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IL CLUB DEGLI ANTENATI

(seconda parte)














  
 

Avevo preso la macchina e andai verso Castelli. Feci alcuni chilometri ma quando fui abbastanza vicino al paese fermai l'auto. Se guido non riesco a rivolgere l'attenzione esclusivamente e fermamente su un problema o su un'idea che considero prioritaria. Per quanto cerchi di non interrompere il filo del ragionamento debbo tenere sotto controllo la strada, l'auto che sto guidando, che richiede costante attenzione nel sorpassare un veicolo lento, nell'accelerare al momento giusto, non dimenticando di mettere la segnalazione di svolta, nel tenere d'occhio la segnaletica stradale, e così via. E poi non è possibile ignorare camion, ciclisti, e animali che attraversano improvvisamente la carreggiata.
Per sentirmi libero di concentrarmi del tutto su un problema devo camminare. Perciò parcheggiai e proseguii risolutamente a piedi. Respiravo profondamente, la sensazione dell'aria pura che penetrava nei polmoni era entusiasmante, godevo il verde che mi circondava, la serenità della pace agreste era magnifica e rilassante. Camminavo con slancio, ma non riuscivo a sgomberare dalla mente il viso di Mariella così afflitto. Mi opprimeva la rievocazione di sua madre prossima alla fine, tormentata dall'angoscia, prigioniera della paura di tante sofferenze.
Mi arrovellai sul grande enigma.
Riconoscere quanto sia comune e legittima la paura del buio, del freddo, dell'immobilità che ognuno prova pensando al sepolcro, non mi turba. Il terrore che la tomba infligge è del tutto normale e comprensibile. Quindi è naturale e terribilmente logico averne paura. Ma ha ragione Nino, quando dice che la massima parte delle persone non è in grado di ragionare. Non è in grado di comprendere che superata la soglia della morte non esiste più nessuna forma di sensibilità corporea, né di pensiero terreno. Cambieremo in tutto, forse in meglio.
La strada proseguiva tra gli alberi e proprio guardando il verde, lo splendido verde di quel loro fogliame, mi balenò una replica consolatrice.
Noi umani non possiamo rimanere immobili anno dopo anno, decenni dopo decenni come accade agli alberi. Non possiamo essere potati, sfoltiti, e poi ricrescere e vivere più forti, prendendo anche una nuova forma. Non possiamo sopravvivere bloccati per mesi sotto la pioggia e la neve. Noi umani abbiamo bisogno di camminare, correre, sdraiarci, e siamo molto contenti delle possibilità date al nostro corpo.
Gli alberi, che non possono spostarsi, non hanno neppure un'idea di quanto sia bello muoversi, probabilmente sono contenti quando il vento agita i loro rami, ma non conoscono altro movimento. Dunque se non possono sapere cosa significhi spostarsi, neanche lo desiderano. Però sono altrettanto contenti della loro specificità, perché godono di una eccezionale prerogativa, e questa prerogativa comporta una presunta, duratura letizia. Noi umani possiamo solo intuirla questa particolarità che li appaga (o figurarcela con grandissimo sforzo immaginifico), dato che nessun albero ha mai parlato.
Essi hanno un colloquio continuo, specialissimo col sole. Vivono di luce. La luce attiva un processo di trasformazione, le foglie la convertono, per così dire, in un "alimento" di cui vivono.
Non abbiamo modo né di immedesimarci in un albero, né di rappresentarci la luce che soddisfa gli alberi. La ricevono, forse la "vedono" (parola inadeguata ma insostituibile), però quella che li imbeve, a loro non appare come la stessa luce che vediamo noi. Se un albero potesse parlare direbbe cose stupefacenti sulle radiazioni luminose, e di altro genere, che suscitano in loro amore, e le emozioni che provano sono certamente fondamentali. Le foglie accarezzate dalla luce provano "sensazioni" che per un vegetale devono essere meravigliose, ma noi non potremmo comprenderle. Anche se un albero "pensasse", e comunicasse con noi, sarebbe estremamente difficile tradurre i suoi "pensieri". Rimarrebbero inevitabilmente lontani dalla nostra mente.
Allora se questa stessa riflessione la applicassimo ai defunti, forse rivelerebbero un'assoluta indifferenza alle esigenze della vita che consumarono (Dio ci salvi dalle proteste di Dante). Un po' come accade a noi, che quando siamo invecchiati ricordiamo con malinconia e tenerezza i giocattoli dell'infanzia, ma non ci picchieremmo più per strapparceli.
Dunque come gli immobili, silenziosi alberi, anche i defunti, nell'aldilà, "vivono" per una "luce" che li accoglie, e non sono io, io che scrivo, a definirla "luce" ma così dissero antichi asceti. Gli invisibili defunti, dunque "godono" una luce speciale. Percepiscono qualcosa, nell'aldilà, di cui i sacri testi fin da tempi antichissimi asserirono l'esistenza. Radiazioni immateriali forse ? una musica ultraterrena? Un giorno (speriamo lontano) lo verificheremo.
Queste fantasie mi restituirono una certa serenità.

A cena parlammo del più e del meno, ma non feci alcun accenno alle riflessioni a cui mi aveva spinto Mariella narrando l'angoscia di sua madre.
Elogiai il paese, magnificai i bellissimi panorami, le escursioni che avremmo potuto fare e che mi avrebbero ritemprato nel fisico e nello spirito, raccontai la giornata trascorsa in quel paese tanto particolare e caratteristico. Ma soprattutto stetti ad ascoltare loro. Avevamo l'abitudine di concludere la cena con un prezioso bicchierino di cognac assai gradevole e corroborante. A me, inoltre, facilitava il riposo notturno. Ma quella sera ne sentii un desiderio maggiore e ne chiesi un altro, a cui ne seguì un altro ancora, con il pretesto che i reumatismi si erano riaffacciati. Poi ci demmo la buona notte e salii nella mia stanza.
Mi inerpicai per le scale con un'elasticità che le altre sere non avevo avvertito. Non accesi la luce centrale, ma alla debole luce che proveniva dalla finestra mi avvicinai al tavolo e feci funzionare la lampada che adoperavo per scrivere.
Rimasi abbagliato, impressionatissimo, addirittura scioccato.
La prima reazione (per suggestione letteraria: Borges naturalmente) fu: – Mi è apparso l'Aleph –. Forse il suo doppio. Alias quello che all'istante avvertii come un Aleph.
Ma non mi lasciai fuorviare, e corressi la prima impressione perché intuii, con immensa emozione, che mi era stato concesso di contemplare il Totem.
Davanti a me c'era il mio totem che brillava come un astro incorporeo. Pareva, o era, un oggetto indescrivibile che si offriva all'ammirazione manifestando la sua egemonia sulla realtà. Signore del tempo e dello spazio, trascendeva l'umana comprensione, al punto che non saprei descriverlo con nessun linguaggio, neppure matematico se fossi in grado di usare un linguaggio matematico. Il totem non si lascia comprendere neanche in parte dalla nostra mente che può distinguere soltanto la forma apparente. Né si lascia racchiudere in un paradosso. Un ignoto pianeta, o una stella con proprietà mai prima rivelatesi sarebbe più facile da raccontare di questo stupefacente luogo – se è un luogo – non adatto a una sosta, neanche al più rapido indugio, a rischio di scomparire.
Vidi qualcosa che assomigliava a un vortice dentro una sfera, o credetti di vederlo. Forse non era una sfera, e se un vortice implica movimento, in quel luogo o in quell'oggetto non c'era movimento. Era un luogo che poteva essere paragonato a una sfera, come il cielo avvolge il mondo. Ma noi sappiamo che il cielo si espande oltre la sfera. Scrutai l'inspiegabile fenomeno cercando di vincere l'emozione, aguzzai gli occhi e vidi una folla di volti. Quelli che erano al centro dell'apparente vortice erano nitidi e belli, ma quelli che dal centro venivano allontanati si condensavano alla periferia di quella straordinaria galassia e divenivano sempre più omogenei, scarnificati come teschi inespressivi, grigi, infine indistinguibili.
Invece i volti ben nitidi, al centro della sfera, mi parvero però corrucciati, sembrava che mi guardassero con riprovazione. Cominciai a sentirmi infelice, confusamente sofferente, mi pareva che volessero dire: "Hai trascurato le tue radici" o un rimprovero per il mio scarso impegno di narratore. Mi sentii così depresso, talmente biasimevole, frustrato, insignificante, che un trasalimento nervoso mi salvò. Andai a bagnarmi la faccia con la gelida acqua corrente, la testa ne subì un contraccolpo salutare. Quando tornai nella stanza, gocciolante, indignato, vidi sul tavolo lo scaldino brillare e sfavillare come un gioiello sotto la lampada. Mariella lo aveva spazzolato e lucidato rendendolo riflettente e scintillante, la forte luce della lampada lo faceva risplendere come una stella.
Allora l'apparizione si era manifestata per un cortocircuito psichico? O mi era stato concesso un vero prodigio? Forse lo scaldino aveva il potere di produrre allucinazioni? Forse qualcuno degli antenati aveva deciso di somministrarmi una lezione ? Oppure ero davvero nevrotico, o forse uno psicolabile ?
Mi resi conto di cosa era accaduto. Avevo contemplato l'essenza del totem. Il coacervo di tutte le esistenze, dall'inizio dei secoli, che si accalcavano in me e che il mio corpo accoglieva. Avevo onorato gli antenati, quelli che l'Artefice di innumerevoli esistenze aveva valutato degni di glorificare il totem. Era chiaro. Da quando ero andato a trovare Nino, cioè dall'ultima conversazione che avevo avuto col furfante, rimuginavo la sua idea del totem. Da quella mattina fantasticavo sugli antenati, era diventata un'ossessione.

A colazione mi chiesero se mi sentivo bene, o se qualcosa mi preoccupava. Dissi che stavo benissimo ma avevo un'immediata necessità di tornare a casa, mi avevano telefonato dalla banca per delle informazioni urgenti. Non era vero, ma loro sono medici e non potevo inventare un malanno tanto preoccupante da farmi tornare a casa. La banca mi parve il pretesto migliore.
Elogiai Mariella per il suo lavoro di restauro. Le dissi che mettendo lo scaldino pulito e lucidato sul tavolo mi aveva allestito una vera sorpresa. La lampada lo aveva fatto risplendere, ne aveva fatto un oggetto bellissimo, da esposizione. Naturalmente non feci il minimo accenno allo shock che mi aveva procurato.
Voleva regalarmelo, e insistette, ma rifiutai con fermezza. Dissi che non si rendeva conto di quanto l'avrebbero apprezzato i suoi figli tra alcuni anni.

Andai a trovare Nino lo stesso pomeriggio in cui tornai a casa, e lo aggredii sorridendo: – Fasullo mago di Oz, fraudolento, insidioso negromante. Finto veggente, chi vuoi abbindolare? Chi vuoi incantare? –
Nino mi fissò impassibile. Il suo abituale, inveterato sorrisetto ironico mi infastidiva più del solito. Chiese: – Che ti è accaduto innocente pivello ? –
Se lui fosse stato molto più giovane gli avrei dato una botta sul cranio.
– Niente di trascendentale, ma quando mi hai parlato di totem e altre fesserie, presumibilmente mi hai influenzato. Approssimativamente mi hai causato uno squilibrio mentale –.
– Il solito esagerato – , commentò. Pareva soddisfatto.
Gli raccontai l'avventura notturna, il nubifragio, il fulmine che aveva fatto comparire lo scaldino. Gli chiarii perché e come lo scaldaletto era diventato animatore di inquiete meditazioni. Gli confidai il paragone che avevo fatto tra alberi e defunti. Infine, con qualche imbarazzo, gli rivelai approssimativamente la visione del terrificante totem.
Stette a sentirmi attento, e perbacco, dopo un sacco di tempo che non lo avevo più visto fumare, si accese una sigaretta.
Mi decisi a chiedere l'informazione che temevo e mi aveva portato da lui. Molto seriamente, per inquietudine più che per il desiderio di sapere, gli chiesi: – Zio Nino, tu e mio padre eravate molto amici, sono sicuro che vi siete raccontati cose che certamente lui non ha mai detto né a me, e neanche a sua moglie, che guarda caso era anche mia madre. Dimmi sinceramente, c'è stato un … un matto nella mia famiglia? C'è stato qualche caso, che non ho mai conosciuto e che magari tu conosci, di un alienato in famiglia? –
Nino mi fissava in un modo strano, pareva divertito e indignato nello stesso tempo. – Ma guarda cosa va a pensare l'apprendista stregone, l'esordiente narratore –.
Schiacciò con stizza la sigaretta appena accesa.
– Non farti venire in mente sciocchezze. Non c'è stato nessun matto nella tua famiglia, semmai un talento vero e ignorato, un caso amaro disgraziatamente, un'altra volta te ne parlerò. –
Se ne stette zitto per un poco. Meditava qualcosa che lo infastidiva, perché lo vedevo accigliato. Quando assume quell'espressione è inutile fargli domande. Dopo la noiosa pausa ribadì spazientito: – Se ti ho parlato di totem, o di metempsicosi, o del potere della scrittura, o di follia dilagante, o non so di che altro, non pensavo che poi avresti continuato a meditarci sopra. Quell'idea, quella trovata del mito del totem, mi parve una divertente interpretazione del genoma, te la raccontai "pour s'amuser".
Se poi sei portato a costruire castelli in aria, e questa disposizione non nego che abbia un suo valore, va usata con buonsenso, con autoironia … . Per certi popoli la pazzia è (o era) sacra. Molte volte geniali precursori sono stati considerati dei matti. Per esempio io sono stato considerato matto, ma più cortesemente mi ritengono, un tipo molto strano –.
Sorrideva di nuovo. E continuò:
– La "visione" che ti sei compiaciuto di rappresentarti, l'hai costruita culturalmente, e l'hai tenuta in caldo fin quando hai trovato l'oggetto più adatto a contenerla. In altre parole le hai dato forma; hai messo in scena un'ossessione che desideravi apparisse. Ma la mia opinione non distrugge la realtà della fisima che ti incalza. –
– Tutti, o quasi tutti, vorrebbero risalire alle radici. Rintracciare la genealogia soddisfa il desiderio di appartenenza, i ragazzi non se ne preoccupano, è un desiderio che cresce nell'età adulta. L'interesse per gli antenati suppongo che cresca particolarmente quando si hanno figli. –
Sospirò.
– L'idea del totem ha solleticato questo desiderio che è forte in te. Guarda: ho qui una novella di Miller, Arthur Miller, che ti piacerà. Per ora leggi solo il breve paragrafo che ho segnato, il racconto completo lo leggerai dopo, quando sarai a casa. Mi porse una selezione di racconti, e mi indicò la pagina. Guardai il titolo: "Monte Sant'angelo".
"… Quando erano entrati al palazzo di giustizia ove stavano appesi i ritratti del nonno e del bisnonno di Appello ambedue famosi magistrati di provincia; e quando avevano passato la notte a Lucera dove il nome di Appello aveva un significato molto onorevole, e dove il suo amico Vinny era portato in palmo di mano e salutato tanto familiarmente perché era un Appello. In tutte quelle occasioni Bernstein era stato lasciato in disparte, aveva avvertito una penosa sensazione di inferiorità … A poco a poco cominciò ad accorgersi di quanto il suo amico fosse legato a quella storia e gli parve che questo rendesse Vinny più forte; non sarebbe morto completamente quando fosse giunto il suo momento di morire."
Risalii qualche riga più indietro e rimarcai, approvando, la domanda che Appello rivolge a Bernstein: "Ebbene tu non provi alcun sentimento nei riguardi dei tuoi antenati ?" … ammisi che avrei fatto la stessa domanda.
Restituii il libro a Nino, ma lui mi disse di tenerlo per leggere tutto il racconto. Me lo delineò sintetizzando: "I due americani erano venuti in Italia perché Appello desiderava ritrovare le tombe di alcuni suoi avi. Invece l'amico, che non ricordava dove avesse antenati in Europa, lo aveva accompagnato del tutto disinteressato. Finché gli capitò di incontrare uno sconosciuto che all'improvviso determinò in lui un'emozione, un imprevedibile interessamento per gli avi."
– Questo racconto (ma ci sono decine, forse centinaia di racconti e romanzi impostati sul tema della genealogia ) ti dimostra quanto è comune e forte il richiamo delle radici. –

Era tardo pomeriggio, il cielo era ancora chiaro, però sotto la magnolia, dove stavamo seduti, si era fatto scuro per l'incombere dell'ombra della casa e dell'albero che ci sovrastava. Mi sentivo irritato e sfiduciato. Mi lamentai in silenzio: "Ma che ci sono venuto a fare da questo vecchio rimbambito ? Veramente sto perdendo la bussola, cosa mi aspettavo che mi raccontasse ? Debbo trovare un modo cortese per andarmene subito".
Il volto di Nino era in penombra e non lo guardavo, scorrevo con gli occhi i pochi fiori rimasti: i gerani appassiti e una pianta di rose sfiorita parevano la personificazione del mio spirito scontento e malinconico.
Stavo per dire " Caro zio Nino devo andarmene perché mi aspettano a cena. Sono felicissimo di averti trovato in buona salute … ", avrei continuato, ma lui mi precedette, e fu indisponente, provocatorio, insopportabile.
– I volti che hai visto, al centro del vortice che hai descritto, sono quelli del "Club degli antenati" dove ti piacerebbe essere accolto. Il punto fondamentale è che sei pessimista. Sei convinto che non raggiungerai mai un premio Nobel e neanche conseguirai un grande premio nazionale. Ci vogliono appoggi e intrallazzi di cui non sei capace. Potrai arrivare a premi trascurabili ma il tuo orgoglio ti porterebbe a rifiutarli. Allora ti sei immaginato quel consesso: "il Club degli antenati" che accoglierà l'amato valente eletto, e questa scelta autentica, indiscutibile, spazzerà via ogni sleale menzognera stima dei critici terreni. –
Nino stava esagerando e io non ne potevo più.
Fortunatamente il soccorso mi venne da Milena. Senza rendersi conto del piacere che mi faceva, ci informò, come se riferisse una notizia eccitante, che i vigli stavano facendo le multe alle macchine: – Sono uscita per comperare il latte e li ho visti ... –
Non la lasciai terminare. – Dio mio –, gridai – Ho lasciato la macchina in divieto di sosta. Addio zio Nino tornerò presto a trovarti. – Afferrai il libro dei racconti e schizzai fuori pensando: " ci rivedremo non so quando e se mi sarà passato il disgusto".

fine

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - ottobre 2015



 
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