimeva il suo entusiasmo per l’intelligenza e lungimiranza del principe Cesi che aveva cooptato Galilei nell’Accademia dei Lincei - da lui fondata - anche se il professore era in odore di eresia. Galilei ebbe uno scontro drammatico noto a tutti con il potere, e in ultima analisi il dramma nasceva dal conflitto della verità contro l’oscurantismo e l’ immobilismo dei vertici della cultura del suo tempo. Ma il potere è sempre il potere, e a distanza di quattro secoli la ricerca scientifica si trova ancora a fare i conti con esso, pur se la situazione è diversa. Tuttora chi non è adeguatamente sostenuto e tutelato da un’entità, che con la circonlocuzione “potere forte” possiamo intendere come una multinazionale o un’altra delle tante megastrutture politico economiche, rimane ai margini del sistema. Girellando per il Web, recentemente mi è capitato di leggere un interessante scritto di Luigi Guerrini, studioso di Galilei. Il titolo del lavoro è GALILEO, FEDERICO CESI E L'ACCADEMIA DEI LINCEI e qui ne riporto solo l’ultima parte, ma potete leggere il testo per intero nel sito: www.treccani.it/Portale/sito/scuola/ . Guerrini, rievocando un sodalizio che si protrasse nel tempo, esprime perfettamente il vuoto in cui venne a trovarsi il grande scienziato, quando l’ amico Federico morì. Oggi non possiamo renderci conto bene della rigidità e intransigenza della società seicentesca, quando un artigiano, per allontanarsi dal proprio paese e lavorare altrove, doveva ottenere il beneplacito del principe padrone. Non è semplice comprendere quale scudo poteva rappresentare una famiglia nobile eminente e autorevole soltanto per il fatto d’essere nobile, al vertice della piramide sociale. Ecco dunque un estratto dal testo suddetto.

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Dalle macchie solari al 'Saggiatore' (da L. Guerrini)

Le vicende che videro Galileo e Cesi collaborare strettamente tra il 1612 e il 1623 sono entusiasmanti. Grazie al principe di Acquasparta videro la luce in quel decisivo decennio due dei più significativi capolavori di tutta la scienza moderna: l'Istoria e dimostrationi intorno alle macchie solari (1613) e il Saggiatore (1623). La pubblicazione di queste opere rappresenta uno dei momenti più importanti della campagna di Galileo in favore del copernicanesimo. Dopo aver consigliato con molta prudenza lo scienziato, suggerendogli i modi migliori per far digerire alla Chiesa e agli aristotelici le scoperte celesti annunciate nel Sidereus Nuncius, Cesi gestì di persona il delicato affare della pubblicazione dell'opera sulle macchie solari. Nell'occasione Galileo si scontrò con il gesuita Christoph Scheiner, un influente ecclesiastico tedesco che aveva dichiarato di essere stato il primo osservatore dei nuovi fenomeni nel Sole e che ne aveva formulata una spiegazione del tutto differente da quella galileiana. Cesi discusse con Galileo persino il titolo generale dell'opera e trattò di persona con i revisori ecclesiastici che dovevano concedere il publicetur. L'esperienza accumulata fra il 1612 e il 1613 tornò utile quando fu il momento di affrontare la polemica sulla natura e la posizione della cometa del 1618. Dopo la condanna del copernicanesimo da parte della Chiesa (1616), Galileo si impegnò senza risparmio nella più drammatica disputa sulla materia cometaria della storia dell'astronomia. Prima con il Discorso delle comete (1618) e poi con il Saggiatore (1623), egli affrontò con la sola arma del suo ingegno il 'partito' aristotelico e il potente gruppo dei gesuiti della Provincia romana, seguaci fedelissimi del sistema astronomico di Thyco Brahe. La prudenza diplomatica di Cesi salvò Galileo da accuse anche più gravi di quelle che gli erano state mosse nei tormentati anni seguiti all'apparizione del Sidereus Nuncius. Grato per il generoso sostegno, Galileo inviò a Cesi nel 1625 il primo esemplare di microscopio mai preparato e questi se ne servì con sagacia per avviare una sistematica campagna di studio dei sistemi di riproduzione delle piante e dell'anatomia degli insetti.

Fig. 1 - Galileo Galilei

La morte di Cesi e la solitudine di Galileo

Ma lo scontro aperto e definitivo fra Galileo e i suoi nemici era soltanto rinviato. L'elezione a papa di un vecchio amico dello scienziato, il nobile cardinale fiorentino Maffeo Barberini, che prese il nome di Urbano VIII, sembrò per un breve momento poter aprire alla nuova scienza la porta principale della Chiesa cattolica. Ma la tenace difesa del sistema copernicano e la propaganda senza veli a favore del movimento della Terra che Galileo conduceva, stroncarono ben presto ogni illusione. I contenuti filocopernicani del Dialogo sopra i due Massimi Sistemi del Mondo (1632) colpirono il Papa e lo misero al tappeto, scatenando il suo inesorabile desiderio di vendetta. Galileo era stato costretto ad affrontare senza aiuti la preparazione, la stampa e la diffusione del suo capolavoro, e non aveva potuto contare sull'abilità e sulla saggezza del principe dei Lincei. Cesi, infatti, era morto prematuramente il primo agosto del 1630. La sua scomparsa, pianta dagli amici più fedeli nel ritiro di Acquasparta, segnò la fine dell'Accademia dei Lincei e lasciò Galileo terribilmente solo di fronte al proprio destino.

Quanto la vecchiaia di Galilei agli arresti domiciliari abbia inciso sull’ immaginazione di chiunque nei secoli successivi lo dimostra la mole immensa di articoli, libri e conferenze cresciuti negli anni su questo argomento Ho apprezzato la capacità di Guerrini di rendere evidente in poche righe il valore dell’amicizia tra Galilei e il Cesi. Galilei non cercò la protezione del Linceo, ma ambedue si stimarono e si sentirono attratti l’uno verso l’altro. Il nobile Federico comprese acutamente la genialità del pisano, e a sua volta Galileo intese l’intelligenza di Federico. Fu una vera amicizia e, più dell’ appoggio fondamentale, a Galilei mancò l’amico, una delle persone migliori che lo ebbero caro, e si deve riconoscere che Federico malgrado le noie in cui poteva incorrere lo stimò profondamente. Chiarisco, per chi si chiedesse come mai incontrammo Cesi a S. Angelo Romano e qui si parla invece di Acquasparta, che i Cesi avevano vari possedimenti tra Lazio e Umbria. S. Angelo Romano era uno di questi, così come il vicino castello di S. Polo dei Cavalieri. S. Angelo essendo molto vicino, poteva essere raggiunto facilmente, di fatto i nobili consideravano le loro residenze più che altro luoghi da cui trarre ricchezza dalla terra, in quest’ottica rientrava anche l’archeologia. Una breve considerazione del linceo lo dice chiaramente, dato che in un suo scritto si legge: "Che dirò di casa? Vi dimoro e no, solo per accumular moneta; ed a questo fine rivolsi alcun poco la mente alla escavazione di tesori". Acquasparta però rimase sempre il paese prediletto.



P. A. - abarcheo@inwind.it


 
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