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L’EMANAZIONISMO

un’idea iridescente













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Era mattina presto, era marzo e la giornata era quasi serena ma assai fredda. Diego si avvicinò alla finestra appannata. Sul vetro si era condensato quel poco di umidità che era rimasto sospeso nella stanza, perché Sandra annaffiava troppo generosamente le piante a cui era affezionata. Un raggio di sole, riverberato dalla grande vetrata sull’attico di fronte colpì la finestra obliquamente e fece sfavillare di un meraviglioso scintillio le impercettibili goccioline condensate sul vetro. Fu come se un alone di microscopici diamanti brillassero entusiasticamente, e a Diego parve che la chiazza di vapore asciugandosi e riducendosi avesse finito per assomigliare a una silhouette di toccante memoria: gli sembrava di scorgervi il mezzobusto di una donna. continua...

Sebbene desiderasse frenare gli scherzi della suggestione e cercasse per quanto possibile di controllarli, sul vetro gocciolante gli parve proprio di vedere la testa, il lungo collo e le esili spalle della persona che aveva tanto amato. Un’impronta molto strana, pensò, proprio perché un attimo prima aveva ricordato intensamente zia Assia e non poteva fare a meno di immaginare che se lei avesse voluto rivelargli la sua presenza avrebbe scelto proprio quella labile forma scintillante sul vetro. Sarebbe stata una manifestazione perfettamente appropriata alla sua personalità.
Chi può dire quali mezzi può usare uno spirito? Se l’immateriale essenza di un’entità che ti ama vuole dirti che è vicina, può cercare la forma più accessibile alla tua sensibilità, e approssimarsi alla tua capacità di comprendere, pensò.
Col polpastrello dell’indice disegnò una A sul vetro appannato che significava Assia, e poi subito al di sopra e incrociando la A segnò una V per dire “vivi per sempre”. Ma quella sigla intrecciata significava molte altre cose ancora, innanzitutto era un ringraziamento spontaneo. Era sicuro che la zia sovraintendesse all’impegno intellettuale che continuava a portare avanti e a sviluppare malgrado le innumerevoli difficoltà.
Tante volte si era chiesto se un arboscello che chiamiamo ideale può sopravvivere, e mantenersi vivo, per anni anche se il giardiniere che lo coltiva è costretto per sue disavventure a trasferirlo dalla confortevole serra dove era germogliato, e trapiantarlo in un gelido terreno? Un seme sepolto nel ghiaccio, potrà un giorno fiorire ancora?
Perché ora il “giardiniere” si trova costretto a svolgere un lavoro alquanto diverso dalle amabili fatiche e dalle inesistenti responsabilità di allora. Ora i compiti gli sono imposti e il lavoro da svolgere è molto impegnativo.
Diego obbligato ad occuparsi di campagne pubblicitarie e non trova il tempo per dedicarsi alla sua vera aspirazione, però ogni volta che ha un momento libero torna a riflettere sulla sua teoria e cerca di perfezionarla, nell’intimo mantiene la convinzione che prima o poi verrà al mondo. Forse nascerà miracolosamente, come Minerva, che uscita dalla testa di Giove ben armata era già pronta alla vittoria. La difficoltà sarà certamente quella di trovare il fabbro che saprà aprirgli il cranio come Vulcano aveva fatto al sovrano degli dei.

Monna Lisa emana luce



Diego stava in piedi nella stanza che faceva contemporaneamente da ingresso e da soggiorno nel suo piccolo appartamento meneghino. È ancora un uomo giovane, ma una lieve prominenza del ventre, la fronte leggermente stempiata e le sottili rughe che gli segnano il volto rivelano chiaramente che sono passati vari anni da quando viveva a Firenze, e che quegli anni sono trascorsi in maniera difficile. Era in piedi davanti alla finestra con le braccia dietro la schiena e stringeva tra le mani un libro tenendo l’indice tra le pagine. Durante questi anni ha svolto varie mansioni: grafico, illustratore, anche copywriter; e si è perfezionato in informatica per svolgere al meglio il suo lavoro. Ma per un effettivo piacere ha approfondito anche argomenti di fisica che lo avevano affascinato. Ecco perché, dal pensiero commosso rivolto alla zia scomparsa, è passato a riflettere e ammirare la luce che risplende sul vetro considerandola un’entità materiale e contemporaneamente soprannaturale. Non può evitare di associare la luce all’idea del più spirituale e più misterioso dei fenomeni che un uomo possa osservare pur sapendo che si tratta di un’infinita emissione di fotoni.
- Materiale, immateriale ? Questione di intendersi su questo punto -, disse criticando se stesso. Poi guardando la finestra risplendente mormorò: - Cosa ne sappiamo realmente della luce ? Aveva ragione Einstein quando diceva che applicando alla luce parole come “particelle” e “onde” questi vocaboli che nella nostra realtà quotidiana e nella nostra mente associamo a cognizioni sensibili, e che sempre nella nostra mente producono immagini precise, nella dimensione ultramicroscopica sono parole che non hanno più senso. Se potessimo ridurci a un milionesimo di millimetro e portarci nell’infinitamente piccolo, ci lascerebbero stupiti le forme di quegli enti, che probabilmente sono diversi da come li ipotizziamo e definiamo.
Michael Hanlon aveva scritto : - Ciò che sappiamo è davvero strabiliante, ma più riflettiamo su ciò che non sappiamo, più siamo obbligati a concludere che piuttosto di esserci tuffati nel mare della conoscenza, ci siamo solo bagnati la punta dei piedi. Diego strinse quel libro che aveva tra le mani a considerò ancora il brano appena letto, che giudicava assolutamente adeguato allo stato delle nostre esperienze.

Sentì la voce assonnata di Sandra chiamarlo: - Vieni a letto, tesoro, cosa fai in piedi a quest’ora, vieni dalla tua gattina tutta sola. Abbracciami, ho freddo. –
Nella voce di Sandra c’era quella vibrazione sensuale che Diego percepiva come un richiamo irresistibile ma che allo stesso tempo lo irritava perché lo privava della meditazione mattutina che considerava un felice inizio per la giornata di lavoro, soprattutto quando la luce interiore, come la chiamava, aveva cominciato a risplendere.
- Vengo, cara. Vuoi che ti prepari un caffè ? –
- Voglio te, Diego, non voglio il caffè .–
Il tentativo di prendere tempo era annullato e Diego tornò a letto sospirando.
Si risvegliò molto tardi, quando Sandra sorridendo gli solleticò un orecchio e gli porse una tazzina di caffè.
Diego bofonchiò: - Sandra, per favore telefona in agenzia e avverti che questa mattina debbo incontrare un cliente -.
Sandra dopo una mezz’ora uscì, e Diego quieto e soddisfatto tornò a immergersi nella corrente di pensieri che aveva interrotto molte ore prima.
Attraverso la finestra, ormai asciutta e del tutto trasparente, la luce si diffondeva nella stanza senza evidenziare ombre nette, come in estate quando è forte. Ora il sole era pallido, velato da nuvole sparse nel cielo. La luce, la luce fisica, si intrecciava molto con i suoi problemi artistici.

Diego è a Milano, lo abbiamo ritrovato quindici anni dopo i bei giorni in cui dipingeva a Firenze sognando il successo e fantasticando un esito trionfale. E’ molto cambiato. Non aspira più alla gloria, le immani vette che si era proposto di scalare si sono abbassate molto, sino a diventare collinette da salire e scendere giorno dopo giorno, come fa in pratica lavorando in una grande agenzia di pubblicità. Convive con una brunetta piccolina assai attraente, piuttosto formosa, sempre irrequieta, una giovane architetto in carriera. Durante questi anni ha attraversato molte vicissitudini, ha subito rovesci di fortuna e ha fatto fronte a difficoltà economiche e a forti disturbi emotivi, riuscendo infine a superare la depressione in cui era piombato.
L’inizio perverso delle sue avversità fa tutt’uno con quelle della sua famiglia. L’azienda di ceramiche non esiste più. In seguito a contrasti insanabili provocati dal comportamento disonesto del socio di suo padre, si era arrivati al fallimento, seguito da una dolorosa vertenza legale. L’azienda oramai è passata in altre mani e Diego di punto in bianco si è ritrovato senza la copertura finanziaria che gli aveva regalato una giovinezza agiata e tranquilla.
Già da tempo, prima ancora di iniziare la nuova vita di lavoro, non dipinge più e non ha neanche uno studio. Ma abbiamo visto che continua a riflettere sulla sua teoria: l’emanazionismo.

David : dall’impeto emana il rosso e il nero


Sebbene, al di là delle insufficienti nozioni scolastiche, non avesse mai approfondito il fenomeno della luce fisica da qualche tempo le scoperte scientifiche connesse alla radiazione luminosa lo assorbono completamente. Essendosi avvicinato ai principi dell’elettronica studiando informatica, ha cominciato a leggere con grande piacere libri sull’argomento, ma trova ostacoli insormontabili ogni volta che si scontra con formule matematiche.
Lo affascinano le straordinarie duplici proprietà della luce, che può presentarsi sia come onda sia come corpuscolo. Quel fotone dal comportamento a lungo incomprensibile, aveva dato grandi preoccupazioni ai fisici per i complessi problemi ad esso inerenti e aveva grandemente stimolato l’evolversi della fisica. Diego ammirava infinitamente le menti potenti dei fisici del XIX secolo che partendo da esigui dati avevano gettato le basi della meccanica quantistica. Ma c’era un punto che lo disturbava, anzi lo irritava: a fronte delle grandi acquisizioni della fisica, così importanti, così ben dimostrate sia matematicamente che sperimentalmente, aveva finito per considerare del tutto insoddisfacenti le tante tradizioni secolari come il karma o l’astrologia. Un altro mito che lo irritava era quello relativo allo stato di illuminazione interiore esoterica che verrebbe instaurato da un “cambiamento vibrazionale” in grazia della meditazione, come gli era capitato di leggere. Ma cos’era questo cambiamento vibrazionale mai spiegato chiaramente ? Parole, solo parole che portavano all’illusione di raggiungere la sapienza, una sapienza generica alla fine, se era a disposizione di chiunque. Infatti non gli era mai capitato di incontrare qualche “illuminato” da ammirare veramente, per poi non dubitare di tale asserita illuminazione o sapienza che dir si voglia.
Era assai confuso, perché proprio su quella luce interiore, che ultimamente aveva messo in forse, era basata la sua teoria dell’Emanazionismo.
Però allo spirito ci credeva eccome, perbacco. Gli bastava una tormentosa reminiscenza per rinsaldare quella convinzione, un’immagine impressa nel ricordo come una cicatrice dolorosa: sua madre sul letto di morte, che non era più sua madre.
Era rimasto sconvolto quando lo avevano introdotto in quell’orribile stanza dove non c’era più lei. Qualcosa era stato portato via, assolutamente tolto a sua madre. Le era stato tolto il volto con cui lui aveva parlato, scherzato, con cui si era anche adirato. Là c’era una brutta imitazione della testa di sua madre immobile come un manichino posato sul letto. c’era solo un viso di cera spaventoso, e vuoto, proprio veramente vuoto. Era così chiaro che sua madre se ne era andata dal quel corpo che sebbene lui a quel tempo fosse piccolo gli era perfettamente evidente che sua madre era scomparsa. Che lei come persona che parlava, rideva, cantava, era uscita da quell’involucro, era svanita.
Ci credeva, allo spirito, anche perché zia Assia alcune volte ne aveva dato prova; aveva manifestato degli involontari fenomeni di precognizione e di telepatia.
In conclusione era assai confuso sul concetto di luce fisica e luce interiore.
Perciò, per dare a se stesso una giustificazione dell’emanazionismo che aveva proposto, e per provare a conciliare la solidità, la chiarezza delle dimostrazioni scientifiche con le inspiegabili intuizioni avute, volendo ad ogni costo descrivere qualcosa pressoché impossibile da spiegare, era ricorso a un’analogia, prendendo a modello l’atomo.
Chiunque ha cognizioni di fisica elementare sa che non è possibile descrivere la posizione di un elettrone in orbita, per esempio, attorno al nucleo di un atomo di idrogeno, e contemporaneamente misurarne la velocità. Perché i sistemi di osservazione si escludono a vicenda: se ne adoperi uno non puoi adoperare l’altro. Allo stesso modo fantasticando di essere un osservatore neutrale che si pone tra due strategie in conflitto, pensò: - Non è possibile osservare il mondo della materia e contemporaneamente il mondo dello spirito. O ragioni scientificamente oppure mediti spiritualmente. Non puoi tenere i piedi in due staffe -. si disse.
Quanto avrebbe voluto parlarne con Simonetta. Quanto sentiva la sua assenza la mancanza della sua capacità di logica e della sua attitudine all’argomentazione. Quanto gli mancava la sua calma sicurezza, la sua abilità nell’analisi per poi raggiungere una sintesi chiara e essenziale. Simonetta era ad Harvard ora, molto lontano da lui. Si consolò considerando che se Simonetta fosse arrivata lui sarebbe stato dilaniato in un scontro micidiale tra Simonetta e Sandra. Ma forse Simonetta si era già dimenticata di lui.
Però anche Simonetta sicuramente sarebbe stata del suo stesso parere. L’immaginazione, la fantasia che dà forma e colore a concetti “impossibili” si dimostra una vera dea creatrice. Si pone tra i due mondi, tra spirito e materia e può originare una nuova realtà.



Appena ebbe formulata quest’analogia, ricordò un particolare degli splendidi mosaici di Venezia. Un particolare che già gli era parso eccezionale la prima volta che era entrato nella basilica. Ora niente gli sembrava più esemplare di quello straordinario effetto che gli fecero i serafini sui pennacchi della cupola della Genesi a San Marco. I serafini, o cherubini, erano esseri immaginari che cominciarono ad essere percepiti da occhi umani solo quando eccezionali creatori li resero in forme elegantissime sull’oro dello sfondo. Come se uscendo da un cielo arcano, metafisico, improvvisamente si fossero materializzati e solo allora tutti noi poveri limitati fossimo stati messi in grado di vederli. Essi esistettero per il godimento estetico. Non c’era né scienza, né morale, né senso pratico che potesse invalidarli, confutarli, annullarli. Essi esistevano per la bellezza della loro rappresentazione. Diego cercò di ricordare altri esempi di cherubini più antichi di quelli veneziani, ma non gli vennero in mente. Ricordava però di aver letto che i bizantini avevano recepito tanti influssi orientali attraverso l’arte iranica.
Tornò apposta a Venezia per rivederli, e l’impressione di trovarsi di fronte ad una soluzione estetica eccezionale gli fu confermata. Uccelli con sei ali forse erano esistiti nella preistoria ma nessuno li aveva mai visti. Solo degli artisti potevano ricrearli in forma quasi umana e rappresentarli così straordinariamente, antichi e moderni allo stesso tempo. Quanto gli sarebbe piaciuto vederli insieme a zia Assia che sapeva associare perfettamente figure a brani di musica che trovava appropriati. Chi avrebbe scelto? forse Vivaldi ? Corelli ?

Da Venezia tornò a Milano con un imperativo categorico. Si sarebbe concentrato sulla forma a cui affidare la migliore rappresentazione della sua teoria e avrebbe assolutamente ripreso a dipingere. Gli pareva di sentire il rimprovero di zia Assia: - Quanto tempo hai perso ragazzo mio –



A casa trovò, posato sulla scrivania, un magnifico regalo di Sandra un libro di arte orientale, e gli parve che Sandra più o meno coscientemente gli fosse venuta in soccorso. Chissà, guidata forse da un arcano suggerimento di zia Assia. Ebbe una specie di soprassalto quando aprendo il volume a caso si trovò davanti una figura che compendiava tutta la sua teoria, così come l’aveva ripercorsa in treno per tutto il viaggio di ritorno. Chiuse il libro con un sospiro e commentò contento: - Sono sulla buona strada -

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - gennaio 2013



 
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