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STORIE DELLA VIA FRANCIGENA 3
IL PELLEGRINAGGIO DEL PROFESSORE

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- Questa è la storia d’amore più strana che io abbia mai sentita, e in aggiunta il più bizzarro e stravagante pellegrinaggio che si possa pensare. Non mi è mai capitato di udire qualcosa di così assurdo, caro Filippo -.
Aristide, con l’aria di prenderlo benevolmente in giro, sollevò il bicchiere: - Faccio un brindisi alla sua memoria, e alla tua assidua fedeltà e pazienza – dichiarò solennemente, poi centellinò soddisfatto l’ottimo Porto. Filippo glie lo aveva versato in ricordo del professore, che lo stimava come il miglior compimento di una buona cena.
– È vero. È una storia insolita e originale, e in un primo momento anche a me sembrò che il professore fosse andato fuori di testa. Ma ti assicuro che era perfettamente consapevole di quanto fosse strana la sua impresa e rimase lucido e fedele a quella possibilità fino all’ultimo respiro -.    continua...

Filippo rimase per un poco in silenzio, con il quaderno dalla copertina verde tra le mani, e un’espressione un po’ triste, poi riprese:
- Non avrei saputo nulla di questa storia se una sera non mi avesse chiamato con urgenza perché era stato colpito da una forte crisi di angina. Ne soffriva, nell’ultimo periodo della sua vita. Lo trovai riverso su una poltrona, gli detti subito la Trinitrina e attesi che l’attacco si calmasse, e dopo poco si assopì, estenuato. Aspettando raccolsi da terra questo quaderno che gli era caduto dalle mani, e non potei fare a meno di leggere le prime righe di una pagina rimasta aperta sul pavimento: “… Questa sera sono giunto a Bolsena. Ricordo bene quando intorno al 1935 venni qui un’estate con i miei genitori. Che dolcezza di ricordi, com’era diversa la vita allora, con quale altro spirito guardavo intorno a me il mondo, che dovevo ancora tutto scoprire. Ora sono così stanco che mi costa fatica anche scrivere queste poche note …”.
Lessi metà pagina e subito lo chiusi, vergognandomi di aver curiosato nelle sue carte. Dopo una ventina di minuti lui si riprese, mi guardò come se fosse uscito da un lungo sonno, fissò il quaderno che avevo posato su un bracciolo della poltrona e mi scrutò. Disse con voce molto stanca: - E così hai scoperto il mio segreto, vero Filippo ? - Mi fissò intensamente, ma non c’era risentimento nei suoi occhi, semmai c’era trepidazione, mi dette l’impressione di un bambino che si aspetta una predica per qualche monelleria.
- Professore, la prego -, risposi. - Mi creda, ho raccolto il quaderno che era caduto in terra ed effettivamente avevo cominciato a dare una scorsa là dove era rimasto aperto, ma ho smesso subito per correttezza, per onestà nei suoi confronti. Davvero non ho capito niente perché ho interrotto di leggere a metà del primo periodo. Ho capito soltanto che forse si tratta di un diario –.
Sorrise. - Ragazzo mio, non farò molta fatica a raccontarti cosa sto facendo, ma sarà più difficile spiegarti perché intendo farlo, e portarlo a termine. È vero che a questo punto nulla ha più importanza, tranne l’appuntamento col destino a cui vado incontro, oramai non ho molto tempo avanti a me e ogni presunzione, ogni fierezza, ogni riservatezza o pudore, sembrano non contare più nulla e non mi intralceranno ulteriormente. Sono pesi che ho portato per anni e anni, fardelli di ghiaccio che via via si vanno sciogliendo. Eppure, per quanto abbia detto ciò che ho detto, riconosco che confessarti il tormento della mia vita rappresenta ancora un grande sforzo -.

- Ecco, Aristide. Fu così che appresi quella storia. E fu in seguito a quel malore che il Professore cominciò a parlarmi della sua impresa. Un’azione protrattasi per molti giorni e che sto riepilogando nel modo più diligente che mi riesca.-
- Da parecchio tempo oramai il professore non si muoveva più da casa. La malattia e una depressione strisciante lo avevano inchiodato in quelle stanze, ma fortunatamente non avevano smorzato i suoi interessi. Leggeva molto, suonava il vecchio piano che si arrangiava ad accordare da sé, ascoltava vecchi dischi di musica classica, cucinava da solo le vivande semplici che privilegiava, e teneva questo diario. La sua vita piuttosto solitaria, rotta di quando in quando da visite di vecchi amici, era almeno in parte animata dalle mie presenze serali per le lezioni che mi impartiva.-
- A quel tempo, nei pomeriggi facevo il garzone dal fruttivendolo sotto casa sua, perciò iniziai col consegnargli la verdura e la frutta. Gli comperavo anche il pane, il latte, le uova, tutto ciò che ordinava dal salumiere. Mi rendevo conto che faceva una vita ascetica, infatti aveva un’espressione scavata e austera, pareva un santo del Mantegna. Allora io ero ancora un ragazzo inesperto della vita, ma intuivo che era consumato da un profondo dolore interiore, una pena che lo aveva segnato.-
- Il perché lo venni a sapere molto più tardi, e ne ebbi una puntuale sincera descrizione dopo che se ne fu andato per sempre. -
- Come dicevo, il pomeriggio facevo il garzone per raggranellare qualche soldo, ma a scuola andavo male. Accadde due o tre volte, dopo aver depositato le verdure in cucina, che il professore prima di lasciarmi andare mi facesse delle domande di storia, di letteratura, di geografia. Vedendomi smarrito, volle aiutarmi e prese a darmi ripetizioni di latino, di italiano, di matematica. Aveva una passione per la geografia, e me la trasmise. Il tavolo dello studio dove mi dava ripetizione era sempre pieno di carte geografiche e di atlanti, per questo non ci feci caso quando più tardi le carte topografiche si infittirono e comparvero tanti dossier fotografici di città e paesi italiani e francesi.-
Per me fu un vero mecenate. Posso dire con assoluta obiettività che mi prese per mano e mi accompagnò fino alla maturità classica, che conseguii brillantemente. Da parte mia credo di avergli procurato un poco di animazione e vivacità. Le sporadiche risate che ogni tanto si faceva erano sempre provocate dai miei spropositi.
Continuò a seguirmi anche dopo, quando mi iscrissi a lettere, ed è inutile dire che la mia fortuna professionale la debbo a lui. Quella sera quando lo trovai riverso, ebbi un tuffo al cuore e mai come in quel momento mi resi conto di quanto ero affezionato a quell’uomo silenzioso, chiuso in sé, triste, gentile, generoso.
Dopo essersi ripreso, mi parlò a voce bassissima:
- Mio caro Filippo, mi sono gettato in un’impresa piuttosto folle ma che tuttavia mi aiuta, anzi mi è indispensabile. Per me ha un senso o piuttosto un valore speciale, ma temo che resterebbe inspiegabile ad ogni altra persona -.
Mi guardava sorridendo e mi sembrò leggermente imbarazzato da quelle dichiarazioni. Pareva esitare, credo che temesse di esser preso per pazzo -.
- Per una ragione che al momento non dico, ho preso una risoluzione che ti sembrerà assai stravagante, anzi assurda, se ti sembra il termine più adatto, ma questa decisione dà tregua ad un mio antico tormento. Ho iniziato un pellegrinaggio, qui, in quest’appartamento dove sono nato, un pellegrinaggio che a conti fatti mi permette di percorrere ogni giorno un bel tratto di strada. Proprio in questa casa, dove ho continuato a vivere dopo la morte dei miei genitori e, dove, se Dio me lo concederà, spero di finire i miei giorni.
Guardai il corridoio lunghissimo che intravvedevo dalla porta dello studio e compresi l’idea che aveva avuto. Sul quel lungo ambito, stretto e altissimo, si aprivano le porte delle stanze, e lasciando spalancata l’ultima che dava in cucina si potevano percorrere circa quaranta metri. Aggiungendo poi il periplo del salone se ne compivano quasi cento. Ripetendo quel giro trenta o trentacinque volte la mattina e altrettante il pomeriggio avrebbe potuto coprire una distanza di oltre sei chilometri e, date le sue condizioni fisiche, avrebbe affrontato una fatica paragonabile ad un serio sacrificio.



Non smise di sorridermi, ma la voce era debole e stanca, mentre continuava: - Feci una promessa. Non potendo per le mie precarie condizioni affrontare un vero pellegrinaggio, decisi che lo avrei fatto in un modo speciale, cioè molto personale, più spirituale che fisico, ma non senza affrontare anche un vero cammino con lo stesso rigore di chi percorre trenta chilometri al giorno.
L’impresa mi sembrò possibile appunto perché vivo in questo vecchio stabile in cui sono nato e che risale alla fine dell’Ottocento come quasi tutti i palazzi di questo quartiere di piazza Vittorio. La casa è di tali dimensioni che nello spazio di quest’abitazione oggi ci costruirebbero tre appartamenti.
Ho pianificato il viaggio giorno per giorno, tappa dopo tappa. In buona misura conosco i luoghi che riattraverserò col pensiero, perché da giovane ho viaggiato molto e ho già visto parecchi dei paesi e delle città che la via Francigena attraversa o rasenta. Perché a questo punto avrai capito che è sulla via Francigena che sto camminando con l’immaginazione. E ad ogni tappa guardo, come se dall’immagine entrassi nella realtà, le foto dei monumenti: chiese, castelli, conventi, ponti, ecc. che mi sono procurato prima di partire e che incontrerò e attraverserò avanzando verso Canterbury –, disse ridendo per la prima volta quella sera, ma anche arrossendo un poco con serenità.
Lo guardai sorpreso – Canterbury? Perché ha scelto proprio Canterbury, professore?-. - Tommaso Beckett affrontò la morte là, in quella cattedrale dove fu ucciso perché non volle rinnegare il vincolo di fede che aveva abbracciato. –
Restò pensoso un momento poi riprese: - Filippo caro, al di là della circostanza di essere un vescovo cattolico, Beckett era innanzitutto un uomo leale. Nascita, dolore e morte sono esperienze naturali inseparabili dall’esistenza. Ma libertà e verità sono acquisizioni fondamentali dello spirito, sono i pilastri della vita. Filippo, ascoltami: non è l’uomo che cerca la verità, è la verità che cerca l’uomo. E se l’uomo si sottrae alla sua amicizia, alla sua autorità, la vita non varrà nulla. Beckett aveva abbracciato la verità: andò incontro alla morte consapevole di ciò che rischiava e morì per l’impegno che aveva preso, fedele a se stesso.
Difese la dignità, l’integrità morale che la volgarità e l’ingiustizia volevano soffocare.-
Sospirò, poi bruscamente mi disse - Ed ora buona notte, caro ragazzo -.

Tornai a trovarlo la sera dopo, per assicurarmi che stesse bene. Mi accolse tranquillo, lieto di vedermi. Mi disse: – Oggi sono arrivato a Acquapendente e non sono neanche stanco come al solito. Tutto questo camminare mi fortifica, e poi ho fatto un sogno particolare e bellissimo che mi ha confortato … – .
- Un sogno, professore? –
-Sì, ragazzo mio. Nel sogno ero un cavaliere antico, un prode cavaliere antico, con tanto di scudo lancia e corazza, e la mia amata, che non vedevo da molti anni, perché ero partito per le crociate, mi veniva incontro su un cavallo nero, si chinava su di me e mi diceva “Ti amo, ti ho sempre aspettato, Angelo”.



Il professore aveva gli occhi lucidi. Volle offrirmi del Porto e insistette perché ne bevessimo insieme un goccio. Mentre sorseggiavamo l’eccellente vino, distese sulla scrivania una grande carta dell’Italia centrale, dove aveva segnato in rosso il percorso che seguiva giorno dopo giorno, avanzando secondo le tappe predisposte. – Vedi, domani arriverò qui, - e col dito indicò un punto sulla carta – Sarà una bella tappa, mi piace molto questa parte della Toscana, e avrò modo di pensare. Pensare e ricordare, anche se questo è un po’ un guaio. Perché, caro Filippo, mentre cammino mi capita di essere distratto dai pensieri più elevati che vorrei seguire andando verso la meta.

Tornai a trovarlo solo la settimana successiva, perché impegni di lavoro pressanti mi avevano impedito di fargli visita più presto e lo trovai molto debole e stanco.
- Filippo caro, non va niente bene -, mi disse. – Sono giunto con grande fatica a Pavia. Ma non so se riuscirò ad andare avanti. Ogni giorno che passa sento che l’energia vitale mi abbandona. Il cuore da un momento all’altro si arresterà. Ho avuto altri due attacchi cattivi. Era mattina, tu stavi all’Università e non ho voluto chiamarti. Da un momento all’altro dunque arriverà la fine, che non mi coglie impreparato, anche se mi piacerebbe averti vicino. Se accadrà diversamente, ho lasciato una lettera per te, la troverai nel cassetto di mezzo della scrivania. Aprila e leggila solo dopo il mio trapasso.-
Purtroppo andò come aveva temuto, io non ero a Roma quando lo colse l’infarto fatale che lo condusse alla fine. Accorsero due suoi ex colleghi, due vecchi amici che lo fecero ricoverare all’ospedale San Giovanni, dove rimase lucido per tre giorni prima di andarsene. E là accadde un fatto straordinario, che temo di non aver capito fino in fondo perché mi è stato descritto in maniera diversa e contraddittoria dagli infermieri presenti quella notte.
L’ultima sera della sua vita, si presentò una signora al medico di turno e chiese del professore. Non era orario di visita perciò le dissero di tornare la mattina dopo, ma quella insistette risoluta a vederlo subito, dicendo che era venuta espressamente dall’Argentina. Finalmente le indicarono il letto e lei si avvicinò. Il professore era assopito, ma quando essa gli fu accanto ebbe un sussulto, tese le mani verso quella signora e le lacrime gli scesero sulle guance: - Laura, ora posso morire felice –. Quantomeno queste sono le parole che il degente nel letto a fianco pare abbia udito. Ma lo stesso degente poi sosteneva che non c’era nessuna signora china sul malato vicino.

Il giorno stesso del funerale, nel pomeriggio mi feci aprire da una parente l’appartamento del professore. Gli spiegai di che cosa avevo necessità ed entrati che fummo nello studio, aprii il cassetto della scrivania e mostrai a quella signora la lettera indirizzatami con l’avvertenza: Aprire solo dopo la mia morte.
Quella sera, chiuso nel mio studio, stracciai la busta e lessi con emozione e riconoscenza le parole che la sua mano aveva tracciato in quella grafia inconfondibile:

Mio caro Filippo, oramai ti considero un figlio, quel figlio che ho tanto desiderato, che avrei voluto da Laura e che non ho mai potuto avere. Ti ho visto crescere, diventare un uomo motivato, colto, responsabile, equilibrato, sensibile. Almeno in parte ritengo di aver contribuito alla tua formazione e ne sono orgoglioso. Per queste ragioni sono sicuro di poter contare sul tuo affetto, ed è a questo affetto che chiedo la comprensione della mia follia. Affido a queste scarne righe la spiegazione di un comportamento che ti sarà parso incomprensibile e con il quale ho cercato di porre fine al dolore della mia vita. Perché anche se ti sarò sembrato pazzo, ho mantenuto fede ad un giuramento.
Ero ancora un ragazzo quando Laura e io promettemmo l’un l’altro che non ci saremmo mai lasciati, qualunque cosa fosse accaduta. Amavo Laura più della mia vita e lei mi dimostrò la stessa dedizione giurandomi eterna fedeltà. Ma il destino volle separarci.
Mio padre era un alto funzionario del Ministero della Pubblica Istruzione, il padre di Laura invece era professore di lettere e per un breve periodo, alla fine della seconda guerra mondiale, ricoprì l’incarico di Preside di un liceo che venne trasferito nel nord Italia. Non conosco la vicenda nel dettaglio, ma ci fu appropriazione indebita di danaro statale da parte del preside. Mio padre, nominato ispettore per quel caso, dovette testimoniare a suo carico la realtà dell’accusa, e il professore fu radiato. Odiò mio padre a tal punto da trasferirsi all’estero e da proibire per sempre a sua figlia di frequentarmi. In quel periodo ero in ospedale dove mi operarono lasciandomi la gamba sinistra compromessa, come sai bene. Quando infine tornai a casa, già profondamente abbattuto per la menomazione riportata, ed ebbi notizia dell’allontanamento di Laura, fui sicuro di impazzire. Giurai che non avrei amato più nessun’altra donna ed in effetti ho mantenuto la parola. Sono passati tanti anni, ho svolto ricerche personalmente e ho incaricato un’agenzia di eseguire indagini, ma non ho più avuto notizie di Laura. È probabile che suo padre abbia modificato il cognome per iniziare una vita totalmente nuova all’estero.
Un paio di anni or sono pensai di affidarmi alla fede, un impulso che non avevo mai nutrito. Così promisi che avrei fatto un pellegrinaggio e se Qualcuno “lassù” mi avesse ascoltato e mi avesse permesso di rintracciare Laura, la mia vita sarebbe stata pienamente conclusa nella “Fede”. Poiché conosci come si è sviluppata l’utopia del pellegrinaggio, non debbo descriverti altro. Debbo però dirti di un’ultima sensazione che ho avuto: via via che procedevo sul percorso, sentivo la presenza di Laura materializzarsi. Credo che allo stesso modo un assetato che procede nel deserto senta l’approssimarsi di un’oasi e dell’acqua. L’ultima tappa che ho concluso, prima dell’ultima forte crisi, ho sentito vicina la sua presenza. Ancora non chiudo questa lettera perché spero di poterti dire: “Filippo, l’ho ritrovata”. A presto, il tuo affezionato prof. Angelo.

Ripiegandola riflettevo sul dramma della sua vita così a lungo celato e così tenacemente custodito. Poi mi chiesi se quella conclusione sorprendente, meravigliosa, non fosse stato un perfetto premio e anche se addolorato, mi sentii felice per lui.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it


NOTE

La Via Francigena era, ed è, una via vera, una realtà fisica. Molto frequentata nel medioevo esiste tuttora come soggetto turistico e archeologico. Un percorso che da sud a nord portava da una parte a Santiago de Compostela, e dall’altra, con una diramazione, conduceva a Canterbury. Si svolgeva in gran parte sul territorio italiano e, oltre le Alpi, in territorio francese e poi spagnolo. Un percorso stradale presidiato, nel medioevo, da castelli, rocche e conventi fortificati che proteggevano i pellegrini, e lungo la via era attrezzato con luoghi di accoglienza: ospedali, ospizi, ecc.
Era un percorso di fede religiosa ma al tempo stesso costituiva un mondo variegato da esistenze contrastanti: frati e briganti, giullari e mercanti, galantuomini e imbroglioni. Da un lato un mondo coscienzioso e severo, pensiamo per esempio agli ospedali gestiti dai templari, ma anche picaresco perché trovavano di che vivere lungo quella strada, che poi non era una sola via ma un insieme di strade, ladri e venditori di false reliquie, e mendicanti di ogni genere. Bosch e Brueghel il vecchio ci hanno mostrato molto bene quella società.
La Via Francigena oltre ad essere, in ultima analisi, la via della salvezza spirituale, perché andare su quel faticoso e pericoloso cammino era un atto di fede, essa era ed è ancora, una via della fantasia.
Molti libri in vari modi si ispirano a quello scenario umano e paesaggistico. è un’idea suggestiva, quasi fosse per antonomasia la strada dell’immaginazione.
La mia serie di brevi novelle: “Racconti della via Francigena” appartiene a questa seconda “realtà”.
Ricordiamo come alcuni precedenti letterari famosi che pur non citando esplicitamente la via Francigena esprimono le emozioni del viaggio, dell’avventura, degli incontri di strada, ecc . Oltre al capolavoro del Boccaccio è notissimo I racconti di Canterbury, il testo più aderente all’immaginario pellegrinaggio, e poi Lazarillo de Tormes, Simplicius Simplicissimus, Gill Blas, e tanti altri racconti.

 
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