Home












DELITTO AL GUSTO DI CAFFE'
ROMANZO - Prima Parte

+ Ingrandisci | - Diminuisci















   English Version
 

Uno spaventoso frastuono di claxon, un palmo alla mia destra, mi fece spiccare un balzo spettacolare e atterrai terrorizzato sul marciapiede di fronte. Avevo attraversato la strada sbadatamente a causa della pioggia e non avevo notato il veicolo che stava per piombarmi addosso. Udii lo stridore delle gomme e il rumore delle lamiere raschiate e deformate dal basamento di un lampione. Il conducente che mi aveva schivato all’ultimo momento, si sporse dal finestrino dell’auto e iniziò a inveire. Sbraitava in catalano, improperi incomprensibili dato che capisco a stento lo spagnolo, poi scese per controllare la fiancata del furgone e io allungai il passo dignitosamente. Mi girai un attimo per controllare la situazione, quindi accelerai per evitare la furia dell’energumeno e svoltai in una traversa. Un centinaio di metri più avanti mi fermai di colpo, attratto dalla vetrina fortemente illuminata di un’agenzia di viaggi che esponeva una gigantografia della basilica di San Pietro, con grande risalto. L’agenzia proponeva un pellegrinaggio da Barcellona a Roma ad un prezzo vantaggioso e aveva piazzato delle lampade molto forti per illuminare, in una successione d’azzurro e bianco, l’enorme poster che mostrava un San Pietro strano e quasi irreale. Sembrava un’enorme torta di compleanno, o un’allucinazione, piuttosto che un edificio autentico ed esistente. L’atmosfera, bianco azzurra alternante, esaltata dalle lampade, trasformava la basilica in un’astronave che pareva librarsi nello spazio notturno.

Quella stessa notte mi svegliai di soprassalto, buttai via le coperte e sedetti impetuosamente sul letto borbottando “Mi è stato mandato un segno...”. Il suono che usciva da me stesso, dalla mia bocca, mi sbalordì e…, pienamente sveglio e consapevole, ricostruii con fervore, con passione, quel sogno che mi aveva spaventato. Evidentemente l’enorme fotografia di San Pietro a Roma dentro una vetrina di Barcellona aveva prodotto un effetto profondo, ero stato affascinato, perfino soggiogato da quell’impatto e inconsciamente ne avevo fatto un tutt’uno con l’incidente appena sfiorato, un unico atto premonitore, una specie di rivelazione, un vaticinio.

Fig. 1 - Il poster nel sogno

In conclusione però, qual era l’essenza del sogno? Mi sfuggiva il significato recondito. Forse un buon cognac mi avrebbe aiutato molto a sbrogliare la matassa, sfortunatamente a quell’ora il bar dell’hotel era chiuso. M’infilai di nuovo sotto le coperte, ma non riuscii a riaddormentarmi e rimasi insonne nel buio, a ragionare ostinatamente. Dopo aver formulato le ipotesi più varie, conclusi dubbioso che la predizione poteva riguardare il racconto dello zio. Ero stato salvato da una stupida morte sotto le ruote di un autocarro per qualche ragione; forse ero ancora in vita perché mi era stato attribuito un compito. Naturalmente non c’era una logica che confortasse questa interpretazione. Era una sensazione squisitamente soggettiva, ma era essenziale che l’esortazione l’avessi ricevuta in sogno. Bastava questa circostanza per attribuirle attendibilità, perché esistevano moltissimi precedenti di sogni profetici e rivelatori, sogni celebri di personaggi storici famosi. Certamente l’apparizione della chiesa di San Pietro a Roma non era casuale, quella fotografia gigantesca mi aveva bloccato sulla strada che avevo imboccato precipitosamente per evitare un altro guaio. Stava là ad attendermi perché mi disponessi ad accogliere un segno, e ad interpretare l’avviso nello stato d’animo più adatto. Ero persuaso che il leggendario, in quanto mai conosciuto, zio Eligio fosse intervenuto a salvarmi, dunque adesso ero obbligato a mostrargli gratitudine, e l’incarico poteva consistere nel diffondere l’opera del prozio buon’anima. Ad impressionarmi maggiormente c’era una reminiscenza che si aggiungeva alla già emozionante apparizione, e aumentava l’effetto enigmatico del poster nella vetrina. Ricordavo bene un giorno del 1950 in cui Pio XII diede al mondo l’eccezionale notizia, il Papa annunciò che era stata individuata con certezza la tomba di San Pietro. Ero bambino, e ricordo quell’avvenimento soltanto perché mi fece impressione il comportamento di mio padre, che si dette una formidabile manata sulla fronte, elettrizzato come non lo avevo mai visto. Ora sapevo il perché. La tradizione sosteneva che la tomba era situata nelle profondità della basilica, e l’altare della Confessione, quello al centro della basilica sotto il baldacchino del Bernini, stava precisamente sopra di essa. Una famosa epigrafista e archeologa(1) aveva interpretato i graffiti che erano in quel luogo, e questi avevano dato la prova decisiva che là, dopo il martirio, era stato sepolto il principe degli Apostoli. Il Papa dando l’annuncio aveva confermato la tradizione. A quel tempo non capivo, ma la dichiarazione del Papa sul valore della tradizione dovette piacere molto a mio padre, probabilmente gli apparve possibile che la reliquia di cui parla lo zio Eligio nel suo racconto esistesse davvero. Quel ricordo, anche se non mi spiegava il sogno, mi avvicinava allo spirito di mio padre e dello zio Eligio.

Nell’ottobre del 1989 ero a Barcellona per un convegno su “Strategie e ottimizzazione delle risorse”. Quel mattino ero sceso molto presto al piano terra, e aspettavo nel bar dell’hotel un collega che desiderava parlarmi di un certo problema. Attendendo meditavo sull’incidente capitatomi, e la mia cronica tendenza all’introspezione, aveva sollevato un singolare dialogo platonico tra i demoni che si agitano nell’abisso mentale e che io chiamo l’agente grigio e l’agente azzurro della mia coscienza. Come se fossero pallide ombre di Critone e Socrate i due antagonisti, si affrontavano, si sfidavano: -È possibile che l’ingegnere che ha studiato per anni fisica, matematica, economia, dotato di una solida quanto sensata struttura mentale, si lasci sconvolgere da un’idea irrazionale e superstiziosa al punto di credere che lo spirito dello zio lo abbia preso sotto la sua soprannaturale protezione e lo abbia salvato per ottenere in cambio un’operazione pubblicitaria?- diceva l’uno. E l’altro rispondeva: - No. Non è così che va interpretato quel fatto. Innanzi tutto è nella natura dell’uomo cercare conforto in una dimensione spirituale ...- Carlo, sopraggiunto alle mie spalle, mi salutò calorosamente scuotendomi da quell’ossessione, e si sedette. Aveva chiesto di vedermi prima dell’inizio dei lavori, perché evidentemente desiderava coinvolgermi nel suo difficile caso di promozione d’incarico, in cui avrei potuto appoggiarlo. Eravamo seduti là da cinque minuti in silenzio e pareva che Carlo stesse meditando sulla maniera di presentarmi quel suo caso difficile. Avvertivo l’esigenza di qualcosa di diverso dalle questioni dibattute al meeting, e dai problemi aziendali che mi affaticavano da due giorni. Per di più desideravo cacciare via dalla testa quel sogno della notte appena trascorsa. Quale diversivo avrebbe potuto sollevarmi? Non mi veniva in mente niente d’interessante, niente di veramente gratificante. Dietro le grandi vetrate della sala si vedeva un ritaglio di Barcellona sotto la pioggia e non c’è nulla più malinconico di Barcellona, città solare e mediterranea che immaginiamo sempre sotto un cielo azzurro e limpido, apparire invece grigia, e infradiciata. Pesava su di noi un’atmosfera deprimente e questa condizione sfavorevole mi aveva infastidito a tal punto che macchinalmente rivolsi a Carlo una domanda:
- Sai chi sono i Trinitari?-
Rimase un attimo sorpreso. Immagino che si chiedesse se stavo ponendogli una domanda a trabocchetto.
- Intendi dire quei frati con la cotta bianca, la croce blu e rossa sul petto e la tonaca e il cappuccio neri ?-
- Sì, quelli.-
- E con ciò?- Carlo mostrava un’espressione diffidente
- Ho letto di recente il manoscritto di un mio lontano zio. Scrisse un racconto, all’incirca cento anni fa. In quel manoscritto dice cose mai sentite su una strana leggenda che concerne Gesù Cristo, e sui Trinitari che l’avrebbero conosciuta in Oriente e trasmessa in Occidente. Mi ha dato da pensare.-
Carlo mi osservava perplesso.
- Debbo dirti la verità, i Trinitari mi sono tornati in mente, perché lo strano abbigliamento dei camerieri che passano tra i tavoli con quella lunga redingote nera e lo sparato bianco, mi ha rammentato i frati a cui si fa cenno nel racconto. E poi se non sbaglio quell’Ordine è sorto da queste parti… No. Adesso ricordo bene. E’ nato in Francia, tuttavia poi vennero a Roma, per avere l’approvazione del Papa.-
Carlo mi scrutava sempre più diffidente.
- E allora ?- borbottò
-Allora, debbo dire che il mio prozio ha scritto qualcosa di molto stimolante, perché si è parlato dei Templari che custodivano il Graal, e di altri loro segreti, ma non si è mai parlato, che io sappia, di un misterioso sigillo e di un discepolo venuto a Roma proprio per consegnarlo all’Apostolo San Pietro che in quel tempo si trovava a Roma.
-Boh! può essere-, brontolò. - Ma che specie di garbuglio stai tentando di raccontarmi ?-
Il collega pareva seccato e non dimostrava nessun interesse per l’avvincente argomento che gli avevo offerto, giocherellava irrequieto col portachiavi, forse gli premeva parlare del suo problema. Quell’atteggiamento scortese m’infastidì, però non ne feci una questione, al contrario mi scattò un’irragionevole indignazione, tanto che recuperai volentieri il sogno, e il racconto, che poco prima avevo desiderato riporre nel cassetto dell’oblio.
-Lascia che ti spieghi perchè sono affascinato da questo “garbuglio”, come lo hai simpaticamente definito, e perché in qualche modo mi sento parte in causa dello stesso -, dissi.
-Sono passati anni e anni dal giorno in cui mio padre me ne parlò per la prima volta. Era un lungo racconto che chiamò: “La storia” dello zio Eligio, perché effettivamente l’autore non aveva dato un titolo al manoscritto. Allora ero un ragazzo, mi piacevano i fumetti, i libri di avventure, lo sport, il jazz, e avevo ben poco interesse per tutto ciò che definivo “filosofico”. Ascoltai il racconto, compendiato com’era abitudine del babbo, ma lo dimenticai presto perché a quel tempo non poteva destare in me alcun interesse. Fino a che, recentemente, l’ho ritrovato per un caso fortuito e in questo modo è arrivato il momento di leggerlo con ben altra attenzione, tanto che mi è piaciuto molto più di quello che potevo aspettarmi perché è un racconto particolare, una specie di cronaca di fatti accaduti nell’Ottocento.-
-Quando l’ho tratto fuori dal baule in cui era stato riposto, l’involto aveva sentore di escrementi di topo e di muffa. Ma appena aperto il manoscritto, emanava un leggero gradevole profumo di tabacco e di canfora. Si presentava come un grosso taccuino sdrucito composto di pagine di grandezza disuguale, ingiallite, alcune perfino macchiate, forse di quel caffè di cui l’autore parla più volte. Sui fogli originali, che mostrano la calligrafia minuta dello zio, ci sono, segnate a matita, alcune considerazioni a margine. Sono osservazioni di mio padre sulla storia del prozio Eligio. Le ho conservate e si ritrovano qua e là stampate in corsivo o in nota a piè di pagina. Il pacco era stato avvolto nella tela cerata, e riposto dentro un baule. Mio padre aveva vergato sull’involucro questa nota:Roma è traboccante di preziose tracce, quindi non è per nulla improbabile che la straordinaria leggenda abbia un qualche fondamento. Lo zio Eligio la conobbe da un amico, il quale l’aveva appresa da un frate dei Trinitari. Non prese alla lettera l’informazione, però ne restò così entusiasmato che ne trasse questo racconto-.
Guardai Carlo, ero determinato a continuare e per indurlo ad ascoltarmi dissi con enfasi: - Abbiamo parecchio tempo di fronte, quasi due ore prima che inizino i lavori, hai la pazienza di ascoltarmi se leggo una parte del racconto, magari solo la premessa? Mi piacerebbe conoscere il tuo parere-.
Lo sforzo che fece Carlo per mostrarsi conciliante era palese, rispose senza il minimo entusiasmo: - Leggi pure se ti soddisfa -
Tirai fuori della cartella la trascrizione del manoscritto; avevo dedicato molte sere alla fatica di copiarlo, sacrificando altrettante ore di sonno, e lo avevo fatto rilegare. Aprii il piccolo volume con gesto intenzionalmente grave, dando rilievo così all’importanza che aveva per me quel racconto, e presi a leggerlo con voce neutra.

PREMESSA

-“Ci sono luoghi della Terra dove la forza della storia si abbatte con maggior impeto che in altri siti. Così come il mare Oceano percuote più violentemente la Cornovaglia o Capo Horn piuttosto che altre coste, su Roma la storia ha lanciato onde gigantesche che si sono impresse nella memoria degli uomini. Tuttavia la marea l’ha investita anche sommessamente lasciando deboli ricordi, o nessuna traccia, allo stesso modo in cui la risacca trascina alghe, conchiglie e altre piccole creature marine che l’onda successiva cancella, portando nuovi contributi. Pertanto non Cesare o Nerone, o Costantino, o l’incoronazione di Carlo Magno, o il Sacco di Roma m’impressionano; piuttosto mi emozionano vicissitudini che la massima parte degli ospiti, italiani o stranieri che siano, alla scoperta di questa magnifica città, non conoscono o non considerano. Vicende che hanno coinvolto persone di cui sappiamo poco o nulla, che lottarono per le loro convinzioni religiose o politiche. Nel corso dei secoli, fin dall’inizio, da quando Roma si formò, le religioni più diverse vi furono accettate: dai culti della preistoria a quelli della classicità, compresi i riti dionisiaci, isiaci, frigi, ebraici. Fino all’epilogo, quando su templi e ipogei furono erette chiese e battisteri cristiani. Dei tanti fedeli di quei culti precristiani non abbiamo che labili ricordi, Di tutte le vicende accadute durante i lunghi secoli che trascorsero dal primo insediamento all’affermazione del Cristianesimo conosciamo poco più di quello che gli scrittori antichi hanno voluto raccontarci. Eppure quali travagliate esistenze o drammi oscuri debbono aver vissuto molti di quegli uomini e donne. Chi si commuove, ammesso che ne abbia sentito parlare, sulle vicende di una sacerdotessa nordica e veggente di nome Veleda(2) prigioniera a Roma?-


Feci una pausa e alzai gli occhi dal testo. Carlo mi fissava con aria fredda e distaccata. Continuai ad ignorare il suo disinteresse e andai avanti.

- Alla fine ne risultò una colossale stratificazione oltre che di rovine materiali, anche di memorie spirituali, accumulatesi in secoli e secoli di esistenze di cui rimangono qua e là fugaci iscrizioni o stringate epigrafi. Alle reliquie pagane si sono sovrapposte quelle cristiane. Le più toccanti sono i frammenti sacri, che riconducono direttamente al Cristo, nella loro qualità di pezzi della croce, di resti della mangiatoia che fu la culla, della colonna della flagellazione, della scala santa, ecc. o parti del corpo di martiri e di santi, sparsi nelle tante catacombe e chiese. Mi sono chiesto spesso come sia possibile che il famoso calice dell’ultima cena: il “Santo Graal” non sia presente qui a Roma(3). Ma nell’Urbe esistono anche reliquie del pensiero trascendente, non esplicite ma sottese, come la sfera cosmica configurata e contenuta nel Pantheon, che racchiude in sé molteplici allusioni concernenti l’astrologia, l’astronomia, la metafisica. O il misterioso Santo Stefano Rotondo, uno degli edifici cristiani più antichi di Roma, di cui sono state date diverse letture, ma che, come accade normalmente non sono accettate dagli accademici(4). Roma insomma è un serbatoio di meraviglie, e questa sorprendente città stupisce sempre. -

Mi fermai per valutare se era opportuno proseguire. Carlo Aveva un’aria distratta e annoiata che avrebbe innervosito chiunque. Mi obbligai alla più serena comprensione, e pensai che essendo stato lui a chiedere il mio aiuto e la mia solidarietà, poteva sopportare ancora un poco. Dava l’idea di essere indispettito, e probabilmente si controllava per non guastare l’amicizia.
Improvvisamente si scosse e piegò la testa con un movimento nervoso, come se avesse avuto il torcicollo. Fece un cenno al cameriere e ordinò due cognac. Poi guardandomi con aria indisponente chiese:
- Che ne pensi della nuova segretaria del capo… ?-
- Ho capito -, dissi. - Va bene, parlami del tuo problema. Ti racconterò qualcosa di interessante un’altra volta.-
La sala del bar si era riempita di congressisti in attesa dell’apertura dei lavori, la grande aula delle conferenze era là vicino. Cominciai a starnutire così insistentemente che dovetti tornare in stanza a cercare l’aspirina, lasciando Carlo inviperito a gustarsi un altro cognac.

Fig. 2 - Tramonto romano


Il giorno dopo ero di ritorno a Roma piuttosto malandato. Avevo preso un’infreddatura, forse per via dell’infradiciata che m’ero beccato a Barcellona, ed avevo un’emicrania spaventosa. In casa non trovai né un analgesico, né la comune aspirina che ho sempre a portata di mano, e perciò dovetti forzosamente uscire per procurarmi un antidolorifico. Era tardo pomeriggio, era già scuro, ma il cielo era bellissimo appena variegato da lievi rosate nuvole e appariva proprio un cielo tiepolesco. Si poteva ancora indossare un vestito estivo, considerazione che mi aiutava a sollevare il morale. Pensai con rammarico al tempo avverso in cui ero incappato a Barcellona, all’impossibilità avuta di fare una piacevole passeggiata e godermi la bella città.
Poi immaginai quella stessa sfortunata condizione meteorologica nella Roma dell’Ottocento, al tempo del racconto dello zio, a come sarebbe stato sgradevole andare alla ricerca di medicinali sotto un temporale simile a quello che aveva imperversato su Barcellona,. Le strade a quell’epoca erano ancora cosparse di sterco di asini e cavalli, erano insufficientemente illuminate, anche quelle principali, e la maggior parte erano selciate con trascuratezza, così che appena pioveva si formavano enormi pozzanghere. Il cattivo odore era perenne per la mancanza di fogne in molti quartieri popolari. Doveva essere davvero increscioso camminare dopo il tramonto.
In compenso le farmacie erano stupende, non come questi asettici, moderni “distributori” di prodotti confezionati. Erano officine aromatiche e misteriose, dove i massicci scaffali scuri accoglievano splendidi vasi di maiolica. Sopra quei recipienti ci vedevi scritto: Canfora, Cannella, Laudano, Manna, Boldo, Giusquiamo, Gialappa, Angelica, China, Digitale, e così via. Sostanze naturali manipolate di volta in volta su ricetta medica “ad personam”.
E tornando con coerenza al presente, considerai che camminare quando piove nella Roma contemporanea alla fin fine non mi causa troppo disagio. Questa città rimane sempre impassibile e solenne, indifferente e sfrontata. Sospirai: - A pensarci bene è comprensibile -, l’Urbe ne ha vedute tante di rivolte, inondazioni, disordini, incendi, invasioni, e conclavi che a conti fatti resta sempre se stessa, semplice e strafottente, ospitale e indifferente. E così si prende l’acqua che viene giù dal cielo, sui tetti, sulle terrazze, sugli obelischi, la pioggia che cade sulle splendide piazze, nelle monumentali fontane, e nelle ville, come un beneficio temporaneo, semmai un lievissimo accidente. La città di Romolo è, e rimarrà, sempre imperturbabile.
Eppure a quel tempo, all’epoca dei fatti narrati nel racconto, per la verità Roma non era imperturbabile per niente. Temeva che venisse portata a termine la minaccia più paventata e funesta per lo Stato Pontificio. L’Urbe si stava preparando ad un cambiamento travolgente della sua storia, e il manoscritto dello zio è permeato da questa inquieta atmosfera. Infatti il controllo dell’ordine pubblico in quel periodo era divenuto ancora più attento, diffidente, autoritario, dispotico. Il potere era spaventato, sospettoso di giacobini infiltrati e di spie mazziniane. La città fremeva nella previsione di un cambiamento radicale, e covavano sommosse e vendette. Ciononostante rimaneva devota e papalina. Determinata e codarda al tempo stesso.

Debbo dire qualcosa a proposito del mio contributo alla fortuna, al successo del lavoro. Nel corso della trascrizione del manoscritto, che ho eseguito coscienziosamente scrupolosamente accuratamente con la macchina da scrivere, ho compiuto una revisione. Era assolutamente necessaria, così ho “partecipato” un poco al racconto. Quella sorta d’introduzione originale, che giudicavo incompiuta, l’ho perfezionata io, ed ho ritenuto più rispondente definirla premessa.
Ho anche dato un altro nome al racconto e mi è parso appropriato intitolarlo “Delitto al gusto di caffè”. Ho anche preso un’iniziativa che ritengo sensata: nel copiare mi sono permesso di aggiustare qua e là il pesante linguaggio ottocentesco, modificando alquanto, anche se in modo trascurabile, il testo. Sono sicuro che se lo zio potesse conoscere la fatica a cui mi sono sottoposto per migliorare il suo lavoro, me ne sarebbe grato.
Sto scrivendo queste postille nell’anno 1990. Ma, per entrare nell’epoca del racconto e nella sua atmosfera, dovrete per necessità spostarvi cronologicamente all’indietro di circa cento anni. Vi ritroverete nella Roma che inizia ad essere descritta nel capitolo che segue.


LA FARMACIA

Alle cinque del pomeriggio del quattordici ottobre 1869 alla stazione di Porta Maggiore arrivò il treno, l’ultima diavoleria della modernità. Dietro la sbuffante, nera locomotiva, che si fermò con uno stridio orribile, erano agganciate come fossero coralli di una collana mostruosa, tre o quattro carrozze ferroviarie. Da una di queste scese uno strano ometto che indossava una redingote color prugna e una tuba nera ornata di un vistoso nastro cremisi. Si guardò intorno con aria ansiosa trascinando un’enorme borsa di pelle sciupata dall’uso prolungato.

Fig. 3 - Porta Maggiore oggi


Nello stesso momento si diresse verso di lui con sollecitudine un giovanotto di bell’aspetto e dai modi garbati. Era in attesa da un’ora e si presentò con un inchino - Il cavalier Acquanera, se non vado errato? Senza aspettare un cenno d’assenso continuò - Felice sera, signore, sono Alessandro Ottoni, il figlio del farmacista. Sono venuto ad ossequiarla e a darle il benvenuto. Ho qui vicino la carrozza che ci condurrà in città. A quell’epoca Porta Maggiore era assai distante dal baricentro della vita romana compreso fra piazza Venezia, piazza Colonna, piazza Navona e piazza Farnese. Attesero che i facchini scaricassero dal treno i preziosi, ingombranti bauli del cavaliere e li collocassero sulla carrozza. Quando vide la vettura l’Acquanera sorrise, perché in realtà la “carrozza” con cui il giovane Ottoni era venuto a prenderlo era un semplice calesse, un calesse elegante ma pur sempre solo un calesse. Vi furono caricati i bagagli e finalmente si avviarono verso la città.
- Ha fatto un buon viaggio, cavaliere ? chiese Alessandro cortesemente.
- Abbastanza, rispose l’altro. - Ho dovuto aspettare a lungo prima che i pontifici esaminassero il passaporto e ispezionassero il bagaglio, infine ho dovuto attendere che fosse l’ora della partenza, ma poi grazie a Dio il treno ha fatto il tragitto con regolarità e il viaggio che altrimenti avrei dovuto compiere in due o tre giorni si è concluso in un poco più di cinque ore. Era stato assai più disagevole raggiungere Ceprano.(5)
Mentre si muovevano il cavaliere guardando le mura a fianco della Porta Maggiore manifestò una certa sorpresa:
- Vedo che sono state restaurate di recente…
Il figlio dell’Ottoni non gli lasciò terminare la frase
- Sono le ultime opere di difesa approntate. Il treno sarebbe potuto arrivare fino alla nuova “Stazione Centrale delle Ferrovie Romane”(6) che sta per essere ultimata, ma non è stata consentita l’apertura di un varco nelle fortificazioni.
L’Acquanera si guardava intorno taciturno, forse non gradiva la foga del giovanotto. Per rompere quel silenzio che pesava il giovane Ottoni chiese: - Avete portato i vegetativi officinali?
Il cavaliere strinse le labbra e inarcò leggermente le sopracciglia con aria contrariata: gli sembrava inopportuno che il giovane gli rivolgesse una tale richiesta. Pertanto rispose con un’altra domanda - Vedo che è stata aperta una nuova strada: è molto bella. Manco da Roma da più di vent’anni, quindi da prima che voi nasceste, suppongo, e vedo tanti mutamenti vantaggiosi. Nondimeno penso che la stazione della via ferrata per il sud avrebbero dovuto costruirla più vicina alla città.
La strada che percorrevano in quel momento era la futura via Nazionale, nuova importante arteria, e Alessandro molto fiero rispose che presto sarebbe stata tutta splendidamente illuminata da magnifici lampioni a “gaz”.
Il calesse giunse davanti all’albergo del Sole, al principio della (allora) via del Pantheon, dove venne scaricato il bagaglio. Ma il cavaliere preferì raggiungere subito la farmacia.
Questa era sul Corso, sotto il palazzo Piombino, oggi scomparso. Quando entrarono il locale era già illuminato da lampade a gas che effondevano una bella luce a fronte dell’altre botteghe male illuminate. Il vecchio Ottoni e il cavaliere si scambiarono calorosi saluti ma non poterono entrare nel vivo dell’argomento di massimo interesse per il farmacista, e scopo del viaggio dell’Acquanera, perché un altro gentiluomo presente non poté esimersi dal manifestare tutta la propria contentezza nel rivedere il cavaliere e nello stesso tempo volle esternare vibranti recriminazioni per non essere stato avvertito del suo arrivo dopo tanti anni di assenza. Costui era il conte Pepoli: aveva conosciuto l’Acquanera a Napoli ed incontrarlo dopo tanto tempo gli suscitava ricordi e nostalgie straordinarie. L’Ottoni comprese che non era cosa da sbrigarsi in un momento, perciò dopo lo scambio dei convenevoli chiuse la porta, li invitò a sedersi, e offrì loro del ratafià. Chiesero all’Acquanera notizie del viaggio e gli domandarono soprattutto cosa si diceva a Napoli della congiuntura politica attuale. A sua volta il cavaliere chiese nuove sulla situazione a Roma e il conte Pepoli lo sommerse di notizie: voci che correvano senza possibilità di riscontro, lagnanze, dimostrazioni patriottiche e previsioni catastrofiche.
- Caro Acquanera, non si sa più se ridere o piangere, succedono le cose più incredibili, le più ridicole e le più tragiche. Forse avrete saputo dell’attentato alla caserma Serristori, o magari del pranzo da Spillmann. Il cavaliere scosse la testa e il Pepoli continuò - Molti giovani nobili, teste calde, si sono riuniti a pranzo in quel restaurant e alla fine del pranzo hanno fatto un brindisi a Vittorio Emanuele. Ne è scaturita una mezza tragedia, è intervenuta la polizia e volevano arrivare ad un processo, anche se poi è stato messo tutto a tacere. Ma ogni giorno ne succedono di nuove, la polizia è divenuta esageratamente sospettosa, vede rivoluzionari in ogni dove, due giorni fa hanno controllato il canestro di uno di quei cantastorie che girano per Campo de Fiori e vendono per un Baiocco fogli colorati con le loro canzoni. Ebbene, vi hanno trovato dei componimenti satirici e quel povero diavolo ha passato i guai suoi.
Intervenne l’Ottoni – Non passa giorno che alla Sapienza non succedano birbate originali e mefistofeliche, gli studenti hanno fatto volare nell’aula magna e fuori di essa piccioni ornati con nastri tricolori e non fanno che domandare: piove? e rispondono non PIOVE, che equivale a non PIO [ IX ], ma Vittorio Emanuele.
Stava per raccontarne un’altra, ma l’Acquanera lo fermò - Capisco bene, però non crediate, seppure lo pensate, che arrivati i piemontesi migliorerà tutto. Anzi la vita peggiorerà. Ora, sebbene il costo delle vettovaglie sia aumentato col ritorno dei francesi, il popolo di Roma può contare senza fallo sul sussidio che il governo pontificio ha sempre elargito ai bisognosi. Pensate quanti istituti di beneficenza oggi porgono aiuto…
Il farmacista annuendo lo interruppe e a sua volta e si mise a elencare: -l’Elemosineria apostolica; la Commissione dei sussidi che offre pure qualche lavoro a tanti onesti capi-famiglia. E poi c’è la Congregazione di S. Ivo, la Congregazione dell’Annunziata, e le tante altre confraternite come quella della Divina Pietà, per i poveri vergognosi; quella di S. Girolamo della carità, e …
Fu costretto a sospendere la lista perché bussarono con impeto e ripetutamente alla porta. Il figlio dell’Ottoni, che era stato tutto il tempo nel laboratorio, andò ad aprire, tenendo ancora in una mano il grosso pestello di bronzo del mortaio. Si trovò di fronte un valletto di casa Orsini in livrea, che con aria sfrontata disse ad alta voce:
- Il principe ha bisogno subito di questa medicina - e porse all’Ottoni padre la ricetta: un foglio piegato in quattro.
Il farmacista guardò la ricetta, evidentemente il principe aveva una colica, poi contrariato disse al valletto - Torna tra un’ora -.
Quello rispose sfrontato - Dovete prepararla subito, immantinente, mi è stato comandato di non uscire dalla farmacia se non ho con me la medicina-.
L’Ottoni sospirò, poi volgendosi ai due ospiti li pregò di comprenderlo. E stava per entrare nel laboratorio allorché il Pepoli si accomiatò dicendo che si era fatto tardi.
Rimasto solo con l’Acquanera, il farmacista, mentre pesava le polveri, chiese subito - Avete portato quella roba ? Mi è stata richiesta con insistenza dal dottor Morelli, pare sia un toccasana incredibile -.
Il cavaliere chiese - Chi è questo Morelli ? -
- Un medico venuto a Roma da non molto tempo. Ha viaggiato in molti paesi perché era medico di marina. Adopera dei medicamenti nuovi e tiene molto a questa sostanza americana. Si sta facendo largo nella nobiltà, molti ne dicono un gran bene e lui ne trae grandi profitti -.
L’Acquanera fece un smorfia e disse – Bah! Poi aprì la grande borsa di pelle logora e tirò fuori una piccola scatola rotonda di bosso, racchiusa in un sacchetto di velluto nero. Disse - Questa polvere viene dal Messico, è un preparato in uso da non molto tempo. Come di sicuro già saprete si chiama cocaina. La casa Buton di Bologna fa con questa sostanza il suo famoso Elisire molto apprezzato anche dal Mantegazza, che lo ritiene un tonico eccezionale. Io vi darò la ricetta di un vino migliorato che ha effetti portentosi, ed è molto più efficace dell’«elisire» della Buton.(7)
Consegnata infine la pozione al valletto, che se ne andò senza neanche accennare al pagamento, l’Ottoni espresse le sue lagnanze per la prepotenza dei principi romani, e imprecando tra sé e sé chiuse la farmacia. Usciti dalla bottega volle invitare a cena l’Acquanera, ma quello declinò l’offerta dichiarando di sentirsi stanco del viaggio e di voler raggiungere subito l’albergo.
Lo accompagnò il giovane Ottoni reggendo una lanterna a petrolio.
Solo un poeta poteva vedere in quelle tetre strade di Roma semibuie, e malamente lastricate con i tipici selci chiamati “sampietrini”, un’atmosfera romantica. In quell’anno vi si incrociavano frequentemente pattuglie di zuavi e gendarmi pontifici sospettosi e burberi. Giunti all’albergo, mentre l’Acquanera entrava, nel medesimo istante ne usciva un uomo alto e magro. Si sarebbe detto uno spagnolo per la carnagione scura e gli occhi neri, portava baffi sottili e pizzo alla moschettiera, e aveva un’altra particolarità: una cicatrice a forma di X su una guancia. Sebbene non si scambiassero alcun cenno di saluto, dal modo in cui si guardarono il giovane Ottoni ebbe l’impressione che quei due si conoscessero.
Il figlio del farmacista salutò l’Acquanera e mentre tornava indietro guardò il cielo: il tempo si andava mettendo al brutto.

L’ESTREMO OMAGGIO

Il ventisette di ottobre fu una nuvolosa, smorta giornata autunnale. Alle 8 e 30 antimeridiane poco più di una ventina di gentiluomini in stiffelius e tuba uscirono dalla chiesa di Santa Prisca sull’Aventino, e si disposero a formare due ali deferenti a destra e a sinistra dell’accesso principale. Ed ecco che subito dopo venne portata fuori dallo stesso portone una bara coperta da un drappo nero. Passò tra quei gentiluomini austeri e silenziosi e i necrofori la adagiarono sul pianale di una carrozza che attendeva. Il portale della chiesa si richiuse all'istante alle spalle del feretro, e i signori in nero si disposero in corteo dietro alla carrozza che senza indugio si mosse. Alcune particolarità distinguevano quel funerale dai soliti: tutti gli uomini avevano un piccolo fiore bianco al bavero dello stiffelius, e sulla bara vi era una corona verde d’edera, intrecciata con rami di alloro, ma nessun fiore. Si poteva notare anche un’altra stranezza: sul feretro era posato un cuscino cremisi su cui era ricamato in oro un cerchio nel quale erano inscritti un ottagono e un triangolo. La carrozza si avviò lentamente, ma non preceduta come d’uso da un sacerdote; davanti alla carrozza camminava soltanto uno stauroforo con la croce astata.
Nel vento che strappava ai platani le prime foglie ingiallite e le sollevava insieme alla polvere, la processione prese la direzione di Porta San Paolo e poi girò in via della Marmorata verso il cimitero degli inglesi. Tra le raffiche dello scirocco si udiva smorzato il rintocco della campana che suonava a morto. Nell’aria si avvertivano odori di fieno, di mosto in fermentazione, di sterco di cavallo. Da quella parte la Roma dell’Ottocento terminava verso la campagna con le ultime casette, stalle e fienili di Testaccio. La piramide Cestia spiccava bianca contro il cielo grigio, tra le mura Aureliane, attorniata da vigne e orti.

Fig. 4 - Nel silenzio del cimitero


Uno dei signori che seguivano la carrozza ad un certo punto sembrò deliberatamente rallentare il passo così da restare indietro. Si separò dal seguito senza un cenno di saluto, fece dietrofront e in fretta raggiunse un vicolo dove l’attendeva un coupé. Era un uomo alto e magro, aveva baffi sottili, il pizzo alla moschettiera e un tratto caratteristico: una cicatrice a X su una guancia. Se il giovane Ottoni fosse passato di là lo avrebbe riconosciuto facilmente, e si sarebbe stupito di incontrare ancora quello strano forestiero dietro un funerale altrettanto strano, del tutto inusuale. L’edera sulla bara, a parte le sue proprietà officinali comunemente note, gli avrebbe certamente ricordato il simbolo solenne della fedeltà, della dedizione, della semplicità e della tenacia, e l’alloro gli avrebbe rievocato la sapienza e la vittoria. Ma di quell’inspiegabile cuscino certamente non avrebbe saputo che cosa pensare.

La carrozza con la bara e il suo seguito si allontanò lungo la strada in terra battuta piena di buche, fiancheggiata da siepi, e sembrò dileguarsi nella polvere sollevata dal vento e nell’atmosfera sgradevolmente umida e grigia di quella giornata autunnale. Sprofondato nel coupé verso cui si era diretto l’uomo alto e magro che aveva disertato il funerale era in attesa un signore. Fumava un grosso sigaro e si mostrava impaziente. Aveva la barba e i baffi così folti che si sarebbero detti posticci e portava occhiali scuri. Il suo aspetto e quella carrozza semi nascosta nel vicolo facevano pensare che volesse alterare le proprie fattezze e nascondere la propria identità.
Non appena l’altro gli prese posto accanto, chiese: - Avete scoperto qualcosa ?-
- No, rispose il primo - Ho partecipato alla cerimonia, ho seguito il corteo funebre per un poco, ma non ne ho ricavato molto. Non esiste un nuovo maestro; hanno, per così dire, eletto una guida depositaria della dottrina, ma non è a Roma al momento.
- Cosa suggerite? - Chiese ancora l’uomo con la folta barba e gli occhiali scuri.
- Lasciate che prenda ancora delle informazioni. Ho delle visite da compiere, ma a sera spero di potervi riferire qualcosa. Intanto vi mostrerò il luogo -
L’uomo con gli occhiali scuri, che sembrava il capo, annuì, e picchiò con l’impugnatura del bastone sul tetto della carrozza. Questa partì subito al trotto in direzione della città. Non ci volle molto tempo per raggiungere ponte S. Angelo: Roma all’epoca aveva soltanto sei ponti sul Tevere e quello era l’accesso ordinario alla regione quattordicesima, detta Borgo.

Fig. 5 - Ponte S. Angelo


Attraversato il ponte e percorso Borgo nuovo, l’uomo dalla cicatrice disse: - Ecco, è qui.-
- Dove esattamente? - Chiese l’altro mentre il coupé procedeva assai lentamente.
- Là - disse l’uomo dalla cicatrice indicando un palazzetto del 1500. - E’ la dimora dei marchesi Torrebalda. Ho tutte le informazioni che ci occorrono su questa famiglia ed ho inserito un nostro uomo presso di loro. Mi sono procurato carte topografiche e ho notizie di ritrovamenti recenti accanto alla Basilica di San Pietro -.
- Bene, procediamo allora - , tagliò corto quello che sembrava il capo.
- Very well, sir- , rispose l’uomo dalla cicatrice e continuando ancora in inglese gli espose a grandi linee il piano che aveva predisposto.
- C’è soltanto un inatteso e momentaneo intralcio. Laddove posso assicurarvi di avere sotto controllo e di manovrare a mio piacimento tutti coloro che vivono nel palazzo, una sola persona mi sfugge. Una persona, che, oltre tutto, ha un ruolo marginale, e però mi causa delle noie perché non è corruttibile. Questo individuo ha un temperamento strano, è inaspettato, anomalo in sostanza. Per farla breve ho tra i piedi uno strano giovane. Ma certamente riuscirò a controllarlo, o se causerà problemi, saprò toglierlo di mezzo -.
- Chi è costui?-
- Un giovanotto assunto da poco tempo, una specie di segretario o di bibliotecario, non so bene.-
- Non vi farete certamente fermare da un soggetto insignificante come quello che mi avete descritto, mi auguro. Procedete dunque senza indugio -.


seconda parte



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - gennaio 2011


NOTE



(1) Margherita Guarducci, Firenze 1902 - Roma 2-9-1999. Laureatasi all’Università di Bologna nel 1924, compì corsi di perfezionamento ad Atene e in Germania. Presso l’Università di Roma "La Sapienza", tenne la cattedra di Epigrafia e di antichità greche, dal 1942 al 1972. Fu socio dell’Accademia dei Lincei, della Pontificia Accademia Romana di Archeologia e dell’Istituto Nazionale di Studi Romani. Diresse per diversi anni anche la Scuola Nazionale di Archeologia presso l’Ateneo Romano. Dedicò intensi studi alla tomba di S. Pietro in Vaticano e sull’argomento ha lasciato due libri accessibili a tutti: "La Tomba di S. Pietro" e "Il primato della Chiesa di Roma" .

(2) Della vergine veggente Veleda abbiamo notizie da Tacito. Nel 1926 venne ritrovata ad Ardea (Roma) un’epigrafe che ne parla, l’epigrafe venne studiata da M. Guarducci e da P. Mingazzini (Bull. Comm. Arch. Comunale Roma, 1953/54, v.74). E’ noto l’interesse dei romani per le profetesse germaniche.

(3) “Il Sacro Graal nella Basilica di San Lorenzo a Roma ? ”. Alcuni studiosi ipotizzano che in un’area della chiesa vi sia ancora sepolto il Sacro Calice. E ancora si può leggere: “Quando a Roma fu scoperto il Santo Graal ”. (È doveroso segnalare che non sono lavori scientifici)

(4) Nella configurazione della pianta di S. Stefano Rotondo qualcuno, per es. Sandor Risz, pensa che vi sia simboleggiata la Gerusalemme celeste. Per altri vi è rappresenta la sovrapposizione della rosa e della croce, e altre metafore cosmologiche.

(5) Ceprano era la stazione ferroviaria di confine a sud dello Stato Pontificio; da quel luogo partiva la strada ferrata Pio-Latina per Roma.

(6) Il nome di Termini le fu dato più tardi sia per la concomitanza della nuova stazione con le Terme di Diocleziano, sia per essere a Roma il termine della strada ferrata.

(7) A Bologna nel 1820 era giunto, dalla Francia, Jean Bouton il quale cambiò il nome in Giovanni Buton e creò la ditta omonima che intorno al 1870 produceva l’elisir citato.

Tutte le illustrazioni sono di Barbara Brandimarte. Molte altre foto possono essere visionate sul suo blog “Itinera Barbarae”

 
English Version Home