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COSMATI, NUOVE IPOTESI
Questo lavoro può incuriosire chi è interessato all’archeologia “interpretativa”. I Cosmati, Magistri doctissimi del marmo, con le loro composizioni geometriche, volevano comunicare un’idea o quelle figure erano semplici eleganti decorazioni? Un’ipotesi emerge da una figura a Gerusalemme.

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Platone pose sopra l’ingresso dell’Accademia l’esortazione “Non entri chi non conosce la geometria”. Chi non conosce equivaleva a: “chi non ama la geometria”, e chi non l’amava si precludeva la conoscenza più profonda. Tanto basta a farci capire il peso che il filosofo attribuiva alla geometria. Quella scienza lo entusiasmò fin dalla giovinezza, e nella maturità la onorò andando oltre le figure piane euclidee, pensando all’universo in modo nuovo. Così ideò la cosmologia platonica utilizzando i poliedri, meditando sulle geometrie tridimensionali.    continua...

Comprendere i segreti dell’universo e contemporaneamente risolvere problemi pratici come misurare l’area dei campi da coltivare, era un’esigenza che aveva impegnato gli uomini ben prima di Platone, e per molti secoli la geometria fu considerata uno strumento universale. Come veicolo simbolico poteva condurre la mente, al di là della materia grezza e primitiva, nel regno delle idee sublimi. Come mezzo pratico, risolveva i problemi concreti della vita: misurare, costruire, abbellire, e questo modo di ragionare durò fin quando, durante il medioevo, la matematica si separò dalla geometria divenendo la scienza potente che ha portato ai progressi della modernità.
Associare figure geometriche a numeri fu un processo naturale che stimolò il pensiero dall’alba della storia in poi. Penetrare i segreti della Creazione per mezzo dei numeri diventò, già prima di Pitagora, un obiettivo ostinato, e continuò ad esserlo lungo il corso della storia dell’umanità. La fisica moderna, che ha sviluppato teorie formidabili, ha lavorato con i numeri e continua le ricerche formulandole in numeri. Sono state scritte equazioni celebri come quelle della meccanica classica di cui notissima è quella newtoniana del secondo principio della dinamica: F=dp/dt, e quella Einsteiniana: E=mc² è divenuta addirittura popolare (1). Ma per la grande maggioranza degli uomini che non conoscono nulla di matematica, un’equazione composta di lettere, o di lettere e numeri, è altrettanto misteriosa di una figura simbolica.
I numeri sovrastano l’uomo, incombono sull’uomo, ed è una caratteristica dell’epoca in cui operarono i Cosmati, che i numeri fossero pensati come entità mistiche di ascendenza pitagorica e neoplatonica. Non è difficile comprendere come per gli uomini di allora una semplice figura geometrica rappresentasse un valore numerico ed esprimesse allo stesso tempo un significato simbolico. I simboli attraggono gli uomini. La Bibbia e i Vangeli sono pieni di simboli numerici. Come prima avevano fatto ricorso ai numeri i filosofi greci, lo faranno ancora filosofi e mistici come gli gnostici, i cabalisti,gli alchimisti e altri per indagare il trascendente, l’universo immateriale.
D. Jou scrive: “I pitagorici e i Platonici osservarono che i numeri e le figure geometriche costituiscono l’essenza del mondo, quanto di più permanente e profondo vi sia oltre la realtà sensibile, l’eternità che sussiste al di là delle mutazioni della materia e delle vicissitudini della vita. Quest’esperienza venne trasmessa nella cabala ebraica...” (2)

LA FORZA DEL SIMBOLO
Se Pitagora immaginò che lo spirito del creato era rappresentato dai numeri, quest’idea gli venne certamente dalle figure geometriche, in quanto nella geometria era evidente la loro manifestazione. In quelle figure i numeri si facevano concreti (3), ed erano immutabili ed eterni. Questa è la forza del simbolo: suggerire una realtà incorporea attraverso un segno, una figura. Ma occorre uno sforzo di partecipazione all’ “immaginario del simbolo” e di condivisione. Senza non sarà possibile accedere al messaggio, Nessuno potrà unire i due pezzi (4). Collegare il pezzo immateriale e mentale, dentro di se, potenzialmente predisposto a combaciare col secondo pezzo, idealmente racchiuso nel simbolo.
Se dunque visitando un edificio sacro, in una qualsiasi regione del mondo, osserviamo una figura che non abbiamo mai visto prima, o di cui, avendola già incontrata, non siamo stati in grado di spiegare il significato ci viene naturale collegarla alla religione professata nel luogo che stiamo visitando.
Per questa stessa ragione è comprensibile che la specifica figura chiamata Quinconce, usata dai Cosmati quasi fosse un contrassegno imprescindibile dalla loro opera, e di cui nei miei precedenti lavori ho parlato fino alla noia, la si voglia vedere come un simbolo cristiano. Anche per il fatto che la ritroviamo in tante chiese, e che, pensiamo, non sarebbe sfuggita alla censura dei vescovi medievali se fosse stata in odore d’eresia.
In effetti, sono molti i riferimenti a temi biblici o evangelici che possono essere rappresentati dal numero cinque, numero intrinseco al quinconce. Il problema che si pone è quale di queste rappresentazioni i Cosmati intendevano annettergli. Di recente ho letto un libro che mi ha fatto pensare di aver risolto l’enigma. L’autore de “L’Anno Mille” (5). riporta una meditazione di Rodolfo il Glabro (6) e nel paragrafo “connessioni speculative”, che verte sulle “quaternità divine” (pag. 51-54), vi potrete leggere le frasi che cito qui appresso.
“...I Padri greci cattolici... esercitando su numerosi oggetti la loro attenta riflessione, sono giunti alla nozione di alcune quaternità, per le quali è dato di comprendere l'attuale mondo di quaggiù e il mondo supe¬riore che deve venire... . Le quaternità e le loro azioni recipro¬che, una volta individuate da noi con chiarezza, renderanno più agili gli spiriti e le intelligenze di coloro che le studiano...”. È necessario ricordare che Rodolfo il Glabro scrisse poco prima del tempo in cui operarono i Cosmati. Individuate queste quaternità, che sono: i quattro Vangeli, le quattro virtù, e i quattro sensi (il tatto per lui non contava), le pone in relazione con il mondo intellettuale:
“... Così, ciò che è l'etere, elemento igneo nel mondo sensibile, la prudenza lo è nel mondo intellettuale: essa si eleva infatti verso l'alto, con ardente desiderio di av¬vicinarsi a Dio. Ciò che l'aria è nel mondo materiale, la for¬tezza lo è nel mondo intellettuale...“, e così via. Attribuendo una motivazione ad ogni accostamento, Rodolfo osserva: “...Così dappertutto si distingue una struttura simile alla struttura spirituale dei Vangeli...: Il Vangelo di Matteo con¬tiene la figura mistica della terra (uno degli elementi) e della giustizia... , Marco dà un'imma¬gine della temperanza e dell'acqua (altro elemento fondamentale)...”, ecc.
A queste connessioni speculative degli elementi, delle virtù e dei Vangeli, Rodolfo associa l’uomo. Lo pone al centro dello schema, perché al suo “...servizio sono poste tut¬te queste cose. Infatti, la sostanza della vita è stata chia¬mata dai filosofi greci microcosmo, cioé piccolo mondo...”. Ho rilevato questa espressione concisa: “sostanza della vita” perchè fin dall’inizio della mia ricerca sui Cosmati avevo ipotizzato che il Quinconce, e anche altri disegni inseriti nei pavimenti, alludessero alla vita.
Questo modo di immaginarsi i quattro Vangeli, in relazione con i quattro elementi e con le quattro virtù, posti ai quattro angoli di un quadrato, e l’uomo al centro, ricorda proprio la disposizione degli elementi del quinconce: quattro dischi agli angoli di un quadrato e un disco al centro.
Georges Duby infatti commenta ancora: “Rodolfo il Glabro parte da una figura semplice, il quadrato, segno mistico della creazione materiale. Per accostamenti analogici si sforza di mettere in evidenza le “connessioni speculative” tra il mondo terreno e il mondo intellettuale”. Continua: “Questi incontestabili rapporti fra le cose ci predicano Dio in maniera evidente, bella e silenziosa al tempo stesso; perché mentre, con movimento immutabile, una cosa presenta l'altra in se stessa, predicando il principio primo dal quale procedono, tutte domandano di riposare nuovamente in es¬so”.
Da qui ho considerato l’ipotesi che la (o il) Quinconce possa essere la rappresentazione essenziale di questo pensiero. Insomma si potrebbe affermare che la quinconce, di discendenza romana, fosse stata assunta, nell’alto medioevo, come figura simbolo per esprimere un pensiero cristiano, e che possiamo vedere oggi in molte chiese di Roma, o dell’Italia centro-meridionale, ad eccezione del pavimento di Westminter a Londra. (fig.1e 2). (7)
Fig. 1
Ma è sicuramente così?
Non ho avuto il tempo di indagare accuratamente e di controllare se ci sono quinconce anche altrove, magari disegnate in modo alquanto diverso, per esempio alterando le proporzioni ma in ogni caso lasciando evidenti i cinque elementi. Però qualcosa ho trovato là dove non avrei mai pensato di cercare.
Intanto chiedo: è possibile ammettere che una figura originariamente fondata su un preciso modello possa essere espressa in una forma diversa mantenendo il suo significato? Per esempio un quadrato trasformato in un rettangolo, può mantenere il suo contenuto simbolico? Rispondo che sì. Che basta pensare alle dieci opposizioni pitagoriche e in particolare alla decima: quadrato-rettangolo, per ammetterlo.(8) Ebbene guardate la figura qui appresso (fig.3).
Fig. 2
È posta sull’alto zoccolo in marmo della “Cupola della Roccia a Gerusalemme”, è un disegno grande e molto ben visibile.(9)
Gerusalemme è il luogo più sacro dell’Ebraismo, del Cristianesimo e anche dell’Islam, ma il dato importante, e che qui ci interessa molto, è che il califfo Abd al-Malik ibn Marwān per la realizzazione di questo tempio islamico si avvalse di artigiani bizantini forniti dall'Imperatore Giustiniano II.
Abd al-Malik utilizzò dunque maestri bizantini proprio come l’abate di Montecassino chiamò maestri marmorari da Bisanzio, che a quel tempo era uno dei massimi centri intellettuali ed economici del mondo antico, un serbatoio di cultura.
Fig. 3
In questo (nell’altro corrispondente, sempre sulla base marmorea della “Cupola della Roccia”, ci sono ottagoni al posto dei cerchi) non vediamo il vibrante effetto del mosaico di fondo, a impreziosire l’effetto decorativo, e soprattutto manca l’elegante fascia bianca che contorna i dischi e li racchiude in un continuum. Qui c’è solo uno scarno impianto grafico, una linea di contorno molto marcata che evidenzia nettamente cinque elementi isolati: due cerchi sopra, in un rettangolo, e due sotto in un altro rettangolo. Il cerchio centrale è invece in un quadrato e questo quadrato ha nei vertici, quattro triangoli a richiamare manifestamente il pensiero pitagorico. Ci sarebbe da dire molto su questo disegno, ma il solito obbligo alla concisione lo impedisce. L’importante è rilevare che qui è stata adoperata una decorazione fondata sul numero cinque. Quel disegno aveva un senso, un significato che gli era stato dato a Costantinopoli, e che il califfo aveva accettato, anche se gli artigiani erano di fede cristiana. Certamente il principe islamico non poteva desiderare un richiamo ai Vangeli e al significato manifestato da Rodolfo. Questi artigiani sostenitori di concezioni pitagoriche e platoniche si può anche supporre che fossero seguaci di una qualche setta cristiana eretica come quella degli gnostici, o dei Bogomili. Se quest’idea fosse plausibile aprirebbe scenari nuovi e interessanti, carichi d’echi di altra origine e molto impegnativi.

CONCLUSIONE

Fare archeologia non significa soltanto scavare e ritrovare documenti del passato. Oramai tutti sanno che archeologia è anche l’interpretazione dei reperti tornati alla luce, o che già sono accessibili, ma che non offrono un’indicazione chiara e sicura della loro specificità. Comprendere, interpretare e determinare lo scopo per il quale furono creati manufatti indecifrabili è un lavoro difficile e monotono a tavolino. In parole povere è una fatica che la maggior parte delle persone non sa valutare.

NOTE

(1) Chi vuole capire il significato di queste equazioni può interrogare Wikipedia senza allontanarsi dal testo che sta leggendo.

(2) David Jou, Riscrivere la Genesi, Elliot ed., Roma 2009

(3) gli agrimensori egizi tendevano bene una corda con dodici nodi posti a distanza regolare. Un capo della corda era fissato ad un paletto. Altri due pioli erano piantati in modo che tra il primo e il secondo paletto risultassero tre nodi, tra il secondo e il terzo quattro nodi. Poi la corda, aggirando il terzo piolo, si riallacciava al capo iniziale, formando un lato con cinque nodi. Così disegnavano un preciso triangolo rettangolo e la figura geometrica e i numeri, rappresentati dai nodi, corrispondevano intuitivamente. I pitagorici più tardi svilupparono l’idea che la vera natura del mondo, e delle singole cose, consistesse in un ordinamento geometrico esprimibile in numeri, misurabile. Perciò considerarono la natura dei numeri trascendente come una manifestazione del Creatore.

(4) Il simbolo fu inventato all’alba della civiltà per un uso pratico. Chi intendeva servirsene prendeva un bastone, o un osso, e lo spezzava. Rompendolo otteneva due parti che presentavano estremità molto irregolari. Soltanto quei due pezzi potevano ricongiungersi perfettamente come una chiave moderna combacia con la serratura corrispondente. Chi voleva trasmettere un messaggio segreto, poteva farlo sapendo che il messaggero a cui affidava la comunicazione e la sua parte del simbolo, lo avrebbe recapitato solo a chi possedeva l’altro pezzo.

(5) Georges Duby, L’Anno Mille, Einaudi, Torino 1976.

(6) Monaco cluniacense, nato verso il 985 e morto circa il 1047. Scrisse le "Cronache dell'anno Mille" che fornirono notizie della storia d'Europa dal 900 fino ai suoi tempi.

(7) Le fig. 1 è nella Cappella del cardinale del Portogallo, in San Miniato al Monte (Firenze), è un tardo e falso quinconce che vuole mantenere la tradizione. La fig. 2 è in S.Anastasio (Castel S.Elia; Nepi) ed è uno tra i più antichi.

(8) I principi delle opposizioni sono riferiti da Aristotile. Metafisica libro I, 986.

(9) Bibliografia per la Cupola della Roccia: Titus Burckhardt, L’Arte dell’Islam, Milano, Abscondita, 2002 (alle pag. 27-32 dà una rapida ma interessante descrizione) ; Henri Stierlin, Islam da Bagdad a Cordova, architettura delle origini, Taschen 2009 (ha ottime illustrazioni) : Emanuele Riverso, La Cupola della roccia e le origini islamiche, Avellino, Sabatia 2004 ; J. Hoag, Architettura islamica, Milano,Electa,2002 ; Gianfranco Nolli, Gerusalemme, Santo Sepolcro e moschea di Omar, Novara, Istituto geografico De Agostini, 1982 ; K. A. C. Creswell, L' architettura islamica delle origini, Milano, Il Saggiatore, 1966 : (e volendo anche) John Michell, Il segreto del tempio di Gerusalemme Torino, L'Età dell'Acquario, 2001.


Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - ottobre 2010


 
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