Home














Pomeriggio di un compleanno














  
 

Gli inviti non gli erano mancati, ma non poteva dire agli amici e ai parenti che non aveva voglia di vedere nessuno. Si inventò un'influenza e ringraziò tutti, ma gli rimase dentro l'anima, e acuto, un senso di scontentezza, di amarezza, di inquietudine. Era più che evidente che stava attraversando un periodo di forte depressione.
Dovettero provare molta pena per lui perché non sembrava possibile che Arrigo se ne stesse tutto solo il giorno del suo compleanno. Non riuscivano a capire un atteggiamento così scorbutico.
Intanto, solo per avere un'idea di che tipo fosse Arrigo, che indole avesse, scopriamo che odiava il suo vero nome: Melchiorre. Biasimava suo padre che glie lo aveva imposto in omaggio al bisnonno. Detestava quel nome quasi fosse improponibile e fin da piccolo lo aveva rifiutato, impuntandosi tanto che infine si erano decisi a chiamarlo Arrigo.
Venendo poi a quello strano rifiuto degli inviti, a quell'incomprensibile negarsi agli amici, alla falsa indisposizione inventata per giustificarsi, capirono più tardi che era stata una scappatoia, ma che gli era divenuta indispensabile. Non aveva saputo escogitarne un'altra.
La fantomatica influenza copriva il motivo che in realtà lo spingeva a rimanersene a casa: cercava di nascondere la sua sciagura. Non voleva che sapessero quanto stesse male, quanto era avvilito, demoralizzato. Una maligna sindrome di depressione si era impadronita di lui, ne provava vergogna e ne era spaventato.
Quando Debora lo aveva abbandonato, lasciandolo in condizioni fisiche precarie, era infatti precipitato in quel gorgo orribile. Nel culmine dell' ultima disputa, durante una tremenda litigata, accecata di rabbia lei gli aveva gridato isterica: "sei una carogna, uno scarto d'uomo, non mi fai nessuna compassione … ", e aveva sbattuto la porta andandosene. Arrigo si era sentito oltraggiato, sicuro che lei avesse voluto ferirlo vigliaccamente. Gli pareva evidente che Debora avesse voluto alludere alla sua dannata patologia invalidante: l'ischemia cardiaca che da quando glie l'avevano diagnosticata era stata la sua condanna all'inferno.
Ora poteva anche ammettere che Debora avesse parlato rabbiosamente, senza riflettere. Infatti quella sera era proprio infuriata, ma lui non riusciva a dimenticare le parole orribili che gli aveva scagliato.
In verità non poteva essere sicuro al cento per cento che avesse voluto rinfacciargli il suo stato fisico compromesso, che avesse voluto colpirlo su quel punto; non poteva sostenerlo con certezza. Può darsi che lui avesse frainteso, ma era diventato così ipersensibile al suo handicap, talmente diffidente e depresso da essere convinto che Debora avesse voluto rinfacciarglielo. Forse avrebbe potuto dare minore peso a quelle parole, comunque aveva deciso che per qualche tempo non avrebbe parlato con nessuno.
Ma anche se avesse voluto tenerla nascosta, la sua storia era nota ormai a tutta la cerchia di amici e parenti. E che volesse o no, il pettegolezzo sull'argomento si era acceso, e si era arricchito irrimediabilmente di esagerazioni e di malignità. Arrigo era sicuro che quando non era presente tutti ne spettegolassero, e immaginava come il giudizio di colpevolezza variasse a seconda di chi ne chiacchierava, e che in conclusione fosse lui il responsabile del disastro. Sebbene qualche amica ammettesse che Debora era piuttosto problematica, alquanto egoista e frivola, lui però aveva sempre le colpe maggiori. Sapevano tutti che era un uomo difficile, ostinato, scontroso, introverso, irritabile. Quella poveretta aveva molti motivi per non poterne più.
Erano trascorse due settimane ormai e la condizione di sconforto in cui era precipitato invece di ridursi si era acuita. Quella sensazione di naufragio lo aveva portato a ricordare con indicibile nostalgia la fanciullezza. Con struggimento aveva rievocato l'affetto ricevuto in un tempo ormai lontano, gli era sembrato addirittura doloroso il rimpianto per una letizia mai più raggiungibile. Il desiderio di poter ricreare quell'aura incantata, meravigliosa, in cui rifugiarsi, l'incantesimo di poter tornare indietro, pur nella sua irrazionalità lo affascinava.
È noto che uno stato di depressione psicologica può portare a forme di regresso mentale, facendo emergere fantasie o aspettative infantili. In lui causò una gran fame d'affetto. Questo vuoto d'amore lo spingeva a cercare un rimedio mentale per ottenere una tregua della tensione continua. Sperava di realizzare un recupero in se stesso, di uscire da quella demoralizzazione opprimente. Sapeva che stava cercando rifugio in un'isola irreale simile a un'infanzia inesistente e dapprima senza rendersene conto ma poi consapevolmente concepì un'idea un po' folle, certamente tanto strana da tenerla nascosta persino a se stesso. Tuttavia, considerando quello stato mentale infelice, è comprensibile che avesse finito per rievocare l'infanzia, e fosse scivolato sulla lastra di ghiaccio di un tempo perduto.
Tutto il suo affetto si era concentrato sul ricordo della mamma, tutti i pensieri rivolti al bene si erano fissati sulla figura della madre. Ricordò come si addormentava felice accarezzato dal mormorio della sua voce, ricordò quando si era fatto male; era accaduto molto spesso che si fosse sbucciato le ginocchia giocando, e la tenerezza, la premura, con cui sua madre l'aveva medicato. Quando aveva avuto il morbillo, la tosse convulsa o altre malattie infantili lei l'aveva curato con tanta amorevole partecipazione e l'aveva assistito fino alla guarigione. Le merende che gli preparava la mamma erano rimaste uniche, mai più ne aveva godute di simili. Di ricordo in ricordo le aveva eretto un monumento virtuale, una solenne rievocazione gloriosa.
Poi era accaduto qualcosa che aveva scompigliato questo dolce appassionato flusso di reminiscenze.
Un fortuito ritrovamento lo aveva sorpreso, lo aveva sconcertato e confuso, perché quella scoperta aveva trascinato fuori dai labirinti sotterranei della memoria un evento buio di cui non aveva mai avuto una conoscenza precisa, un episodio che gli avevano taciuto e che lui stesso aveva eluso per non affrontare problematiche familiari. Molto tempo dopo, incomprensibilmente risentito, qualche volta ci aveva ricamato sopra con l'immaginazione.
Quel caso gli aveva riportato alla mente ricordi sommersi, vanamente rimossi, che nella situazione di inquietudine, di critica verso se stesso, e verso il mondo in cui adesso si trovava, gli tornarono sgradevoli e molesti.
La scoperta era avvenuta per caso. Aveva deciso di procurarsi uno spazio per dei libri che aveva ammucchiato su una sedia. Così tirò giù dalla libreria dei vecchi volumi editi prima della guerra, che potevano interessare un suo amico. Da un libro cadde qualcosa, la raccolse e si trovò tra le mani una fotografia poco più grande di un francobollo. Guardò il libro da cui era caduta, lo sfogliò, vi trovò anche una viola del pensiero essiccata dal tempo, schiacciata dal peso delle pagine, la fragile ombra di un fiore. Il libro era: "L'innocente" di D'Annnunzio.
La foto non solo era piccolissima, ma anche rovinata, quasi indecifrabile. Ingrandendola con una lente però aveva intravisto una signora vestita di nero e aveva indovinato, più che veduto, che era sua madre. Il punto cruciale era che sullo sfondo si vedeva la struttura inconfondibile della grande stazione di Milano e in terra accanto alla signora in nero c'era una valigia.
Aveva mandato la foto a un laboratorio specializzato in recupero di immagini danneggiate, e intanto si era sempre più persuaso che l'amabilissima idea, nel frattempo progettata, fosse una buona idea: avrebbe festeggiato il suo compleanno in un modo decisamente inconsueto, insolito, anzi ancora più che insolito, avrebbe potuto dire straordinario, "eccezionale"!
Guardando quella minuscola foto, alla mente di Arrigo si presentarono ricordi indefiniti, sfocati, in parte carpiti da oscure frasi che sua madre e sua sorella Bice si erano scambiate quando lui era piccolo e forse aveva colto inconsciamente. Di certo quella storia occultata in gran parte l'aveva ricostruita, o doveva essersela immaginata. Era una storia che più tardi accostando indizi, valutando atteggiamenti familiari incomprensibili, si raffigurò pur senza sapere quanto aderisse alla realtà.
Gli accadde poi, quando era già adulto, di leggere il caso della grande scrittrice Agatha Christie, che dopo una delusione coniugale era fuggita vagando per l'Inghilterra, fuori di testa. Da quel fatto gli balenò una spiegazione, e intuì una vicenda che evidentemente gli era stata sempre taciuta per pudore.
Sua madre ormai non c'era più e non avrebbe potuto affrontarla per chiederle una spiegazione. Però avrebbe potuto sapere qualcosa dalla vecchissima zia Bice. La interrogò con soave cautela, le domandò chiarimenti con la delicatezza più garbata di cui fu capace. La zia reagì dapprima con una reticenza stizzita e si chiuse in un silenzio scontento, irritato. Ma Arrigo si ostinò, e fu così abile nell'usare una dolce insistenza, che finalmente tra monosillabi e confuse ammissioni venne fuori una spiegazione se non del tutto chiara almeno comprensibile: in poche parole sua madre aveva scoperto una tresca tra suo marito e una delle sue più care amiche ed era fuggita di casa lasciando Arrigo alle cure di sua sorella Bice. Evidentemente era scappata a Milano dove conosceva qualcuno. Una settimana dopo era però tornata, forzata dall'amore per il figlio, dalla responsabilità e dall'orgoglio. Arrigo comprese allora il rapporto cortese ma freddo che per anni e anni si era stabilito tra i suoi genitori, fino a quando la grave malattia di suo padre aveva un po' mitigato quel conflitto.

Dopo decenni di noncuranza per quel disaccordo familiare che non aveva mai compreso ma da cui non gli erano venute né preoccupazioni né sofferenze, inaspettatamente se ne sentì coinvolto e ci pensò per molte notti insonni sottoponendolo a un processo, e giungendo infine a un verdetto. Sua madre era innocente.
Non aveva mai stimato molto suo padre, non aveva mai avuto un rapporto amichevole con lui, e non era un'immagine per cui provasse ammirazione, ma ora si rendeva conto di molte altre cose e giunse a biasimarlo e colpevolizzarlo. Questa conclusione ebbe un imprevedibile inatteso effetto: lo alleggerì un poco del suo attuale peso sconfortante.
Nacque da queste meditazioni quel progetto segreto a cui abbiamo accennato e che egli elaborò procurandosi un vero piacere nel programmarne i particolari. Fu una ragione in più che persuase Arrigo a isolarsi.
Era un'idea semplice ma specialissima: il prossimo sei maggio avrebbe festeggiato in un modo davvero unico il suo quarantacinquesimo genetliaco. E ci teneva molto a festeggiarlo proprio come l'aveva ideato; certamente non avrebbe potuto parlarne a parenti e amici senza lasciarli sbalorditi.

* * *

Affinché il festeggiamento fosse adeguato al rilievo che aveva dato alla ricorrenza volle scegliersi con cura un menù degno del suo compleanno, e possibilmente migliore di qualsiasi altro menù avessero potuto offrirgli. Così si propose i piatti che gli sarebbero piaciuti, li scrisse, poi spuntò quelli che poteva permettersi e cancellò con un sospiro quelli inaccessibili. Il pollo era carne bianca, assolutamente sana, i fritti no, tutti nocivi e pericolosi, come i salumi. Quindi via anche costolette di agnello e altre squisitezze simili. Stette a riflettere se poteva regalarsi due o tre scampoli di mostarda di Cremona, e decise che poteva concederseli; e i formaggi ? una volta tanto un pezzetto di gorgonzola, un assaggio di brie o di qualche altro formaggio altrettanto prelibato poteva concederselo. Valutò il menù: malgrado fosse austero, se lo avesse visto il suo medico avrebbe disapprovato. Arrigo in cuor suo sperò che il cuoco dell'Antico Schidione che conosceva le esigenze del cliente, cucinandogli quello speciale pranzo avrebbe apportato variazioni raffinate. "Semel in anno licet insanire" si disse Arrigo ripiegando il foglio che avrebbe consegnato al ristorante nel pomeriggio.
Alle tredici del sei maggio si sedette al tavolo riservatogli e il cameriere gli servì un piatto su cui facevano bella mostra due cupolette di tagliatelle, le assaggiò e gli parvero prelibate. Chiese cosa fossero: "rosette Excelsior" rispose impassibile il cameriere e specificò il contenuto: tagliatelle, tartufo, champignons, fontina, burro, cognac.
Passò poi ai petti di pollo in salsa Madeira, rallegrandosi del soufflé di carciofi e porri che seguì, davvero un'ottima compagnia. Infine si congratulò col cuoco autore di una squisita crema di bosco su una base di pandispagna così soffice che pareva inconsistente. Il cameriere che lo conosceva da anni, ignorando le sue rimostranze, gli versò un calice di Sauvignon Castel del Collio.
Pranzando pigramente, mentre gustava ogni pietanza, pensava che la vera festa di compleanno se l'era riservata al pomeriggio, quando avrebbe aperto la busta e avrebbe invitato allo straordinario tè quella cara persona. Mentre meditava con malinconia, la mano sinistra involontariamente sfiorava una busta azzurra che aveva posato sul tavolo. Era arrivata quel giorno stesso e sebbene avesse pagato il lavoro, e inoltre elargito una generosa mancia al fattorino, l'aveva considerata un regalo, per averla ottenuta proprio quella mattina. Aveva resistito all'impulso di aprirla subito: se avesse saputo aspettare, il pomeriggio sarebbe stato indubbiamente più ricco di emozione.

Dopo pranzo si distese sul divano e accese la pipa. Guardando la grande stanza intorno a sé, stabilì che avrebbe liberato il tavolinetto Luigi XVI da tutte le carte, i libri, le scatole di tabacco, le pipe e i battifuochi d'antiquariato; lo avrebbe coperto con una tovaglietta ricamata a cui sua madre teneva molto, un copritavolo in tessuto di lino che era rimasto per tanti anni inutilizzato nell'armadio della biancheria, e su quello avrebbe servito il tè nel servizio di Sèvres che era stato un grande sfoggio di zia Bice quando riceveva le sue amiche.
Meditando su questo complesso proposito e un po' preoccupato dall'insensata fantasia che stava per mettere in atto, si assopì. Si risvegliò alle cinque passate.
– Si è fatto tardi, accidenti, – mormorò – A quest'ora doveva essere tutto pronto e il tavolino apparecchiato –.
Lanciò via il plaid, si alzò e andò in cucina, il bollitore era già riempito, accese il fuoco sotto il bricco e poi svelto scaraventò libri e tabacchiere sul divano, spolverò il piano, avvicinò il tavolinetto alla finestra, vi stese la tovaglia, vi pose sopra una coppa di cristallo bassa e larga con dei biscotti al limone, alla vaniglia, altri allo zenzero e delle piccole focacce di pane alle noci molto simili a quelle che tanti anni prima piacevano a sua madre. Quando il bollitore fischiò corse in cucina mise tre cucchiaini di tè nero di Ceylon nell'apposito uovo di metallo bucherellato, lo immerse nella teiera e vi versò sopra l'acqua bollente. Sistemò due tazze sul tavolinetto, vi mise accanto la piccola lattiera, le fettine di limone, le forchettine, poi portò la teiera, la posò sul tavolino e osservò soddisfatto l'allestimento. Finalmente tutto era in ordine, e si sedette. Ma subito notò che mancava qualcosa di essenziale: mancava la candela. Ne aveva parlato con padre Mario, l'unica persona a cui poteva raccontare quella pazzia, e lui gli aveva consigliato di accendere una candela: una normale candela bianca, suppose Arrigo, ma poiché quella era una festa eccezionale giudicò invece che doveva essere rossa.
Padre Mario era un frate francescano ed era anche un fine psicologo, e di certo sia per l'esperienza acquisita in tanti anni, sia per innata sensibilità aveva capito la sindrome di Arrigo e non aveva sollevato remore ecclesiali. Aveva detto che per tutto il tempo che fosse durato il festeggiamento della ricorrenza, la candela accesa avrebbe intrattenuto la sua ospite con la sua flebile e dolce luce sommessa, poi quando si fosse spenta l'addio sarebbe stato sereno.
Arrigo accese la candela.



quadro Bosch



Finalmente prese un tagliacarte e con precauzione aprì la busta. Rimase emozionatissimo a guardare la foto che aveva tratto dall'involucro, si alzò e andò a osservarla meglio sotto la lampada della scrivania. Al laboratorio specializzato avevano fatto un lavoro quasi miracoloso, dalla piccolissima foto, forse un provino di stampa, avevano tratto due riproduzioni formato cartolina in cui si vedeva nitidamente sua madre contro lo sfondo di una grandissima struttura di ferro inconfondibile e si intravedeva persino una scritta su fondo bianco: Milano.
Tornò al tavolinetto, infilò una cartolina nella fenditura che aveva praticato su una focaccetta in modo che la foto stesse ritta, le depose dietro la tazza di fronte a lui, si sedette e si concentrò sulla fiamma della candela suscitatrice di ricordi malinconici e di magnifiche speranze.
La memoria, era inevitabile, non poteva che andare al passato perché anche in quel lontano giorno di maggio c'erano delle candele, anzi ce n'erano cinque infilate su una torta.
La vita era difficile allora, per qualche ragione che neanche ora comprendeva suo padre guadagnava poco nel 1955, non aveva avuto la promozione che si aspettava e questa avversità era fonte di continue discussioni, preoccupazioni e ristrettezze, ma quel quinto compleanno, gli sembrò una giornata di enorme felicità, gli avevano regalato la bicicletta che aveva tanto desiderato. Solo molto, molto più tardi, anni e anni dopo, ricordando quella festa si spiegò la freddezza di suo padre che sembrava non partecipare con la stessa tenerezza di sua madre e non sorrideva. Allora non poteva comprendere, ma ormai sarebbe stato troppo difficile cercare una risposta a quei quesiti.

Versò il tè nelle tazze, sorbì il suo, adagio, adagio, mettendo nella tazza una sola zolletta di zucchero, prese un biscotto allo zenzero e a occhi chiusi lo sbocconcellò.
– Mamma, grazie per tutto quello che hai potuto fare per me. Grazie di tutto, davvero di tutto. Solo adesso posso capire quanto ti sei sacrificata. Se mi sei vicina in spirito e mi ascolti, se puoi percepire i miei pensieri, puoi comprendere senza che dica più nulla la mia solitudine e la mia sofferenza. –
Bisogna dire che da quando sua madre era morta molte volte l'aveva sentita vicina in spirito e si era rivolto a lei con una devozione quasi mistica. Ricordava quella frase che sua madre spesso diceva con enfasi, quasi fosse stata un simbolo sacro o un aforisma: "Hanno tagliato il cordone ombelicale che ci univa, ma quello spirituale che ci unisce è eterno".
Tutto d'un tratto si rese conto della follia di ciò che stava pensando e facendo. Com'era possibile che si permettesse un tale comportamento ? Lui che aveva sempre detto di essere razionale, logico e coerente? Uno che non dava credito agli oroscopi, ai guaritori, ai veggenti, ai venditori di sogni, di inganni, di imbrogli. E ora proprio lui era caduto in una suggestione tale da invocare i defunti ? Si giustificò dichiarando a se stesso che la madre non era solo l'autrice della sua esistenza ma, fino a quando non era stato in grado di affrontare la vita con le proprie forze, sua madre era stata il rifugio di ogni preoccupazione, di ogni problema, di ogni incertezza e terrore e dolore, e angoscia. E più tardi, quando era stato in grado di dialogare e comprendere bene, lei lo aveva indirizzato alla buona letteratura e alla filosofia; e con tenerezza ricordò quante discussioni e quante polemiche avevano intrecciato, quasi dei duelli filosofici.
Malgrado questa giustificazione si sentì imbarazzato, irrazionale e contraddittorio.
L'impulso immediato fu di sbaraccare quella folle messinscena, quella sciocca sceneggiata; chissà cosa ne avrebbe detto proprio sua madre se fosse stata ancora in vita. Se avesse potuto vedere quell'ingenuo, assurdo spettacolo di suo figlio che a quarantacinque anni si abbandonava all'attesa del portento, certamente avrebbe disapprovato. Lo avrebbe biasimato e lo avrebbe giudicato un comportamento da irrisoluto.
Eppure a ben guardare poteva rassicurarsi, non c'era niente di folle in quella cerimonia. Anche se ingenuamente, aveva ripetuto a modo suo un rituale antichissimo: la libagione. E l'aveva interpretata d'istinto, senza riflettere che stava imitando in un mondo moderno l'antico omaggio con cui i greci, gli etruschi, i romani onoravano i loro morti. Si accorse che stava mormorando quasi per scusarsi: – Sono angosciato, mamma. Adorata madre mia, non vedi come sto male ? Ti rendi conto che Debora mi ha abbandonato in maniera infame ? Non hai visto quanto è stata perfida e orribile, odiosa in modo insopportabile? Non capisci che non ne posso più ? –
Si ficcò in bocca una focaccetta intera. Gli veniva quasi da piangere scoprendosi tanto insicuro, ansioso, ridotto alla mendicità affettiva, lui che si era sempre considerato forte, coraggioso.
Fu un grido d'angoscia muto, disperato, quello che gli uscì dall'anima e con cui si rivolse a sua madre: – Mamma, se esisti ancora in una qualche forma per me inimmaginabile, assolutamente incomprensibile, se c'è ancora un tenuissimo legame che possa permettere di parlarci al di là della morte, e tu puoi ancora ascoltarmi, allora mia adorata dolcissima madre, dammi un segno. Mi basterà per affrontare il resto dell'esistenza con maggiore coraggio e con paziente, costante speranza. –
Allungò la mano impulsivamente per prendere la fotografia che aveva messo di fronte e rovesciò la tazza del te, macchiando la preziosa tovaglia di pizzo. Ne fu assai dispiaciuto, tanto da mormorare: – Mamma, perdonami –.
In quel momento la fiamma della candela cominciò a oscillare, a piegarsi, a vacillare, prese a ridursi palpitando.
Ebbe l'illusione ottica che la fiamma della candela fosse diventata un'altra cosa. Gli sembrò simile a un fazzoletto bianco tenuto da una mano che si sporge dal finestrino di un treno e lo agiti per salutare. Proprio come un fazzoletto che sventolando rimpicciolisce mentre il treno corre via, la fiamma della candela si agitava, si riduceva, vacillava.
Arrigo sbalordito si trattenne a stento dal balzare in piedi.
Non c'era un alito di vento, porta e finestra erano chiuse, non aveva fatto nulla per creare un movimento d'aria tale da poter spegnere una candela. Ma era indiscutibile che la candela si era spenta. È impossibile dire quanto era sbigottito.
Non c'era una spiegazione logica. Non c'era neanche uno straccio di ragione che fosse possibile avanzare. C'era soltanto un'interpretazione emotiva, inammissibile senza il supporto della fede e della certezza nell'immortalità dello spirito.
Arrigo disse solo: – Grazie, mamma –, e in quel momento dentro di lui crebbe, crebbe tanto da riempirlo, crebbe fino a inondarlo, una sensazione di grande armonia e di pace.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - maggio 2015



 
English Version Home