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La “cuoca” di Vermeer

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Ho concluso un mio recente lavoro su Annibale Carracci ripromettendomi di parlare ancora del cibo in pittura, ma da un punto di vista diverso da quello che avevo trattato osservando il “Mangiafagioli”. In quel popolano, ritratto mentre si soddisfa con un misero pranzo, il pittore sembra voler raggiungere un effetto di denuncia sociale manifestando, attraverso il pasto del misero, un velato rimprovero. Forse fu proprio questa l’attrattiva che il quadro suscitò da subito. Ma all’opposto stimolò anche l’autostima della nobiltà la quale, confrontandosi col rozzo villico, si compiaceva dalla propria signorilità e buon gusto e poteva reputarsi ben superiore a tanta volgarità, rappresentata nel dipinto per cui non poteva che provare repulsione. continua...

Valutando le molte qualità e forme in cui ci viene presentato il cibo e passando in rassegna mentalmente i tanti quadri che rappresentano scene o attività connesse al nutrimento, il più rappresentativo tra i tanti, il più interessante, mi è sembrato il notissimo dipinto: “La lattaia”, di Jan Vermeer. In questo quadro Vermeer ci presenta una scena semplice ma intensa, ispirata ad una serena poesia dell’intimità, e dunque ben diversa al confronto con l’umore opaco che ispira il “Mangiafagioli”, scontroso e diffidente.

Vermeer è il poeta delle situazioni appartate, e appunta l’attenzione su ambiti in cui i protagonisti sono quasi sempre persone semplici, per lo più immerse in pensieri che presumiamo comuni e consueti.
Possiamo supporre che la sua merlettaia china sul lavoro stia verificando l’esattezza del disegno e valuti come eseguire il prossimo punto. E la fanciulla con la brocca d’acqua che socchiude la finestra sembra occuparsi di faccende domestiche, come arieggiare la stanza.
Gesti semplici e quotidiani, dunque, che non comportano un impegno particolare. Quando invece il personaggio raffigurato sta effettivamente meditando qualcosa di complesso, l’uomo diventa il centro di gravità di un ambiente permeato di cultura e di quiete. Una luce particolare determina l’atmosfera del suo “Astronomo”, che maneggia il grande planisfero, e ci appare intellettualmente imbevuto di quella luce. È dunque l’intimità delle persone che viene raffigurata, quasi “fotografata” da Vermeer con ben altra serenità, limpidezza, armonia, rispetto alla greve atmosfera che nel villano di Annibale Carracci emana odore d’aglio e sudore



Avvicinandomi alla “Lattaia”, uno dei più noti capolavori di Vermeer (1), e contemplando quella tranquilla giovane donna che nel limitato scorcio di una cucina sta, forse, preparando la colazione mattutina, o magari allestendo una pietanza, è emerso qualcosa di ancora più coinvolgente del già straordinario piacere che viene dalla contemplazione del capolavoro . Quella solida massaia che sta lavorando con latte e pane ha concentrato in sé e rafforzato l’idea stessa scaturita dal quadro. In breve, dalla pura ammirazione per il dipinto, che da ora in poi menzionerò non più come: la “Lattaia”, ma che chiamerò la “Cuoca” di Vermeer, è scaturito un legame fortissimo e avvincente con una breve squisita opera della letteratura universale.

Un pittore può descrivere così intensamente il personaggio ritratto da farci riconoscere in lui un carattere passionale o al contrario freddo, oppure egoista, generoso, malinconico, imperioso, o altro ancora, ma non può rivelare la storia della sua vita come può fare lo scrittore. Ed ecco che un esploratore di immagini, che sia anche un assiduo lettore di romanzi e racconti, può rimanere tanto colpito da un quadro da accomunarlo ad un’opera di letteratura permeata dallo stesso spirito.

Proprio quel quadro, come ho detto, è stato per me un invito a cogliere un preciso rapporto tra pittura e letteratura, e ha reclamato la mia attenzione su una forte consonanza tra il dipinto del Seicento e un famoso racconto assai più tardo. Connessione che per me è stata affascinante. In questa “Lattaia”, che per me è “la Cuoca di Vermeer”, ho visto l’essenza di Babette, la protagonista della novella di Karen Blixen: “Il pranzo di Babette” (2).
Ma perché proprio questa percezione-proiezione? Qual è la relazione che unisce il quadro al ben noto racconto?
Per comprenderla occorre leggere il brano della novella, che sta poco prima della conclusione e che qui riporto:

“… Le sorelle [ Filippa e Martina, padrone di casa] si misero a sedere. Per un intero minuto non riuscirono a parlare.
" Ma diecimila franchi?" sussurrò lentamente Martina.
" Che volete, mesdames," disse Babette, con grande dignità. Un pranzo per dodici al Café Anglais costerebbe diecimila franchi.....”
"Cara Babette," disse con dolcezza, " non dovevate dar via tutto quanto avevate per noi".
Babette avvolse le sue padrone in uno sguardo profondo, uno strano sguardo: non v'era, in fondo ad esso, pietà e forse scherno?
"Per voi?" replicò. "No. Per me."
Si alzò dal ceppo e si fermò davanti alle sorelle, ritta. "Io sono una grande artista," disse. Aspettò un momento, poi ripetè: "Sono una grande artista, mesdames."
Poi, per un pezzo, vi fu in cucina un profondo silenzio.
Allora Martina disse:"E adesso sarete povera per tutta la vita, Babette?"
"Povera?" disse Babette. Sorrise come a se stessa. "No. Non sarò mai povera. Ho detto che sono una grande artista.
Un grande artista, mesdames, non è mai povero. Abbiamo qualcosa, mesdames, di cui gli altri non sanno nulla."

Ecco il nodo. Il “qualcosa” di cui gli altri non sanno nulla è ciò che unisce la Blixen a Vermeer. La Babette del racconto alla “cuoca”del quadro.
È molto difficile, quasi impossibile, precisare cosa sia quel “qualcosa” di cui parla Babette, ma tenterò di cimentarmi in questa impresa. È una forza interiore, che chiede di esprimersi, di dare forma a un’idea. Una forza che può diventare a volte un assillo, un tormento (3), e in parte è anche un modo di stare nel mondo.
Forse questa spiegazione diviene alquanto più comprensibile se dico: è una disposizione a creare immagini, musiche, racconti, a vivere la propria esistenza cercando di superare esigenze comuni, per avere in cambio l’essenza delle cose. Diciamo una buona volta: se si tiene in conto che il denaro è per tutti la sola realtà-verità, chi non considera il denaro come l’unico giudizio di valore è fuori della comprensione normale. Questo è un dato che pone l’artista vero ( c’è un’inflazione di falsi artisti ) per qualche aspetto alla stregua del filosofo.
Monet ha dipinto molte volte la cattedrale di Rouen. Perché? Era attirato dalla verità, che è cosa diversa dal vero. Dipingeva inseguendo un’esigenza interiore da cui ben poche persone sono tormentate. Cercava la verità della luce, che può mostrare una stessa cosa in molti modi diversi. Quello che ci ha lasciato: le trenta tele della stessa facciata, che dipinse in varie ore del giorno e in diverse stagioni, inseguendo le variazioni atmosferiche, sono la punta dell’iceberg della sua ricerca: la parte a noi visibile. Ma la grande “gioia” e insieme il grande “tormento” sono rimasti in lui, erano la sua immensa ricchezza (4).

Karen Blixen racconta che Babette, esule da Parigi alla caduta della Comune si rifugiò a Berlevaag, un paesino nell’omonimo remoto fiordo norvegese, presso le figlie del Pastore. Presto dette una prova della sua abilità di cuoca preparando dei semplici pasti per gli anziani assistiti dalle due anziane signorine. Adoperava i poveri alimenti disponibili, pane e brodo, ma li manipolava con una tale maestria che quegli anziani indigenti notarono subito la differenza rispetto ai precedenti intrugli.
Vermeer ci offre una scena di una semplicità disarmante se la mettete a confronto con uno dei capolavori del Veronese, pieni di personaggi a banchetto e di trovate geniali, di scorci spettacolari e di fantasiose presenze. In Vermeer è proprio la semplicità che dà voce alla verità.
Nel quadro che ammiro c’è Verità e umiltà. Nella luce è la verità, e l’umiltà è nella donna che non sta in posa ma compie il suo lavoro quotidiano con l’usuale tranquilla naturalezza .
Per alcuni Vermeer aveva un segreto. Secondo Maroger (5) consisteva in una speciale miscela di olio di lino cotto a lungo con il litargirio. Miscela che poi opportunamente trattata e mescolata ai colori darebbe loro una particolare brillantezza. Ma non credo consista in questo il mistero dell’arcana forza di suggestione del dipinto, e nemmeno abbia origine dallo strumento che Vermeer quasi certamente ha usato: la camera oscura. La camera oscura certamente ha favorito la percezione della profondità e la nitida visione della donna e degli oggetti, ma il segreto credo stia nella luce straordinariamente intonata, così come il segreto di Babette stava nel dosare esattamente gli ingredienti, e nella perfetta manipolazione e cottura.
Come il buon uso del fuoco nel saper cuocere il cibo completa l’opera del cuoco, così capire e rappresentare la luce sta alla base della pittura. Vermeer trae dalla camera oscura una nitida visione della persona, degli oggetti che l’attorniano e della profondità dell’ambiente, ma poi inventa la luce che li sfiora, li imbeve, li trasforma e ne esalta la qualità e la consistenza. Vermeer crea questa donna che lavora di prima mattina, immersa nella fredda luce del nord e nel silenzio della casa, come Babette lavora nella piccola cucina della casa gialla sul fiordo.
È probabile che stia preparando soltanto una semplice colazione ma a me fa pensare che la “cuoca” stia preparando un semplicissimo piatto simile ad uno che gustai in Valle D’Aosta, e mi piacque molto.
Parla a se stessa mentre valuta la quantità di latte da versare sul pane sbriciolato nella ciotola di terraglia e così rivela cosa pensa: unirà delle uova al morbido impasto di pane e latte che ha preparato, e del Gouda, e della noce moscata. E amalgamerà a lungo gli ingredienti per cuocerli poi a bagnomaria. Ma è probabile che vi unisca anche un pizzico di un’altra spezia che è il suo segreto, così come il quadro contiene il segreto di Vermeer.
E poi c’è un altro sottile ascendente che agisce sull’osservatore. Nel presentare in primo piano semplici alimenti Vermeer vuole tributare un particolare elogio al cibo e dipinge una celebrazione. Là al nord non cresce la vite, il vino non è un alimento fondamentale, ma la birra o il latte ne possono rappresentare l’equivalente. Vermeer sceglie il latte per non suscitare fraintendimenti. E se l’essenza del cristianesimo si manifesta nel pane e nel vino, Vermeer senza fare nessun riferimento a quel segno religioso attrae però l’attenzione sulla sacralità degli alimenti del mondo del nord.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - luglio 2012


NOTE


(1) La Lattaia di Vermeer dipinta intorno al 1655 è esposta al Rijksmuseum di Amsterdam.

(2) Per chi non avesse letto il racconto, o non lo ricorda, rammento che il nocciolo della storia sta nel pranzo sontuoso, preoccupante prima, entusiasmante poi, che Babette, la cuoca, organizza, di sua volontà, spendendo tutta la notevole somma che aveva vinto ad una lotteria.

(3) Poiché parliamo di cibo e di artisti è giusto ricordare François Vatel, un grandissimo chef alle dipendenze di Luigi XIV . Non potendo completare il sontuoso menù in cui si era impegnato, in quel Venerdì Santo del 1671 in cui la materia prima non poteva essere altro che pesce, questo non arrivò in tempo. Vatel si considerò un “grande artista” fallito e si suicidò nel castello di Chantilly.

(4) Monet portò all’estremo la ricerca sulla relazione colore luce nella serie delle “ninfee”.

(5) Jacques Maroger ; (1884–1962) fu pittore e direttore tecnico del laboratorio di restauro del Museo del Louvre. Studiò a lungo le tecniche di pittura degli antichi maestri cercando di penetrare i loro segreti, e nel libro "The secret formulas and techniques of the Masters" descrisse alcune ricette di “medium” per dipingere a olio.


 
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