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FILIPPINO LE ROCCE E I LIBRI

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Tutti gli artisti sono più o meno strani”. Questa diffusa opinione ha una ragione di fondo. Il fatto è che gli artisti generalmente hanno una sensibilità più acuta delle persone normalmente considerate “pratiche”, per cui gli artisti rispondono alle sollecitazioni - che siano forme, colori, suoni, teorie filosofiche oppure considerazioni benevole o malevole su loro stessi e le loro qualità - in maniera più intensa degli altri.    continua...

Quegli artisti, poeti e pittori, che vennero definiti “maledetti”, hanno attirato e attraggono l’immaginario comune perché hanno osato allontanarsi dalla società delle regole, hanno sovvertito le norme, i principi e le consuetudini dell’opinione pubblica, ma soprattutto hanno affascinato per quella amalgama di genio e follia da cui, malgrado fossero degli emarginati, hanno tratto qualcosa di eccezionale. L’etichetta di “peintres maudits”, dall’Ottocento in poi, è stata affibbiata a Vincent van Gogh, ad Amedeo Modigliani, a Paul Gauguin, a Maurice Utrillo, a Chaim Soutine. Ma in quella suggestiva designazione sono stati accomunati anche pittori più indietro nel tempo come Caravaggio, Rosso Fiorentino - che, secondo il Vasari, si suicidò perché stanco della vita -, Guido Reni, che era affetto da depressione e temeva molto le trame dei pittori nemici; e molto più recentemente vi ha trovato posto anche Mario Schifano (1934 – 1998).
Ma altri artisti, senza mai essersi distinti per forme esasperate di comportamento, hanno sofferto di tormenti spirituali, e di alcuni sono state tramandate dicerie calunniose, denigratorie, che hanno segnato le loro vite. “E quale artista non ha dei problemi?”, si dirà.
Questo è vero, però ci sono stati pittori con maggiori angustie degli altri e che, ciò malgrado, hanno lasciato capolavori in cui non si intravvedono i segni delle loro preoccupazioni. Almeno non a prima vista.

Questa premessa era necessaria per chiarire l’obiettivo di un mio limitato studio sul bellissimo dipinto di Filippino Lippi “Apparizione della Vergine a san Bernardo”. Mi sono soffermato sul dipinto dunque, ma in ultima analisi ho appuntato l’attenzione quasi soltanto sui libri e le rocce raffigurate e la nube luminosa. Non intendo infatti dare un’interpretazione totale del capolavoro, già descritto e studiato da un gran numero di storici dell’arte. Qui parlerò solo di alcune idee che ha suscitato in me e che non ho ritrovato nei testi consultati. Anche se, non avendo ovviamente esplorato tutta la vasta letteratura su Filippino Lippi, può darsi che la mia impressione sia stata condivisa da altri autori a me sconosciuti.
La riproduzione della tavola: “Apparizione della Vergine a san Bernardo”, che inserisco nel testo, vi aiuterà a ravvivarne la memoria, se già la conoscete. Se non la conoscete servirà a mostrarvi il soggetto di cui parliamo.



Sono rimasto a osservare a lungo questo dipinto che molti anni fa avevo già visitato alla Badia Fiorentina e che ho rivisto più comodamente, alla recente mostra romana “Filippino Lippi e Sandro Botticelli nella Firenze del Quattrocento”, dov’era ben illuminato.

C’è qualcosa di strano in questo quadro, qualcosa che ho percepito anche in altre opere del Lippi; ma qui sembra che certe sue fantasie affiorino in modo più accentuato. In questa tavola in particolare sembra che, consciamente o inconsciamente, Filippino voglia esprimere una qualche idea che esercitava una spiccata attrattiva su di lui.
Torniamo all’uomo, lasciando per il momento da parte il Filippino artista.
Si rimane dubbiosi, leggendo il Vasari ne “Le Vite dei più eccellenti pittori scultori e architetti”, su quanto dice parlando di Filippino e di come seppe riscattarsi da una così ignominiosa nascita (1). Ci si chiede quanto quella colpa fu rinfacciata al figlio di fra Filippo e quanto gli pesò, e ci si chiede se quell’affabilità di cui Vasari parla, Filippino dovette imporsela. Chi osserva gli occhi e la bocca del suo autoritratto a S. M. del Carmine, a Firenze, (gli uni rinviano all’altra e viceversa), ne ricava l’impressione di un temperamento non conciliante, semmai naturalmente reattivo.



… sopraggiunto da febbre crudelissima e da quella strettezza di gola che volgarmente si chiama esprimanzia in pochi giorni si morì di quarantacinque anni onde essendo sempre stato cortese affabile e gentile fu pianto da tutti coloro che l’avevano conosciuto … Fu tale in tutte le sue azioni che ricoperse la macchia (qualunque essa si sia) lasciatagli dal padre. La ricoprì dico non pure con l’eccellenza della sua arte nella quale non fu ne’ suoi tempi inferiore a nessuno, ma con vivere modesto e civile e sopra tutto con l’essere cortese ed amorevole; la qual virtù quanto abbia forza e potere in conciliarsi gli animi universalmente di tutte le persone, coloro il sanno solamente che l’hanno provato. “ (2)
Così scrive il Vasari, ed è logico supporre che abbia sofferto per tutta la vita della colpa dei suoi genitori. Però a giudicare dai suoi dipinti sembra che quel peso non gli abbia tolto un’intima serenità, può darsi in virtù di quell’atteggiamento conciliante propostosi, ma presumibilmente impostosi, verso la società che gli rinfacciava la sciagurata nascita. Difatti, sia in questa “Apparizione della Vergine a san Bernardo”, come in tanti altri, (3) non gli sarebbe stato possibile dipingere dei visi così dolci così spontanei, sinceramente espressivi e naturali, se fosse stato tormentato dalla colpa dei suoi eterodossi genitori.
Il cartiglio sulla roccia, che potete vedere proprio sopra la testa di S.Bernardo, presenta un motto dello stoico Epitteto del III secolo: "Substine et abstine", cioè "Sopporta e rinuncia", un motto che invita a sostenere le avversità della contingenza tratto dalla traduzione di Poliziano, in sintonia con gli scritti di san Bernardo” (4). A me pare che la sentenza non si riferisca affatto a san Bernardo ma a Filippino stesso che con quel “Sopporta e rinuncia” voleva dire: “sostengo e sopporto la mia scelta conciliatrice e rinuncio a reagire e odiare chi mi denigra”.
Tornando all’opera di Filippino, come già detto ho guardato alle rocce e ai libri in modo particolare. Sarà perché i libri mi attraggono, sarà perché questo mio sito si chiama “archeobiblio”, sarà perché mi piace ipotizzare come un pittore abbia concepito e sviluppato la scena in cui inserisce gli elementi del quadro, così ho cercato di capire il criterio di quella composizione e di quello sfondo su cui ha disposto i protagonisti e gli oggetti, creando la giusta tensione emotiva e il moto dell’animo che l’apparizione miracolosa suscita in Bernardo, e nei monaci in secondo piano.
Bernardo di Chiaravalle sta meditando su uno scrittoio arrangiato con un’asse appoggiata su un ceppo. Subito dietro c’è la roccia stratificata che gli fa da panca e contemporaneamente da libreria. Da libreria perché in una rientranza della stessa roccia sono riposti dei libri messi per piatto nello stesso ordine e stile degli strati della roccia. Là il santo riceve l'apparizione della Madonna accompagnata da quattro angeli, con espressioni così spontanee immediate e naturali, così sincere che dovettero dare ai contemporanei di Filippino il senso della realtà e della verità dei sentimenti. Sono così vivamente animati che pur dichiarati veri angeli, quelli sono bambini autentici.
Filippino si era immaginato il miracolo dell’apparizione non nel chiuso di una stanza, ma all’aperto, e così dovette creare un paesaggio. È logico che scegliesse di mettere delle rocce in primo piano e un paesaggio agreste sullo sfondo. L’impianto figurativo gli permetteva molte cose: creare piani a varie distanze su cui collocare altri elementi come i monaci sbigottiti e affascinati. Poteva graduare luci e colori, inserire elementi simbolici, sorprendenti e inquietanti come il diavolo e il gufo, e soprattutto poteva dipingere realisticamente, “alla fiamminga” per intenderci, particolari che dovevano piacere moltissimo essendo “come il vero” della sua epoca.

Moltissimi altri pittori hanno raffigurato le rocce in diversi modi; per rinviare ad alcuni vedi il Perugino (1450-1523), il Mantegna (1431-1506), Masaccio (1401-1428), Pinturicchio (1452-1513), ma lui scelse delle rocce stratificate in modo netto, blocchi uno sull’altro. Sembra che abbia voluto rappresentare un tipo di stratificazione rocciosa che imita una catasta di libri impilati di piatto, e infatti i libri dietro San Bernardo sono messi in orizzontale e non ordinati verticalmente come si usa fare nelle librerie. Quei libri nell’incavo dello sperone roccioso sono disposti in modo da richiamare la rupe per assimilarli visivamente e simbolicamente ad essa? E quasi ad accentuare quest’idea di forte, di massiccio, anche la nuvola, nell’angolo in alto a sinistra, verso cui guardano gli sbalorditi confratelli sembra stratificata come la roccia.

Anche oggi nella nostra età libera, trasgressiva e scriteriata, che ha compiuto una rivoluzione dei costumi, che sopporta qualsiasi deformazione del senso morale, anche oggi chi sapesse di essere figlio di un prete e di una monaca non vorrebbe divulgare la notizia, gli darebbe noia se la sua condizione fosse conosciuta. Figuriamoci cinque secoli fa, quando imperava un moralismo tanto severo quanto ipocrita e le persone che uscivano dai rigidi schemi sociali venivano bollate inesorabilmente.
Cosa poteva fare Filippino per cancellare o minimizzare l’onta della sua nascita ? Poteva fare due cose, diventare talmente grande come artista che tutti lo avrebbero ammirato, e poi sottraendosi alla sua accresciuta fama comportarsi modestamente e affabilmente, così che anche se infamato dall’avventura paterna e materna avrebbe suscitato consenso, simpatia e affetto. Questo fece, riuscendoci sia sul piano dell’arte, e sia su quello umano. Diventò famoso ma in realtà non riuscì mai a far dimenticare la sua origine.
Torniamo al quadro.
Solo Bernardo vede la Madonna che gli appare tra gli “angeli bambini “. Dei quattro frati in secondo piano due sono stupiti, guardano affascinati e in pia ammirazione la luce che discende dalla strana nuvola, gli altri due invece discutono animatamente e non si volgono ad essa. Filippino intende dire che solo due hanno ricevuto la luce e l’hanno accolta e compresa perché erano in stato di grazia, gli altri due sono presi da futili questioni e ne restano esclusi.
I pittori del Rinascimento non concettualizzano il visibile come faranno così decisamente gli artisti di quattro secoli dopo, fino a proporre una realtà che nega la rappresentazione di se stessa: penso a Magritte e alla sua famosa pipe.
Però anche quei pittori desideravano stupire il loro pubblico inserendo immagini fantastiche e continuando, per così dire, sulla scia del meraviglioso come lo amavano nel medioevo. Piero di Cosimo dipinge l’orribile mostro marino terrorizzante della “Liberazione di Andromeda”. Sempre Piero di Cosimo in un altro quadro: la “Scoperta del miele” riempie il paesaggio di fauni bizzarri. Il Perugino nello sfondo della “Circoncisione di Mosè”, alla Sistina, inserisce strani alberi curiosamente esotici. Potremmo fare tanti altri esempi, ma poiché stiamo parlando di Filippino richiamo l’attenzione su quella sua nuvola pietrosa.
Sapeva fare benissimo nuvole vaporose e realistiche come quelle che si vedono nel cielo della sua “Adorazione dei magi” agli Uffizi. Ma qui scelse di fare una nuvola speciale da cui emana quella luce giallo-dorata che impregna di se tutto il quadro, perché?
Provo a immaginare come dovette aver ragionato Filippino. Seguendo le indicazioni del committente doveva rappresentare il miracolo nei due aspetti simultanei e coincidenti: la Madonna in primo piano che si mostra solo a Bernardo, e in secondo piano, dove si trovano i due monaci stupefatti, l’altro aspetto del miracolo. Essi non vedono la Madonna ma una luce arcana, una luce misteriosa e soprannaturale.
Questa luce che impregna tutto il paesaggio e che scende dal cielo doveva stupire e perciò doveva provenire da qualcosa di diverso da ciò che si vede normalmente in cielo: nuvole, colombe, sole, luna, arcobaleno. Così Filippino crea una nuvola inusuale, una nuvola a forma di roccia che si libra nel cielo ed è gialla come l’oro o come la misteriosa ed estremamente preziosa pietra filosofale che tanto intrigava i filosofi del tempo (5).

Per concludere questa rapida divagazione pittorica torniamo a Bernardo di Chiaravalle. Su di lui dovremmo dire molte cose. Qui esaminiamo soltanto un aspetto del suo pensiero, che potrebbe aver suggestionato Filippino e magari determinato anche indirettamente certi esiti di pittura.
Bernardo era contrario alla cultura che non fosse solo e soltanto rivolta alle cose celesti e alla dottrina cristiana.
In Wikipedia, a cui rimando per la facilità con cui si possono controllare i riferimenti, troverete delucidazioni su Bernardo che “si pronuncia senza riserve contro la ragione e la scienza. Il desiderio di conoscere gli appare come “una turpe curiosità””. Sempre in Wikipedia: Nel “Sermo 36 super cantica”, Bernardo illustra la natura e i limiti del sapere affermando che lo studio può essere giustificato solo se ha una finalità di tipo religioso, mentre se è condotto per il puro desiderio di sapere, per illuminare l'intelletto, per risolvere problemi di ogni genere, esso viene etichettato come “turpis” (vergognoso, immorale)”.
Una prima interpretazione dei libri come rocce, o rocce disposte come libri, mi è venuta da questa concezione che Bernardo aveva dell’umano desiderio di sapere, e partendo da questa stessa idea Filippino potrebbe avere uguagliato i libri a qualcosa di duro, di pesante; in altre parole i libri sarebbero qualcosa di dannoso per l’anima. Infatti l’unico aperto, e chiaramente leggibile, è quello che contiene un’ode alla Madonna.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - febbraio 2012


NOTE



(1) Fra Filippo Lippi negli anni in cui lavorò a Prato ebbe una relazione con la monaca Lucrezia Buti da cui, nel 1457, nacque Filippo (detto Filippino per distinguerlo dal padre). Poi, per l’intercessione di Cosimo de’ Medici presso papa Pio II, il pontefice concesse a entrambi i genitori lo scioglimento dei voti monastici e così suor Lucrezia e fra Filippo poterono unirsi in matrimonio. Filippino morì a Firenze nel 1507 .

(2) Giorgio Vasari. Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti. A cura di Carlo R. Ragghianti ; Milano, Rizzoli, 1945 ; Vol.1, pp.911-912.

(3) Per esempio nel “Tobia con i tre arcangeli” alla Galleria Sabauda di Torino, o nella “Madonna in adorazione del Bambino”, agli Uffizi, che ha quel bellissimo volto.

(4) La letteratura su San Bernardo di Chiaravalle è amplissima. Per semplificare la ricerca a chi volesse informazioni un poco più esaurienti senza rinviarlo a testi impegnativi, lo indirizzo a Wikipedia. Digitando BERNARDO DI CHIARAVALLE troverà sufficienti le notizie che cerca.

(5) All’epoca di Filippino avevano ampia diffusione le speculazioni alchemiche. La “pietra filosofale” misteriosa e preziosissima sostanza, e non l’oro, era il fine ultimo della ricerca degli alchimisti. L’alchimia era una pratica accettata come l’astrologia. San Tommaso non la condannava, anzi insegnava che l’alchimia non doveva servire a trasmutare la materia, per ottenere l'oro, ma a trasformare la natura intima dell’uomo, ossia a migliorare e perfezionare chi vive non di solo pane.

 
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