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STORIE DELLA VIA FRANCIGENA 2
I GHIRI DI MASTR’ORESTE

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Dalle parti di Capranica c’era, alcuni secoli fa, una frequentata taverna-locanda: Il riposo saporito. Quel nome era appropriato alle soddisfazioni che l’osteria offriva, e dimostrava il diffuso apprezzamento dagli avventori tanto che era diventata sosta obbligata per tutti i pellegrini di passaggio.
In parte era antichissima perché ricavata da una grande tomba etrusca a camera, in seguito però era stata ingrandita e resa comoda e abitabile con muri di ampliamento alzati davanti al mausoleo scavato nella parete rocciosa. Di quelle tombe a camera se ne possono vedere ancora oggi subito prima di Sutri, andando verso nord. In tutta la regione da Monterosi a Montefiascone per certe specialità culinarie non ce n’era un’altra migliore di quella.
I pellegrini che si spingevano verso Santiago de Compostela non erano tutti dei poveri viandanti senza un soldo che contavano sulla prodigalità di paesani e contadini impietositi dal loro sacrificio. Tra loro c’erano anche mercanti, artigiani benestanti e nobili reprobi, che prima di morire aspiravano alla salvezza dell’anima, e a redimersi con quel viaggio da una vita trascorsa in cattive azioni, vizi e crapule. Tutti speravano di lavare la coscienza andando a implorare il perdono con un lunghissimo cammino di mesi. Era fondamentale arrivarci a piedi, sebbene molti finissero col percorrere tratti di strada a cavallo o a dorso d’asino per varie contrarietà: malattie, piedi piagati o pericoli di briganti. giustificazioni morali a parte quest’ultima minaccia era una eventualità reale e così molti ricchi pellegrini si facevano accompagnare da armigeri.
Ma sulla via Francigena transitavano anche persone che si spostavano da un paese all’altro, brevemente, per affari o altre impegni. Gente che non viaggiava con l’anelito spirituale dei veri pellegrini e non si poneva alcuna disciplina morale. Per colpa di un comportamento simile si scatenò una famosa baraonda che mise sottosopra la taverna del Riposo Saporito durante la sosta di un nobile feudatario e dei sui amici.    continua...

In quell’epoca la taverna era gestita da un oste che sapeva cucinare egregiamente la cacciagione, e ai tempi della nostra storia per cacciagione, o selvaggina da mangiare, si consideravano buoni gli animali più diversi. Costui era famoso per certe prelibatezze già care molti e molti secoli prima a etruschi e romani: i ghiri in fricassea. Ma sapeva rendere appetitosa anche la volpe, che lui preferiva in salmì. I ghiri li allevava dentro un rudere, e nella stagione più favorevole li ingrassava con nocciole, ghiande, lombrichi, scarti di cucina. Le volpi invece glie le portavano, e molte, i contadini che le consideravano un flagello di Dio per i loro pollai.
La taverna dunque era famosa per la cacciagione che, come si è detto, includeva una varietà di animali che oggi nessuno mangerebbe: cicogne, istrici, gatti selvatici e volpi. Mastr’Oreste le volpi le eviscerava e spellava per bene, le lasciava una notte in acqua di calce e poi per un’altro giorno e una notte in acqua e aceto con bacche aromatiche pestate, infine le cucinava in salmì, così da farne un piatto succulento.
Capitava dunque che due o tre volte l’anno passasse di là un ricco feudatario che andava a visitare le sue terre nei pressi del lago di Bolsena. È comprensibile che non viaggiasse da solo, ma che oltre ai suoi armigeri si facesse accompagnare da amici, tutta gente di ottimo appetito e ancor più appassionata del buon vino. Insomma in quei trasferimenti non poche persone si presentavano alla porta di mastr’Oreste.
Nulla di fuori del comune, se non fosse stato per la prepotenza che l’oste, in quelle circostanze, subiva regolarmente. Queste visite del feudatario costituivano il suo peggior cruccio. In poche parole il nobile e il suo seguito mangiavano a crepapelle, come lupi famelici e se ne andavano assicurando che avrebbero pagato l’indomani perché sul momento il signore era senza la borsa. L’indomani immancabilmente avrebbe mandato un valletto con il danaro. Però quell’indomani non arrivava mai, e così la terza volta che si ripeté l’inganno, il povero mastr’Oreste osò avanzare le sue rimostranze. Il signorotto fece un breve segno, e il migliore dei suoi scherani sfoderò un convincente pugnale, poi prese l’oste per la casacca e lo sbatté contro la parete, chiedendogli se non si rendeva conto dell’onore che gli faceva il signore nel sedersi nella sua famigerata spelonca. Quindi gli ordinò di portare immediatamente dell’altro buon vino.
Quest’ultima prepotenza lasciò mastro Oreste in uno stato di prostrazione penosa: era talmente angustiato che per vincere lo scoraggiamento ricorse al farmaco di Bacco. Ma tanta abbondanza di medicamento gli portò come effetto contrario degli incubi spaventosi. E quali potevano essere gli incubi di un oste? Per farvene un’idea vi propongo di osservare la Caduta degli angeli di Brueghel oppure il Giudizio universale di Bosch, dipinti talmente densi di spaventose creature che avrebbero inorridito chiunque li avesse sognati. Figuratevi il povero cuoco che nell’incubo vide coltelli infilati come ornamentali piume di pavone nei berretti di orrendi mostri, rane squartate che si trasformavano in eleganti farfalle, strofinacci di cucina, rossi di sangue, tramutarsi in diavoli, folletti spaventosi uscire come vapori dalle pentole e così via.
L’incubo dell’oste


Mastro Oreste non dormì per molte notti, rompendosi la testa e cercando la maniera di reagire al sopruso facendosi pagare il conto dal feudatario, finché trovò una buona idea, a condizione che i trobadours che visitavano spesso il suo locale avessero collaborato.

Questi trobadours, o “trovatori” secondo il lessico italiano, erano dei grossolani rimatori, ideatori di canzonacce e sberleffi, e perciò sempre ben accolti nelle baldorie da osteria. Ogni primavera e autunno passavano di là scendendo o risalendo per la via Francigena e si fermavano per alcuni giorni nelle contrade che attraversavano. Erano sette allegri furfanti, e non si cada nell’errore di riconoscere in loro gli aulici trovatori della tradizione letteraria. Non avevano nulla a che fare con i veri e famosi troubadours provenzali, tranne che i bricconi si vantavano di quell’appellativo. Questi erano loschi soggetti che di volta in volta si esibivano come saltimbanchi e giocolieri, o verseggiatori di strada, o mercanti di reliquie, e all’occasione, negromanti o indovini. Sicuramente erano ladri matricolati e molto astuti e svelti d’ingegno e di mano.

L’oste fece diffondere per il circondario la notizia che quell’anno aveva allevato molti ghiri che ora erano ben grassi e che avrebbe organizzato una solenne baldoria per i clienti più affezionati, in onore di Santa Anatolia sua protettrice. Preparò la macchinazione con scaltrezza, calcolò che presto sarebbero passati di là i trovatori, e subito appresso il feudatario. E difatti le cose andarono nel modo previsto.

Con lauti pranzi e abbondanti libagioni rese i trovatori suoi amici affezionati, e quando fu certo di poter contare su di essi li mise a parte del progetto e del buon guadagno che ne avrebbero ricavato.
Il piano consisteva nell’impedire la prosecuzione del viaggio al feudatario, lasciando, temporaneamente, lui e i suoi nobili amici senza le cavalcature, così che trovandosi appiedati avrebbero dovuto pernottare forzatamente nella taverna. A questo punto i trovatori avrebbero dovuto cooperare con un’abile recitazione. Il compito vero e proprio loro affidato sarebbe stato quello di spaventare i cavalli e scacciarli lontano dalla locanda. La seconda parte dell’astuto disegno sarebbe stato amministrato dall’oste.
Un mattino d’ottobre mastr’Oreste era intento a ingrassare i ghiri che allevava dentro un sotterraneo, quando si sentì chiamare con arroganza. Si affacciò e riconobbe due degli scellerati armigeri del feudatario, venuti in funzione di messaggeri. Col ghigno feroce dei beffatori, quelli lo avvisarono che il signore e qualche invitato avrebbero fatto onore alla sua stamberga, sarebbero arrivati l’indomani al tocco, e perciò preparasse le migliori ghiottonerie.

Il giorno appresso, molto prima che il debole rintocco della campana di Capranica si facesse sentire, distante com’era, tutto era pronto perché il piano potesse svolgersi come era stato progettato. Durante la notte aveva piovuto e davanti al varco d’ingresso si era formata una grande pozzanghera. Si affondava nel fango che rendeva la strada ancora più faticosa.
La comitiva arriva alla locanda


Arrivarono per primi i trovatori, e poco dopo giunse il nobile feudatario con la comitiva. Legarono i cavalli alla stanga che da un secolo faceva il suo servizio nell’ampio spiazzo e con arroganza si sedettero all’interno, accanto al camino.
La giornata nuvolosa era fredda assai più di quanto ci si aspetterebbe in ottobre. Il feudatario e gli amici ordinarono che Mastr’Oreste accendesse il fuoco, ma quello disse che non c’era legna perché ancora non aveva provveduto per l’inverno. se avevano dubbi se ne sincerassero andando a guardare loro stessi nella legnaia.
Intanto i trovatori che erano rimasti fuori cominciarono a discutere tra loro nello spiazzo dov’erano stati assicurati i cavalli e con grande scaltrezza, coprendosi l’un l’altro, senza dare nell’occhio allentarono molto bene le cavezze dei cavalli.
Mast’Oreste cominciò a servire crostini di beccaccia e il feudatario e i suoi amici si godevano gli stuzzichini e il buon vino di Montefiascone. L’oste invece stava sulle spine e seguiva con la coda dell’occhio i trovatori fuori della taverna, che avevano cominciato a urlare e a darsi del ladro, e bestemmiando come turchi pareva che stessero litigando veramente. Saltavano qua e là rotolandosi per sfuggire alla presa degli avversari che cercavano di agguantarli e rovesciavano panche e tavoli, finché estrassero i pugnali. A quel punto successe un finimondo perché il nobile spedì i suoi sgherri a sedare il tumulto, ma quelli ebbero la peggio. Ci fu un gran rumore di bacili, padelle, elmi da battaglia sbattuti e percossi con frastuono infernale. Nel pieno del parapiglia i giocolieri punsero la pancia dei cavalli che si imbizzarrirono violentemente, si impennarono e con gli zoccoli colpirono due degli sgherri, che rimasero a terra feriti. Infine, spaventati e scatenati i cavalli, fuggirono tutti.
Mastr’Oreste si mostrava disperato, il feudatario era furibondo, sbraitava che avrebbe ammazzato tutti se i cavalli non fossero stati riagguantati subito, e non mostrava la minima pietà per i suoi scagnozzi feriti. Bramava un’unica soddisfazione: voleva godersi lo spettacolo dei sette giocolieri penzolanti dalla quercia davanti alla taverna, e non appena li avesse acciuffati, li avrebbe impiccati con le sue stesse mani. Quelli intanto erano spariti, dileguatisi nella foresta.
Ci volle molto buon vino, molte implorazioni di indulgenza, e i famosi prelibati ghiri per ritrovare una relativa tranquillità.
I feriti vennero bendati e distesi su dei pagliericci nella rimessa dei cavalli, e intanto il maltempo peggiorava e dava una mano ad affollare la taverna di avventori.
Arrivarono due magrissimi viandanti asceti che a turno portavano una grande croce. Un’ora dopo comparvero cinque pellegrini tedeschi che tornavano nella loro patria, ma questi non avevano davvero facce ascetiche: portavano al fianco grosse spade e si guardavano attorno visibilmente sospettosi.
Mastr’Oreste, nei molti anni di esercizio, aveva visto passare i pellegrini più strani, i mendicanti più pittoreschi, i romei più stravaganti, ma quelli che gli si presentarono quel pomeriggio superavano i limiti della fantasia: un caritatevole pio viandante, votato al sacrificio, trainava una bara in cui giaceva un pellegrino forse infermo, ma di certo esaltato e fanatico. – Benedicite – dissero – Memento mori – e chiesero pane e acqua.
L’atmosfera si faceva sempre più pesante e cupa, sebbene Mastr’Oreste avesse più volte promesso, fino a giurarlo sulla testa dei suoi figli, che l’indomani mattina avrebbe recuperato i cavalli. La sera si approssimava, il buio cominciava a calare e aveva ripreso a piovere. Era impensabile viaggiare senza cavalli. Come Mastr’Oreste aveva previsto, il nobile signore fu obbligato a pernottare nella taverna e cominciò a pretendere il fuoco nel camino. Mastr’Oreste disse che se avesse avuto i soldi avrebbe mandato suo figlio ad acquistare legna, e i cordoni della borsa iniziarono ad allentarsi.
Il feudatario e i suoi amici si misero a giocare a tric-trac, dalla parte sinistra del camino, con espressioni torve, i due scherani rimasti illesi giocavano ai dadi più lontano e bestemmiavano frequentemente, gli altri pellegrini si erano riuniti in gruppo sulla destra del camino e recitavano preghiere ad alta voce. Tutti presero a reclamare vino e vivande e coperte per la notte, perché il freddo cominciava a farsi sentire. Il nobile signore pretese un comodo letto per sé, e dei pagliericci per i suoi amici, e volle vedere la stanza dove abitualmente dormiva l’oste con sua moglie.
Uno dei pellegrini, quello che tirava la bara, cominciò a raccontare la storia della morte che andò a trovare un vecchio avaro. La morte una notte bussò alla finestra dell’avaro, l’avaro scese dal letto e si affacciò ma non vide nulla nel buio, stava per richiudere le imposte quando una voce lugubre gridò: “Non vedi le luci, dunque? Sono le anime delle persone che non hai retribuito come dovevi, esse non hanno potuto curare le loro malattie e sono morte nei tormenti. Ora sono venute a prenderti …” Non poté continuare perché il nobile già innervosito per tutte le sventure capitate la mattina non sopportava più le preghiere biascicate e da ultimo il racconto del viandante penitente aveva finito di irritarlo. Proruppe in ingiurie e minacce e obbligò tutti al silenzio.
Chiese all’oste di cedergli la stanza dove quello dormiva ogni notte, ma si rese conto che non gli era proficuo usare la solita prepotenza. Mastr’Oreste avrebbe potuto rivalersi trascurando il recupero dei cavalli, e così sborsò una considerevole somma pur di avere la stanza. I suoi amici vennero accomodati nella camera vicina su materassi di foglie di granturco. Gli altri poveri pellegrini pur di restare al coperto dovettero adattarsi sulle panche.
Mastr’Oreste pensò che era opportuno offrire al nobile feudatario del vino caldo col miele e i chiodi di garofano ma ci aggiunse del laudano che gli sembrò un buon rimedio per la collera del signore. L’offerta venne gradita molto e il feudatario se ne andò a dormire di umore migliore. Qualche ora dopo, in piena notte mentre tutti russavano e tossivano, e la pioggia scrosciava, un paio di sassate colpirono la finestra della camera dove dormiva il feudatario. Quello, sprofondato in un sonno di piombo, non si svegliò e allora ci volle una lunga pertica su cui un agile saltimbanco si arrampicò e andò ad aprire le imposte. Poi una voce urlò: - Nobile Ademaro, svegliati e guarda –.
La voce dovette ripetere due o tre volte l’esortazione perché il feudatario non si muoveva. Quando infine si svegliò, non capiva dov’era e credeva di sognare perché il laudano faceva il suo effetto. Infine vide le luci che gli sembrarono aggirarsi a centinaia sopra la cima degli alberi come grandi lucciole, e gli parve di intravvedere nel buio un’altissima figura ancora più nera della notte venire verso di lui.
Di colpo si ricordò la storia della morte e tentò di chiudere la finestra, senza riuscirci. Allora si mise a implorare il nero spettro chiedendogli cosa voleva, e pregando che lo lasciasse vivere ancora un poco.
La voce cavernosa chiese: - Hai forse avuto pietà per i poveri servi e contadini infelici che per colpa tua sono morti? Li hai lasciati nell’indigenza estrema, non hai dato loro di che salvarsi e sono morti tra atroci sofferenze. Ora pagherai soffrendo mille volte più di loro -.
- No, ti supplico, risparmiami, darò del danaro ai loro figli e alle loro madri, ma allontanati e conservami ancora, acciocché possa pregare per l’anima mia –. Gridò il feudatario.
- Allora mostra la tua buona volontà -. La nera figura ribadì. – Ecco i figli del fattore che hai scacciato, sono venuti a vedere la tua fine. Lui è morto e loro hanno patito la fame e il freddo. E’ giusto che ora essi ti vedano morire. –
Il feudatario si mise a urlare che avrebbe dato loro dei bei quattrini, ma che lo lasciassero in pace. Corse a prendere la borsa e la rovesciò fuori, nel buio. Poi con uno sforzo di disperazione chiuse la finestra e andò a inginocchiarsi accanto al letto, tremando come se avesse avuto la terzana.
In quella stessa posizione lo trovarono addormentato alle otto della mattina quando andarono a svegliarlo.
Scese al piano terra, ancora inebetito dal laudano e dall’avventura notturna, e si rinfrancò solo quando, sporta la testa fuori dell’uscio, vide i cavalli legati alla stanga.
Mentre faceva colazione con polentina di farro e crostini al lardo gli si schiarirono le idee, ripensò all’orribile visita notturna ragionò faticosamente ma si convinse che lo avevano imbrogliato, anche se non sapeva spiegarsi che cosa fossero state le luci che aveva visto. Si disse che avevano usato delle fiaccole, però non capiva come fossero rimaste ardenti sotto la pioggia, perciò preferì evitare una disputa che poteva ritorcersi contro di lui.
Quando l’oste gli presentò il conto per il recupero dei cavalli, mercanteggiò un poco ma non andò su tutte le furie. Si fece prestare soldi dagli amici e infine tutti si affrettarono a partire, cupi e imbronciati.
Solo quando la taverna fu vuota comparvero improvvisamente, come per magia, i sette furfanti. I trovatori erano allegri come mai prima, e insieme a quelli ricomparvero il penitente che trascinava la bara e il falso ammalato che mastr’Oreste credeva partiti all’alba. L’oste servì prelibatezze e ottimo vino, e infine chiese come avevano recuperato i cavalli e come avevano architettato l’avventura notturna. Quelli ridendo e sghignazzando raccontarono che si erano messi d’accordo col finto pellegrino penitente perché raccontasse un’agghiacciante storia sulla morte, che loro poi avrebbero recitato. E le luci rimaste accese sotto la pioggia? Quelle erano delle particolari lampade che avevano comperato da certi marinai di Civitavecchia. Funzionavano con un olio dal nome strano: olio di pietra, veniva dall’oriente ed era inestinguibile. E i cavalli, come li avevano recuperati ? Si erano procurati una deliziosa cavallina in calore e tra apprezzamenti faceti e scostumati sul fascino irresistibile della languida cavalla e altre grasse risate spiegarono che bastò portarla nel bosco e dopo un poco tutti i cavalli le si erano radunati intorno ed era stato facile riprenderli.
Così tra lazzi e canzoni oscene consumarono la giornata. A notte inoltrata Mastr’Oreste poté infine sprangare il portone e se ne andò a dormire, molto soddisfatto della sua rivincita sul feudatario.
Ahimè , sventura per i semplici, inesperti delle vicende della vita, non sanno che ad ogni azione immancabilmente corrisponde una reazione, che ogni mossa chiede una contromossa, perché l’esistenza è una partita a scacchi. E così mastro Oreste quella notte non pensò che il feudatario aveva giurato a se stesso che avrebbe avuto la sua vendetta, come poi avvenne.
Ma questa è un’atra storia

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it


NOTE

La Via Francigena era, ed è, una via vera, una realtà fisica. Molto frequentata nel medioevo esiste tuttora come soggetto turistico e archeologico. Un percorso che da sud a nord portava da una parte a Santiago de Compostela, e dall’altra, con una diramazione, conduceva a Canterbury. Si svolgeva in gran parte sul territorio italiano e, oltre le Alpi, in territorio francese e poi spagnolo. Un percorso stradale presidiato, nel medioevo, da castelli, rocche e conventi fortificati che proteggevano i pellegrini, e lungo la via era attrezzato con luoghi di accoglienza: ospedali, ospizi, ecc.
Era un percorso di fede religiosa ma al tempo stesso costituiva un mondo variegato da esistenze contrastanti: frati e briganti, giullari e mercanti, galantuomini e imbroglioni. Da un lato un mondo coscienzioso e severo, pensiamo per esempio agli ospedali gestiti dai templari, ma anche picaresco perché trovavano di che vivere lungo quella strada, che poi non era una sola via ma un insieme di strade, ladri e venditori di false reliquie, e mendicanti di ogni genere. Bosch e Brueghel il vecchio ci hanno mostrato molto bene quella società.
La Via Francigena oltre ad essere, in ultima analisi, la via della salvezza spirituale, perché andare su quel faticoso e pericoloso cammino era un atto di fede, essa era ed è ancora, una via della fantasia.
Molti libri in vari modi si ispirano a quello scenario umano e paesaggistico. è un’idea suggestiva, quasi fosse per antonomasia la strada dell’immaginazione.
La mia serie di brevi novelle: “Racconti della via Francigena” appartiene a questa seconda “realtà”.
Ricordiamo come alcuni precedenti letterari famosi che pur non citando esplicitamente la via Francigena esprimono le emozioni del viaggio, dell’avventura, degli incontri di strada, ecc . Oltre al capolavoro del Boccaccio è notissimo I racconti di Canterbury, il testo più aderente all’immaginario pellegrinaggio, e poi Lazarillo de Tormes, Simplicius Simplicissimus, Gill Blas, e tanti altri racconti.

 
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